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Magni Image Flip For WooCommerce Inviato da iPad L'articolo Magni Image Flip For WooCommerce – WordPress p proviene da Fingerpicking.net.
Miriam Foresti esordisce con il CD Il giardino segreto, pubblicato con l’etichetta Isola Tobia Label, una bella opera prima che ripone nella gentilezza musicale e vocale, nella scrittura elegante, nella poeticità e leggerezza delle immagini letterarie la sua identità artistica. Si può sempre ricominciare, non è mai troppo tardi per recuperare o riparare ad un errore: è questo il messaggio nascosto in quel ‘giardino segreto’ che, parafrasando il titolo di un romanzo per ragazzi di inizi ’900 di Frances Hodgson Burnett, la cantautrice romana e aquilana d’adozione ha eletto a suo luogo dell’anima. Così come le piante di un giardino trascurato possono rinascere grazie all’amore e alla dedizione, altrettanto può rifiorire un animo ferito con la cura delle piccole e preziose cose. Non a caso il disco inizia con una traccia che ha per titolo “L’odore delle piccole cose”, quel bisogno profondo di riacquistare fiducia in sé stessi e nella vita godendo di piccole cose, per rinascere dopo un grande dolore, il terremoto de L’Aquila. Il disco contiene dieci brani originali, dei quali Miriam ha scritto musica, testi e arrangiamenti. Dieci tracce che attraverso sonorità folk, pop e jazz riassumono un percorso musicale con omaggi e citazioni, da Joni Mitchell in “Persa nel blu” a Nick Drake, cui è dedicata “I Know a Place”, uno dei due brani in inglese; l’altro, “Father”, è un toccante gospel. L’universo jazz – Miriam è diplomata appunto in canto jazz – è omaggiato con un’interessante rivisitazione sul giro armonico del noto standard “There Will Never Be Another You”, intitolata “Quella sera”, in cui la Foresti libera la sua voce educata, espressiva, e soprattutto molto convincente. Il disco è stato registrato alla Casa del Jazz di Roma praticamente in presa diretta, con pochissime sovraincisioni e suonato da ottimi musicisti. A cominciare dalla stessa Miriam Foresti alla chitarra acustica, con il suo stile ispirato al fingerstyle e alle accordature aperte dei sopracitati Mitchell e Drake, che assume un ruolo centrale in tutti i brani, per arrivare all’ospite di lusso, Javier Girotto, che con il suo sax soprano è presente su due tracce: la già menzionata “I Know A Place” e “Domani ricomincio”, un delicato funky dal testo autoironico, che invita a sostituire alla noiosa e irraggiungibile perfezione la bella e umana imperfezione. Miriam Foresti è una brava cantante e autrice di canzoni, e Il giardino segreto un disco d’esordio in cui sensibilità, maturità e freschezza trovano un invidiabile equilibrio. Gabriele Longo L'articolo Miriam Foresti “Il giardino segreto” proviene da Fingerpicking.net.
(di Zack il Bianco) Quante volte abbiamo sentito dire «Sì, ora suona bene, ma vedrai tra una decina di anni quando il legno sarà ben stagionato», e abbiamo atteso per giorni, mesi e anni che quel momento magico arrivasse? E se un bel giorno un giapponese vi dicesse che è in grado di far invecchiare velocemente la vostra signora, come la prendereste? Non bene, immagino. A meno che non si riferisca alla vostra chitarra, nel qual caso aguzzereste le orecchie e gli chiedereste di raccontarvi tutto sul thermal top. All’Acoustic Guitar Village di Cremona Musica mi sono imbattuto in una fantastica dreadnought un po’ ‘abbronzata’ di Takamine, la EF340S-TT, ed è stato amore al primo tocco. Il segreto della qualità timbrica e della quantità di suono di questi modelli risiede in una nuova tecnologia chiamata thermal top, che consiste in un processo di invecchiamento accelerato dei piani armonici delle chitarre: la procedura prevede l’essiccazione dei legni in forni ad alta temperatura e a bassissima concentrazione di ossigeno; ciò conferisce, anche agli strumenti nuovi, caratteristiche sonore timbriche e armoniche simili a quelle che sviluppano strumenti suonati per molti anni. È incredibile che siano i giapponesi ad architettare questo sistema di cottura del legno: proprio loro che ci hanno colonizzati con il pesce crudo, ora vogliono farci credere che sia una buona idea cuocere le chitarre? Eppure il mio orecchio non mi ha tradito neanche la seconda volta che le ho sentite in azione in un noto negozio di Tortona, in occasione del Takamine Day tenuto da Alessandro Formenti e organizzato da Gold Music S.r.l, distributore italiano del marchio. Quindi ho deciso di riprovarle con un po’ più di calma nel silenzio del mio studio. I modelli che ho scelto per la prova sono la sopracitata dreadnought EF340S-TT e una EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway), due strumenti differenti, ma con alcune similitudini. Hanno gli stessi legni, con un bellissimo top in abete massello scurito… dal tempo? No, dalla cottura! Le striature del legno sono così strette e sottili, che generano una sorta di effetto ondulato, davvero suggestivo. Il fondo e fasce è per entrambe in mogano massello di un rossiccio fiammante, con binding in cellulosa tartarugato, ponte con selletta spezzata e stessa profondità di cassa per entrambe. Grande cura per i dettagli che, nonostante la semplicità, lasciano subito intendere che siamo in una fascia alta della produzione Takamine. Le analogie tra i due strumenti finiscono qui. Differente la forma, paletta slotted e nut da 47,5 mm per la Grand Auditorium: questa stupenda creatura risulta subito più morbida al tatto e più incline al fingerpicking. Con l’interspazio tra le corde un po’ più ampio e una bassa tensione, risulta facilissima da pizzicare anche nelle parti più alte del manico, facilmente raggiungibili grazie alla spalla mancante e al tacco piatto che lascia più spazio alla mano sinistra. È la prima volta che una chitarra con attaccatura del manico al dodicesimo tasto non mi dia quella strana sensazione di avere per le mani uno strumento più corto… oltre che più ‘cotto’. Noto subito un attacco notevole del suono, caratteristica che ci si aspetterebbe da un top in cedro. Ma questo trattamento sembra davvero aver prodotto i suoi frutti. Passo istintivamente dall’arpeggio con le dita a fraseggi più ritmici e, anche questa volta, la cassa profonda premia garantendo un’ampia dinamica, lo strumento risponde bene anche a plettrate decise. Il suono è ben equilibrato, con una maggiore ‘frizzantezza’ sui medio-alti grazie al mogano, caratteristica ideale sia in registrazione che in live con altri strumenti: questo leggero boost sui medi, unito all’attacco, garantisce un’ottima capacità di ‘bucare il mix’; espressione che noi chitarristi acustici abbiamo ormai assimilato, sostituendola alla più tecnicamente definita ‘capacità di proiezione del suono’ di uno strumento. Per testare questa mia impressione mi è bastato registrare pochi accordi con un pianoforte e un basso elettrico, per poi passare alla Grand Auditorium e confermare la magia del mogano quando, senza bisogno di equalizzare la traccia della chitarra, il suono resta ben percepibile ed efficace. Il manico è meravigliosamente sottile e, oltre il XII tasto, persino i bending più ostili sono facilmente affrontabili, senza perdere l’accordatura! Lo strumming con le dita, alla Ed Sheeran per intenderci, è uno dei privilegi che ci possiamo concedere con questo modello, proprio grazie alla combinazione tra la bassa tensione delle corde e la profondità della cassa, che garantisce un ottimo volume. Passando alla Dreadnought, la prima differenza la notiamo nel manico decisamente più abbondante. Stupisce però la comodità, che trova giustificazione nell’ingegnoso asymmetrical neck: un manico sagomato in una ‘C’ asimmetrica, dunque in grado di essere alloggiato con maggiore naturalezza all’interno della mano, riducendo la distanza che il polso deve colmare quando il pollice viene spostato verso la sesta corda: incredibilmente facile infatti suonare con il pollice della mano sinistra sui bassi, alla John Mayer o Damien Rice. Il tipo di voce resta molto simile alla Grand Auditorium, ma la tensione leggermente maggiore permette di spingere di più sulle corde, guadagnando ulteriormente volume anche se il suono resta compatto, come se ci fosse una sorta di compressione naturale che rende l’esecuzione sempre molto omogenea. Il nut leggermente più stretto, da 45 mm, è il mio preferito e lo riconosco subito: su parti in arpeggio con il plettro, mi sento a casa (be’, in effetti ci sono!); e anche con le dita risulta piacevole. I bassi sembrano più definiti. Suono nel complesso meno avvolgente, ma più dettagliato: è come se le qualità sonore del mogano, su questo modello, siano più enfatizzate. Questa chitarra è particolarmente consigliata e apprezzabile per plettratori pesanti, con la mano destra di Thor, come la mia. Da ‘spente’ mi hanno ampiamente convinto entrambe. Ma da amplificate? Apparentemente sembrerebbero sprovviste di sistema di amplificazione, visto che non si nota alcun comando nella buca. Invece sono dotate del leggendario pickup Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp, presente su tutte le Takamine di produzione giapponese. Si tratta di un antenato del famoso AP5 di Maton, ideato e sviluppato da Takamine. Utilizza sei elementi piezoelettrici individuali e schermati, uno per corda, con una massa dodici volte superiore a quella di un normale piezo (a barretta). I sei elementi penetrano all’interno del ponte e della tavola armonica, quindi il pickup è incastonato nel top e nel ponte della chitarra, creando in tal modo una connessione sonica anche con il top. Il risultato è un output che possiede la definizione derivante da un segnale individuale, corda per corda, unito alla ricchezza armonica proveniente dalla vibrazione del top. Il tutto è gestito da un preamp a stato solido (alimentato da una singola batteria da 9 V), pressoché invisibile. All’interno dell’alloggiamento della femmina della presa jack è presente il cuore del preamplificatore, con tre piccoli trimmer per la regolazione di bassi, medi e acuti. Le regolazioni sono in ogni caso già effettuate dalla casa su ogni singolo esemplare. Il risultato è semplicemente incredibile: grande resistenza al feedback, naturalezza, ma anche grande risposta alla dinamica in caso di forte pressione, cosa che normalmente mette in crisi i classici sistemi piezoelettrici. Facile per me tirare le somme di un test così piacevole: siamo di fronte a due esemplari di razza, solidi e convincenti nel suono, nella suonabilità e nella cura dei dettagli, affidabili sia in live che in studio. Ciò che però colpisce è la sensazione di avere tra le mani chitarre molto risonanti, con grande sustain e ricchezza armonica, senza zone morte sulla tastiera: caratteristiche che si ritrovano su strumenti vissuti, non solo invecchiati, ma sopratutto suonati per lungo tempo. Credo che in futuro questo sistema di invecchiamento precoce del legno diventerà uno standard e sinceramente, sentiti i risultati, me lo auguro. Ma nel frattempo, mi raccomando, non provate a cuocere da soli le vostre chitarre! Zack il Bianco Scheda tecnica Takamine EF340S-TT (Dreadnought) Piano armonico: abete Sitka massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: mogano americano massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 45 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage Nickel open gear Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-200 rigido Street Price: € 1749 Scheda tecnica Takamine EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway) Piano Armonico: abete massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: sapele massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck, attacco al XII tasto Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 47,5 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage for slotted headstock Rosetta: abalone Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-700D rigido Street Price: € 2199 L'articolo Takamine Thermal Top proviene da Fingerpicking.net.
(di Giuseppe Cesaro) – È curioso: nell’era dello strapotere social, il primo, il più straordinario e l’unico davvero universale social network della Storia, è confinato in un angolo. Udito da tutti, ascoltato da nessuno. O quasi. Parlo della musica, ovviamente. L’unica lingua al mondo che tutti capiscono e possono parlare. Persino quelli che non la conoscono e non l’hanno mai studiata. L’unica che – con soli dodici ‘lemmi’ – raggiunge vette di poesia che rimangono precluse a lingue bellissime e nobilissime, che possono contare su centinaia di migliaia di parole. L’inglese – ad esempio – ne ha più di un milione, di cui circa centosettantamila di uso comune; l’italiano supera addirittura i due milioni, con un ‘patrimonio lessicale’ compreso tra duecentoquindicimila e duecentosettantamila unità. Eppure la musica dice di più. E meglio. Straordinaria, non vi pare? Non c’è mai stata così tanta musica, eppure è come se non ce ne fosse affatto. È ovunque ma in nessun posto, dal momento che, anche se la sentiamo dappertutto – ascensori, sale d’attesa, mezzi di trasporto, stazioni, ospedali, uffici, negozi, supermercati, centri commerciali… – non la ascoltiamo mai. E il dramma è che non la incontriamo nemmeno nelle rare occasioni nelle quali usciamo a cercarla. Nei locali dell’osceno «quanta gente mi porti?», si rumina, si beve e si schiamazza, senza ascoltare, se non distrattamente. Nei palasport o negli stadi, anche volendo ascoltare, non si può. Il suono fa quello che può, umiliato dall’acustica di quegli spazi e sommerso dalle urla del pubblico. Paghi (profumatamente) per sentire il Boss, McCartney, Liga o Vasco ma sei costretto a sorbirti i cori – stonati e invariabilmente fuori tempo – di orde di gitanti, che sembrano lì solo per dimenarsi ai ritmi suggeriti da infaticabili animatori di mega-villaggi-vacanza. Ve lo immaginate cosa succederebbe se, al momento nel quale il direttore d’orchestra dà l’attacco della “Quinta” di Beethoven, tutto il pubblico si alzasse in piedi, cantando «Dà-dà-dà-daaa, Dà-dà-dà-daaa!»? E non provate a obiettare che quella è musica classica. Esiste un solo tipo di musica: quella ‘bella’. Nel senso più alto e completo del termine, ovviamente. L’altra, semplicemente, non è musica. La verità è che, dopo tutto quello che lei ha fatto per noi, noi – che pure siamo il ‘paese della musica’ – non siamo nemmeno stati capaci di regalarle una ‘casa’ degna di questo nome. A tutto questo si aggiunge il fatto che i concerti nemmeno li guardiamo, ipnotizzati come siamo dai display degli smartphone nei quali li registriamo. Registrazioni che non guarderemo mai. Chi ne ha tempo e voglia? E poi: che senso avrebbe? Guardare il DVD della Cappella Sistina non è certo come visitarla. E rigirarsi tra le dita una cartolina della Venere di Milo o del David di Michelangelo, non è affatto come fermarsi qualche minuto davanti a loro, per lasciarsi illuminare dall’incommensurabile bellezza che dispensano. E così, mentre il nostro smartphone registra il concerto, noi perdiamo proprio quel momento che ci illudiamo di catturare e rendere immortale grazie a un clip. Follia. Come siamo arrivati fino qui? Non lo so, confesso. Le cause sono tante. Troppe. La corona (di spine) di un ‘rosario’ che abbiamo recitato, inutilmente, mille e mille volte. Una cosa, però, è certa: la colpa è nostra, non della musica. «All things must pass», cantava George Harrison. Aveva ragione. E nemmeno l’arte delle arti può fare eccezione. Purtroppo. È vero: la sua vis creativa e la sua energia, si sono appannate da tempo. Fisiologico. E inevitabile. Dopo una ‘fanciullezza’ incredibilmente promettente (anni ’20-’40), un’adolescenza straordinaria e sorprendentemente creativa (’50-’60) e una splendida maturità (’70-’80), ha cominciato a sentire il peso degli anni, e a patire la miopia di un’industria – la discografia – che ha sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. Quando (anni ’50-’70) i dischi si vendevano a vagonate, lei si è illusa che fosse merito suo e non della qualità stellare della musica prodotta in quegli anni e della voglia di musica del pianeta. E, così, ha pensato di essere il ‘dominus’ della situazione, convincendosi del fatto che sarebbe stata in grado di governare quella rivoluzione tecnologica (digitale, CD, MP3, playlist, Internet, file sharing, iTunes, Spotify…) che, invece, avrebbe finito col travolgerla. Non era merito della discografia il successo del disco; e non è colpa della discografia la sua fine. Non tutta, almeno. Il fatto, però, che lei ci fosse negli anni d’oro e che ci sia anche in questi anni di ‘carta straccia’ del ‘disco’ (inteso, qui, come ‘prodotto-canzone’, quale che sia il formato nel quale viene commercializzato), dimostra, con incontrovertibile evidenza, la sua inutilità. O, volendo essere indulgenti, la sua impotenza. È del tutto evidente, infatti, che, se l’industria fosse stata utile o ‘potente’, sarebbe riuscita a gestire la ‘rivoluzione tecnologica’ e noi non ci troveremmo certo al punto in cui ci troviamo. Tra i momenti chiave che – a mio personale e sindacabilissimo giudizio – hanno, lentamente, spinto la ‘musica popolare’ dal cuore alla periferia della nostra società, c’è il suo essere passata dalle orecchie agli occhi. Mi spiego. A partire dalla fine degli anni ’70, l’irruzione dei videoclip ha spostato, irrimediabilmente, l’accento dall’ascolto alla visione. Strada senza ritorno. «Video killed the radio star», cantavano i Buggles. In realtà, insieme alle ‘stelle della radio’ (quando la musica si sentiva ma non si vedeva, appunto), è tutta la musica che ha cominciato ad agonizzare. Ritrovandosi subalterna all’immagine e, quindi, semplice sottofondo, smetteva, di fatto, di essere protagonista per diventare comprimaria. E noi, quasi senza accorgercene, smettevamo di ascoltarla e cominciavamo a guardarla. Risultato: la nostra attenzione si è concentrata sulle immagini e, a poco a poco, le nostre orecchie si sono allontanate da sonorità, modi, melodie, armonie, arrangiamenti, ‘produzioni’. Persino dai testi. Tutto questo ha prodotto un progressivo impoverimento del nostro grado di ‘sensibilità musicale’. Impoverimento che, all’inizio, ha intaccato solamente la nostra capacità di ascoltare musica ma, a poco a poco, ha cominciato a influire, negativamente, anche sulla nostra capacità di scriverla. Risultato: la qualità della musica ha cominciato a scendere. E, di conseguenza, è scesa anche la nostra voglia di ascoltarla. In un cortocircuito che, lentamente, ci ha portati ad appassionarci ad altro, favoriti in questo dall’avvento di tecnologie straordinariamente attractive (consolle di videogame, smartphone e tablet sempre più sofisticati e affascinanti), che ci hanno portato a preferire e godere di altri linguaggi. Eccesso di produzione e diffusione della musica, poi, invece di riavvicinarla a noi, hanno finito con l’allontanarla sempre di più, per l’inevitabile abbassamento della qualità dell’offerta e per la disaffezione dovuta all’overdose quotidiana di ascolti non richiesti. Del resto, se ci ingozzassero, continuamente, dei nostri cibi preferiti, finiremmo col detestare persino quelli. Last ma tutt’altro che least, il ruolo dei social, che hanno finito con lo snaturare il senso stesso del termine socialità, sostituendo al contatto fisico quello virtuale e annullando, insieme alla necessità, anche il piacere del nostro incontrarci ‘dal vivo’. Siamo diventati animali social ma abbiamo smesso di essere ‘animali sociali’, nel senso nobile, caro ad Aristotele. Un passaggio molto più rilevante di quello che sembra, perché ha ridotto, fino quasi ad annullarla, la dimensione relazionale, comunicativa e creativa dell’incontrarsi. Sia nel gruppo che nella coppia. Dimensioni senza le quali non può esserci musica. La perdita di valore della dimensione-gruppo, infatti, non riguarda solo gli amici ma anche ensemble e band; mentre la perdita di valore della dimensione-coppia non riguarda solo la qualità della relazione tra due persone, ma anche quella della coppia artista-pubblico. Insieme alla necessità di incontrarci ‘fisicamente’, non abbiamo perso soltanto il piacere di farlo, ma anche i frutti che tali incontri avrebbero potuto generare. La bellezza del fare musica insieme (scrivere, suonare, incidere…), ad esempio, ma anche del condividerla. Sia nella dimensione artista-pubblico, che in quella dell’ascolto collettivo di un disco (cosa frequentissima negli anno ’70) o di un live. E, così, la musica, da fenomeno sociale è diventata fenomeno individuale (iPod, si chiamava il primo player Apple, con un prefisso ‘I’ – ‘io’ – che la dice lunga su questo processo di individualizzazione tutt’ora in corso), perdendo la gran parte del suo fascino e la quasi totalità della sua natura e missione di linguaggio. Il problema più grande, però, è la nostra mancanza di attenzione. Mancanza imperdonabile, che la musica certo non merita. La musica è una pianta e, come ogni pianta, ha bisogno di terra, acqua e sole. O non crescerà mai. Né potrà mai dare fiori e frutti. Terra è la nostra anima; acqua, la nostra attenzione; sole, la nostra passione. La musica dà la vita ma, per poterlo fare, deve essere viva. E questo dipende, esclusivamente, da noi. «And in the end, the love you take is equal to the love you make», cantavano i Beatles. Amiamola, dunque, o lei non sarà più in condizione di amare noi. E perderemo molto più di quanto immaginiamo. Giuseppe Cesaro L'articolo Musica social periferico proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – Negli ultimi anni, come ben sappiamo, la chitarra acustica si è enormemente evoluta e – diciamoci la verità – noi chitarristi non ci accontentiamo più di possedere solo una buona chitarra e una buona D.I. Per situazioni live, oggi il chitarrista acustico moderno, oltre ad avere un amplificatore specifico per il suo strumento, ama circondarsi di apparecchi nati per offrire nuove sonorità, che sinceramente apprezzo perché in molti casi stimolano la creatività e migliorano nettamente il suono. È il caso del pedale oggetto di questa prova, già in commercio da alcuni anni e utilizzato da molti professionisti acustici ed elettrici, nonché di sicuro impiego anche per basso elettrico e contrabbasso. L’Empress ParaEq with Boost è un equalizzatore parametrico a pedale, progettato e costruito in Canada utilizzando componenti della massima qualità, scelti per la loro trasparenza e naturalezza del segnale. Di piccole dimensioni e con una colorazione azzurra ben applicata, il pedale ospita molti controlli e selettori, con un percorso del segnale completamente analogico, per fornire il tono più organico e trasparente possibile. Infatti sullo chassis sono presenti ben 7 manopole, 4 selettori, più 2 switch con relativa spia di accensione. La costruzione è curata nei minimi particolari e, considerando il reale prezzo di acquisto, il pedale rientra negli oggetti di categoria ‘boutique’, oggi molto in voga tra noi ‘chitarrofili’. Strutturalmente, al di là dei molti controlli disponibili, il ParaEq è abbastanza semplice nell’uso, anche se richiede di sicuro un po’ di tempo per rendersi pienamente familiare. I comandi gestiscono un equalizzatore parametrico a 3 bande, ciascuna con 3 ampiezze e 3 frequenze selezionabili a piacimento per un controllo del tono preciso e un basso rumore di funzionamento. I primi 3 pot sopra i 2 grossi e robusti switch gestiscono il gain delle basse, medie e alte frequenze, con un’escursione che va da -15 a +15 dB. Gli altri 3 potenziometri posizionati più in alto controllano le frequenze dell’equalizzatore, con lo scopo di neutralizzare feedback fastidiosi rispettando la natura dello strumento collegato. Lo slogan del brand specifica che, con l’Empress ParaEq «il tuo strumento suonerà comunque come il tuo strumento, solamente meglio.» Per ogni banda è poi presente uno switch a 3 posizioni, che permette di scegliere la curva di lavoro della frequenza stessa, utile per ridurre le asprezze o incrementare i medi superiori, e soprattutto negli strumenti acustici e con corde in nylon per ottenere un timbro dall’attacco pronunciato e di gran carattere. Proseguendo, incontriamo uno switch denominato Input Pad, da usare per livellare i volumi quando abbiamo più strumenti con uscite diverse. I due grossi interruttori a pedale sono adibiti il primo all’accensione del pedale stesso, e il secondo all’inserimento di un ottimo boost, regolabile con pot dedicato fino ad arrivare addirittura a 30 dB di guadagno pulito, comodo per assoli in situazioni live. Per finire, è presente la presa di alimentazione (del tipo Boss) che può ricevere 9V/12V/18V, selezionabile internamente con microinterruttore dedicato e con un assorbimento di soli 85 mA. È chiaro che, di fronte ad apparecchi del genere, non possiamo aspettarci prezzi concorrenziali. Ma siamo anche consapevoli che, in questo caso, disponiamo di due pedali in uno, con caratteristiche altamente professionali e qualità Hi-Fi. Passiamo al test vero e proprio. Armato della mia steel-string con sistema integrato piezo/mic a condensatore e amplificatore, iniziamo a capire e sentire come funziona il pedale. Ovviamente si tratta di un true-bypass, per cui a unità spenta il suono rimane inalterato, senza alcun tipo di degrado. Appena acceso, e con tutti i controlli e switch in posizione centrale, la mia chitarra ha cambiato voce con un timbro più aperto e dinamico, che già da subito invoglia a suonare. Per il momento decido di non usare il boost incorporato, concentrandomi esclusivamente su come può cambiare il mio suono agendo sui vari comandi. Infatti, già con minime variazioni, si percepisce un cambiamento timbrico grazie ai vari controlli dedicati, con cui possiamo modellare il nostro suono senza limitazioni e con un risultato sempre musicale e sfruttabile. Con la mia nylon crossover, con sistema di amplificazione caratterizzato da due sensori a contatto, il divertimento è aumentato a dismisura. In molti altri contesti, devo essere sincero, ho trovato difficoltà a eliminare certe frequenze un po’ ingombranti e fastidiose; ma con l’Empress ParaEq il mio suono in nylon è migliorato notevolmente. La sezione boost, che offre 30 dB di boost pulito, ottimo per assoli, è interessante anche se usata per fungere da guadagno di make-up quando si esegue un’equalizzazione di tipo sottrattivo. Utilizzato da molti professionisti dello strumento, tra i quali il tedesco Sönke Meinen, l’Empress Paraeq è l’aggiunta perfetta a qualsiasi pedaliera che si rispetti. Da provare assolutamente. marcoalderotti1966@gmail.com Scheda tecnica Empress ParaEq with Boost Tipo: equalizzatore/boost a pedale Costruzione: Canada Distributore: www.empresseffects.com Potenza tensione di ingresso: 9-18V DC (punta negativa) Consumo energetico: 85 mA Impedenza d’ingresso: 1 MΩ Impedenza di uscita: 510 Ω Peso: 0,454 kg Prezzo: € 289 (IVA inclusa) L'articolo Empress ParaEq with Boost proviene da Fingerpicking.net.
A Roma nelle giornate del 20, 21 e 22 marzo 2020, si svolgerà la VIII edizione del Roma Expo Guitars. La Mostra si terrà presso la sede della Roma Eventi Fontana di Trevi sita in Piazza della Pilotta n. 4. Per orari ed informazioni visitare il sito: www.romaexpoguitars.com L'articolo Roma Expo Guitars 2020 proviene da Fingerpicking.net.
(di Gabriele Posenato) – Erano anni che volevo andare al Festival Guitare di Issoudun. Da quando, giovane aiutante al Guitar Festival di Soave, ne sentivo parlare dalle delegazioni italiane che via via vi partecipavano: Pietro Nobile, Gae Manfredini, Paolo Giordano, Andrea Benzoni e tanti altri, accompagnati da Marino Vignali e dallo staff della ADGPA italiana. Per uno come me, cresciuto nell’adolescenza a pane e Marcel Dadi, questa cittadina medievale dispersa nella Francia centrale è sempre parsa come una meta di pellegrinaggio. Quest’anno, complice l’invito a parteciparvi rivolto a Ermanno Pasqualato, in quanto eletto “Liutaio dell’anno” al Guitar International Rendez-Vous dell’ADGPA a Pieve di Soligo, mi sono aggregato al suo stand Herrmann Guitars come dimostratore dei modelli lap steel e Weissenborn. Issoudun ci accoglie in una tipica giornata autunnale, pioggia e nebbiolina. Arriviamo con largo anticipo, circa due giorni, e impieghiamo il tempo a visitare i dintorni di questa regione di Francia che non avevo mai visto. Chilometri e chilometri immersi nella campagna, a sali e scendi, abitata solo da vacche di razza charolaise al pascolo e borghi sparsi qua e là. Il festival inizia il giovedì 31 ottobre con il concerto di Danny Trent, vincitore a sua volta del premio “Chitarrista emergente” al Rendez-Vous di Pieve di Soligo, Michel Gentils, il duo Sirius e François Sciortino. Ottima esibizione del nostro conterraneo nel tempio della chitarra. Il venerdì mattina è dedicato al montaggio dello stand, perché qui l’esposizione parte il pomeriggio e si protrae fino a sabato sera. Ciò che balza agli occhi subito è la perfetta macchina organizzativa. Veniamo accolti, spaesati in mezzo a tanto movimento, da Gérard Sadois e i suoi collaboratori intenti a montare strutture per il palco, con la radio che trasmette continuamente musica per chitarra e interviste a liutai e musicisti. La location è il Centro Congressi, dove troneggia all’ingresso una enorme Fender Stratocaster, curata nei minimi particolari. La partecipazione dei liutai è alta, mi ricorda l’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana al massimo dello splendore, tanto che a una trentina di espositori è stato detto di no. Sono quasi tutti francesi, ad eccezione dei due italiani Herrmann Guitars e Filbo, la ditta specializzata in legni, bordure e filetti per liuteria. Il programma è nutritissimo e si fa fatica a stare dietro a tutto, tra master class, concerti e quant’altro, per cui decido – nei momenti liberi dallo stand di Ermanno – di testare le chitarre che mi attirano particolarmente. Difficile fare delle scelte, la qualità e il livello sono altissimi, per cui vado per esclusione: via le elettriche e le resofoniche, rimane tutto il resto, e a fine manifestazione non ce l’ho fatta a provarle tutte. Ultimamente ho mani e orecchie per la chitarra classica, così vado alla ricerca del nylon come un cane da tartufo. Grandi chitarre ovunque, dai prezzi poco accessibili, fino a che in uno stand un po’ defilato non scorgo tre bellissime classiche dalle fattezze moderne e accattivanti. Allo stand c’è una bella signora, per cui ripasso velocemente qualche frase di convenienza e mi lancio… «Parli pure italiano, ho vissuto in Italia» è la risposta, e la figura di ‘cioccolato’ è servita. Nel frattempo giunge il marito, ex grafico (adesso capisco le linee originali dello strumento) ora dedito alla liuteria. Mi soffermo su queste chitarre per una mezz’ora: dopo tre note le sento già mie, con un suono bello pieno, rotondo con un gran volume. Il soundport poi ti spara diretto tutto questo ‘ben di Dio’. Il ponte in legno di limone presenta le corde che partono da sotto la tavola, in un modo semplice e neanche troppo complicato. Tastiera e manico confortevoli. Me ne sarei presa una, visto il prezzo accessibilissimo. Li ho invitati a farsi un giro a qualche festival in Italia: liuteria Pierre Marc Martelli da tenere d’occhio. Vicino allo stand di Ermanno, un liutaio di chiare origini russe, Ivan Degtiarev, espone delle superbe classiche con rosette intriganti. Sempre a fianco del nostro stand espone Guy Butterlin, belle chitarre sobrie dal gran suono; vista la vicinanza sono quelle che ho testato di più: ottime le tastiere fan fret. Ancora vicino a noi le innovative chitarre Kopo e il chitarrista e liutaio Antoine Payen. Al secondo piano dove siamo posizionati noi, c’è anche la radio che trasmette musica per chitarra e intervista liutai e musicisti ventiquattr’ore su ventiquattro. Noi stessi abbiamo avuto il piacere e l’onore di un’intervista, ed è stata un’ottima occasione per presentare il mio nuovo CD di prossima uscita, dedicato alle chitarre Weissenborn; tra l’altro, quelle di Hermann Guitars sono le uniche presenti al salone. E per l’occasione Ermanno ha portato una sperimentale Weissen-harp, molto intrigante, con corde passanti super-treble sotto le sei corde principali e tre bassi aggiunti. Sul palco al nostro piano si sono alternati, in un perenne open mic, musicisti di ogni estrazione: una festa continua. A pranzo e a cena una mensa attrezzatissima rifocilla tutti, per cui non si esce mai dal Centro Congressi, facilitando gli incontri e le discussioni. Così capita di cenare a fianco di Michel Gentils, François Sciortino e tanti altri. Sempre molto gentili e disponibili tutti i componenti dell’organizzazione. Alle cinque del pomeriggio del venerdì parte il concerto per i liutai all’interno del teatro del Centro Congressi, ottimo per la resa delle chitarre. Tocca a me presentare le Weissenborn di Ermanno. Un italiano in terra francese, solo contro tutti e con un solo brano per giocarmi tutto. Faccio quello che so fare, salgo sul palco e spiazzo tutti con una battuta: «Je suis italien e je connais quatre mots [sono italiano e conosco quattro parole]: je suis Catherine Deneuve»… e tutti giù a ridere. Il più è fatto, mi resta solo che suonare il brano. A giudicare dall’accoglienza e dai CD venduti dopo, è andata molto bene. Il sabato ho molto tempo a disposizione e ricomincio i test. Un saluto ai fratelli Chatelier, al cui stand incontro finalmente un amico di Facebook, Philippe Fouquet, con cui condivido la passione per le harp guitar. Qui ho anche la possibilità di provare una fantastica chitarra long-neck. Chitarre sobrie, dalla chiara identità, che hanno conquistato molti chitarristi, a giudicare anche dal CD sampler Chatelier Guitars – The Player’s Collection coordinato dal nostro Giovanni Ferro. Vicino a loro Philippe Cattiaux, che unisce moderno e antico nei suoi strumenti. Di fronte campeggia una strana OM di Richard Baudry: ha le corde in nylon! Legni super. In posizione centrale, come si addice a un re, sua maestà Franck Cheval. Un mito vivente della liuteria francese, chitarre sontuose, rifinite ai massimi livelli; per averne una però bisogna accendere un mutuo. A fianco le chitarre Darmagnac, in una parola ‘imperiali’ per rifiniture e suono prodotto, a un prezzo abbastanza accessibile per le tasche italiane. In questa area dell’esposizione ci sono forse le chitarre acustiche più interessanti: lo stand della JRK Lutherie mostra un’interessantissima OHM. Il giovane Pierre Bertrand mi fa provare una parlor adatta per il blues dal fondo e fasce splendidi. Accanto all’altra star della liuteria francese, Maurice Dupont, con tutta la scuderia di acustiche, classiche e gipsy, tanti giovani liutai dalle idee chiare e di provata esperienza: Jérémie Geffroy con due belle chitarre in esposizione; Florian Jégu con chitarre che si rifanno a tendenze internazionali, con bevel e rosette elaborate; così come Thomas Féjoz con chitarre curate nei minimi particolari, soprattutto negli intarsi sulla tastiera. Marc Boluda, liutaio dell’anno, con un set di chitarre una più bella dell’altra; Tino Battiston con belle combinazioni di legni per le proprie chitarre. Non manca chi propone sistemi di acquisizione del suono, come la Boton con un interessante pickup a contatto, provato anche sulla mia Weissenborn. Presenti anche le resofoniche di Fine Resophonic. Non molte chitarre elettriche e, a differenza dell’Italia, chi le provava aveva la sensibilità di non disturbare i vicini. Ovviamente non ho citato tutti; la lista dei partecipanti è presente sul sito del festival issoudun-guitare.com. Come tutte le manifestazioni, anche questa passa velocemente e il sabato sera, momento dell’ultima cena collettiva, decreta la fine dell’avventura francese. A chiudere la manifestazione la star Ana Popović, ma noi – dopo aver smontato – eravamo già a dormire. Il giorno dopo ci avrebbe aspettato un diretto di quindici ore per l’Italia. Gabriele Posenato L'articolo Issoudun ‘Capitale de la Guitare’ – Appunti di viaggio proviene da Fingerpicking.net.
È online il numero 01/2020 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali. La cassa veloce (di Reno Brandoni) – Molti di voi sanno di cosa parlo. La vita del musicista in parte si svolge all’interno di un supermercato. Almeno la mia. Non avendo orari fissi di lavoro, il tempo può essere gestito con flessibilità e così, di solito, l’onere dell’approvvigionamento ricade sui più ‘fannulloni’, quelli che nella loro vita hanno imparato l’arte e non l’hanno messa da parte. È vero, anche gli impiegati e i professionisti, obbligati da orari perentori, si dedicano a questa attività. Alcuni con piacere, altri costretti dalla moglie – solitamente il sabato – che pretende una più partecipata condivisione della vita familiare. Ma questi ultimi li riconoscerete subito: sono comunemente quelli dal carrello con la ruota difettosa, annunciati dal rumore fastidioso che generano durante il percorso, accompagnati dal brontolio della compagna ed evitati per l’imponderabilità della traiettoria del loro mezzo di raccolta. La differenza evidente tra le due specie di homo domesticus si percepisce dalla quantità di prodotti che giacciono nel carrello. I primi, i ‘nullafacenti’, hanno pochi articoli: giusto il necessario per completare la giornata; gli altri, invece, si muovono raccogliendo il necessario per l’intera settimana o – peggio – per uno o più mesi, vista l’incalcolabile quantità di mercanzie che trascinano a fatica verso le casse per saldare il loro debito. Finalmente, le casse. Per noi, supermarket addicted, il momento del pagamento è cruciale: è l’attesa snervante, che ci fa sentire dilapidatori di tempo essenziale. Il giro tra gli scaffali, lo viviamo in maniera produttiva: è un momento di ricerca e analisi, che ci rende partecipi del consumismo e della società, che spesso dimentichiamo persi dietro alle nostre chitarre. Diciamo che è una momentanea immersione nella realtà. La sosta per il pagamento, invece, trasforma in ansia e nervosismo questa quotidiana abitudine, rendendola insopportabile e spesso impraticabile. Lo spirito del commercio, come sapete, non si arrende. E analizza con precisione ogni bisogno, pronto a soddisfarlo per rendere l’esperienza della spesa la più piacevole possibile. Ecco allora l’invenzione del secolo, la ‘cassa veloce’, accompagnata da un sottotitolo che farà comprendere a tutti come sia stata inventata esclusivamente per noi adepti quotidiani alle spese essenziali: «max 15 pezzi». La distinzione tra pezzi e articoli deve essere ben chiara a tutti. Se prendo tre pacchi di fusilli, sono tre pezzi, nonostante si riferiscano a un solo e unico ‘codice articolo’. Questa precisazione è essenziale, perché spesso le nostre ‘casse veloci’ sono assaltate da furbetti, che trovano le mille e una scusa per rendere compatibili i loro acquisti con l’imperativa selezione ordinata da quel «max 15 pezzi». C’è il tipo dell’uno in più: «Quindici o sedici che differenza fa?» Fa, fa! E ci sono quelli che viaggiano ‘borderline’, sollevando delle eccezioni che mettono in discussione tutto il sistema: «La confezione con sei bottiglie di acqua è un pezzo o sei pezzi?» Le teorie si dividono in vari teoremi: c’è chi sostiene che vale il numero di barcode sparati, che in questo caso sarebbe unico; c’è invece chi ribadisce la teoria dei pezzi: sei bottiglie sono sei pezzi. Le eccezioni rappresentano varchi alle regole: se non si può confermare un principio, allora tutte le violazioni del principio stesso sono valide. C’è anche chi interviene sostenendo che a questo punto il pacco da centocinquanta cotton fioc non potrebbe mai essere acquistato; ma viene subito ignorato per il fatto che… è un bassista: lo si capisce dalla statura, dalla curvatura della schiena e dalle osservazioni che fa… ovviamente ‘fuori tempo’. Nel supermercato che frequento si è creata una specie di ‘dogana’: un controllo attento ai carrelli della spesa che si avvicinano alle casse veloci, cercando di portare ordine e disciplina all’interno del market, e rendendo meno traumatica l’esperienza del pagamento. Per quanto impegno ci si metta, però, il risultato è modesto per mancanza di un’autorità che punisca severamente i trasgressori. Così, soprattutto il sabato, le file di carrelli con ben più dei quindici pezzi permessi si affollano davanti alle ‘casse veloci’, rendendo inutili i disperati comunicati della dirigenza del luogo: «Apre cassa 4», «Cassa 7 è libera». I carrelli sono tutti in fila per godere di quel rivoluzionario sistema di pagamento e per dimostrare che, in barba alle regole, nessuno potrà ostacolare un diritto se il divieto non è giuridicamente sancito e disciplinato. Perdendo di vista il più importante e fondamentale principio della nostra civiltà: l’educazione. L’eloquente esempio delle ‘casse veloci’, si può applicare a molti dei momenti che viviamo nella nostra confusa quotidianità. Quest’estate ero tra il pubblico durante un fantastico ed emozionante concerto. Era pomeriggio e il concerto, gratuito, si teneva in una romantica laguna al calar del sole. Tutti in silenzio seduti a terra, eravamo in trance catturati dalla musica, quando un signore – neanche tanto giovane – si è posizionato al centro della platea. In piedi e con le braccia conserte, osservava beato la performance. Una gentile ragazza dell’organizzazione si è avvicinata e, con fare elegante, gli ha chiesto gentilmente di spostarsi e sedersi. Il signore, sgarbatamente, ha domandato alla ragazza chi era lei, per poter dare a lui quell’ordine. Nessuna legge gli impediva di stare in quella posizione, pertanto non si sarebbe spostato. Si vedeva che il signore era molto ‘colto’: doveva avere a casa almeno la connessione a Internet da 1 gigabyte e uno smartphone sempre connesso, con almeno 50 gigabyte di traffico garantito. La ragazza si è rotirata in buon ordine, con le guance rosse per la vergogna. La distinzione tra regola e diritto è fondamentale: la prima ha a che fare con la morale e l’etica; la seconda con il divieto e il permesso. Ora, dire che ciò che non è vietato è permesso, può risultare ‘saggio’, ma spesso è inopportuno. Laddove il limite diventa impraticabile, bisognerebbe introdurre le regole del buon senso e del rispetto, che mi pare si siano smarrite da tempo. Reno Brandoni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 01/2020 proviene da Fingerpicking.net.
Al Winter Namm Show 2020 Martin ha presentato la SC-13E, un modello davvero particolare e ricco di innovazioni concettuali: cassa asimmetrica, X-Bracing sul fondo, manico smontabile e regolabile, forma del corpo particolarmente ergonomica e con accesso facilitato al fondo della tastiera. Se Martin, che di fatto da sempre stabilisce il ‘termine di paragone’ quando si parla di chitarre flat top, è costantemente alla ricerca di innovazioni, non può che essere un fattore importante e stimolante per tutto il comparto. Ma… c’è un ‘ma’ ovviamente… Il sistema di fissaggio e allineamento del manico, denominato Sure Align Neck System e sviluppato da una terza parte, probabilmente frutto dello sviluppo dei progetti di Babicz acquisiti da Martin tempo fa, nel nostro paese ha immediatamente ‘ricordato’ a molti il sistema FastLOCK sviluppato da Eko e montato sulla serie MIA, ma non solo, per parecchi anni. L’inventore del FL – e depositario del brevetto internazionale – Remo Serrangeli, non è certo uno che le manda a dire e da settimane, su social e siti vari, sta esprimendo una certa ‘irritazione’ in merito. In attesa di poter mettere le mani sulla chitarra in questione e poter esprimere un parere ‘sensato’ (ma difficilmente se ne parlerà prima dell’estate) una certa curiosità al riguardo mi ha spinto ad approfondire un po’ l’argomento. Anzitutto bisogna ammettere che Martin ha messo pochissime informazioni sull’argomento in rete, e soprattutto nessuna specifica tecnica. Sicuramente dipende dal fatto che il sistema è ancora Patent Pending, quindi in corso di deposito, e hanno voluto tutelrsi in questo senso. Da quel poco che sono riuscto a sbirciare in rete su foto e video promozionali, l’idea che mi son fatto è che le similitudini siano tante quante le differenze: una su tutte l’utilizzo di uno shimmer di spessore variabile da posizionare sotto il tacco per la variazione dell’angolo del manico. Certo la curosità è molta, non vedo davvero l’ora di metterci le mani sopra… Mario Giovannini L'articolo Martin copia Eko? proviene da Fingerpicking.net.
(di Giuseppe Tropeano) – Correva maggio 2019 quando sono stato invitato a suonare all’Acoustic Crossroad di Tolentino, un nuovo festival con fiera annessa, ambientato in una location mozzafiato. Tra i vari espositori presenti, c’era Aramini Strumenti Musicali che, come sempre, espone con grande eleganza e abbondanza di strumenti. I marchi presentati erano quelli ai quali il pubblico è molto affezionato, con i grandi classici di ogni casa e anche delle belle novità. Tra queste, scopro che stanno presentando al pubblico un marchio nuovo per il mercato italiano: Martinez Guitars, una linea di strumenti con corde in nylon dal look accattivante. Così, mentre guardo incuriosito, vedo ‘lei’ e subito l’allarme GAS entra in funzione, con tanto di lampeggianti e sirene accese! Una chitarra dalla forma un po’ strana, senza la classica buca da classica (scusate il bisticcio di parole), 14 tasti fuori dalla cassa, corde in nylon e interamente costruita con un legno che a prima vista sembra mogano, ma che poi scopro essere ovangkol massello (un legno di origine africana). Queste caratteristiche sarebbero sufficienti a intrigare anche il meno curioso dei chitarristi… ma c’è dell’altro: la cassa armonica è stretta e con una spalla mancante che permette l’accesso al XXIV tasto (sì, sì, avete letto bene: XXIV tasto!). Sulla fascia superiore c’è una soundport e anche il preampliflicatore Fishman Presys con microfono e piezo miscelabili a piacere, notch filter, EQ e accordatore. Molto particolare la piccola buca frontale a forma di ‘baffo’ posizionata alla fine della tastiera in ebano. Scopro inoltre che Martinez costruisce questo modello in altre due versioni, che si differenziano per i legni utilizzati: una versione con fasce e fondo in acero e tavola in abete; e l’altra sempre con tavola in abete ma con fasce e fondo in palissandro. Posso confessarvi un segreto? Avevo paura di suonarle, per due motivi: il primo è che non volevo si rivelassero una delusione una volta prese in mano; l’altro è che, se non si fossero rivelate una delusione, l’infatuamento si sarebbe trasformato in amore… aiuto! Comincio a suonare quella in ovangkol, la MSCC-14OV. Chi, come me, non è abituato alle chitarre crossover, ha bisogno di un paio di minuti per prendere le misure della tastiera da 48 millimetri al capotasto: una via di mezzo tra le misure di una classica e quelle di un’acustica. Il suono è bello rotondo e caldo, con tanti colori. Il volume è sorprendente considerando che la cassa è profonda solo 6,5 cm. La chitarra è divertentissima, non si riesce a smettere di suonarla. È perfetta per suonarci in fingerstyle. E quindi come posso resistere dal fare tutti i brani che conosco di Jerry Reed? Appunto, non posso! E finiti quelli? Scott Joplin! Provo anche le altre due: quella con fasce e fondo in acero, la MSCC-14MS, è totalmente diversa – a livello timbrico, ovviamente – dalla precedente: il suono è sempre molto morbido, anche se molto più chiaro. La soundport aiuta tantissimo nel ‘monitoraggio’ del suono, e devo dire che è proprio piacevole riuscire a percepire il proprio timbro così come viene fuori dallo strumento invece che ascoltarlo ‘da dietro’. Nota dopo nota, mi rendo conto che il feeling restituito da questi strumenti è di assoluta comodità per entrambe le mani. Mi manca da provare quella in palissandro e abete, la MSCC-14RS , ‘potenzialmente’ la mia preferita. E già dalle prime note viene promossa da potenzialmente a ‘sicuramente’ la mia preferita. Ha un volume che definirei ‘assurdo’ (sempre rapportato alle misure della cassa) e ogni nota ha un attacco molto preciso. Il suono è brillante con dei bassi molto, molto pieni e corposi. La chitarra risponde a tutte le dinamiche richieste e, anche ad ogni spostamento della mano destra, corrisponde un timbro differente. Un altro particolare importante, che avvicina queste chitarre al ‘mondo moderno’, è il fatto che la tastiera e il ponte non sono piatti come nelle chitarre classiche tradizionali, ma presentano un ‘radius’: questo permette di aggiungere un altro ‘segno +’ alla voce comfort. Queste Martinez modello Performer non sono i primi strumenti senza la buca che provo, ma di sicuro non fanno altro che confermare la sensazione avuta anche con gli altri: suonano bene. Il fatto che le vibrazioni della tavola non vengono interrotte dall’assenza del legno tolto per fare la buca, secondo me, ha un riscontro più che percepibile nel momento in cui si inizia a suonare. Giuseppe Tropeano Scheda tecnica Martinez Performer Tipo: chitarre classiche crossover con spalla mancante Distributore: www.aramini.net Fasce e fondo: a scelta fra ovangkol, acero o palissandro (legni massello) Tavola armonica: a scelta fra ovangkol o abete (legni massello) Ponte: palissandro indiano Manico: mogano Tastiera: ebano Diapason: 650 mm Larghezza capotasto: 48 mm Truss rod: regolabile a doppia azione Pick up: Fishman Presys con accordatore Meccaniche: Martinez dorate M1-P12S4 Custodia morbida: AC-MGB20 inclusa Finitura: high gloss poliuretanica Prezzo di listino: da € 1190 a 1270 (IVA inclusa) L'articolo Martinez Performer proviene da Fingerpicking.net.
(di Dario Fornara) – «K•Tar è un accordo, è l’amicizia appassionata tra la liuteria, la sua esperienza, la profonda conoscenza della materia, unite all’imprenditorialità, all’impostazione organizzativa, alla passione per l’eccellenza. Grazie a questo incontro ha origine K•Tar, un modo nuovo di realizzare strumenti acustici di altissima qualità. K•Tar nasce da un desiderio: arrivare all’essenza del suono acustico.» Questo si legge e così si presenta K•Tar sul proprio sito Web, una nuova giovane realtà italiana che abbiamo avuto modo di conoscere durante l’ultima edizione di Mondomusica a Cremona. La fiera è stata una buona occasione per provare alcuni modelli esposti, oltre che per fare due chiacchiere con Michele della Giustina, apprezzato liutaio italiano che ha collaborato alla realizzazione di questo progetto. Gli strumenti K•Tar si pongono sul mercato tra gli strumenti di alta qualità, e per questo motivo abbiamo pensato meritassero un test più approfondito, in una location che mi permettesse di dedicare loro maggiore attenzione. Ringrazio quindi Alessandro Moro, titolare dell’azienda, che mi ha portato direttamente a casa le chitarre per questo articolo, e al quale ho anche rivolto alcune domande che, come sempre, ho il piacere di condividere con tutti voi. La prima chitarra in prova è il modello K3 Ziricote, uno strumento realizzato interamente con legni masselli di primissima qualità: abete rosso italiano per la tavola armonica e ziricote per fondo e fasce. Colpisce da subito l’essenzialità del progetto, che non concede nulla di superfluo alla linea bilanciata ed elegante delle forme della cassa e della paletta, forme che mi piacciono senza riserve, ma che entrano inevitabilmente nel campo del gusto personale. La chitarra è rifinita ad olio e cera, una soluzione che forse – rispetto ad una high gloss finish – penalizza visivamente la qualtà dell’oggetto, ma che è stata dichiaratamente adottata per migliorarne la resa acustica. Il lavoro di assemblaggio e di rifinitura è impeccabile, l’utilizzo di macchinari e in generale delle più moderne tecnologie, assieme al lavoro di mani qualificate, permette di realizzare strumenti praticamente perfetti: un connubio che, se sapientemente utilizzato, porta un grande valore aggiunto in termini di qualità finale del prodotto. La K3 è un nuovo modello, ha una forma originale che sta a metà tra una dreadnought e una grand auditorium, una ‘taglia’ versatile che rende lo strumento adatto sia alla tecnica fingerstyle che al flatpicking. Il manico in mogano khaya dell’Honduras è realizzato in pezzo unico (tacco e paletta non sono riportati), ha una sezione tonda e contenuta, e una tastiera in ebano con tastini ‘affogati’ (le estremità quindi non sporgono pur non essendo stati utilizzati binding di alcun tipo): caratteristiche che lo renderanno confortevole per la stragrande maggioranza dei chitarristi che avranno il piacere di provarlo. Si apprezza in modo particolare il diapason corto da 640 mm, che riduce la tensione delle corde, creando il giusto compromesso tra suonabilità e resa acustica dello strumento; anche quando si utilizzano delle accordature aperte, senza penalizzarne in alcun modo la timbrica. La larghezza del nut misura 43 mm, un po’ pochi per le mie dita, che preferiscono avere maggiore spazio di manovra; come anche al ponte, dove misuro 55 mm tra la prima e la sesta corda, una soluzione che rispecchia sicuramente uno standard per molti costruttori, ma che trovo personalmente poco in linea con la modernità generale del progetto. La paletta (che trovo bellissima e dal disegno originale marcatamente ‘veneto’!) monta delle meccaniche Gotoh aperte, stile butterbean, belle e funzionali; presto saranno disponibili le nuove meccaniche originali K•Tar, esposte in anteprima alla fiera di Cremona, un altro progetto che meriterebbe appena possibile un articolo di approfondimento. Il suono della K3 è definito e bilanciato, l’intonazione è chirurgicamente perfetta lungo tutta la tastiera, il volume generoso riempie l’ambiente e non posso che apprezzarne la timbrica complessa, ricca di armonici e di sustain, qualità che mi permettono di suonarci in modo dinamico e rilassato. La chitarra sembra prediligere i generi più moderni, sia con tecnica fingerstyle che flatpicking, dove è necessaria una timbrica aperta e riverberante. Ma è la versatilità a rappresentare il suo punto di forza, per cui mi sento di consigliarla a tutti i chitarristi che con una chitarra alla fine ci devono suonare un po’ di tutto; e non è cosa da poco! Provo la seconda chitarra, il modello K3 Walnut, che si differenzia dalla prima per la scelta del legno utilizzato per la costruzione della cassa: in questo caso infatti il fondo e le fasce sono in un figuratissimo noce. Vale quanto già descritto precedentemente per quanto riguarda costruzione generale e qualità delle finiture, mentre il timbro, come prevedibile, risulta completamente diverso. Al riguardo trovo molto interessante la scelta di proporre uno stesso unico modello in svariate varietà di legni, una scelta intelligente che – sfruttando la bontà del progetto di base – riesce ad offrire al cliente finale una grande varietà di timbriche differenti! La K3 con fondo e fasce in walnut ha un suono potente, caldo e morbido. È perfetta per accompagnamenti in strumming, dove genera un timbro delicato ed elegante, ma decisamente suggestivo per il fingerstyle. Il volume è impressionante, superiore a quello della sorella; i medi sono leggermente meno incisivi, ma i bassi sono strepitosi seppure mai invadenti. Una chitarra che ti vibra letteralmente addosso, un piccolo pianoforte con una timbrica ‘nuova’ e difficilmente catalogabile. La K3 Ziricote e la K3 Walnut sono due strumenti molto differenti e proprio per questo entrambi desiderabili, che mi lasciano con la grande curiosità di poter esplorare in futuro tutte le altre combinazioni di materiali disponibili. Le chitarre sono amplificate con un sistema attivo L.R. Baggs, un sistema assai conosciuto e sul quale non mi dilungo a descriverne pregi e difetti. Sulle K•Tar in esame garantisce una buona riproduzione acustica, forse in questo caso un po’ troppo propensa al feedback, ma sicuramente di buona qualità. Entrambi gli strumenti sono dotati di una bella custodia rigida (bianca!) della Hiscox. Il prezzo d’acquisto è impegnativo, ma la qualità c’è tutta. Oltre al vantaggio di poter scegliere, e sicuramente trovare, la propria chitarra ideale per sonorità e feeling tra tutte quelle disponibili: ovvero quelle della serie EU, con fondo e fasce in legni europei come il pero, il noce o l’acero; quelle della serie EX con fondo e fasce in granadillo, Santos o ziricote; e quelle meravigliose della serie XX con fondo e fasce in cocobolo, Madagascar o Rio! Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Scheda tecnica K•Tar K3 Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: K•Tar Acoustic Experience – Via Venezia 21/A, Vazzola (TV) – Tel. +39 (0) 438 28315 www.ktar.it office@ktar.it Tavola armonica: abete rosso italiano massello Fondo e fasce: ziricote massello, curly walnut massello Manico: mogano khaya dell’Honduras Diapason: 640 mm Intercorda: nut 37 mm, ponte 55 mm Sistema di amplificazione: L.R. Baggs Meccaniche: Gotoh ‘Butterbean’ Custodia: Hiscox Prezzo: contattare K•Tar L'articolo K•Tar K3 proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – È già da un po’ che nella mia testa mi perseguita l’immagine di una chitarra dalle dimensioni mini con un buon suono e, ovviamente, dal costo contenuto. Ma tra le molte novità oggi disponibili sul mercato questa è quella che mi ha colpito maggiormente. Sto parlando della nuova Crafter Mino/Walnut, strumento dalle dimensioni ridotte, ma che promette performance di ottimo livello. Di costruzione cinese, la chitarra fa parte della serie Mino con quattro modelli disponibili a catalogo, che differiscono sostanzialmente per la scelta dei legni. Il modello da me testato è la Mino/Walnut con fasce e fondo in noce laminato, molto figurato e bello a vedersi. La serie comprende poi la Mino/Mahogany con fasce e fondo in mogano laminato, la Mino/Koa con fasce e fondo in koa laminato, e la Mino/Alm interamente in mogano, con tavola armonica sempre dello stesso materiale ma in massello, mentre le prime tre versioni hanno il top in abete Sitka massello, con venature discrete e di buona qualità. Sul corpo della Mino/Walnut è presente un semplice ed elegante binding, caratterizzato da un mix di noce con due fili sottili in bianco di materiale plastico. Sul bordo superiore del top è presente un bellissimo e comodo armrest, che il nostro avambraccio destro ringrazierà per comodità e semplicità di utilizzo nel suonare. Sia la tastiera che il ponte sono realizzati in ebano di buona qualità. I 20 tasti disponibili sono montati correttamente, anche se non perfettamente rifiniti sui bordi. Sulla tastiera sono presenti dei minidot a forma circolare e, al dodicesimo tasto, un simpatico simbolo a forma di farfalla, tutti realizzati in mogano, che impreziosiscono a parer mio l’eleganza della chitarra. La paletta, impiallacciata in ebano e dal disegno semplice, è di tipo slotted con le sei meccaniche Grover nichelate a ingranaggi scoperti, che garantiscono un buon funzionamento e una gran tenuta dell’accordatura. Sulla stessa paletta c’è il marchio del brand più alcuni simboli floreali, mentre sia capotasto che selletta sono in Tusq bianco. Sul top non è presente il battipenna, e la rosetta attorno alla buca è realizzata semplicemente in noce con fili bianchi; soluzione già vista su modelli Maton, che adoro per semplicità costruttiva. Il manico è in mogano con una sezione tondeggiante e, considerando che la scala dello strumento è di soli 590 mm, la comodità nel suonare è immediata. Per concludere la descrizione, la chitarra ha una finitura satinata ben applicata e senza alcun tipo di sbavatura, presenta il secondo bottone per la tracolla, è amplificata ed è fornita di serie di una comodissima custodia morbida imbottita. Sicuramente, considerando il reale prezzo di acquisto, la chitarra è costruita molto bene, con una pulizia e precisione negli innesti sopra la media. Venti o trent’anni fa, per una cifra simile, ci si comprava un giocattolo o poco più; mentre oggi, grazie al mercato asiatico, ci portiamo a casa un vero strumento ben costruito e dal buon suono. Come al solito, armato del mio fido plettro, inizio a saggiare le qualità acustiche di questa mini Crafter. E rimango colpito presto dai risultati ottenuti. Inizialmente devo prendere un po’ di confidenza con le dimensioni reali della chitarra. Ma, grazie al setup di fabbrica (anche se migliorabile) e alla suonabilità, il divertimento non tarda ad arrivare. Strumming e flatpicking sono il suo pane, con una resa più che convincente, con medi e alti in evidenza, ma ricchi e caldi. Il volume e il sustain sono molto buoni, come pure la dinamica e, grazie al riverbero naturale, la mia creatività è andata alle stelle. No, non sto scherzando. Questa piccola Crafter fa sul serio. Il sistema di amplificazione integrato è l’S-1 Preamp a una via con piezo sottosella, realizzato direttamente in azienda. Come controlli prevede due rotelline e un mini interruttore adiacenti dentro la buca, per niente invasivi. Le rotelline gestiscono volume generale e tono, mentre l’interruttore Clarity modifica con una semplice pressione la curva di equalizzazione, schiarendo il timbro quando ne sentiamo il bisogno. Decisamente più che buono nella resa: anche se si tratta di un solo piezo, i risultati sono sopra ogni aspettativa con un suono equilibrato, maturo e sfruttabile. Questa piccola Crafter piacerà a molti, soprattutto a chi è in cerca di uno strumento economico, da portare ovunque, pratico per viaggiare e – non ultimo – dalle buone caratteristiche sonore. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Crafter Mino/Walnut Tipo: chitarra acustica mini elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.fbt.it Top: abete (massello) Fasce e fondo: noce (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Traversino e nut: Tusq bianco Meccaniche: Grover nichelate a ingranaggi scoperti Elettronica: S-1 Preamp Scala: 590 mm Prezzo: € 379 (IVA inclusa) L'articolo Crafter Mino/Walnut proviene da Fingerpicking.net.
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