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Victor l'Esploranote
Libri per bambini

Victor l'Esploranote

Victor l'Esploranote Stefano Di Matteo Lingua: Italiano Pagine: 78 Contenuti Multimediali: Video e Audio on line

Ear training per chitarra e non solo!
Libri Italiano

Ear training per chitarra e non solo!

Ear training per chitarra e non solo! Mimmo Langella Pag. 60 Lingua: Italiano Media: Audio on line

Fingerstyle Life
Libri Italiano

Fingerstyle Life

Fingerstyle Life Pierangelo Mugavero Pag. 74 Lingua Italiana Media: Video on line Con questo manuale l’autore vuole fornire una visione a 360 gradi sulle tecniche fondamentali della chitarra Fingerstyle, fornendo, dopo tanti anni di attività artistica, la sua personale visione dello stile dal punto di vista polifonico, attraverso esercizi, studi, brani originali e arrangiamenti, il tutto accompagnato da preziosi video che evidenziano ogni posizione e movi- mento delle mani. “Fingerstyle Life” è la sua impronta, un percorso progressivo ed entusiasmante che vi farà amare ancora di più questo strumento.

Chitarra Acustica - 2022 Aprile
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica - 2022 Aprile

editoriale › Sogno o son destro di R. Brandoni notizie Beppe Gambetta • L’Acoustic Guitar Village
a Cremona Musica • Il decano dei cantautori • Imperatore omaggia Eduardo De Filippo e Totò medley › Dario... di bordo – 13 di D. Fornara › Musica e scienza – 2 di R. Caruso recensioni Musica Muta (Musica Muta) • MTV Unplugged (Negrita) • Acoustic Paris (Artisti Vari) cover story › Stefano Tavernese e Lino Muoio: Il mandolino blues e altre storie di R. Brandoni e A. Carpi
› Boogie Chill (Stefano Tavernese e Lino Muoio) 
› Gypsy Mood (Stefano Tavernese e Lino Muoio) artisti › Tom Petty: le conversazioni con Paul Zollo di S. Staffieri
› John Hiatt: abbiate un po' di fede di S. Staffieri › Lorenzo Scuda: a teatro con gli Oblivion di D. Fornara strumenti › Chitarra acustica amplificata: Larrivée OM- 02E di M. Alderotti
› Chit stop – 3 di A. Marcellan tecnica › La chitarra jazz per tutti – 39 di P. Anessi › Suono e canto – 38 di S. Grasso
› Fingerstyle olistico – 5 di G. Palombo
› Basso acustico – 68 di D. Fiorenza 
› Cordiario: il mio diario fra le corde – 5 di M. Lideo

Fingerstyle Guitar Stories
Libri Italiano

Fingerstyle Guitar Stories

Fingerstyle Guitar Stories Lorenzo Polidori Lingua: Italiana Pagine: 124 L’incontro con questo strumento così particolare risale al 2008 quando mio padre, dopo una vita dedicata alla chitarra, intraprese il percorso della liuteria e una volta costruiti diversi strumenti tradizionali, decise di realizzare anche una 10 corde. Appena fu nelle mie mani ne rimasi letteralmente folgorato e affascinato: il suo incredibile potenziale armonico (dovuto all’estensione verso il LA basso della decima corda, un’ottava sotto la quinta) mi fece subito prefigurare orizzonti armonici e compositivi verso i quali, con la 6 corde, non avevo mai rivolto lo sguardo. Il mio entusiasmo, però, venne messo a dura prova dall’impatto con questa tastiera così “enorme” che, inizialmente, percepii davvero come estranea. La mano sinistra perdeva ogni abituale riferimento acquisito in una vita di studio sulla tradizionale 6 corde e il pollice della mano destra brancolava nel buio di fronte a sette corde rivestite, anziché le classiche tre. Di certo tutto questo non mi ha fermato e così, dopo anni di esperienza didattica e concertistica su questo “grande” strumento, è nata l’idea di creare un percorso didattico specifico per la 10 corde con l’intento non di proporre l’ennesimo metodo per iniziare a suonare ma, piuttosto, un metodo integrativo rivolto a chitarristi con competenze tecnico-strumentali già acquisite.

Chitarra Acustica 2018

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Chitarra Acustica 2018 - 08
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 08

Spartiti Tarantella di Paolo Capizzi Rondò poco allegretto di Ferdinando Carulli Song For Faruk di Peppino D’Agostino Religious Trainfare Blues di Stefan Grossman Blues in Re di Michele Lideo Flor do Sertão di Paolo Mari Windcar Walking di Franco Morone Esercizio 21.6 di Daniele Bazzani BADF#AD 15.1 di Daniele Bazzani Alvaro’s Restaurant di Daniele Bazzani Furto a Granarolo di Daniele Bazzani Song for Isato di Jacques Stotzem

Chitarra Acustica 2018 - 07
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 07

Editoriale Sensi e ‘supersensi’ di Reno Brandoni Torino sequestra gli strumenti? di Mario Giovannini Notizie Un Paese a Sei Corde 2018 – XIII Edizione Ferentino Acustica - XVI edizione XI Festival Internazionale di Chitarra Acoustic Val di Scalve Madame Guitar Festival Internazionale di Chitarra Acustica - XIII edizione Acoustic Guitar Village Blog Holy Grail Guitar Show di Alessio Ambrosi Folk revival di Andrea Carpi Guitar Ladies a cura di Fabiana Ferrandino Annie Keating - All the Best di Freddie del Curatolo The Jazz Theory Book di Fulvio Montauti Recensioni Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 12 di Luca Francioso e Valentino Villanova Artisti La democrazia in musica di Fabiana Ferrandino Lacerta maior recresco… Intervista a Giovanni Unterberger di Luca Masperone Il Volonotturno di Stefano Barbati di Mario Giovannini Beppe Gambetta e l’Acoustic Night 18 di Andrea Carpi Felix Meyer & Erik Manouz di Andrea Carpi James Keelaghan & Hugh McMillan di Andrea Carpi Facile e non facile - Intervista a Paola Rossato di Andrea Carpi Strumenti Chitarra acustica Takamine GN51-BSB di Marco Alderotti Chitarra classica Alhambra 7 PA CWE di Marco Alderotti Pedale per chitarra Tom’sline Excitant Loop Recording di Mario Giovannini Tecnica Contemporary Fingerpicking - 18 di Gavino Loche

Chitarra Acustica 2018 - 06
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 06

Editoriale Gli arpeggi di Giuliani e il tunnel di Reno Brandoni Il ricambio generazionale di Mario Giovannini Notizie XIII Guitar International Rendez-Vous 2018 - XXV Convention ADGPA Un Paese a Sei Corde 2018 – XIII Edizione Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 11 di Luca Francioso e Valentino Villanova Laboratorio Piazza De André ‘Folk Music Meeting’ 2018 Acoustic Guitar Village 2018 Recensioni Blog Guitar Ladies a cura di Fabiana Ferrandino Musicisti in trincea – 26 di Francesco Manfredi Folk revival di Andrea Carpi Artisti L’Italia in lungo e in largo - Intervista a Giovanna Marini di Andrea Carpi Alla ricerca della sorpresa - Intervista a Sergio Fabian Lavia di Gabriele Longo Estudios de arpegios n. 2 di Sergio Fabian Lavia Tra samba e romanticismo ci pensa Pitagora - Intervista a Renato Caruso di Reno Brandoni Wrongonyou - L’acustica della natura di Luca Masperone Strumenti Chitarra acustica Martin LX Ed Sheeran 3 ‘Divide’ Signature Edition di Marco Alderotti Chitarre acustiche Reani Moon Wood e Fanned Fret di Dario Fornara Preamplificatore per chitarra acustica AER Dual Mix 2 di Marco Alderotti Amplificatore per chitarra acustica Richwood RAC-50 di Mario Giovannini Esoterismo e tronchesini - A proposito di cavi Nordost e piedini I-cone di Dario Fornara Tecnica La chitarra jazz per tutti – 13 di Paolo Anessi Suono e canto – 11 di Simona Grasso Basso acustico - 55 di Dino Fiorenza Guitarra flamenca – 8 di Juan Lorenzo

Chitarra Acustica 2018 - 05
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 05

Editoriale L’arte della navigazione controcorrente di Reno Brandoni Le best seller in USA di Mario Giovannini Notizie Tommy Emmanuel con Jerry Douglas - Accomplice Tour Acoustic Guitar Village 2018 6 Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 10 di Luca Francioso e Valentino Villanova Laboratorio Piazza De André ‘Folk Music Meeting’ 2018 XIII Guitar International Rendez-Vous 2018 Blog Guitar Ladies a cura di Fabiana Ferrandino Dietro le quinte - Guitares au Beffroi di Alessio Ambrosi Folk revival di Andrea Carpi Il vinile questo sconosciuto di Reno Brandoni A proposito di Americana - Ben Glover di Freddie del Curatolo Recensioni2 Artisti A scuola di autore - Intervista a Giuseppe Anastasi e Mogol di Gabriele Longo e Andrea Carpi A scuolacustica di fingerstyle - Intervista a Daniele Bazzani di Giuseppe Tropeano Musica semplice per gente difficile - Intervista a Fabio Mittino di Alessandro Staiti Strumenti Chitarra acustica Fender PM-1 Deluxe Dreadnought VS di Marco Alderotti Chitarra acustica Sigma 00R-1STS-SB di Marco Alderotti Chitarra acustica Lukas Milani Concerto di Michele Lideo Capotasto mobile Effedot di Mario Giovannini GAS Addiction Tecnica Irish Flatpicking – 19 di Francesco Bettoni Chitarra brasiliana – 15 di Paolo Mari Basso acustico - 54 di Dino Fiorenza La chitarra jazz per tutti – 12 di Paolo Anessi Suono e canto – 10 di Simona Grasso Nuovo flamenco – 9 di Antonio Tarantino

Chitarra Acustica 2018 - 04
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 04

Editoriale Le brutte paole di Reno Brandoni “Chitarra Acustica” sempre più social di Fabiana Ferrandino Notizie Acoustic Night 18 MinierAcustica 2018 Acoustic Guitar Village 20188 Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 8 di Luca Francioso e Valentino Villanova Blog Guitar Ladies a cura di Fabiana Ferrandino A proposito di Americana - Larry Campbell & Teresa Williams di Freddie del Curatolo Chitarra e coro polifonico di Mario Giovannini Il vinile questo sconosciuto di Reno Brandoni Artisti Franco Mussida - La storia, i progetti e una nuova vita artistica di Luca Masperone Laurearsi in chitarra acustica - Intervista a Marco Manusso e Stefano Mastruzzi di Gabriele Longo Latinissimo - Intervista ad Antonio Tarantino di Gabriele Longo Strumenti Taylor - L’incatenatura classe V di Mario Giovannini Chitarra acustica Taylor 914ce VB di Mario Giovannini Chitarra acustica Martin OM-21 di Marco Alderotti Chitarra con corde in nylon Yamaha NCX1200R di Marco Alderotti Gibson SJ-200 - Una regina a sei corde di Dario Fornara GAS Addiction Tecnica Ballettu arrangiamento di Paolo Capizzi Contemporary Fingerpicking – 17 di Gavino Loche La chitarra jazz per tutti – 11 di Paolo Anessi Suono e canto – 9 di Simona Grasso Basso acustico - 53 di Dino Fiorenza Nuovo flamenco – 8 di Antonio Tarantino

Chitarra Acustica 2018 - 03
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 03

Editoriale Non è bello (solo) ciò che piace di Reno Brandoni Gibson: cronaca di una morte annunciata di Mario Giovannini5 Notizie Acoustic Guitar Village Pino Forastiere e i Guitar Heroes Verso il nuovo album di Stefano Barbati Blog Guitar Ladies a cura di Fabiana Ferrandino A proposito di Americana - James Maddock di Freddie del Curatolo Dietro le quinte di Alessio Ambrosi Recensioni Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 7 di Luca Francioso e Valentino Villanova Artisti Rishikesh 1968 - I Beatles, Donovan e la ‘meditazione acustica’ di Francesco Brusco Il regolare fingerpicking di John Lennon di Andrea Carpi La nuova musica classica - Intervista a Maurizio Colonna & Luciana Bigazzi di Andrea Carpi Fratelli di manico - Intervista ai Neck Bros di Giorgio Gregori Tra rock progressivo e canzone d’autore - Intervista a Vittorio De Scalzi di Andrea Carpi Strumenti Chitarra acustica Taylor Academy 10 di Marco Alderotti Chitarra con corde in nylon Taylor 214ce-N di Marco Alderotti Multieffeto a pedale per chitarra acustica Zoom AC-2 di Mario Giovannini GAS Addiction Percussione per chitarra Schlagwerk SamJam Guitar Snare di Mario Giovannini Tecnica Chitarra brasiliana – 14 di Paolo Mari La chitarra jazz per tutti – 10 di Paolo Anessi Irish Flatpicking – 18 di Francesco Bettoni Suono e canto – 8 di Simona Grasso Basso acustico - 52 di Dino Fiorenza Nuovo flamenco – 7 di Antonio Tarantino

Chitarra Acustica 2018 - 02
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 02

Editoriale Avevo deciso di smettere di Reno Brandoni Buona fortuna di Andrea Carpi Notizie New Sounds of Acoustic Music 2018 - XVI edizione Paolo Mari Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 7 di Luca Francioso e Valentino Villanova Blog Dietro le quinte di Alessio Ambrosi A proposito di Americana - Mary Gauthier di Freddie del Curatolo Artisti Nuovi talenti italiani - Il futuro della chitarra è nelle loro mani di Mario Giovannini Una continua evoluzione - Intervista ad Antonello Fiamma di Mario Giovannini Barba lunga e occhiali a specchio - Intervista a Giuseppe Tropeano di Mario Giovannini Rock o pop ma… inevitabilmente fingerstyle - Intervista a Gavino Loche di Mario Giovannini In tour con Nada - Intervista a Pierangelo Mugavero di Giuseppe Tropeano Ogni musicista è unico - Intervista a Davide Mangano di Giuseppe Tropeano Sensibilità ed emozione - Intervista ad Andrea De Marco di Giuseppe Tropeano Che evoluzione in poco tempo - Emanuele Grafitti di Alberto Grollo In direzione ostinata e costante - Intervista a Luca Stricagnoli di Roberto De Luca Strumenti Le chitarre di Luca Stricagnoli di Mario Giovannini Chitarra acustica Guild D-55 di produzione 1979-80 di Dario Fornara Chitarra classica Venturin Crossover di Dario Fornara Preamplificatore AER Pocket Tools Colourizer 2 di Marco Alderotti Amplificatore per chitarra acustica Markacoustic AC 101H di Mario Giovannini Custodie per strumenti musicali BAM Cases di Gavino Loche GAS Addiction Tecnica Contemporary Fingerpicking – 16 di Gavino Loche La chitarra jazz per tutti – 9 di Paolo Anessi Irish Flatpicking – 17 di Francesco Bettoni Nuovo flamenco – 6 di Antonio Tarantino Suono e canto – 7 di Simona Grasso Basso acustico - 51 di Dino Fiorenza

Chitarra Acustica 2018 - 01
Chitarra Acustica

Chitarra Acustica 2018 - 01

Editoriale La vita comincia a Capodanno di Reno Brandoni We Want You! di Fabiana Ferrandino Notizie Avventura a Sarzana - Il Folk Music Meeting Acoustic Guitar Village Jack & Cannon – Gli amici che cerCavi – 6 di Luca Francioso e Valentino Villanova Blog Blood in the USA - Thom Chacon di Freddie del Curatolo Autoproduzione e tecnologie di sopravvivenza di Francesco Manfredi What if… il ritorno di Luca Stricagnoli? di Roberto De Luca Artisti Un chitarrista sardo ‘preparato’ - Intervista a Paolo Angeli di Corrado Pusceddu Eugenio Bennato - Cronache di un brigante moderno di Luca Masperone Robertinho De Paula - La chitarra jazz in stile brasiliano di Giuseppe Tropeano Echoes of Jaco di Francesco Brusco Strumenti Music China - Shanghai 2017 di Serenella Lunesu Software IK Multimedia AmpliTube Jimi Hendrix Anniversary Collection di Reno Brandoni Tracolle DMRL Cargo di Gavino Loche Chitarra classica Angel Lopez SIL-CE M di Mario Giovannini Pickup magnetico per chitarra acustica Fishman Rare Earth Mic Blend di Marco Alderotti Effetto a pedale Neunaber Inspire Tri-Chorus Plus di Dario Fornara Chitarra acustica Yamaha TransAcoustic LL-TA di Marco Alderotti Tecnica Contemporary fingerpicking – 15 di Gavino Loche La chitarra jazz per tutti – 8 di Paolo Anessi Nuovo flamenco – 5 di Antonio Tarantino Suono e canto – 6 di Simona Grasso

Interviste

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Stefano Tavernese & Lino Muoio

Stefano Tavernese & Lino Muoio Il mandolino blues e altre storie  di RENO BRANDONI www.renobrandoni.it e ANDREA CARPI andrea.carpi@fingerpicking.net Dovrei andare molto indietro con la memoria per ricordare il mio primo incontro con Stefano Tavernese. Non ne voglio parlare, anche se credo che un tale sforzo risulterebbe gradito a entrambi, non tanto per la valenza artistica dell’incontro, in un’epoca in cui – quando si suonava – i teatri erano pieni; non tanto per l’idea della jam finale (che ora si fa sempre più raramente), visto che io ero quello che apriva il concerto e il gruppo bluegrass in cui suonava Stefano aveva invitato me e Antonio Calogero – all’esordio teatrale del nostro duo – a esibirci con loro; non tanto per… E allora perché, vi chiederete? Soprattutto per il tempo passato e la voglia di entrambi di guardare al futuro mirando ancora a obiettivi ambiziosi e professionali. Però, mi accorgo che nel dire di cosa non ‘voglio’ parlare, con astuzia ne ho parlato, identificando un periodo e una storia che spesso viene dimenticata o travisata. Non che questo abbia particolare importanza, la nostra vanità è scemata da tempo: immaginatevi quindi com’era all’epoca! Ma sarebbe utile parlarne per sottolineare come il passato ci abbia condotti sin qui, perennemente amici, guidati da stima reciproca e rispettosi l’uno dell’altro. Ora devo fare una confessione che Stefano conosce già, ma mi piace renderla pubblica. Ho sempre cercato di allontanarmi dalla ‘chitarra’, intesa come strumento virtuosistico, per avvicinarmi alla ‘musica’. Odio i competitor dalla mano veloce, che sparano note a profusione, in equilibrio su di un piede e con una mano dietro la schiena. Amo chi cerca la nota giusta, il metro e la misura del suono. Stefano è uno di questi: il suo polistrumentismo mi ha sempre affascinato e spesso ho sognato un tour in cui potessi condividere le mie composizioni con la sua arte, utilizzando di volta in volta chitarra, dobro, lap steel, mandolino… e chissà ancora quali altri suoni, che il buon Tavernese tiene nascosti. La sua proposta di parlare del mandolino blues in un libro, quindi, non mi ha sorpreso: raccontava di lui, del suo percorso e della sua vita. Mi ha stupito il fatto che si sviluppasse in compagnia. Infatti il progetto è stato condiviso con un altro abile musicista, Lino Muoio. Non capivo la necessità dell’impiego di due mandolini, ritenendone uno più che sufficiente. Ma quando i due sono arrivati a casa mia e hanno iniziato a registrare i video di supporto al testo, ho subito compreso la portata del progetto e l’importanza della loro ‘unione’ musicale. Non conoscevo Lino, ma è bastato pochissimo per allinearlo, in stima, a Stefano. Credo che la sensazione positiva sia stata reciproca. Infatti, dopo qualche giornata di lavoro in cui, nella pausa pranzo, giunti al caffè, esprimevo il mio desiderio di provare un vero caffè napoletano preparato nella cuccumella (che non possedevo), Lino – ritornato a casa – ha pensato bene di inviarmene una come regalo, indicandomi la miscela Passalacqua come il giusto complemento al suo dono. Ebbene, da allora, non ho mai abbandonato la sua caffettiera e il rito del caffè è diventato per me ancora più magico. Vi sembra un particolare insignificante? Invece io lo reputo un gesto rispettoso. Raro di questi tempi e che solo una persona di grande cuore può compiere. D’altra parte, basta ascoltare la sua musica per capirne lo spessore. Cosa c’entra questo con la musica e con la vita artistica dei due personaggi? Niente! Se non siete dei caffeinomani e volete farvi i fatti loro, leggete pure l’intervista realizzata da Andrea e non dimenticate di prendere il loro libro che parla del mandolino blues. Anche se siete chitarristi, non potrete non rimanere affascinati da questo strumento. È sufficiente guardare un solo video per rimanere conquistati e desiderare subito di diventare mandolin addicted. (r.b.)     L’intervista   Come sono stati i vostri inizi con la musica? E con il mandolino? Stefano: La colpa è del supplente di musica in seconda media. Era giovane e con idee molto più moderne del professore titolare. Scoperto che abitava dietro casa, andai da lui per delle lezioni di chitarra con un compagno di classe e lui mi fece conoscere il magico mondo della musica tradizionale americana e inglese, Joan Baez, i Traffic… Il mandolino l’avevo in casa, di mio padre, ma furono i dischi di country rock di un amico a farmi scoprire che poteva essere più versatile di quanto potessi immaginare. Da lì al bluegrass il passo è stato veloce. Lino: Ho sempre ascoltato la musica, sin da piccolo. Poi sono venuti gli anni dell’heavy metal con i chitarristi ‘fighi’ e capelloni. Non ero né figo né capellone, quindi mi è rimasta la chitarra… Al mandolino invece ci sono arrivato molto dopo, quando, durante la collaborazione con i Blue Stuff, abbiamo deciso di introdurre uno strumento che collegasse Napoli e il blues. Così… mentre ascoltavo Charlie McCoy… è scoppiata la scintilla.     Stefano   Stefano, il 1982 è stato per te un anno decisivo, che ha visto la pubblicazione dell’album Beyond Bluegrass degli Old Banjo Brothers e la loro presenza nell’antologia I Convention italiana di musica Old-Time & Bluegrass, punti di approdo della tua attività nel nascente movimento italiano ispirato alla musica country e bluegrass. Puoi raccontarci di quegli anni, in buona parte vissuti nel leggendario Folkstudio di Roma? Non ero ancora maggiorenne quando mi ritrovai a suonare al Folkstudio, dove il boss Giancarlo Cesaroni prese in simpatia la nostra band, i Country Report. Per ragazzi come noi, autodidatti e intraprendenti, l’aria era molto stimolante e – alla metà degli anni ’70 – a Roma si moltiplicavano i locali in cui proporre la nostra musica. Ho ricordi molto belli, fatti anche di incontri con tanti musicisti di ogni livello, mentre approfondivo la conoscenza degli strumenti. Qualche anno dopo sono nati gli Old Banjo Brothers e, con compagni di viaggio preziosi come Leonardo Petrucci e Mariano De Simone, ho avuto la fortuna di partecipare alle prime convention italiane dedicate a old-time e bluegrass, realizzando anche l’album della nostra band, praticamente il primo del genere in Italia.   Nel 1982 è anche uscito per la casa editrice Anthropos il tuo pionieristico Il manuale degli strumenti country, nel quale affronti le tecniche di chitarra, banjo, fiddle e mandolino. È interessante che, in questa tua definizione come multistrumentista, riprendi una consuetudine abbastanza diffusa nella comunità dei musicisti country-bluegrass, che spesso suonano più di uno degli strumenti caratteristici del genere. È da sempre un vantaggio e un limite per me quello di aver distribuito il mio impegno su vari strumenti a corda. Con i Banjo Brothers ero la voce solista e suonavo violino e mandolino, ma parallelamente avevo fatto amicizia anche con la chitarra e il banjo a 5 corde. Tornato da un fruttuoso soggiorno di qualche mese negli Stati Uniti, agli inizi degli anni ’80 si presentò anche l’occasione di scrivere questo manualetto in cui cercavo di dare qualche elemento essenziale per conoscere i quattro strumenti nel quadro della musica country americana. Era decisamente ‘basico’ ma forse a qualcuno è stato utile.   A partire da questo manuale, e parallelamente alla tua attività musicale, si è sviluppata un’intensa attività editoriale e giornalistica, che ha preso una parte importante della tua vita: dalla collaborazione come trascrittore musicale per “I Quaderni di Chitarra” di Anthropos ai diversi ruoli ricoperti in Guitar Club, Chitarre e oggi Musicoff. Come hai costruito e conciliato questi due aspetti della tua figura professionale? Be’, qui la colpa è di un certo Andrea Carpi, che mi ha tirato dentro a un’ulteriore avventura che è poi proseguita per una trentina d’anni tra vicende varie! Nel frattempo ho continuato a suonare, ma il rapporto fra le due cose non è stato sempre facile. Ci sono stati momenti in cui nell’ambiente giornalistico guardavano con sospetto il mio essere musicista e, viceversa, mi trascino ancora oggi la sensazione che qualcuno mi prenda meno sul serio nella professione musicale a causa del mio lungo percorso all’interno della stampa. In termini pratici, i due aspetti si sono nutriti a vicenda. Ad esempio, aver conosciuto e intervistato dozzine di grandi chitarristi mi ha decisamente arricchito anche come musicista.   I tuoi libri, poi, hanno consolidato la tua natura eclettica e la tua mentalità aperta ai diversi generi musicali, a tratti enciclopedica: nel 2001, Steve Vai – Chitarra aliena dal pianeta terra, con Mauro Salvatori e la collaborazione di Stefano Micarelli e Simone Sello; nel 2003, la Grande enciclopedia della chitarra e dei chitarristi; nel 2006, Jimi Hendrix – Angeli e chitarre, con la collaborazione di Daniele Bazzani; nel 2017, La storia della chitarra rock con Luca Masperone. Ho cercato sempre di non pormi limiti inutili e di dedicare attenzione e interesse anche ad artisti abbastanza lontani dalla mia diretta esperienza musicale. Il lavoro enciclopedico è stato quello più impegnativo e allo stesso tempo appassionante, un viaggio sempre più approfondito all’interno di un mondo straordinario come quello della chitarra, strumento semplice e complesso per eccellenza.   Tornando alla musica suonata, dopo l’esperienza con gli Old Banjo Brothers hai avviato un’attività solistica nel 1985 con la partecipazione all’antologia Old-Time & Bluegrass In Italia, con il tuo Harvest Moon e forse, in seguito, qualche tentativo cantautorale. Quali sono state le novità in questa tua nuova dimensione? Essendo per certi versi più cantante che strumentista puro, e avendo iniziato presto a scrivere canzoni, il salto era scontato. All’inizio, negli album che citavi, ho raccolto le varie esperienze fatte nella musica nordamericana – dal repertorio tradizionale al country-bluegrass, al blues e allo swing delle origini – cantando in inglese. Poi ho fatto un passo impegnativo, quello di scrivere canzoni in italiano, e ho anche registrato un intero album alla fine degli anni ’80, andando vicino a vederlo pubblicato; ma poi… non è andata. E magari è meglio così.   Nel tuo approccio al bluegrass era presente il riferimento ‘progressivo’ al cosiddetto newgrass, con la sua miscela di bluegrass e swing. In questa direzione è stata importante la tua partecipazione al gruppo Les Hot Swing, tra musica manouche e swing italiano, con l’album omonimo del 1989 e Swingarsela del 2004. Con Les Hot Swing ho vissuto la storia più lunga e gustosa, una ventina d’anni di musica e tante risate lungo il percorso. Ho cantato e suonato violino e mandolino in una formazione che si rifaceva a quelle storiche di Django Reinhardt, con un repertorio diviso fra standard, pezzi originali e alcune divertenti canzoni di swing italiano dagli anni ’40-’50. Con Alessandro Russo, estroso e originale chitarrista romano, avevo un’intesa particolare e, con il nostro quartetto, abbiamo passato bellissimi momenti.   Tra le tue collaborazioni dell’epoca spiccano quelle con i Gang e la PFM, quest’ultima documentata nell’album www.pfmpfm.it (il Best) del 1998. L’incontro con i fratelli Severini dei Gang è avvenuto nei primi anni ’90, quando erano nel pieno del loro periodo di folk-rock scritto e cantato in italiano. Gran bella avventura in due anni di concerti con una band allargata, in cui suonavo chitarra acustica, elettrica, mandolino, violino, banjo, bouzouki, una quantità infinita di corde! La PFM, pochi anni dopo, è stata una vera scommessa, sempre con chitarre, mandolino e violino. Con la mia tecnica limitata, confrontarmi con la loro musica era una sfida che mi ha portato su una serie di palchi importanti al fianco di musicisti storici e di grande valore, che proprio allora ritornavano a esibirsi dopo una lunga pausa. Tanta emozione e un’esperienza inestimabile.   Poi c’è la chitarra slide con il Doppio Dobro Star in duo con Marco Manusso, con cui hai partecipato all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana nel 1999. E infine River Blonde, con l’album The Heart, the Healer & the Holy Groove in duo con Armando Serafini. Diciamo che l’amore per la chitarra slide è cresciuto gradualmente negli anni. Dopo quel primo esperimento assieme a Marco, con cui avevo suonato nell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, è passato diverso tempo prima di capire che dedicarmi sempre più alle sei corde e al bottleneck era come chiudere il cerchio che mi legava fin dagli inizi al blues. Una decina di anni fa, poi, l’incontro con Adriano Viterbini è stato la molla finale, grazie alla comune passione per Ry Cooder e la sua musica, da cui la collaborazione con i suoi Bud Spencer Blues Explosion e la nascita del duo River Blonde con Armando Serafini, chitarrista votato alle percussioni e al suo famigerato ‘nocche’n’roll’. Continuiamo tuttora a portare in giro il nostro progetto, in cui suono chitarra elettrica, resofonica e bouzouki, tra rielaborazioni e pezzi originali.   Negli ultimi tempi hai anche ripreso in mano l’attività didattica con i corsi per il Laboratorio Musicale Varini: Fingerpicking Base del 2017 e Fingerpicking Advanced del 2019. In realtà l’attività didattica non l’ho mai affrontata veramente, salvo casi piuttosto rari. L’offerta di Massimo Varini, vecchia conoscenza fin dai suoi esordi, è stata l’occasione di superare un blocco iniziale e strutturare un corso di base a cui ha fatto poi seguito il secondo. Con mio grande piacere, le lezioni online in video, corredate da spartiti su pentagramma e intavolatura, sono state utilizzate e apprezzate da un bel numero di studenti. Chi l’avrebbe mai detto?     Lino   Lino, dopo i primi amori per la chitarra elettrica, nel 1999 avvii una lunga collaborazione con lo storico gruppo dei Blue Stuff, suonando nel tempo chitarra e mandolino. Che importanza ha avuto questa esperienza? Be’, direi fondamentale. Con i Blue Stuff abbiamo lavorato sia sull’uso del dialetto napoletano nei testi, come elemento sostanziale del messaggio musicale, sia sul suono del mandolino come elemento rievocativo della tradizione napoletana. Tutto questo è confluito poi nell’esperienza di Mandolin Blues.   Dal 2005, oltre al mandolino, hai approfondito la conoscenza di altri strumenti a corda della tradizione americana, come la lap steel, l’ukulele e il banjo. In realtà tutti gli strumenti a corda mi affascinano. Ultimamente sto giocando con una balalaika che i miei comprarono in Russia tantissimi anni fa…   Da queste esperienze, nel 2008 scaturisce il tuo primo album solista, Blues on Me. Come è andata sviluppandosi la tua dimensione musicale personale? Studio e lavoro ogni giorno per migliorare come musicista. In tutti questi anni, gli strumenti che mi accompagnano – chitarra, mandolino, banjo, ukulele – sono sempre di più il mezzo e non il fine della mia ricerca musicale. Ed io sono sempre di più focalizzato sulla ricerca del suono anche del singolo strumento, rispetto allo sviluppo delle varie tecniche esecutive.   Poi dal 2012 lanci proprio la già citata espressione Mandolin Blues con l’album omonimo, seguìto da una serie di album che fanno capo alla stessa denominazione: nel 2016 con The Piano Sessions, che propongono un dialogo tra il mandolino blues e il pianoforte di Mario Donatone; nel 2017 con Acoustic Party, che vede la partecipazione di Adriano Viterbini, Francesco Piu, Max De Bernardi, Veronica Sbergia, Paolo Bonfanti; per finire nel 2021 con Vedi Napoli… poi Muoio!, in cui ti esprimi attraverso brani originali cantati in dialetto partenopeo. Puoi raccontarci questo percorso? È un percorso di cui sono molto fiero. Con il primo disco omonimo ho iniziato con lo studio e il recupero del ruolo del mandolino nel blues nella storia, scrivendo dei brani in inglese che ne potessero evidenziare le potenzialità espressive. Con The Piano Sessions invece ho sperimentato la dimensione acustica con pianoforte e contrabbasso, con atmosfere più vicine al jazz, mentre in Acoustic Party ho ‘festeggiato’ con tutti gli amici musicisti di blues italiani, concentrandomi sulla dimensione acustica dello strumento. In particolare, per questo disco, mi piace sempre segnalare che gli ospiti non hanno semplicemente partecipato alle registrazioni, ma abbiamo scritto assieme i pezzi, dando così una dimensione completamente diversa al progetto. Infine, con Vedi Napoli ho chiuso un cerchio: sono tornato alla lingua madre, in cui è più ‘naturale’ per me esprimermi, e ho recuperato quell’ironia dei testi, tipica dei Blue Stuff, cercando di intersecare ulteriormente la tradizione blues con quella napoletana, sempre attraverso il mandolino.   Inoltre, nel 2017 inizi una collaborazione con Corey Harris: com’è avvenuto l’incontro? Ci siamo incontrati in una serie di concerti, tramite un’agenzia con cui collaboravamo entrambi. A Corey è piaciuto subito il mio approccio e lo stile al mandolino, e da lì sono nate una serie di collaborazioni che tuttora procedono.   Cos’è il Mandolin Blues Quartet? È il gruppo con cui vado in giro per i live e che spero di poter tornare presto a proporre È una formazione a cui sono particolarmente legato, perché siamo in quattro e cantiamo tutti dei brani da solisti, oltre a fare un gran lavoro con i cori. Con me ci sono Mario Donatone al piano, Francesco Miele al contrabbasso e Roberto Ferrante alla batteria. Mi diverto davvero tantissimo quando suono con loro.     Il mandolino blues   E arriviamo al vostro libro Il mandolino blues: com’è nata l’idea e come si è formata la vostra collaborazione? S.: Tutto è partito da un’altra antica amicizia, quella con Reno Brandoni, che da bravo editore mi chiedeva da tempo di proporre qualcosa per la collana didattica di Fingerpicking.net. La cosa che mi è sembrata più stimolante è stata di condensare la lunga esperienza fatta con il mandolino, con particolare riferimento al linguaggio del blues. E qui l’amicizia con Lino Muoio, con cui avevo già collaborato in varie occasioni, ha fatto il resto.   Come avete impostato storicamente la vostra ricerca? In questa ottica ci sembra efficace l’intervento di Carlo Aonzo nella prefazione, quando inquadra così il vostro lavoro: «Un mandolino di ritorno che dal Nord America riapproda in patria pregno di nuova cultura, sonorità e tecniche che ne ampliano le possibilità». L.: Sì, infatti, Carlo ha colto esattamente il senso di questo lavoro. L’idea di base è quella di partire dal mandolino blues, inteso come approccio stilistico e interpretativo, e cercare di estendere questo approccio ai vari generi della musica americana fino a tornare indietro alle origini mediterranee.   Come avete concepito la parte strettamente tecnica? L.: È un’impostazione direi abbastanza tipica o consolidata nella didattica, almeno in quella statunitense. Si danno agli studenti le basi del linguaggio – scale, accordi ecc. – per poi affrontare la componente interpretativa dei singoli stili musicali.   Impressionante la quantità di stili particolari che avete affrontato: old-time, country, slide-bottleneck, bluegrass, fingerpicking, boogie, Chicago blues, rock, funk, jazz, musica mediterranea… Come avete costruito i numerosi esempi stilistici che formano il cuore di questo manuale? S.: Tutto si è sviluppato gradualmente quando abbiamo deciso di non limitarci al mandolino blues storico, ma di mettere lo strumento a confronto con il blues in tutte o quasi le sue derivazioni. A quel punto si è trattato di buttar giù degli spunti che rendessero l’idea del singolo stile, cercando di essere il più coerenti possibile con gli elementi che lo caratterizzano. Gli esempi più insoliti per il mandolino sono quelli per il fingerpicking e per lo slide in accordatura aperta.   E come avete concepito le trascrizioni musicali degli esempi stilistici riportati nel libro, veri e propri brani da suonare, in rapporto alle versioni estese delle vostre interpretazioni in video? S.: Per alcuni brani più brevi, è stato possibile mettere la trascrizione completa, mentre per diversi altriabbiamo evitato di dilungarci troppo sullo spartito, lasciando la possibilità di ascoltare e vedere il resto nel filmato. Gli elementi stilistici essenziali sono comunque presenti in tutte le trascrizioni, in riferimento anche alla parte iniziale del libro, dove entriamo nel contesto della tecnica, del fraseggio, degli accordi più importanti nel linguaggio del blues sul mandolino.   Come avete registrato i video, che sono di ottima qualità, ripresi con tre telecamere? S.: Grazie alla professionalità sviluppata da Reno Brandoni e al suo accogliente studio, in un paio di giorni abbiamo realizzato i filmati senza troppa fatica, sfruttando il nostro nutrito parco strumenti. In precedenza, a Roma, avevamo realizzato le basi assieme a due amici musicisti, Francesco Miele al basso e contrabbasso e Roberto Ferrante alla batteria e percussioni.   Particolarmente innovativa è l’idea dei brani ispirati alle musiche tradizionali del Sud Italia e del Nord Africa. Potete approfondire questa idea? S.: Mentre elaboravamo la struttura del libro è venuto spontaneo metterci al posto del potenziale lettore. Ragionando sui percorsi e ricorsi del blues, l’idea di integrare con una parte dedicata a ritrovarne le tracce all’interno di linguaggi musicali caratteristici del Nord Africa e del nostro Sud è sembrata subito il tassello mancante. Arrivando da due musicisti italiani, speriamo che sia un valore aggiunto anche per il pubblico internazionale cui sarà proposta la versione in inglese.   Cosa si intende con l’espressione maqam napoletano? L.: Il maqam arabo, in estrema sintesi, è un sistema di scale, frasi melodiche, abbellimenti e convenzioni estetiche che formano una struttura melodica e artistica tipica della musica mediorientale e mediterranea in genere. I melismi e i microtoni, così centrali nelle tonalità lamentevoli della voce napoletana, hanno un debito verso le scale musicali arabe più che verso i parametri strutturati dell’armonia europea.   Interessante anche l’idea di una discendenza che va dall’oud arabo al liuto europeo e alla famiglia del mandolino. L.: Diciamo che in questo senso ci siamo rifatti alla letteratura prevalente sull’argomento. Sebbene ci siano svariate sfumature e ricostruzioni storiche, questa idea di base ci ha aiutato a sviluppare il percorso didattico del libro.   In conclusione, come pensate di promuovere Il mandolino blues? E quali sono i vostri prossimi progetti? S.: Stiamo preparando una prima serata di presentazione e in ballo ci sono eventi di rilievo dedicati al mandolino. Le possibilità sono tante e speriamo di portare in giro i nostri strumenti e le nostre storie davanti a ogni tipo di pubblico.   L'articolo Stefano Tavernese & Lino Muoio proviene da Fingerpicking.net.

 11 December 2023
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John Hiatt

John Hiatt Abbiate un po’ di fede di SERGIO STAFFIERI A mio padre piaceva molto Joe Cocker, e in uno dei dischi del leone di Sheffield che ascoltavamo spesso c’era, oltre a brani come “Out of the Blue” della Band di Robbie Robertson e “Summer in the City” dei Lovin’ Spoonful di John Sebastian, un brano che non mi stancavo mai di mettere in replay e che mi intestardii a suonare sulla chitarra, nonostante lo strumento predominante fosse il pianoforte: si trattava di “Have a Little Faith in Me” e l’autore era ovviamente John Hiatt. Fu questa la prima volta che, studiando i crediti del libretto, venni a conoscenza di questo nome. Ed io rimasi molto legato a quel brano, nel bene e nel male (tanti anni dopo lo dedicai a una ragazza con cui le cose non finirono poi bene, anzi…).   C’è un’espressione spesso utilizzata in inglese: a songwriters’ songwriter (o a musicians’ musician), per dire l’eccellenza di un artista ammirato dai suoi pari. John Hiatt è sicuramente uno dei musicisti per cui potrebbe essere spesa questa espressione: dagli inizi come autore di canzoni, poi artista in proprio le cui canzoni diventavano comunque successi per altri, passando per i dischi degli anni ’70 e arrivando a quelli più celebrati e senza dubbio di culto anche per chi non conosce tutta la sua produzione, come Bring the Family del 1987, John Hiatt è stato l’esempio di un artista che ha dimostrato, con tenacia e bravura e coltivando il proprio talento, di essere un musicista di primissima qualità, la cui grandezza è dai suoi stessi colleghi riconosciuta e affermata. Hiatt è stato un angry young man, ha combattuto con i suoi demoni – alcool e droga come purtroppo è stata la norma per molti suoi colleghi, abusi subiti da bambino, il suicidio del fratello e di una moglie – e ha trovato poi nella sua nuova identità di padre e marito la forza e la motivazione per rimanere sobrio e pulito, e concentrarsi sulle responsabilità verso la sua famiglia e verso la sua arte. E ci è riuscito alla grande continuando a regalarci grandi canzoni. Alla fine del 2021 è uscito per la Chicago Review Press un nuovo volume di Michael Elliott, Have a Little Faith – The John Hiatt Story, che nella sete non solo di informazioni ma anche di ‘storie’ che spesso abbiamo in quest’età dell’immediato e dell’usa e getta, ci fornisce un lungo, dettagliato romanzo di formazione, il cui protagonista è uno degli autori che più ha contribuito a forgiare quell’idea di ‘Americana’ che è poi diventata un genere identificativo della musica statunitense degli ultimi cinquant’anni. Tanto che Bill Frisell registrò la sua versione di “Have a Little Faith in Me” e intitolò Have a Little Faith l’album del 1992 per la Nonesuch, dove esplorava a modo suo l’identità musicale americana colta (Aaron Copland, Charles Ives) e quella popular, jazz, blues, traditional(John Hiatt, Bob Dylan, John Philip Sousa, Stephen Foster, Sonny Rollins…). La storia inizia nel 1699 quando John Hiett [sic], un quacchero proveniente da Butleigh, piccolo villaggio nell’allora Somersetshire nel Sud-Est dell’Inghilterra, scappò via con la moglie Mary Lois Smith per arrivare a Bucks County in Pennsylvania. La ‘e’ del cognome fu cambiata in ‘a’ e suo figlio John Hiatt Jr. si spostò a sud, in Virginia. John Hiatt IV, due generazioni più tardi, sempre seguendo le rotte dei quaccheri, si spostò ancora più a sud, in North Carolina. Sembra una storia inventata di sana pianta e invece, di questo passo, arriviamo all’odierno John Hiatt, che del continuo muoversi, spostarsi e infine stabilirsi – sempre ‘altrove’ – è stato uno dei tipici, americanissimi rappresentanti. Vivendo a Indianapolis, «the capital of insurance» come la definì il musicista, una città che non si distingueva per meriti musicali di alcun tipo, non legata a un genere o uno stile come invece Chicago, Memphis, Detroit, New Orleans, New York, Los Angeles, Nasville e così via, Hiatt dovette affidarsi alla radio: si sintonizzava sulla WLAC e ascoltava John R., che durante la sua trasmissione mandava John Adams e cose simili, e il programma sul gospel di un tale Hossman Allen il sabato sera: «Cantavo in un coro per bambini e cantavamo in latino allora, quindi si può immaginare la mia reazione quando ascoltai questa gente […] Per quanto potessi considerare splendida la messa in latino, si trattava di qualcosa del tutto differente». Il fatto curioso è che la stazione radio trasmetteva da Nashville, quindi Hiatt per anni associò la città con il rhythm and blues invece che col country. L’ascolto di un ragazzino che aveva pressappoco la sua età – Little Stevie Wonder e la sua “Fingertips – Part 2” del 1963 – lo motivò ancora di più a seguire la propria strada. Fu il fratello maggiore Michael, più grande di lui di undici anni, a passargli i primi dischi e a fargli scoprire il suo primo eroe, Elvis. E il 9 febbraio 1964 anche Hiatt, come tutti quelli della sua età, fu ‘fulminato’ dai Beatles all’Ed Sullivan Show. Del fratello e del resto della famiglia Hiatt parla con invidiabile, candida serenità, nonostante i tragici episodi che ne hanno segnato la storia. Suo fratello, che era stato vittima di abusi, abusò di lui quando John aveva cinque anni e si suicidò pochi anni dopo: «È un trauma con cui faccio i conti tuttora. Quando i poliziotti vennero alla porta, vidi la mia famiglia disintegrarsi». È disarmante leggere come Hiatt parla della famiglia: «C’erano molti segreti. Tanta malattia, storie di dipendenza […] It was just, genetically, a long line of brokenness». E le tragedie non smisero di bussare alla sua porta: suo padre morì un mese prima che Hiatt compisse tredici anni. Il lavoro compiuto per venire a patti con questa realtà e andare avanti ha dato forma, per sua stessa ammissione, al suo lavoro di autore e al modo in cui guarda alla condizione umana. Fu nella musica e nella chitarra (alcuni mesi prima del suicidio del fratello, sua madre gli aveva regalato una Stella acustica, rossa) che Hiatt – un ragazzino allora sovrappeso, che continuò a esserlo per molti altri anni ancora – trovò una via di fuga dai problemi, e un modo e uno strumento per mettere in luce le sue qualità e farsi accettare: e così trovò un gruppo di ragazzi simili con cui suonare. Un suo compagno dell’epoca ha lodato la bravura chitarristica di Hiatt a quell’età, raccontando come fosse già molto più bravo di tanti ragazzi più grandi: «Aveva un dono innato». Col gruppo Hiatt passò dalla Stella a una Gibson ES-175, semiacustica single cutaway con un solo pickup: Hiatt ricorda che all’epoca era così obeso che anche una chitarra del genere, addosso a lui, sembrava una piccola Les Paul. Ebbe per poco tempo un insegnante che voleva insegnargli a leggere le note, ma John voleva suonare accordi e rock’n’roll. Tramite le lezioni e un prontuario della Mel Bay imparò quanto gli bastava per scrivere una canzone, “Beth Ann”, su una ragazza a scuola. Quando aveva quindici anni scoprì Bob Dylan, e a seguire i dischi della Vanguard, Mississippi John Hurt, Lightnin’ Hopkins, Howlin’ Wolf e Muddy Waters. Come tanti si convertì al folk e iniziò a suonare nelle coffee houses della zona spingendosi poi fino a Bloomington, nel campus dell’università dell’Indiana, dove i suoi concerti erano apprezzati e questo rafforzò la sua autostima. Alla fine si spostò a Nashville, dove divenne autore di canzoni per la Tree Publishing per la somma di 25 dollari alla settimana. E trovarsi lì fu fondamentale per la sua crescita musicale, perché era circondato da tanti professionisti e giovani di belle speranze come lui: uno dei suoi colleghi, Curly Putman, arrivato alla Tree un anno prima di lui, aveva scritto un classico come “Green, Green Grass of Home”. Nei suoi cinque anni lì scrisse circa duecentocinquanta canzoni. Nel frattempo il lunedì sera, la serata degli autori, andava all’Exit/In e suonava “I’m Satisfied” di Mississippi John Hurt. Il locale, citato anche da Steve Martin nella sua autobiografia Born Standing Up, divenne l’epicentro della controcultura a Nashville: ci suonarono tutti, Jimmy Buffett, Linda Ronstadt, Neil Young… A Nashville si unì ai White Duck e partecipò al loro secondo album, In Season del 1972. Il loro chitarrista, Doug Yankus, avrebbe poi suonato sul suo primo album e, ancora nel 1979, sul primo disco per la MCA. Travis Rivers, uno dei suoi primi mentori, lo spingeva ad essere sé stesso, mettendolo al riparo dall’essere un altro Dylan sound-alike, cioè un’altra ennesima copia di Dylan, e gli prestò una raccolta del poeta belga naturalizzato francese Henri Michaux, come esempio cui fare riferimento. Si arriva così al primo album Hangin’ Around the Observatory nel 1974, dove compare “Sure as I’m Sittin’ Here”, che fu una hit per i Three Dog Night. Durante il tour che fece seguito all’album, successe un episodio che sembra uscito da un film americano: in una fredda notte d’inverno il van su cui viaggiavano fu fermato da un poliziotto, che vide tutta la strumentazione e uno della band disse: «We’re a country band»; ma ovviamente il poliziotto capì «contraband», il che non migliorò la situazione… Hiatt si segnalò da subito come uno fra i più attivi nell’ambiente. Nel 1975 comparve anche, con altri nomi del giro come Rodney Crowell e Steve Earle, in un film di James Szalapski, Heartworn Highways, mentre cantava da solo all’acustica “One for the One”. E una volta ritrovatosi senza il contratto discografico con la Epic e quello come autore per la Tree, se ne tornò un anno in Indiana prima del trasferimento successivo, da cui dipese il resto della carriera. La gestione della sua attività da parte di Mike Kappus fu in quel momento fondamentale: lo mandò in giro con artisti blues come Sonny Terry & Brownie McGhee o John Lee Hooker, e poi con musicisti del tipo di Mose Allison, Dr. John, John Prine e Leo Kottke; e fu dall’aprire i suoi concerti che tanto bene derivò poi per tutti. Una delle figure chiave per registrare il suo primo album per la MCA, Slug Line del 1979, fu a quel punto Denny Bruce, che era stato uno dei membri originali delle Mothers of Invention di Zappa, era grande amico di Jack Nitzsche, gestiva Buffy Sainte-Marie e Leo Kottke e – oltre a questi e altri nomi – produsse John Fahey, con cui lanciò la Takoma Productions e ne divenne comproprietario. E proprio tramite Fahey, Bruce aveva conosciuto Kottke, e tramite Kottke conobbe Hiatt. Fu Kottke a chiedere a Bruce se ne avesse mai sentito parlare, aggiungendo che aveva aperto alcuni spettacoli per lui («Man, he’s really good») e che Bruce avrebbe dovuto fargli da manager. Kottke aveva ottenuto un contratto con la Capitol tramite Bruce, era passato alla Chrysalis e ora suggeriva di ‘imbarcare’ Hiatt: e fu lui stesso a pagare a Hiatt un salario di mille dollari al mese per il primo anno in cui Hiatt si trasferì a Los Angeles. Il giudizio di Denny Bruce rende bene l’idea di quello che doveva essere Hiatt al tempo: «Mi ricordava Loudon Wainwright II… pensai che fosse un rock’n’roll animal con indosso vestiti folk». Hiatt stupì Bruce dandogli un paio di scatoloni con circa 750 nastri, una quantità di canzoni impressionante, «in stili diversi e per voci diverse». Così si arrivò a Slug Line, che si allontanava dall’ambiente più folk per esplorare altri ritmi e groove: il Bo Diddley beat, accenni al reggae e a JJ Cale, anticipazioni del decennio a venire. Segnaliamo che, oltre a Doug Yankus alla chitarra, suonarono la batteria sul disco Gerry Conway – batterista degli Steeleye Span, di Cat Stevens, poi dei Jethro Tull e da più di vent’anni dei Fairport Convention – e Bruce Gary dei Knack. Fu per portare in giro l’album, come support act per Ian Hunter, che Hiatt prese al basso Howie Epstein – che poi entrerà nei Bluesbreakers di Tom Petty – nonostante non fosse un bassista ma un chitarrista e mandolinista; e il ricordo di Epstein – che era all’epoca, ricorda Hiatt, quello ‘pulito’, da cui l’ultima cosa che ci si aspettava era proprio la triste fine che fece poi – è pieno di commozione. Un episodio riportato nel libro e risalente sempre alla promozione di Slug Line, in cui Hiatt aprì un concerto di Springsteen, umanizza anche uno ‘tosto’ come quest’ultimo, che scopriamo geloso delle capacità del suo opening act e della sua versione di “Fight the Power” degli Isley Brothers. Negli album successivi continuò il vagabondaggio musicale di Hiatt, che in quegli anni ascoltava con attenzione anche le produzioni della Stiff Records: gruppi come i Brinsley Schwarz,  di cui faceva parte un certo Nick Lowe, ai quali più tardi si aggiunsero Elvis Costello, Wreckless Eric, i Damned e poi i Devo, Ian Dury e altri. «Ci ero dentro completamente. Amavo tutto della Stiff Records. Non mi vergognavo di ammettere che stavo emulando, ripetendo a pappagallo tutta quella roba della Stiff: Elvis Costello, Nick Lowe, Dave Edmunds, Rockpile, tutta quella roba. La adoravo». Lowe diventerà un collaboratore via via più importante: dopo All of a Sudden (1982), prodotto da Tony Visconti, suonerà l’anno successivo nel lato B di Riding With the King, di cui sarà coproduttore. La title track è diventata poi anche il brano trainante del disco di Eric Clapton e B.B. King nel 2000: e di nuovo, la storia di Clapton che chiama a casa per sentirsi metter giù il ricevitore dalla moglie di Hiatt, pensando fosse uno scherzo, e richiama dicendo che sì, è il vero Eric Clapton, è una pagina imperdibile. Giusto il tempo di un altro album – Warming Up to the Ice Age nel 1985, con ospite Elvis Costello e su cui è presente “The Usual” incisa in seguito da Bob Dylan – e si arriverà nel 1987 al capolavoro di Bring the Family, con Lowe, Ry Cooder e Jim Keltner. Proprio al rapporto con Ry Cooder, con cui si era conosciuto tramite Jack Nitszche e una colonna sonora (Crusing del 1980, con Al Pacino, su cui apparve “Spy Boy”), sono dedicati lunghi passi del libro, che ci dicono tanto anche sul grande chitarrista e il rapporto fra due mostri sacri, senza competizione e anzi improntato al riconoscimento della grandezza altrui. Cooder era alla ricerca di canzoni per il suo album: «Non ero un vero cantautore. Mi piace reinterpretare la musica. Quello che mi piace di più sono le vecchie canzoni e i vecchi stili. Avevo la musica folk, che conoscevo, ma non si poteva fare nessun passo avanti in quel modo. Alla Warner Brothers cantare e suonare quel tipo di musica non era ciò che ti faceva lavorare. Semplicemente non andava bene […] Ho pensato che Hiatt potesse essere la risposta, perché aveva i [brani da] tre accordi, le melodie semplici, e mi sentivo molto a mio agio e naturale con le sue canzoni. Era come se quando le suonavo, le conoscessi già. Questo è il genere di cose di cui vado in cerca». E Cooder trovò quello che cercava in “The Way We Make a Broken Heart”: «Mi piaceva il ritmo, il tempo e il beat […] Riuscivo a vedere come potevo trasformarla nel tipo di stile latineggiante che mi piaceva. Non dovevo suonare direttamente il ‘due’ e il ‘quattro’ con un controtempo pesante. Cercavo sempre di allontanarmene. La risposta, per me, era la linea di basso latineggiante, dove non si suona l’‘uno’. Quel pezzo si adatta a questo modo di suonare, ed è una bella canzone; potevo suonare i miei amati churchy guitar chords. Però è difficile da cantare. È come uno scioglilingua, un sacco di parole. Ho provato il brano in molti modi diversi, e penso di averne registrata una buona versione». Hiatt finì per suonare sull’album di Cooder del 1980, Borderline, e per suonare in tour con lui facendosi conoscere a sua volta dagli estimatori di Cooder: così lo conobbe Lyle Lovett, ad esempio, e così Bonnie Raitt. In seguito Hiatt definì Cooder il suo mentore musicale. Il genio di Hiatt nello scrivere canzoni, la sua prontezza (Cooder parla di «alert mind»), sono ricordate da Cooder in un episodio bellissimo: un giorno che Cooder non riusciva a completare una canzone per un film, prese la chitarra e si mise in macchina diretto da Hiatt, a Topanga Canyon, senza avere avvisato del suo arrivo. Isabella Hiatt disse che John si stava facendo la barba, così Cooder fece il giro della casetta di legno in mezzo alla terra e alle piante, vide che fortunatamente la finestra del bagno era aperta e da fuori disse:  «John, sono io. Ti suono questo pezzo. Finora ho la strofa, adesso arriva il ritornello, gli accordi fanno così». E Hiatt – senza smettere di radersi – iniziò a cantare: «When you reach the broken promise land, every dream slips through your hands, and you know it’s too late to change your mind, because you paid the price». Così si andava completando “Across the Borderline”. A metà degli anni ’80 Hiatt ricevette l’ennesimo, bruttissimo colpo: il 23 aprile del 1985 sua moglie – dopo aver messo a dormire la bambina che avevano avuto da poco, mancavano tre giorni al suo primo compleanno – si suicidò in garage. Hiatt decise di tornare a Nashville, dove incontrò quella che sarebbe diventata la sua successiva moglie, Nancy. Fu da questi eventi che scaturì “Have a Little Faith in Me” e il resto di Bring the Family. Viene da ridere quando si legge che Cooder, chiamato a partecipare alle registrazioni, voleva restare solo per un giorno, perché da sempre un homeboy che non ama andare in giro né restare in studio oltre le sei e mezza (anche in quell’occasione pose quell’orario come termine delle sedute). Fu convinto a restare per il resto del lavoro dopo che finirono “Memphis in the Meantime” in mezz’ora, dopo l’arrivo di Nick Lowe dall’aeroporto. Hiatt portò l’album in tour con un altro gruppo, e fu così che entrò in gioco Sonny Landreth, che ricorda come attraversarono il paese per sei settimane in un van, alternandosi alla guida e ascoltando Bob Dylan, Muddy Waters e i primi Beatles. Hiatt provò poi a registrare qualcosa con Dave Mattack dei Fairport Convention alla batteria, John Doe degli X al basso e David Lindley alla slide guitar: stranamente, però, pur se interessanti, per Hiatt le canzoni non avevano la magia che avevano quelle di Bring the Family; ed è un peccato che questa collaborazione non sia mai stata pubblicata. L’album seguente, Slow Turning del 1988, fu prodotto da Glyn Johns, che aveva cominciato ad ascoltare Hiatt su suggerimento di Andy Fairweather-Low, e conteneva brani che sarebbero stati reincisi con successo da altri: uno su tutti, “Feels Like Rain”, finita nella mani di Buddy Guy. Nel disco suonavano i Goners, con Landreth, e fra gli altri musicisti troviamo anche il mitico Bernie Leadon (mandolino, banjo e mandoloncello, oltre alla chitarra). Il successivo Stolen Moments del 1990 continuava a presentare collaboratori ‘nuovi’ (Ethan Johns, figlio di Glyn, e nomi come Michael Landau), americani già ‘storici’ (Bill Payne e Richie Hayward dei Little Feat, Chuck Leavell) e anche, al basso, Pat Donaldson, in passato nel gruppo folk rock inglese dei Fotheringay. Il 24 febbraio del 1990 Hiatt partecipò al concerto tributo a Roy Orbison, scomparso l’anno prima, un evento benefico a sostegno dei senzatetto. Non cantò uno dei suoi brani storici, ma – e vale la pena godersi le esibizioni sue e degli altri, su Youtube – “You Got It”, cioè il brano scritto da Orbison con Petty e Lynne poco prima che morisse: sembrava un brano scritto apposta per – o da – Hiatt: un classico senza tempo per ritmo, accordi e melodia, che è la quintessenza di certa musica americana. Nel 1991 Hiatt si riunì con Lowe, Cooder e Keltner nei Little Village per l’album omonimo, pubblicato l’anno seguente: questa volta lavorarono in modo diverso rispetto a Bring the Family, spesso costruendo brani intorno a loop di batteria di Keltner, che accordava i tom in maniera diversa e registrava dei groove ritmici e melodici al tempo stesso, che erano alla base dell’ispirazione degli altri. È impossibile fare menzione di tutti i dischi venuti in seguito, che oltretutto sono un who’s who della migliore musica moderna. Fra i collaboratori importanti segnaliamo Don Was, che sintetizzò così il genio e l’audacia di Hiatt: «I mean, who fucking rhymes ‘apple’ and ‘Sistine Chapel’?» Was fu anche produttore nel 1991 della cover di “Through Your Hands” registrata da David Crosby un anno dopo la versione di Joan Baez. Hiatt continuò ad andare avanti cambiando direzione e musicisti, mantenendone alcuni, riprendendone altri in seguito, collaborando con gente spesso all’apparenza distante dal suo mondo. Perfectly Good Guitar (1993) vide comparire Matt Wallace, produttore dei Faith No More. Quando il chitarrista Michael Ward andò via, entrò nel gruppo David Immerglück, che aveva suonato college rock con i Camper Van Beethoven. Walk On (1995), che riportò Hiatt a suonare con un’attitudine più acustica, fu seguìto nel 1997 da un album forse poco riuscito, Little Head. Nel marzo del 1999 Hiatt partecipò all’ultimo album della Band, Jubilation, cantando con Rick Danko su una propria canzone, “Bound by Love”. Crossing Muddy Waters (2000), per la Vanguard, sempre con Immerglück e con David Faragher a completare il trio, fornì nuovamente un’ottima prova più acustica, registrata in quattro giorni come Bring the Family, riflettendo l’atmosfera rurale e ricca di fantasmi intorno ad Hiatt. È interessante inquadrare il continuo andirivieni di Hiatt tra canzoni più acustiche e brani più elettrici, i lavori da solo e quelli in gruppo. Per esempio, in tour con i Guilty Dogs, Hiatt apriva spesso i suoi concerti con versioni acustiche dei suoi brani, da solo). Secondo Sonny Landreth, Hiatt è sempre stato essenzialmente, nell’intimo, un troubadour: «È the genuine thing, un cantautore. È lui che suona la sua chitarra e canta, ed è così che registra i suoi brani in studio. Non è tanto uno che va e sovraincide le tracce vocali. Gli piace suonare, sentire [feel] la chitarra e trovare il ritmo mentre canta. E penso che questo risalga a ciò che faceva agli inizi. Ed è l’essenza di ciò che fa. Quindi è davvero una cosa naturale, per lui, fare avanti e indietro tra il lavoro con una band ed essere un artista solista». Nel 2001, riunitosi a Landreth, uscì The Tiki Bar Is Open. L’11 settembre, sia Hiatt che i Goners erano a New York. Nel 2002 scrisse le musiche per un film della Disney, The Country Bears, cui parteciparono anche Bonnie Raitt, Don Henley, Brian Setzer, Elton John, Béla Fleck. Nel 2003 pubblicò Beneath This Gruff Exterior e nel 2005 Master of Disaster, frutto della collaborazione con James Luther Dickinson e debitore delle atmosfere di Memphis, musicalmente diversa da Nashville: le canzoni sembrano non finirgli mai. Di nuovo si spostò verso l’acustico con Same Old Man nel 2008, cui seguirono The Open Road nel 2010 e poi, nel 2011, Dirty Jeans and Mudslide Hymns, collaborazione cercata da Kevin Shirley, produttore superstar: un nome su tutti, gli Aerosmith, e in quel periodo stava lavorando con Joe Bonamassa, che poi incise “Down Around My Place” di Hiatt. E di nuovo, dopo Mystic Pinball, Hiatt tornò all’acustico nel 2014 per Terms of My Surrender, con al suo fianco la chitarra e la produzione di Doug Lancio, che nel libro parla dell’estetica acustica ma non ortodossa del disco e di come fu registrato.   * * *   Bonnie Raitt ha detto di John: «He’s a Lazarus». E le parole migliori per definire Hiatt oggi sono quelle dell’autore di quest’ottimo libro, Michael Elliott: «“Ci ha provato. Ha cercato di migliorare”. Questa è la risposta che John dà quando gli viene posta quella domanda, quel ridicolo cliché, “Come vorresti essere ricordato?” Di primo acchito, la risposta sembra frivola, come una frase buttata via, ma la dice lunga. Dice che, dopo tutto questo tempo, lui ha ancora fede. Si sta ancora sforzando di essere una persona migliore, e ancora non pensa di esserlo del tutto. Quando hai combattuto attraverso la dipendenza e ne sei uscito, la battaglia infuria ancora, e non è mai finita. Quello che serve è flessibilità e capacità di riprendersi, determinazione e fede: qualcosa che John Hiatt ha dimostrato più volte di avere, in grandissima misura». L’ultimo disco di John Hiatt è il giusto epilogo del libro: Leftover Feelings (‘I sentimenti rimasti’), finito all’inizio del 2021 e pubblicato a maggio dalla New West Records, con la Jerry Douglas Band: Jerry Douglas, che James Taylor ha definito the Muhammad Ali of the dobro, al dobro e alla lap steel, Mike Seal alle chitarre, Daniel Kimbro al contrabbasso, Christian Sedelmyer al fiddle. Per tirare le somme e concentrarsi su quel che è rimasto, come recita il titolo (e tutti i sentimenti della vita adulta sono contemplati: un brano, “Light of the Burning Sun”, è sul suicidio del fratello), ancora una volta Hiatt si è affidato a un album fondamentalmente acustico e soprattutto senza batteria: «Niente batteria, e continuavo a pensare “come faremo?”, specialmente su un paio di canzoni, ma poi non ne ho sentito la mancanza. Non credo ci sarebbe stato spazio per la batteria. Suoniamo in ogni caso in maniera percussiva». Michael Elliott inquadra giustamente lo spirito del disco come «back porch feel», come se si fossero riuniti a suonare nel portico sul retro. Hiatt suona una Gibson LG-2 del 1942 e la registrazione è avvenuta in soli quattro giorni allo studio B della RCA a Nashville, mezzo secolo dopo che Hiatt si era trasferito a vivere in città in una stanza da quindici dollari al mese. Lo studio B era quello preferito di Elvis, che qui registrò oltre duecento canzoni. In proposito è uscito anche un documentario, John Hiatt & Jerry Douglas: Leftover Feelings – a Studio B Revival, a cui hanno partecipato fra gli altri Lyle Lovett, Dolly Parton, Emmylou Harris, Rodney Crowell e Molly Tuttle. Tutto si è svolto fondamentalmente dal vivo (live off the floor): undici brani fra cui una nuova versione di “All the Lilacs in Ohio”, registrata in origine con i Goners per The Tiki Bar Is Open. È incredibile pensare che negli ultimi anni Hiatt, fra le altre cose, si sia liberato dell’epatite C che lo affliggeva da lungo tempo, restando a casa un’estate e prendendo nuove medicine, e abbia subìto un intervento alle corde vocali nel 2020. Si ascolti la sua voce nel disco, si ascolti la band; e si provi a non commuoversi o battere il piede a seconda dei brani: “I’m in Ashville”, “Light of the Burning Sun”, “Changes in My Mind” da una parte, e “Long Black Electric Cadillac”, “All the Lilacs in Ohio”, “Little Goodnight” dall’altra. L’album è stato nominato per i Grammy Award 2022 nella categoria Best Americana Album. Salvo ulteriori rinvii, il vincitore dovrebbe essere annunciato il 3 aprile: per noi ha già vinto, o perlomeno è primus inter pares assieme a Downhill From Everywhere di Jackson Browne e Native Sons dei Los Lobos, due altri nostri beniamini fra i cinque nominati.   * * *   Un’estate di non molti anni fa ero sul divano a casa dei miei e ascoltavo, suonandoci sopra, Nick Lowe che eseguiva una dolcissima versione acustica di “She Don’t Love Nobody”. Il brano, inciso da Lowe nel 1985, fu poi un successo per la Desert Rose Band nel 1989: su YouTube si trova anche una loro versione acustica dal vivo al Takamine’s 50th Birthday Party in occasione del NAMM Show di Anaheim nel 2012, dove Chris Hillman suona il mandolino. E, ancora una volta, l’autore era John Hiatt. Mio nipote, che all’epoca aveva tre anni, smise di giocare, girò la testolina bionda verso di me, si alzò e venne ad ascoltare. Poi corse dal padre dicendo «Papà, bella la canzone di zio, bella canzone di zio», pensando – poiché la stavo suonando – che l’avessi anche scritta (come si dice in questi casi: magari…). Gli chiesi se davvero gli piacesse, e al suo «sì!» argentino gli regalai il mio ukulele e lui fu tutto contento. Finché qualcuno – anche un bambino – reagirà con tanto entusiasmo ai brani di John Hiatt, non sarà difficile avere a little faith: c’è ancora speranza, c’è ancora fede e c’è ancora fiducia.   L'articolo John Hiatt proviene da Fingerpicking.net.

 11 December 2023
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La variabile del tempo e gli NFT – Conversazione con il chitarrista/scrittore Renato Caruso.

A Renato certamente non manca la fantasia e l’intraprendenza. Dischi, libri e idee, vengono generati a ritmo continuo. Sono il frutto di un pensiero mai rilassato ma sempre alla ricerca dell’inaspettato e intuibile. Solo dopo averlo sentito raccontare, ti soffermi a riflettere sulla scientificità dei suoi ragionamenti. E anche se con qualche sospetto, finisci sempre per dargli ragione. Perché la sua determinazione è carismatica e ti porta ad accettare ogni estrema presunzione. Ogni novità però è anche una l’occasione per discutere con lui, amico ormai di vecchia data, con cui trovo spesso similitudini e analogie di pensiero. Questa storia della variabile del tempo mi sembra un po’ estrema. Invece è proprio così. Ci sono dei brani che ascoltati la mattina non ti piacciono mentre riascoltati la sera hanno un altro sapore. Anche viceversa. Cioè, un brano ascoltato alle 10 di mattina ha un effetto diverso dello stesso brano ascoltato alle 10 di sera? Esattamente. Il tempo è una variabile che non è stata mai presa in considerazione nel mondo dell’arte. Ma è fondamentale. E la cosa non riguarda solo l’ascoltatore ma anche l’esecutore. Ho provato a suonare e registrare lo stesso brano in diversi momenti della giornata e ho sperimentato che le “intensioni” che si percepiscono sono totalmente diverse. Ma la cosa è ancora più evidente se pensi ad un arco temporale più ampio. Gli impressionisti dipingevano in orari diversi della giornata per percepire le diverse sfumature di luce. Se studi musica armonia classica, impari che le ottave e le quinte sono proibite. Poi negli anni venti arriva il jazz che lavora solo sulle ottave e ha un successo strepitoso. Un po’ come Andy Warhol se fosse nato nel periodo degli impressionisti Infatti, non sarebbe stato neanche preso in considerazione. Ma la variabile tempo è solo fortuna, casualità. Non è programmabile? In questo hai ragione, è molto legato alla casualità, a trovarsi nel momento giusto. Ma solo questo trasforma un brano in un’opera d’arte. Quante composizioni sono state per anni chiuse nei cassetti perché ritenute di scarso valore (anche commerciale) e riesumate dopo quarant’anni, hanno fatto il botto diventando leggendarie. Oltre la musica (melodia e armonica) deve esserci il momento giusto in cui collochi il brano. Tu sostieni che se i Beatles avessero fatto oggi le loro canzoni non avrebbero avuto lo stesso successo? Penso proprio di si. Ma un brano come Let it be, è eterno, funziona ancora oggi. Perché, trovato il tempo giusto, se diventa “capolavoro”, lo rimane per sempre. Quindi tutto è opera d’arte, non c’è uno più bravo o uno meno bravo, basta rendere pubblica la propria creatività nel momento giusto? Il concetto è proprio questo. Pensa alla musica dodecafonica, l’avessero fatta Beethoven o Chopin, sarebbe risultata un obbrobrio.  Tommy Emmanuel, è sempre stato bravo, però in un momento particolare la sua fama esplosa e ora continua a essere una leggenda. Ma è lo stesso Tommy Emmanuel di quarant’anni anni fa. Anche Hendrix con la sua musica ho trovato il tempo giusto. Si, ma anche il luogo giusto, perché se non si fosse trasferito in Inghilterra non avrebbe avuto fortuna Giusto, ecco che hai aggiunto una nuova variabile: il luogo. Non ci avevo pensato. Vedi che fa sempre bene chiacchierare di temi così “estremi”. Visto che siamo arrivati agli estremi. Raccontami degli NFT, di cui ti stai facendo promotore. L’NFT è un sistema per marchiare un’opera digitale certificandone l’originalità e rendendola unica.Può essere utilizzata per qualsiasi documento digitale, anche un brano. Io, per esempio, ho realizzato varie versioni di quel brano di cui ti parlavo e che ho suonato in momenti diverse e marchiate con gli NFT le ho messe in vendita. E’ un tentativo, visto che ormai da Spotify non arriva quasi più nulla. Come dire, dal produttore al consumatore saltando la distribuzione, ma certificando il prodotto. In quel caso come funziona il diritto d’autore, rimane a te o passa di proprietà a chi acquista il brano? L’argomento “diritto d’autore” è molto complesso. Ancora non c’è una disciplina e un regolamento specifico. Certo che chi acquista il brano ne acquisisce la titolarità e quindi può farne ciò che vuole senza darne conto a nessuno. Anche questo è un argomento interessante, come sempre, parlando con te si mette un passo nel futuro. Prima di chiudere puoi darmi dei riferimenti per gli NFT? Su quali siti andare? Il sito che ho usato si chiama Mintable, ricorda però che funziona solo utilizzando le cripto valute. Io ho pubblicato vari brani “Non fungible guitar (11 PM)”, “Non fungible guitar (11 AM)”, etc. Quindi, hai scritto un brano, lo hai suonato in orari diversi, hai “marchiato” i vari file con NFT e li hai messi in vendita. Sembra una cosa molto interessante, perlomeno innovativa. Complimenti per l’intraprendenza. Alla prossima… che sono sicuro non tarderà ad arrivare. I primi tre NFT sulla piattaforma Mintable (https://mintable.app/u/rcar): Non Fungible Guitar (9 AM), Non Fungible Guitar (11 AM), Non Fungible Guitar (11 PM). Non Fungible Guitar Renato Caruso L'articolo La variabile del tempo e gli NFT – Conversazione con il chitarrista/scrittore Renato Caruso. proviene da Fingerpicking.net.

 11 December 2023
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Tom Petty

Tom Petty Le conversazioni con Paul Zollo di SERGIO STAFFIERI The secret of a great melody is a secret. (Dave Brubeck) Frank Zappa riteneva che il rock journalism avesse a che fare con «persone che non sanno scrivere, che intervistano persone che non sanno parlare, per persone che non sanno leggere». Era un’estremizzazione effettivamente bella ed efficace, una provocazione non del tutto lontana dal falso e, in alcuni casi, purtroppo condivisibile ancora oggi. Il giornalismo musicale, per fortuna, da allora ha fatto passi da gigante e ha spesso unito i suoi sforzi a quelli degli studi accademici: tutto ci aiuta nella maggiore comprensione e nel migliore apprezzamento del fenomeno musicale.  Il libro di Paul Zollo di cui ci accingiamo a parlare, Conversations With Tom Petty, contraddice quindi felicemente l’assunto di Zappa: l’autore è un musicista, scrittore, giornalista musicale e fotografo che ha sempre concentrato i suoi interessi sul songwriting (è attualmente senior editor di American Songwriter Magazine). Il protagonista del libro, invece, è Tom Petty, e già il nome dovrebbe bastare. Petty è stato uno dei massimi esempi dell’importanza, anche nel mondo della canzone, del ‘praticantato’, dello studiare i meccanismi di scrittura dei brani – anche quelli più semplici – applicando il processo di reverse engineering alla canzone (smontandola e rimontandola, come se si trattasse di un qualunque oggetto commerciale); e ha provato come tali meccanismi siano alla base di una formazione necessaria a una carriera di successo. Il tutto senza togliere il minimo ‘romanticismo’ al momento dell’ascolto, all’apprezzamento dei brani, all’istante in cui l’ispirazione arriva da non si sa dove. Tom Petty era l’intervistato ideale per Zollo, anche a voler dar retta a Zappa: Petty non aveva ricevuto alcuna istruzione musicale, non aveva alle spalle una carriera scolastica di rilievo e in un’altra occasione, intervistato da Bill Flanagan, aveva detto come lo spaventasse che ciò di cui si occupava – cioè le canzoni – diventasse un discorso intellettuale: «Io non leggo poesie. Non ho mai pensato di essere un poeta». D’altra parte, fu da subito e fu sempre uno studente-studioso del songcraft, dell’arte – ma soprattutto del ‘mestiere’ – dello scrivere canzoni. Questo Conversations With Tom Petty, pubblicato da Omnibus Press, è una expanded edition del testo uscito nel 2005: c’è un’intervista a Dana Petty successiva all’improvvisa morte di Tom nel 2017, un’introduzione alla nuova edizione, la discografia e videografia completa di Petty con gli Heartbreakers e non, e varie foto tra cui una, splendida, di Petty con la sua Gibson Dove, l’acustica su cui scrisse tutte le sue canzoni dal ’70 al ’91; e un’altra, sempre con un’acustica Gibson baciata dal sole presumibilmente in veranda. Il libro è strutturato in tre parti: Life (quindici capitoli), Songs (un lunghissimo capitolo dove vengono presi in esame i suoi album) e Additional Interviews, Articles and Reviews. In tutto quasi quattrocento pagine, che costituiscono un’enciclopedia scritta in base alla viva voce del protagonista, su Petty e il suo mondo. E ‘mondo’ non è parola inappropriata, perché si parla di luoghi su luoghi a partire da Gainsville in Florida, e persone su persone: gli Heartbreakers, ovvio, ma anche Don Felder, che diede a Tom lezioni di chitarra e poi si unì agli Eagles, e chiaramente Dylan con cui Petty e la sua band fecero un tour nell’86, e ancora George Harrison con cui Dylan e Petty e Jeff Lynne e Roy Orbison diedero vita ai Traveling Wilburys. E ovviamente canzoni su canzoni, ‘piccoli mondi’ su ‘piccoli mondi’.  Le conversazioni – cioè quello che tutte le buone interviste dovrebbero essere – vertono tutte sull’aspetto creativo e della performance, sulle collaborazioni e sulle influenze di Petty. E lui è disponibilissimo a parlare di tutto ciò, ogni volta eccitato come un bambino, pronto a spendere buone parole per tutti: anche per le Bangles, con cui collaborò, nonostante la loro musica fosse vista da molti come dispensable pop, cioè pop di cui poter fare a meno. E le sue valutazioni ci aiutano a inquadrare meglio gli altri artisti; di Dylan arriva a dire: «Se devi suonare con Bob, è un po’ come suonare con un jazzista», per la sua capacità di improvvisare, nel suo contesto musicale di riferimento. E altrove ne narra le sterminate conoscenze musicali: «Sa un sacco in fatto di musica […] Sea shanties. Musica folk. Conosce davvero tante folk songs, molto R&B degli inizi, canzoni piuttosto oscure che non conoscevo. Alcuni dei miei ricordi più belli sono legati a prove dove Bob magari iniziava a suonare alcune canzoni che non conoscevamo, e si scopriva qualcosa di nuovo». E altrove Dylan è «a riddle wrapped in an enigma» (‘un rebus avvolto in un enigma’): l’espressione rimanda – pure se scherzosamente – alle parole che aveva utilizzato con acume Winston Churchill a proposito della Russia: «It is a riddle, wrapped in a mistery, inside an enigma» (‘È un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma’). Dylan rimane il più grande, quello che ha influenzato tutti senza mezze misure: «He influenced everybody’s songwriting. There’s no way around it». Alla domanda di Zollo se anche Petty avesse iniziato a scrivere canzoni lunghe come “Like a Rolling Stone”, Petty rispose di no, chiarendo come l’influenza di Dylan avesse a che fare con il modo di scrivere di Dylan e gli argomenti scelti, che non fossero solo canzoni d’amore: «All’improvviso capivi che potevi scrivere di altre cose». Qualcosa di simile disse in proposito Joni Mitchell: «La prima volta che ho sentito Dylan cantare ‘You got a lotta nerve’ [il primo verso di “Positively 4th Street”] ho pensato: ‘Evviva, la canzone popolare americana è cresciuta, ha tutte le strade aperte di fronte a sé. Adesso è legittimo scrivere su uno qualsiasi degli argomenti che tratta anche la letteratura’». Come molti all’epoca, tra l’altro, Petty ascoltò Dylan attraverso la lente dei Byrds, altra influenza importante per Tom e gli Heartbreakers. E va ricordato come McGuinn scelse di incidere una sua versione di “American Girl” di Petty per un suo album solista, già l’anno dopo che questa era comparsa nell’esordio degli Heartbreakers. E quando nel 1992 ci fu al Madison Square Garden il 30th Anniversary Concert Celebration in onore di Dylan, furono proprio Petty e gli Heartbreakers ad accompagnare McGuinn per “Mr. Tambourine Man”. Addirittura, agli inizi Petty e gli altri volevano che il gruppo fosse un incrocio di Byrds e Stones («What could be better than that?»), perché avevano anche influenze diverse, ma l’incrocio delle due sensibilità – cioè R&B e rock’n’roll da una parte e «a nice harmony song sense» dall’altra – era il modo migliore di sintetizzare quel che avevano in mente. Per chi ancora ritenga uno come Jeff Lynne un personaggio ‘leggero’ e ‘commerciale’ del mondo della canzone (Lowell George dei Leattle Feat fece un tour con gli ELO di Lynne e fu pesantissimo nel giudicarli), è possibile qui accorgersi invece della meritata stima accordatagli da Petty e da nomi come Orbison, Harrison e Dylan: sia come musicista che come produttore, rivelatosi necessario alla buona riuscita dei pezzi. Per “Free Fallin’”, ad esempio, Jeff Lynne diede alcune dritte fondamentali: quando Petty gli suonò il giro di accordi che aveva composto, Lynne gli disse di togliere l’ultimo accordo e la sequenza musicale ne risultò più efficace; quando Petty iniziò a improvvisare il testo e arrivò al ritornello senza sapere che dire, fu Lynne a suggerire, aprendo bocca e dicendole come niente fosse, le parole che divennero il titolo; e poi gli chiese di eseguire il brano all’ottava superiore: piccoli accorgimenti all’apparenza, che cambiarono il destino di una canzone scritta, è bene dirlo, nel giro di una mezz’ora. Nel caso di “Yer So Bad” fu lui a suggerire, quando Petty si ritrovò fermo al turnarond, di inserire un MI minore e questo sbloccò la situazione; a conferma del ruolo ‘maieutico’ che aveva con Petty e non solo.  Durante lo stesso periodo, George Harrison divenne un amico intimo di Petty, e anche lui dava giudizi spontanei e perfino impietosi, anche quando poi cantava nei cori. Petty lo racconta ridendo (e ho riso anch’io leggendo e immaginando la scena); ecco le sue parole a proposito di “I Won’t Back Down”: «George disse “Che diavolo è ‘I’m standing on the edge of the world’? Di sicuro si può trovare qualcosa di meglio […] ‘There ain’t no easy way out’ […] Questa frase è stupida”»; e invece poi la canzone ebbe successo anche per il modo in cui il testo in quel modo parlava alle persone. Proprio George Harrison ‘compare’ spesso nel libro: Petty ne divenne un vero amico, e fu anche un suo ‘studente’; dev’esser stato fantastico poter imparare direttamente da George: «Era davvero un grande con gli accordi. Li conosceva bene e conosceva diversi modi in cui suonarli. È proprio questo che ho preso da lui. Suonavamo in maniera rilassata ed era molto bravo a mostrarmi le cose: “Oh, sai, c’è un modo più semplice di fare questa cosa, oppure puoi suonare quell’accordo in un altro modo”». Viene fuori, anche dalla sua testimonianza, un Harrison poco conosciuto: sappiamo come il blues non fosse certo in cima alla sua lista, eppure Petty racconta che una sera, sul tardi a casa sua, iniziarono a suonare e Harrison fece un blues eccezionale, che non gli aveva mai sentito fare. Gli chiese come mai non l’avesse mai fatto, aggiungendo che non aveva idea che ne fosse capace, e George rispose secco: «Oh, that’s Eric’s things» riferendosi ovviamente a Clapton. Petty potrà anche non aver studiato musica e potrà non saper parlare sempre in termini tecnici, ma questo non nega la sua competenza e non annulla il suo acume. Arrivati alla canzone “Too Good to Be True”, Zollo gli chiede ragguagli sull’accordo che caratterizza la finta chiusa prima che la canzone ricominci, e Petty risponde: «Sì, è uno dei miei mystery chords, di cui Jeff dice: “Non sapevo neppure che quell’accordo esistesse” [risate]. E se fossi un bravo musicista, probabilmente non l’avrei usato. A volte metto le mani sulle corde, e se suona bene, uso quello che viene fuori. Uso molte variazioni sugli accordi. Ho il mio modo di farle e di suonarle, e di disporre i voicing degli accordi. Che è molto importante, se vuoi fare cose tue. C’è gente che suona le mie canzoni, ma non suona i voicing corretti degli accordi. E i voicing sono l’essenza di tutto». Ci sono poi osservazioni pertinenti sul diverso supporto di riproduzione. Ad esempio, con gli LP c’era il limite temporale dei due lati: l’inizio, l’interruzione a metà disco e la seconda parte, e questo portava anche a ragionare sui pezzi da inserire; per non parlare della copertina e tutto il resto, che erano parte dell’esperienza di ascolto. Leggiamo delle sue preferenze nella registrazione della voce: no al riverbero, sì a tape delay, compressore e limiter; microfoni utilizzati: AKG C12 e a volte Neumann U 87. Ogni brano è ricordato e analizzato, inquadrato in un sistema di relazioni con la musica presente e passata; si veda “Apartment Song”, scritta per Southern Accents e uscita poi su Full Moon Fever, di cui dice: «È la nostra piccola cosa in stile Buddy Holly». Holly fu un’influenza fondamentale: a più riprese Petty parla dell’importanza dei limiti e della semplicità, dello sforzarsi a trovare qualcosa che funzioni anche con le cose più semplici. In proposito diceva infatti: «Ho letto che la mia musica è semplice. Non è semplice. Ci sono molte sfumature, luci e ombre». E in “Turn This Car Around” è l’accordo di minore settima con la quarta a dare un’atmosfera particolare. Troviamo inoltre opinioni sulle migliori tonalità per la chitarra (Petty dà una risposta basata sulla praticità: «Oh, ce ne sono molte. A volte trovarsi in tonalità in bemolle sulla chitarra può essere insidioso, ma noi usiamo capotasti mobili»), sul marketing e le pop star e i TV show, sull’American dream di cui il rock’n’roll è l’incarnazione, sui tipi di canzone che si possono scrivere e che lui ha scritto, sul far entrare «un film in tre minuti» e sull’importanza dell’ambiguità nei testi: «permette all’ascoltatore di creare la propria idea di ciò che avviene».  Ancora, Petty parla dell’ukulele, con cui inizia “The Man Who Loves Women”, strumento che ci riporta inevitabilmente a George Harrison: «L’ho scritta su un ukulele che mi diede lui, in effetti. Mi piacciono gli accordi di quella canzone. Me ne sono uscito con molti accordi efficaci, che non credo avrei suonato sulla chitarra. George mi insegnò a suonare l’ukulele, e mi insegnò molti cool chords e le loro inversioni sullo strumento»; «non puoi esser triste e suonare l’ukulele [risate], l’ukulele fa nascere sempre un sorriso nella stanza». Su YouTube si può vedere un video tratto dal documentario Living in the Material World di Martin Scorsese: Petty racconta ridendo proprio di quando Harrison gli regalò l’ukulele; e la sua mimica è imperdibile, perché George non solo gliene regalò uno per iniziare ma decise, prima di andare via (Petty ricorda che avevano suonato talmente tanto che a quel punto gli faceva male il polso), di lasciargliene altri: «Quando se ne stava andando mi sono avvicinato alla macchina e lui ha detto: “Well, wait… voglio lasciare qui degli ukulele”. Me ne aveva già dato uno, così gli dissi: “Be’, ho questo”. E lui “No, potrebbero servircene di più!” [risate di Petty] E aprì il bagagliaio dove aveva un sacco di ukulele, penso ne abbia lasciati quattro da me. Disse: “Well, non si sa mai quando potremmo averne bisogno, perché non tutti se ne portano uno dietro!”». Riscopriamo, affianco a Petty, uno come Mike Campbell, oggi nell’ennesima incarnazione dei Fleetwood Mac, importantissimo: di lui George Harrison amava il modo di suonare lo slide e lo considerava secondo solo a Ry Cooder. In proposito vale la pena ricordare quel che diceva Clapton di Harrison come suonatore di slide, che cioè non fosse ‘invischiato’ in stilemi blues, ma che usasse le scale per trovare melodie autonome, perché Petty offre di Campbell un giudizio simile: «È piuttosto come una voce. Questo attiene completamente al vibrato, e a come fai uscire le note dalla chitarra con questo pezzo di metallo o di vetro […] Lui ha un vibrato perfetto, e un’intonazione perfetta. Tutto dipende dall’intonazione». Campbell scrisse con Petty molti brani, e fu il suo ‘braccio armato’ alle corde di ogni tipo: su “All the Wrong Reasons”, per esempio, Campbell suonò il riff al bouzouki. Mi viene in mente un episodio proprio a proposito di Campbell: uno dei brani più belli di Don Henley dopo gli Eagles, “The Boys of Summer”, fu frutto della collaborazione di Campbell alle musiche, che vennero prima, e di Henley al testo. E la cosa sorprendente, stando a quanto raccontato più volte da Henley, è che il brano gli fu presentato da Campbell dopo essere stato scartato da Petty, che – una volta interrogato in merito – disse di non ricordare di aver mai scartato un brano simile. La lettura del libro è un invito a riscoprire tanto cantautorato acustico: “Wildflowers”, in apertura dell’album omonimo del 1994; “Don’t Fade Me On”, suonata con due acustiche; “King’s Highway”, dal vivo con Campbell al mandolino (da Playback, boxed set del 1995); “You Don’t Know What It Feels”, “Alright for Now” («Fu scritta a tarda notte, con i miei bambini in mente. Jeff non era lì. Era andato via, e la facemmo io e Mike […] Suonammo in fingerpicking, dal vivo, noi due, semplicemente suonando insieme») e non solo: brani stupendi che sono a pieno diritto, oggi, classici americani.  Se si vuole un corso intensivo sulla scrittura di canzoni e sul loro arrangiamento, questo libro è perfetto perché ne indaga tutti gli aspetti: vale per i testi e per le musiche. Leggiamo Petty dire «I don’t go for the Nashville way», riferendosi a canzoni scritte a partire da un titolo ad effetto («some clever line for the title»), nel senso che non si lasciava dettare tutto solo da un titolo, come se fosse un compitino. Anzi, apparteneva a quella schiera di autori che si fanno – in senso buono – continuamente i fatti degli altri: «Sono il tipo di persona che siede al ristorante e ascolta quello che dicono tutte le altre persone intorno». E soprattutto, prendeva appunti di continuo: «Prendo appunti. Magari la notte salto giù dal letto e scrivo alcune cose. A volte, in quei brevi momenti prima di addormentarti, la tua mente va in un certo posto e ti vengono un mucchio di idee. Perciò tengo un taccuino vicino al letto e lo prendo di continuo per prendere appunti». È come se – pur senza avere studiato, come da lui ricordato –avesse applicato quello che dovrebbe essere un principio aureo espresso dalla massima latina nulla dies sine linea. E non si faceva problemi a trovare ispirazione anche in un loop, purché fosse un loop ‘organico’: a proposito di “No Second Thoughts”, riferisce che «quella traccia fu costruita su un loop. […] Avevamo un mucchio di percussioni, tutti si misero a battere sulle congas e qualsiasi cosa fosse a tiro. Forse anche su una chitarra acustica. Ne facemmo un loop e lo mettemmo in riproduzione». Notiamo qui, di passaggio, come un altro gruppo di ambito ‘Americana’ (quindi ‘insospettabile’ quanto ad apprezzamenti su loop e simili) che lavorò in questo modo furono i Little Village, i quali costruirono una buona metà delle canzoni del loro disco a partire da loop preparati da Jim Keltner. Dal punto di vista delle delle collaborazioni in ambito ‘Americana’, va ricordato che Petty lavorò anche con un altro gigante, cioè Johnny Cash: l’ultimo, fruttuoso periodo di registrazioni del man in black, sotto la regia di Rick Rubin, fu una serie di dischi acustici (American Recordings) che andrebbero riscoperti da ogni aspirante songwriter. Fu proprio Petty l’artefice del tutto, perché Rubin ragionava se far firmare o no un contratto a Cash e chiese a Petty cosa ne pensasse; e lui rispose: «Stai scherzando?». Nel secondo volume, Unchained, Tom partecipò coi suoi fidi compagni: e risaltano “Sea of Heartbreak”, vecchio brano cantato da Don Gibson, e la sua “Southern Accents”. Nel terzo volume, Solitary Man, comparve poi “I Won’t Back Down”. Fra le foto presenti nel libro ce n’è anche una stupenda di quei giorni, dove Petty è seduto a terra e guarda sorridendo beato Carl Perkins – spuntato dal nulla a fare una visita – seduto davanti a lui mentre suona, con Cash vicino. Unchained vinse il Grammy nella categoria Best Country Album of the Year 1998, e il commento tipico e divertito di Petty, quando lo ricorda, è: «il che non è niente male per un gruppo di rock’n’roll». È proprio questo uno dei punti di forza di Tom Petty: l’aver amato e saputo inglobare le varie influenze della musica americana, spesso andando sempre più indietro nel tempo anche quando si trattava di musicisti dal successo non più stellare, come poteva essere al momento quello dei suoi Heartbreakers, e soprattutto mentre la stampa cercava di capire se questi ultimi fossero rock, rock’n’roll, new wave, alt-folk o chissà che altro ancora. E intanto, magari, Petty e gli Heartbreakers facevano una serie di venti date al Fillmore di San Francisco invitando ad aprire gruppi e nomi come Carl Perkins, John Lee Hooker, Roger McGuinn. Le influenze erano molteplici, così come gli stili delle canzoni, ma questo non ha mai comportato che le cose diventassero troppo sofisticate, anzi. Zollo paragona Petty a Woody Guthrie: a master of simplicity. Parla proprio di the genius of simplicity: una semplicità non casuale, ma raffinata (honed) e sviluppata nel corso degli anni. Individua i punti forti della sua scrittura nel sapere rendersi conto dell’equilibrio necessario nella costruzione delle canzoni, nel bilanciare strofe e ponti e ritornelli: le canzoni dovevano essere, secondo Petty, «light – but not lightweight». Zollo chiama quella di Petty folk wisdom, ‘saggezza folk’, e questo ci dovrebbe ancora una volta far pensare. Per Petty, che pure conosceva i ‘trucchi’ del mestiere, il ‘mestiere’ (craft) importava quando arricchiva una canzone, non quando usato per sé stesso: la sua ambizione, al di là del non scrivere per impressionare altri musicisti, era creare «something timeless», che suonasse grande oggi e ancor meglio domani. Petty era un grande melodista, e aveva un cuore rock’n’roll. Da piccolo mandava a memoria le nursery rhymes, poi si abbeverò a tutti i rivoli del grande fiume della canzone americana e riconobbe, come altri americani, agli artisti della British invasion di avergli fatto riscoprire le cose di ‘casa sua’. Era un intrattenitore a tutto tondo, e Zollo fa riferimento anche a quando fu ospite con Robin Williams dal comico e conduttore televisivo Jay Leno: «He was a treasured American entertainer». Scriveva per ‘intrattenere’, ma anche per far pensare ed essere vicino alla gente. Perché, come ricorda Zollo, per lui l’American dream si era realizzato, ma sapeva bene che così non era avvenuto per milioni di altri; e per questo scrisse “American Dream Plan B”. Nel ricordare quel che l’aveva colpito di Slim Harpo e Muddy Waters, Tom Petty parlava della loro onestà e purezza: questa era la cosa che cercava con la sua musica, anche perché – dice sempre Zollo – per lui le onde radio erano sacre, come lo erano state per Woody e per Dylan prima di lui. E quindi non dovevano essere sprecate trasmettendo musica ‘falsa’. «Il mondo non ha bisogno di altre canzoni» disse Bob Dylan una volta proprio a Zollo, ma poi continuò: «A meno che qualcuno non si presenti con un cuore puro, e abbia qualcosa da dire. That’s a different story». Tom Petty apparteneva a questa categoria, e questo libro ce lo fa apprezzare e rimpiangere una volta di più. L'articolo Tom Petty proviene da Fingerpicking.net.

 11 December 2023
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Taylor 322ce 12-Fret V-Class

(di Marco Alderotti) – Vista l’occasione, non potevo farmi scappare questa nuova e bellissima Taylor 322ce 12-Fret arrivata in negozio pochi giorni fa direttamente dallo stabilimento californiano, dove è stata progettata e realizzata. È una 12 tasti ‘fuori corpo’ con una scala di 632 mm, più corta rispetto alle classiche Grand Concert, ma di sicuro più maneggevole e comoda grazie anche al ponte posizionato più vicino alla buca. Il corpo ha una spalla mancante, che agevola non poco l’accesso agli ultimi tasti senza alcun tipo di sforzo. Lo strumento è costruito utilizzando legni nobili, con top in mogano e fasce e fondo in blackwood con venature pronunciate e molto belle a vedersi. Anche il manico è in un unico blocco in mogano, con una sezione a ‘C’, comodo e scorrevole, mentre per tastiera e ponte la scelta è andata a favore dell’ebano, molto scuro e compatto. Sulla stessa tastiera sono presenti dei piccoli intarsi a forma di diamante, ben realizzati in acrilico, e i 18 tasti di medie dimensioni sono posizionati, rifiniti e lucidati alla perfezione. Gli amanti del marchio apprezzeranno la costruzione, con un’accuratezza nei dettagli fuori dal comune: anche dentro la buca tutto è al suo posto, senza alcun tipo di imperfezione. La paletta di tipo slotted monta sei meccaniche a ingranaggi scoperti, realizzate da Taylor con palettine in ebano. Sempre sulla paletta, oltre allo stemma del brand, è presente il coperchio per accedere alla regolazione del truss rod. Nut e traversino sono in Tusq bianco, mentre sul corpo è presente un binding caratterizzato da una fascetta in nero più fili sottili in bianco, con un motivo semplice e gradevole ripreso sulla rosetta. La colorazione della chitarra è molto scura, con la tavola armonica in shaded edge burst con finitura satinata, come il resto dello strumento. Sul top, come di consueto, è applicato un elegante battipenna dal disegno originale in colorazione nera. Lo strumento è amplificato con il sistema proprietario Expression System 2, prevede il secondo bottone per la tracolla ed è dotato di serie di un’ottima custodia rigida. La nuova Taylor ricalca la tradizione del marchio con un modello acustico semplice e comodo da suonare, che sicuramente i tanti chitarristi elettrici apprezzeranno. E, grazie anche al sempre più apprezzato V-Class Bracing, il suono rimane nitido con grande proiezione, volume e un sustain di tutto rispetto, che farà innamorare molti già da subito. Il primo impatto è più che positivo, sia per leggerezza che per bilanciamento, con pesi ben distribuiti e un setup di fabbrica che, per il mio modo di suonare, risulta più che perfetto. Sia che si suoni in strumming, sia che si suoni in flatpicking, il suono che riempie la stanza è ‘enorme’, fluido, con grande potenza e calore considerando anche le dimensioni ridotte del body, con medi-alti frizzanti, ma musicali e mai fastidiosi. E anche usando il thumbpick i risultati ottenuti sono di gran classe, con un timbro presente e maestoso, in particolare usando accordature aperte. La semplicità con cui si realizzano i bending è da non credere, e quasi sembra di avere una chitarra elettrica tanta è la comodità nel suonare. Il nut di 44,5 mm, anche se potrà risultare ‘strettino’ per molti, lo trovo personalmente familiare essendo abituato a strumenti Maton. In versione elettrificata il ben noto Expression System 2 restituisce abbastanza fedelmente le caratteristiche sonore già apprezzate in unplugged. E, grazie alle sole tre rotelline poste sulla fascia superiore del corpo, adibite a volume, bassi e alti, non è difficile ritagliarsi un buon suono. Ho voluto provare anche regolazioni estreme, per sentire effettivamente come l’Expression System 2 reagisca a tanta ‘cattiveria’. Ma, tutto sommato, il timbro di base rimane nitido e bilanciato e mai aspro, sempre rispettando la voce naturale della chitarra. La 322ce è consigliata a chi necessita di uno strumento tuttofare, comodo nel suonare e dall’estetica azzeccata, con un rapporto qualità/prezzo vincente. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Taylor 322ce 12-Fret V-Class Tipo: chitarra acustica elettrificata Costruzione: USA Distributore: www.taylorguitars.com Top: mogano massello Fasce e fondo: blackwood massello Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Scala: 632 mm Nut e traversino: Tusq bianco Meccaniche: Taylor Slot Head Tasti: 18 Elettronica: Expression System 2 Prezzo: € 2499 (IVA inclusa) L'articolo Taylor 322ce 12-Fret V-Class proviene da Fingerpicking.net.

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Pietro Nobile – Il nuovo libro sulla “Chitarra Fingerstyle”

(di Luca Masperone) – Venerdì 29 novembre 2019, presso Ground Custom Liuterie Inedite a Milano, si è svolta in anteprima la presentazione del nuovo libro del maestro della chitarra acustica Pietro Nobile. Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici è il titolo del volume, e noi abbiamo partecipato alla serata, organizzata dal chitarrista Gabriele Cento, tra esibizioni dal vivo e approfondimenti del testo. Iniziamo con il parlare della location dell’evento: Ground Custom, che ha l’aspetto di un salotto artistico con splendide chitarre artigianali in esposizione, nasce dall’unione di tre liutai, tre creativi che hanno portato i loro laboratori e marchi in un ambiente di condivisione. Stiamo parlando di Fabio Molinelli (Molinelli Guitars), Rossella Canzi (Ross Liuteria) ed Emanuele D’Alò (Shank Instruments). Gli ultimi due sono anche i responsabili delle batterie DrumMa. Torniamo alla presentazione. Pietro suona alcuni dei suoi pezzi storici, composizioni personali dalla forte carica melodica, eseguiti con il suo tocco preciso e controllato, e forti di un suono che Nobile ha affinato negli anni, in particolare per quanto riguarda la regolazione del riverbero. Gabriele Cento suona con lui alcuni brani, poi inizia la presentazione vera e propria con l’analisi del nuovo libro, appena pubblicato da Volontè & Co. A parlarne, il sottoscritto assieme a Nobile e all’editore Marco Volontè. Il testo parte davvero da zero, soffermandosi per tutto il tempo necessario sulle basi della chitarra acustica suonata con le dita della mano destra. Ogni aspetto e argomento viene trattato con molta cura attraverso una serie di esercizi e brani dedicati, presenti sia in formato audio su CD che in formato video in streaming gratuito: argomenti chiave come gli arpeggi con le corde a vuoto (ben 37 esercizi solo su questi), o i concetti di dita ‘cardine’ e dita ‘guida’, che permettono al principiante assoluto di sviluppare in modo molto graduale un controllo dello strumento, ma sono utili anche a chi già suona da tempo, per fare un controllo della propria tecnica e migliorarla. Infatti il testo, man mano che progredisce nelle sue 152 pagine, sviscera anche tecniche più avanzate, come crosspicking, delayed pull-off e delayed hammering, così come le accordature aperte e brani originali polifonici composti appositamente per mettere in pratica ciò che si è imparato in fase di esercizio. In definitiva il metodo è indicato anche per il chitarrista elettrico che voglia avvicinarsi (o riavvicinarsi!) al fingerstyle. L’aspetto che personalmente ho apprezzato di più, e che ho avuto modo di sottolineare anche mentre la presentazione volgeva al termine, sono le lunghe parti di testo dove Nobile condivide alcune sue idee e nozioni, dai consigli su come memorizzare i brani, come controllare la paura del palco, come cavarsela in caso di errore o momentaneo black-out, fino alla cura delle unghie, passando per l’approccio allo studio e allo sviluppo della creatività. (l.m.) Pietro Nobile, Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici, Volontè & Co., 2019 L'articolo Pietro Nobile – Il nuovo libro sulla “Chitarra Fingerstyle” proviene da Fingerpicking.net.

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Detrazioni in musica

La Legge di Bilancio 2020 introduce ai commi 346 e 347 la detraibilità del 19% per un importo non superiore a 1000 euro di spese sostenute, anche nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico, da contribuenti con reddito complessivo non superiore a 36.000 euro per lo studio e la pratica della musica di ragazzi tra i 5 e i 18 anni, presso conservatòri di musica, istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica (AFAM), cori, bande e scuole di musica riconosciute da una pubblica amministrazione. La detrazione spetterà dall’anno di imposta in corso alla data del 1° gennaio 2021. È un risultato importante che va nella direzione di porre lo studio e la pratica musicale, almeno fiscalmente, al pari di quella sportiva, che da sempre gode di queste agevolazioni. Inoltre questo emendamento agisce nella direzione di un investimento sia socio-culturale che economico: da un lato infatti favorisce l’esperienza libera, creativa e artistica, attraverso la musica, delle nuove generazioni; dall’altro incentiva le famiglie a scegliere realtà riconosciute, riducendo i fenomeni di evasione fiscale. Si è arrivati al risultato di oggi grazie soprattutto alla spinta dell’ARCI Nazionale e dei senatori Vasco Errani e Loredana De Petris, oltre al deputato Claudio Mancini, che l’hanno presentato e difeso, e al Ministro dell’economia Roberto Gualtieri che ne ha dato parere favorevole. (fonte: http://forumeducazionemusicale.it) Sulla carta una piccola, grande vittoria… Anche se mi lascia qualche perplessità: in molte scuole di musica comunali e/o parificate era già previsto uno sconto del 50% circa per le famiglie a basso reddito. Le due cose si andranno a sommare, oppure la nuova normativa sosituià quella precedente? Al momento, da una veloce indagine in rete non sono riuscito a scoprire molto, perché i tariffari per l’anno 2020 non sono ancora disponibili su nessun sito delle varie scuole. Se qualcuno ha notizie aggiornate, come sempre mi farebbe piacere approfondire il discorso sulle pagine del nostro sito. Mario Giovannini L'articolo Detrazioni in musica proviene da Fingerpicking.net.

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È online “Chitarra Acustica” n. 02/2020

È online il numero 02/2020 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali.   Se guardi Sanremo non vai all’inferno Ogni anno la stessa storia: il Festival di Sanremo ha la capacità di dividere uomini e opinioni. Questa divisione non è frutto di una mediazione ponderata, o di un’analisi dei pro e contro di uno o dell’altro schieramento. È una spaccatura netta, frequentata dai favorevoli o dagli assolutamente contrari. Le motivazioni non sono comprensibili: si difende la propria idea utilizzando affermazioni o dinieghi che non hanno alla base concrete e argomentate motivazioni, ma semplici esternazioni in cui si afferma la propria scelta come la migliore, e quella altrui come la peggiore. Anzi, deprecabile e ingiustificabile. Prendere posizione significa ottenere il cinquanta per cento di consensi, ma altrettante contestazioni. Perché è proprio così: l’Italia si spacca di fronte a questo evento esattamente a metà, dimenticando problemi più ‘ameni’, come la prescrizione, il costante declino del nostro PIL, il virus appena arrivato fresco fresco dalla Cina… dove tutti, pochi mesi fa, siamo andati a cercare chitarre ed emozioni. Per queste ultime, bastava spostare la fiera di Shangai di qualche mese per rischiare di portarne a casa in quantità… Ma io sono uno di quelli che segue con curiosità e piacere l’evento sanremese. E non è colpa dell’età: questo piacere lo coltivavo anche da giovane. Infatti, quand’ero un ribelle scapestrato – e poco sono cambiato da allora – condividevo con gli amici questa tre giorni (all’epoca erano solo tre le giornate) e tra focaccia messinese, arancini e birra, si discuteva e si costruivano pronostici. Era l’occasione per un nuovo incontro. Una sorta di secondo tempo del Natale. Una piacevole ripresa delle festività appena passate, in cui ci si vedeva per il piacere di stare insieme, fomentando e analizzando quelle polemiche che da sempre hanno accompagnato il festival. L’evento era l’attrazione, la musica il contorno, forse l’alibi che offriva concitati argomenti di confronto. Dopo tanti anni non è cambiato nulla. Non tutto è stato rose e fiori: ci sono stati momenti tristi, molto tristi, da dimenticare; così come episodi e canzoni di grande livello e personaggi indimenticabili. Perché allora etichettare tutto come negativo o positivo? Si finisce come in politica, dove si ragiona per correnti e non per idee, ignorando il bene e il male che c’è in ognuno di noi. Il festival non pretende di competere con i concerti brandeburghesi di Bach o le improvvisazioni di Keith Jarrett a Colonia. È solo un modo per farci ascoltare un po’ di musica, alcune volte scadente, altre volte di buon livello, arricchita da storie, polemiche, curiosità e pettegolezzi. Certo, quest’anno non ho goduto delle peripezie tecniche di qualche emulo di Tommy Emmanuel o del tapping ritmato di qualche nostalgico di Michael Hedges. Per fortuna… Ma… devo confessare che mi ha molto divertito la spensieratezza di Francesco Gabbani, l’estrosità di Achille Lauro, la personalità di Tosca, l’arroganza di Morgan, la melanconia di Jannacci figlio. Insomma tutti hanno avuto un ruolo e tutti si sono messi in gioco, regalando a questo paese un po’ di leggerezza, di cui da tempo si sentiva bisogno. Grazie Sanremo, al prossimo anno. E buon fingerpicking! Reno Brandoni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 02/2020 proviene da Fingerpicking.net.

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Crafter Mino/Walnut

(di Marco Alderotti) – È già da un po’ che nella mia testa mi perseguita l’immagine di una chitarra dalle dimensioni mini con un buon suono e, ovviamente, dal costo contenuto. Ma tra le molte novità oggi disponibili sul mercato questa è quella che mi ha colpito maggiormente. Sto parlando della nuova Crafter Mino/Walnut, strumento dalle dimensioni ridotte, ma che promette performance di ottimo livello. Di costruzione cinese, la chitarra fa parte della serie Mino con quattro modelli disponibili a catalogo, che differiscono sostanzialmente per la scelta dei legni. Il modello da me testato è la Mino/Walnut con fasce e fondo in noce laminato, molto figurato e bello a vedersi. La serie comprende poi la Mino/Mahogany con fasce e fondo in mogano laminato, la Mino/Koa con fasce e fondo in koa laminato, e la Mino/Alm interamente in mogano, con tavola armonica sempre dello stesso materiale ma in massello, mentre le prime tre versioni hanno il top in abete Sitka massello, con venature discrete e di buona qualità. Sul corpo della Mino/Walnut è presente un semplice ed elegante binding, caratterizzato da un mix di noce con due fili sottili in bianco di materiale plastico. Sul bordo superiore del top è presente un bellissimo e comodo armrest, che il nostro avambraccio destro ringrazierà per comodità e semplicità di utilizzo nel suonare. Sia la tastiera che il ponte sono realizzati in ebano di buona qualità. I 20 tasti disponibili sono montati correttamente, anche se non perfettamente rifiniti sui bordi. Sulla tastiera sono presenti dei minidot a forma circolare e, al dodicesimo tasto, un simpatico simbolo a forma di farfalla, tutti realizzati in mogano, che impreziosiscono a parer mio l’eleganza della chitarra. La paletta, impiallacciata in ebano e dal disegno semplice, è di tipo slotted con le sei meccaniche Grover nichelate a ingranaggi scoperti, che garantiscono un buon funzionamento e una gran tenuta dell’accordatura. Sulla stessa paletta c’è il marchio del brand più alcuni simboli floreali, mentre sia capotasto che selletta sono in Tusq bianco. Sul top non è presente il battipenna, e la rosetta attorno alla buca è realizzata semplicemente in noce con fili bianchi; soluzione già vista su modelli Maton, che adoro per semplicità costruttiva. Il manico è in mogano con una sezione tondeggiante e, considerando che la scala dello strumento è di soli 590 mm, la comodità nel suonare è immediata. Per concludere la descrizione, la chitarra ha una finitura satinata ben applicata e senza alcun tipo di sbavatura, presenta il secondo bottone per la tracolla, è amplificata ed è fornita di serie di una comodissima custodia morbida imbottita. Sicuramente, considerando il reale prezzo di acquisto, la chitarra è costruita molto bene, con una pulizia e precisione negli innesti sopra la media. Venti o trent’anni fa, per una cifra simile, ci si comprava un giocattolo o poco più; mentre oggi, grazie al mercato asiatico, ci portiamo a casa un vero strumento ben costruito e dal buon suono. Come al solito, armato del mio fido plettro, inizio a saggiare le qualità acustiche di questa mini Crafter. E rimango colpito presto dai risultati ottenuti. Inizialmente devo prendere un po’ di confidenza con le dimensioni reali della chitarra. Ma, grazie al setup di fabbrica (anche se migliorabile) e alla suonabilità, il divertimento non tarda ad arrivare. Strumming e flatpicking sono il suo pane, con una resa più che convincente, con medi e alti in evidenza, ma ricchi e caldi. Il volume e il sustain sono molto buoni, come pure la dinamica e, grazie al riverbero naturale, la mia creatività è andata alle stelle. No, non sto scherzando. Questa piccola Crafter fa sul serio. Il sistema di amplificazione integrato è l’S-1 Preamp a una via con piezo sottosella, realizzato direttamente in azienda. Come controlli prevede due rotelline e un mini interruttore adiacenti dentro la buca, per niente invasivi. Le rotelline gestiscono volume generale e tono, mentre l’interruttore Clarity modifica con una semplice pressione la curva di equalizzazione, schiarendo il timbro quando ne sentiamo il bisogno. Decisamente più che buono nella resa: anche se si tratta di un solo piezo, i risultati sono sopra ogni aspettativa con un suono equilibrato, maturo e sfruttabile. Questa piccola Crafter piacerà a molti, soprattutto a chi è in cerca di uno strumento economico, da portare ovunque, pratico per viaggiare e – non ultimo – dalle buone caratteristiche sonore. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Crafter Mino/Walnut Tipo: chitarra acustica mini elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.fbt.it Top: abete (massello) Fasce e fondo: noce (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Traversino e nut: Tusq bianco Meccaniche: Grover nichelate a ingranaggi scoperti Elettronica: S-1 Preamp Scala: 590 mm Prezzo: € 379 (IVA inclusa) L'articolo Crafter Mino/Walnut proviene da Fingerpicking.net.

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K•Tar K3

(di Dario Fornara) – «K•Tar è un accordo, è l’amicizia appassionata tra la liuteria, la sua esperienza, la profonda conoscenza della materia, unite all’imprenditorialità, all’impostazione organizzativa, alla passione per l’eccellenza. Grazie a questo incontro ha origine K•Tar, un modo nuovo di realizzare strumenti acustici di altissima qualità. K•Tar nasce da un desiderio: arrivare all’essenza del suono acustico.» Questo si legge e così si presenta K•Tar sul proprio sito Web, una nuova giovane realtà italiana che abbiamo avuto modo di conoscere durante l’ultima edizione di Mondomusica a Cremona. La fiera è stata una buona occasione per provare alcuni modelli esposti, oltre che per fare due chiacchiere con Michele della Giustina, apprezzato liutaio italiano che ha collaborato alla realizzazione di questo progetto. Gli strumenti K•Tar si pongono sul mercato tra gli strumenti di alta qualità, e per questo motivo abbiamo pensato meritassero un test più approfondito, in una location che mi permettesse di dedicare loro maggiore attenzione. Ringrazio quindi Alessandro Moro, titolare dell’azienda, che mi ha portato direttamente a casa le chitarre per questo articolo, e al quale ho anche rivolto alcune domande che, come sempre, ho il piacere di condividere con tutti voi. La prima chitarra in prova è il modello K3 Ziricote, uno strumento realizzato interamente con legni masselli di primissima qualità: abete rosso italiano per la tavola armonica e ziricote per fondo e fasce. Colpisce da subito l’essenzialità del progetto, che non concede nulla di superfluo alla linea bilanciata ed elegante delle forme della cassa e della paletta, forme che mi piacciono senza riserve, ma che entrano inevitabilmente nel campo del gusto personale. La chitarra è rifinita ad olio e cera, una soluzione che forse – rispetto ad una high gloss finish – penalizza visivamente la qualtà dell’oggetto, ma che è stata dichiaratamente adottata per migliorarne la resa acustica. Il lavoro di assemblaggio e di rifinitura è impeccabile, l’utilizzo di macchinari e in generale delle più moderne tecnologie, assieme al lavoro di mani qualificate, permette di realizzare strumenti praticamente perfetti: un connubio che, se sapientemente utilizzato, porta un grande valore aggiunto in termini di qualità finale del prodotto. La K3 è un nuovo modello, ha una forma originale che sta a metà tra una dreadnought e una grand auditorium, una ‘taglia’ versatile che rende lo strumento adatto sia alla tecnica fingerstyle che al flatpicking. Il manico in mogano khaya dell’Honduras è realizzato in pezzo unico (tacco e paletta non sono riportati), ha una sezione tonda e contenuta, e una tastiera in ebano con tastini ‘affogati’ (le estremità quindi non sporgono pur non essendo stati utilizzati binding di alcun tipo): caratteristiche che lo renderanno confortevole per la stragrande maggioranza dei chitarristi che avranno il piacere di provarlo. Si apprezza in modo particolare il diapason corto da 640 mm, che riduce la tensione delle corde, creando il giusto compromesso tra suonabilità e resa acustica dello strumento; anche quando si utilizzano delle accordature aperte, senza penalizzarne in alcun modo la timbrica. La larghezza del nut misura 43 mm, un po’ pochi per le mie dita, che preferiscono avere maggiore spazio di manovra; come anche al ponte, dove misuro 55 mm tra la prima e la sesta corda, una soluzione che rispecchia sicuramente uno standard per molti costruttori, ma che trovo personalmente poco in linea con la modernità generale del progetto. La paletta (che trovo bellissima e dal disegno originale marcatamente ‘veneto’!) monta delle meccaniche Gotoh aperte, stile butterbean, belle e funzionali; presto saranno disponibili le nuove meccaniche originali K•Tar, esposte in anteprima alla fiera di Cremona, un altro progetto che meriterebbe appena possibile un articolo di approfondimento. Il suono della K3 è definito e bilanciato, l’intonazione è chirurgicamente perfetta lungo tutta la tastiera, il volume generoso riempie l’ambiente e non posso che apprezzarne la timbrica complessa, ricca di armonici e di sustain, qualità che mi permettono di suonarci in modo dinamico e rilassato. La chitarra sembra prediligere i generi più moderni, sia con tecnica fingerstyle che flatpicking, dove è necessaria una timbrica aperta e riverberante. Ma è la versatilità a rappresentare il suo punto di forza, per cui mi sento di consigliarla a tutti i chitarristi che con una chitarra alla fine ci devono suonare un po’ di tutto; e non è cosa da poco! Provo la seconda chitarra, il modello K3 Walnut, che si differenzia dalla prima per la scelta del legno utilizzato per la costruzione della cassa: in questo caso infatti il fondo e le fasce sono in un figuratissimo noce. Vale quanto già descritto precedentemente per quanto riguarda costruzione generale e qualità delle finiture, mentre il timbro, come prevedibile, risulta completamente diverso. Al riguardo trovo molto interessante la scelta di proporre uno stesso unico modello in svariate varietà di legni, una scelta intelligente che – sfruttando la bontà del progetto di base – riesce ad offrire al cliente finale una grande varietà di timbriche differenti! La K3 con fondo e fasce in walnut ha un suono potente, caldo e morbido. È perfetta per accompagnamenti in strumming, dove genera un timbro delicato ed elegante, ma decisamente suggestivo per il fingerstyle. Il volume è impressionante, superiore a quello della sorella; i medi sono leggermente meno incisivi, ma i bassi sono strepitosi seppure mai invadenti. Una chitarra che ti vibra letteralmente addosso, un piccolo pianoforte con una timbrica ‘nuova’ e difficilmente catalogabile. La K3 Ziricote e la K3 Walnut sono due strumenti molto differenti e proprio per questo entrambi desiderabili, che mi lasciano con la grande curiosità di poter esplorare in futuro tutte le altre combinazioni di materiali disponibili. Le chitarre sono amplificate con un sistema attivo L.R. Baggs, un sistema assai conosciuto e sul quale non mi dilungo a descriverne pregi e difetti. Sulle K•Tar in esame garantisce una buona riproduzione acustica, forse in questo caso un po’ troppo propensa al feedback, ma sicuramente di buona qualità. Entrambi gli strumenti sono dotati di una bella custodia rigida (bianca!) della Hiscox. Il prezzo d’acquisto è impegnativo, ma la qualità c’è tutta. Oltre al vantaggio di poter scegliere, e sicuramente trovare, la propria chitarra ideale per sonorità e feeling tra tutte quelle disponibili: ovvero quelle della serie EU, con fondo e fasce in legni europei come il pero, il noce o l’acero; quelle della serie EX con fondo e fasce in granadillo, Santos o ziricote; e quelle meravigliose della serie XX con fondo e fasce in cocobolo, Madagascar o Rio! Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Scheda tecnica K•Tar K3 Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: K•Tar Acoustic Experience – Via Venezia 21/A, Vazzola (TV) – Tel. +39 (0) 438 28315 www.ktar.it office@ktar.it Tavola armonica: abete rosso italiano massello Fondo e fasce: ziricote massello, curly walnut massello Manico: mogano khaya dell’Honduras Diapason: 640 mm Intercorda: nut 37 mm, ponte 55 mm Sistema di amplificazione: L.R. Baggs Meccaniche: Gotoh ‘Butterbean’ Custodia: Hiscox Prezzo: contattare K•Tar L'articolo K•Tar K3 proviene da Fingerpicking.net.

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È online “Chitarra Acustica” n. 02/2020

È online il numero 02/2020 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali.   Se guardi Sanremo non vai all’inferno Ogni anno la stessa storia: il Festival di Sanremo ha la capacità di dividere uomini e opinioni. Questa divisione non è frutto di una mediazione ponderata, o di un’analisi dei pro e contro di uno o dell’altro schieramento. È una spaccatura netta, frequentata dai favorevoli o dagli assolutamente contrari. Le motivazioni non sono comprensibili: si difende la propria idea utilizzando affermazioni o dinieghi che non hanno alla base concrete e argomentate motivazioni, ma semplici esternazioni in cui si afferma la propria scelta come la migliore, e quella altrui come la peggiore. Anzi, deprecabile e ingiustificabile. Prendere posizione significa ottenere il cinquanta per cento di consensi, ma altrettante contestazioni. Perché è proprio così: l’Italia si spacca di fronte a questo evento esattamente a metà, dimenticando problemi più ‘ameni’, come la prescrizione, il costante declino del nostro PIL, il virus appena arrivato fresco fresco dalla Cina… dove tutti, pochi mesi fa, siamo andati a cercare chitarre ed emozioni. Per queste ultime, bastava spostare la fiera di Shangai di qualche mese per rischiare di portarne a casa in quantità… Ma io sono uno di quelli che segue con curiosità e piacere l’evento sanremese. E non è colpa dell’età: questo piacere lo coltivavo anche da giovane. Infatti, quand’ero un ribelle scapestrato – e poco sono cambiato da allora – condividevo con gli amici questa tre giorni (all’epoca erano solo tre le giornate) e tra focaccia messinese, arancini e birra, si discuteva e si costruivano pronostici. Era l’occasione per un nuovo incontro. Una sorta di secondo tempo del Natale. Una piacevole ripresa delle festività appena passate, in cui ci si vedeva per il piacere di stare insieme, fomentando e analizzando quelle polemiche che da sempre hanno accompagnato il festival. L’evento era l’attrazione, la musica il contorno, forse l’alibi che offriva concitati argomenti di confronto. Dopo tanti anni non è cambiato nulla. Non tutto è stato rose e fiori: ci sono stati momenti tristi, molto tristi, da dimenticare; così come episodi e canzoni di grande livello e personaggi indimenticabili. Perché allora etichettare tutto come negativo o positivo? Si finisce come in politica, dove si ragiona per correnti e non per idee, ignorando il bene e il male che c’è in ognuno di noi. Il festival non pretende di competere con i concerti brandeburghesi di Bach o le improvvisazioni di Keith Jarrett a Colonia. È solo un modo per farci ascoltare un po’ di musica, alcune volte scadente, altre volte di buon livello, arricchita da storie, polemiche, curiosità e pettegolezzi. Certo, quest’anno non ho goduto delle peripezie tecniche di qualche emulo di Tommy Emmanuel o del tapping ritmato di qualche nostalgico di Michael Hedges. Per fortuna… Ma… devo confessare che mi ha molto divertito la spensieratezza di Francesco Gabbani, l’estrosità di Achille Lauro, la personalità di Tosca, l’arroganza di Morgan, la melanconia di Jannacci figlio. Insomma tutti hanno avuto un ruolo e tutti si sono messi in gioco, regalando a questo paese un po’ di leggerezza, di cui da tempo si sentiva bisogno. Grazie Sanremo, al prossimo anno. E buon fingerpicking! Reno Brandoni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 02/2020 proviene da Fingerpicking.net.

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È online “Chitarra Acustica” n. 01/2020

È online il numero 01/2020 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali. La cassa veloce (di Reno Brandoni) – Molti di voi sanno di cosa parlo. La vita del musicista in parte si svolge all’interno di un supermercato. Almeno la mia. Non avendo orari fissi di lavoro, il tempo può essere gestito con flessibilità e così, di solito, l’onere dell’approvvigionamento ricade sui più ‘fannulloni’, quelli che nella loro vita hanno imparato l’arte e non l’hanno messa da parte. È vero, anche gli impiegati e i professionisti, obbligati da orari perentori, si dedicano a questa attività. Alcuni con piacere, altri costretti dalla moglie – solitamente il sabato – che pretende una più partecipata condivisione della vita familiare. Ma questi ultimi li riconoscerete subito: sono comunemente quelli dal carrello con la ruota difettosa, annunciati dal rumore fastidioso che generano durante il percorso, accompagnati dal brontolio della compagna ed evitati per l’imponderabilità della traiettoria del loro mezzo di raccolta. La differenza evidente tra le due specie di homo domesticus si percepisce dalla quantità di prodotti che giacciono nel carrello. I primi, i ‘nullafacenti’, hanno pochi articoli: giusto il necessario per completare la giornata; gli altri, invece, si muovono raccogliendo il necessario per l’intera settimana o – peggio – per uno o più mesi, vista l’incalcolabile quantità di mercanzie che trascinano a fatica verso le casse per saldare il loro debito. Finalmente, le casse. Per noi, supermarket addicted, il momento del pagamento è cruciale: è l’attesa snervante, che ci fa sentire dilapidatori di tempo essenziale. Il giro tra gli scaffali, lo viviamo in maniera produttiva: è un momento di ricerca e analisi, che ci rende partecipi del consumismo e della società, che spesso dimentichiamo persi dietro alle nostre chitarre. Diciamo che è una momentanea immersione nella realtà. La sosta per il pagamento, invece, trasforma in ansia e nervosismo questa quotidiana abitudine, rendendola insopportabile e spesso impraticabile. Lo spirito del commercio, come sapete, non si arrende. E analizza con precisione ogni bisogno, pronto a soddisfarlo per rendere l’esperienza della spesa la più piacevole possibile. Ecco allora l’invenzione del secolo, la ‘cassa veloce’, accompagnata da un sottotitolo che farà comprendere a tutti come sia stata inventata esclusivamente per noi adepti quotidiani alle spese essenziali: «max 15 pezzi». La distinzione tra pezzi e articoli deve essere ben chiara a tutti. Se prendo tre pacchi di fusilli, sono tre pezzi, nonostante si riferiscano a un solo e unico ‘codice articolo’. Questa precisazione è essenziale, perché spesso le nostre ‘casse veloci’ sono assaltate da furbetti, che trovano le mille e una scusa per rendere compatibili i loro acquisti con l’imperativa selezione ordinata da quel «max 15 pezzi». C’è il tipo dell’uno in più: «Quindici o sedici che differenza fa?» Fa, fa! E ci sono quelli che viaggiano ‘borderline’, sollevando delle eccezioni che mettono in discussione tutto il sistema: «La confezione con sei bottiglie di acqua è un pezzo o sei pezzi?» Le teorie si dividono in vari teoremi: c’è chi sostiene che vale il numero di barcode sparati, che in questo caso sarebbe unico; c’è invece chi ribadisce la teoria dei pezzi: sei bottiglie sono sei pezzi. Le eccezioni rappresentano varchi alle regole: se non si può confermare un principio, allora tutte le violazioni del principio stesso sono valide. C’è anche chi interviene sostenendo che a questo punto il pacco da centocinquanta cotton fioc non potrebbe mai essere acquistato; ma viene subito ignorato per il fatto che… è un bassista: lo si capisce dalla statura, dalla curvatura della schiena e dalle osservazioni che fa… ovviamente ‘fuori tempo’. Nel supermercato che frequento si è creata una specie di ‘dogana’: un controllo attento ai carrelli della spesa che si avvicinano alle casse veloci, cercando di portare ordine e disciplina all’interno del market, e rendendo meno traumatica l’esperienza del pagamento. Per quanto impegno ci si metta, però, il risultato è modesto per mancanza di un’autorità che punisca severamente i trasgressori. Così, soprattutto il sabato, le file di carrelli con ben più dei quindici pezzi permessi si affollano davanti alle ‘casse veloci’, rendendo inutili i disperati comunicati della dirigenza del luogo: «Apre cassa 4», «Cassa 7 è libera». I carrelli sono tutti in fila per godere di quel rivoluzionario sistema di pagamento e per dimostrare che, in barba alle regole, nessuno potrà ostacolare un diritto se il divieto non è giuridicamente sancito e disciplinato. Perdendo di vista il più importante e fondamentale principio della nostra civiltà: l’educazione. L’eloquente esempio delle ‘casse veloci’, si può applicare a molti dei momenti che viviamo nella nostra confusa quotidianità. Quest’estate ero tra il pubblico durante un fantastico ed emozionante concerto. Era pomeriggio e il concerto, gratuito, si teneva in una romantica laguna al calar del sole. Tutti in silenzio seduti a terra, eravamo in trance catturati dalla musica, quando un signore – neanche tanto giovane – si è posizionato al centro della platea. In piedi e con le braccia conserte, osservava beato la performance. Una gentile ragazza dell’organizzazione si è avvicinata e, con fare elegante, gli ha chiesto gentilmente di spostarsi e sedersi. Il signore, sgarbatamente, ha domandato alla ragazza chi era lei, per poter dare a lui quell’ordine. Nessuna legge gli impediva di stare in quella posizione, pertanto non si sarebbe spostato. Si vedeva che il signore era molto ‘colto’: doveva avere a casa almeno la connessione a Internet da 1 gigabyte e uno smartphone sempre connesso, con almeno 50 gigabyte di traffico garantito. La ragazza si è rotirata in buon ordine, con le guance rosse per la vergogna. La distinzione tra regola e diritto è fondamentale: la prima ha a che fare con la morale e l’etica; la seconda con il divieto e il permesso. Ora, dire che ciò che non è vietato è permesso, può risultare ‘saggio’, ma spesso è inopportuno. Laddove il limite diventa impraticabile, bisognerebbe introdurre le regole del buon senso e del rispetto, che mi pare si siano smarrite da tempo. Reno Brandoni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 01/2020 proviene da Fingerpicking.net.

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È online “Chitarra Acustica” n. 03/2020

È online il numero 03/2020 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali. Ai tempi del virus Conoscete l’arte del kintsugi? Di solito, quando si rompe qualche cosa la gettiamo via. La pratica giapponese del kintsugi fa l’esatto opposto: evidenzia le fratture e le impreziosisce aggiungendo valore all’oggetto rotto. Questo risultato si ottiene riunendo i pezzi e ricostruendo l’oggetto, utilizzando oro o argento liquido ed evidenziando le nuove nervature create. Non si nascondono le cicatrici, anzi le si esaltano dopo averle impreziosite con il metallo pregiato. Così ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la frattura si realizza. È un’arte magica, che dà valore alle cose che altrimenti non avrebbero più valore ma verrebbero scartate, dimenticate, eliminate. In momenti come questi, in cui le nostre certezze vengono frantumate da eventi imprevedibili e ingestibili, l’arte del kintsugi non può che offrirci una buona occasione di riflessione. Non tutto quello che sembra ‘andato a pezzi’ risulta veramente così: può diventare un passaggio indispensabile, di cui certamente faremmo tutti a meno, ma che può regalarci un attimo di riflessione per comprendere la fragilità di un sistema basato sull’indifferenza, sul consumismo, sulla frenetica ricerca dell’apparire. L’evento che sta sconvolgendo il nostro quotidiano limita proprio la parte più esibizionistica del nostro vivere, distruggendo il concetto essenziale della libertà: la condivisione. Quando tutto sembra perso, la riorganizzazione del proprio tempo diventa ricchezza. Trasforma il convulso vivere in un riflessivo spazio alla ricerca di essenza e piacere. La condivisione che credevamo perduta si è solo trasformata: le famiglie tornano a spendere il loro tempo con i figli, si rispolverano libri e strumenti musicali, l’aberrazione del nulla si riempie di inimmaginabili stimoli. Idee che cambieranno forse per sempre il nostro futuro e il nostro modo di vivere. Superato lo sconforto ci si riorganizza. Mia figlia, che lavorava come insegnante di sostegno a Milano, ha temporaneamente abbandonato la scuola per i motivi di cui tutti siamo a conoscenza. Ieri pomeriggio, utilizzando una macchina da cucire che gli avevamo regalato, ha realizzato una custodia per il suo Kindle, recuperando così una meravigliosa arte forse dimenticata, ma sicuramente sottovalutata. Le ho chiesto di realizzarmi un portapenne, e questa sera mi ha mandato una foto del prodotto richiesto, dimostrando manualità e gusto. Pur se non possiamo vederci di persona e non possiamo passare la nostra giornata insieme, io da Bologna e lei da Milano abbiamo iniziato a condividere parte del nostro tempo e delle nostre idee, come forse non avevamo mai fatto. Così nascono i progetti. Ogni disastro diventa un’opportunità e si cresce, nonostante il dubbio e l’incertezza del quotidiano. Ho visto, in giro per i social, tanti amici rimboccarsi le maniche utilizzando il loro tempo per completare lavori sospesi, o concedersi l’occasione della vita realizzando un desiderio tenuto sepolto per tanto tempo, come quello – per esempio – di imparare a suonare uno strumento. Il tutto accompagnato da un entusiasmo che credevo perduto. Questo periodo oscuro finirà, lasciando per strada i cocci di un’esistenza turbata e sconvolta. Starà a noi raccogliere i pezzi e, come nella tecnica kintsugi, legarli insieme con la cosa più preziosa che possediamo: il nostro tempo. Così il futuro non sarà ‘pianto e stridore di denti’, ma gioia e speranza e – soprattutto – consapevolezza. Una lezione che non dimenticheremo mai… almeno si spera. Buon fingerpicking! Reno Brandoni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 03/2020 proviene da Fingerpicking.net.

Il mondo respirava a fatica

Poi fu silenzio e fiori di ciliegio coperti di neve. Due cose imprevedibili. Nessuno aveva memoria di un evento del genere, forse solo i più anziani avrebbero potuto raccontarci le follie delle stagioni. Avrebbero potuto raccontarci… Perché quel silenzio, quell’altro imprevedibile evento, aveva nascosto a molti il piacere dei ricordi, facendoci dimenticare le parole: anziano, saggio, esperto, sapiente. Nel tempo avremmo anche dimenticato il perché di quelle chitarre lasciate distese sul divano, come appena suonate, abbandonate senza ordine e senza cura. Il silenzio è un rumore distratto, che non ricorda il come e il quando ma sussurra disattento sottovoce, impreciso e inadatto. Il Papa parlava, e noi con le lacrime agli occhi ascoltavamo. Abbandonava la finestra per scendere tra la gente, ma la gente non c’era, scivolata nel buio, persa nel silenzio, nascosta nella paura. Dylan cantava di un omicidio disgustoso e il mondo respirava a fatica cercando l’assassino. Il mondo respirava a fatica cercando di sfuggire al suo destino. Il traghetto fermava le macchine, l’aereo i motori e il treno frenava il suo istinto. Così le distanze diventavano infinite, incolmabili. E l’Europa sghignazzava, l’Europa piangeva, l’Europa non esisteva. I bambini cantavano canzoni alla moda cambiando le parole. Seminavano ascolti e raccoglievano consensi. Vestito di blu, l’uomo al potere faceva lo stesso, mascherando un sorriso, metà intriso di soddisfazione, metà di sgomento. Mentre le prigioni esplodevano, quell’altro uomo rideva, si compiaceva della punizione. Il destino è nelle mani di ognuno, lo puoi conservare o te lo puoi giocare, ma non lo puoi riscattare. L’uomo, ora stretto in una camicia di forza, gioiva del suo vestito bianco, colore immeritato, come per una sposa già violata. E con la falce in mano, balbettava che ogni vittima varrà un perdono, ma una vittima non vale un condono. Le file di persone sembravano non finire, si formavano per ogni cosa. I carrelli circondavano i supermarket ed era come andare alla Mecca: giri lenti e silenziosi, in attesa del proprio turno, immersi nell’unico corridoio per la salvezza del corpo e dello spirito. E c’era il vecchio che rideva e saltava la fila. Lui aveva fatto la guerra, lui aveva combattuto e vinto – forse no, non ricordava bene – ma si era salvato, aveva vissuto e mai si era arreso. Il vecchio saltava e gridava: «Non è ora della fine, non è ora che debba finire!» Le sirene suonavano, venivano a prenderlo, per non permettergli di toccarci, per impedirgli di saltare. I camion dell’esercito trasportavano da una città all’altra i ricordi spenti, per renderli cenere, perché il vento ne avesse cura. Visto che gli uomini non ne erano più capaci. Sospirava il bassista ubriaco, affacciato alla finestra: suonava una sola nota, sempre la stessa, e il canto si levava, corale e maestoso, per ricadere sordo, rimbalzare muto e svanire per sempre. Poi iniziarono a sparire anche i giovani, e i sorrisi diventarono mesti. Oltre il passato e il presente, stavamo perdendo anche il futuro. Tentarono di trattenerlo con promesse e pentimenti, ma lui non ne volle sapere. Fuggì via in cerca del diverso, di quello inutile, dimenticato, che non aveva niente da perdere e niente da sognare. L’unico da salvare. Si strinsero allora le mani, dimenticando il divieto imposto, per tornare a sentirsi uniti. Ritornarono gli abbracci da tempo evitati e distanti. Si riavvicinarono le bocche, riaprendosi al desiderio e alla passione. Si smise di fuggire per rincontrarsi. Piangendo l’uno sulla spalla del l’altro. Il mare si placò fermando la sua tempesta. E il vento si appoggiò sul colle a osservare. Qualche nuvola passò, e pianse per un po’… Reno Brandoni L'articolo Il mondo respirava a fatica proviene da Fingerpicking.net.

Il lago salato e il mare dolce

Ho sognato che i laghi diventavano salati e il mare dolce. Se ciò accadesse veramente, pensate che disordine: trote e triglie sarebbero confuse, patirebbero l’indecisione su quale acqua frequentare. Sì, perché entrambe le immagino indecise e costantemente perplesse. I lucci poi guizzerebbero tra i faraglioni di Capri, seguiti da carpe (per affinità del nome con l’isola partenopea) e cavedani. Razze, meduse e polpi passerebbero il loro tempo risalendo fiumi e torrenti. I tonni più arditi, in compagnia dei delfini, rallegrerebbero quel ramo del lago di Como, che volge a ponente… L’inversione dei luoghi creerebbe la necessità di un adattamento. Ma la natura vede e provvede, dà a tutti una possibilità, permettendo – grazie all’accettazione – l’adeguamento. Sembriamo distanti da una simile eventualità. Ma in realtà, in natura, questa è già in atto. Una simile condivisione di luoghi e ruoli appartiene al mare, al luogo in cui convivono in equilibrio il maggior numero di etnie della terra: lì dove tutto ha avuto origine, dove il cambiamento e l’integrazione non ha fatto mai paura, anzi ha creato ulteriori opportunità all’evoluzione. Dal mare, la natura si è spostata ovunque, invadendo e conquistando spazi inaspettati. Accettare il cambiamento sembra una cosa intelli- gente. Tuttavia, stranamente, spesso non appartiene al popolo più evoluto, che rigetta ogni mutazione, ogni differenza, anche la più semplice come il colore della pelle. D’estate, tutti noi ci abbronziamo grazie al sole. Però è una variazione temporanea, accettata e apprezzata, al contrario di quella determinata dalla pigmentazione scura e definitiva, che non permette la serena accettazione dell’altro, timbrandolo come diverso. Ma c’è una differenza nel mondo tra chi porta gli occhiali e chi non ne ha bisogno? O tra i mancini e i destri, tra i grassi e i magri? Sembrerebbe di no. Ciò nonostante anche queste ‘categorie’ – nel tempo, e purtroppo ancora oggi – sono state vessate: ricordo epiteti come ‘quattrocchi’, ‘duecapelli’, ‘storto’ (per i mancini), ‘piatta’ (per le donne senza seno), ‘bombolo’ – o il più etnico ‘arancino’ – per quelli in sovrappeso… Be’, diciamo che il mondo dei cretini non si è mai estinto. E, su questa differenza, mi sentirei di osare una pesante e ossessiva discriminazione. Lasciatemi andare nel mare aperto lungo la costa. Lasciatemi risalire i fiumi fino alla sorgente. Lasciatemi la libertà di essere ora triglia ora trota, adattandomi all’ambiente che mi circonda, condividendo spazi e natura. Lasciatemi essere libero di essere. Buone vacanze e buon fingerpicking! Reno Brandoni L'articolo Il lago salato e il mare dolce proviene da Fingerpicking.net.

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Taylor 322ce 12-Fret V-Class

(di Marco Alderotti) – Vista l’occasione, non potevo farmi scappare questa nuova e bellissima Taylor 322ce 12-Fret arrivata in negozio pochi giorni fa direttamente dallo stabilimento californiano, dove è stata progettata e realizzata. È una 12 tasti ‘fuori corpo’ con una scala di 632 mm, più corta rispetto alle classiche Grand Concert, ma di sicuro più maneggevole e comoda grazie anche al ponte posizionato più vicino alla buca. Il corpo ha una spalla mancante, che agevola non poco l’accesso agli ultimi tasti senza alcun tipo di sforzo. Lo strumento è costruito utilizzando legni nobili, con top in mogano e fasce e fondo in blackwood con venature pronunciate e molto belle a vedersi. Anche il manico è in un unico blocco in mogano, con una sezione a ‘C’, comodo e scorrevole, mentre per tastiera e ponte la scelta è andata a favore dell’ebano, molto scuro e compatto. Sulla stessa tastiera sono presenti dei piccoli intarsi a forma di diamante, ben realizzati in acrilico, e i 18 tasti di medie dimensioni sono posizionati, rifiniti e lucidati alla perfezione. Gli amanti del marchio apprezzeranno la costruzione, con un’accuratezza nei dettagli fuori dal comune: anche dentro la buca tutto è al suo posto, senza alcun tipo di imperfezione. La paletta di tipo slotted monta sei meccaniche a ingranaggi scoperti, realizzate da Taylor con palettine in ebano. Sempre sulla paletta, oltre allo stemma del brand, è presente il coperchio per accedere alla regolazione del truss rod. Nut e traversino sono in Tusq bianco, mentre sul corpo è presente un binding caratterizzato da una fascetta in nero più fili sottili in bianco, con un motivo semplice e gradevole ripreso sulla rosetta. La colorazione della chitarra è molto scura, con la tavola armonica in shaded edge burst con finitura satinata, come il resto dello strumento. Sul top, come di consueto, è applicato un elegante battipenna dal disegno originale in colorazione nera. Lo strumento è amplificato con il sistema proprietario Expression System 2, prevede il secondo bottone per la tracolla ed è dotato di serie di un’ottima custodia rigida. La nuova Taylor ricalca la tradizione del marchio con un modello acustico semplice e comodo da suonare, che sicuramente i tanti chitarristi elettrici apprezzeranno. E, grazie anche al sempre più apprezzato V-Class Bracing, il suono rimane nitido con grande proiezione, volume e un sustain di tutto rispetto, che farà innamorare molti già da subito. Il primo impatto è più che positivo, sia per leggerezza che per bilanciamento, con pesi ben distribuiti e un setup di fabbrica che, per il mio modo di suonare, risulta più che perfetto. Sia che si suoni in strumming, sia che si suoni in flatpicking, il suono che riempie la stanza è ‘enorme’, fluido, con grande potenza e calore considerando anche le dimensioni ridotte del body, con medi-alti frizzanti, ma musicali e mai fastidiosi. E anche usando il thumbpick i risultati ottenuti sono di gran classe, con un timbro presente e maestoso, in particolare usando accordature aperte. La semplicità con cui si realizzano i bending è da non credere, e quasi sembra di avere una chitarra elettrica tanta è la comodità nel suonare. Il nut di 44,5 mm, anche se potrà risultare ‘strettino’ per molti, lo trovo personalmente familiare essendo abituato a strumenti Maton. In versione elettrificata il ben noto Expression System 2 restituisce abbastanza fedelmente le caratteristiche sonore già apprezzate in unplugged. E, grazie alle sole tre rotelline poste sulla fascia superiore del corpo, adibite a volume, bassi e alti, non è difficile ritagliarsi un buon suono. Ho voluto provare anche regolazioni estreme, per sentire effettivamente come l’Expression System 2 reagisca a tanta ‘cattiveria’. Ma, tutto sommato, il timbro di base rimane nitido e bilanciato e mai aspro, sempre rispettando la voce naturale della chitarra. La 322ce è consigliata a chi necessita di uno strumento tuttofare, comodo nel suonare e dall’estetica azzeccata, con un rapporto qualità/prezzo vincente. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Taylor 322ce 12-Fret V-Class Tipo: chitarra acustica elettrificata Costruzione: USA Distributore: www.taylorguitars.com Top: mogano massello Fasce e fondo: blackwood massello Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Scala: 632 mm Nut e traversino: Tusq bianco Meccaniche: Taylor Slot Head Tasti: 18 Elettronica: Expression System 2 Prezzo: € 2499 (IVA inclusa) L'articolo Taylor 322ce 12-Fret V-Class proviene da Fingerpicking.net.

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Crafter Mino/Walnut

(di Marco Alderotti) – È già da un po’ che nella mia testa mi perseguita l’immagine di una chitarra dalle dimensioni mini con un buon suono e, ovviamente, dal costo contenuto. Ma tra le molte novità oggi disponibili sul mercato questa è quella che mi ha colpito maggiormente. Sto parlando della nuova Crafter Mino/Walnut, strumento dalle dimensioni ridotte, ma che promette performance di ottimo livello. Di costruzione cinese, la chitarra fa parte della serie Mino con quattro modelli disponibili a catalogo, che differiscono sostanzialmente per la scelta dei legni. Il modello da me testato è la Mino/Walnut con fasce e fondo in noce laminato, molto figurato e bello a vedersi. La serie comprende poi la Mino/Mahogany con fasce e fondo in mogano laminato, la Mino/Koa con fasce e fondo in koa laminato, e la Mino/Alm interamente in mogano, con tavola armonica sempre dello stesso materiale ma in massello, mentre le prime tre versioni hanno il top in abete Sitka massello, con venature discrete e di buona qualità. Sul corpo della Mino/Walnut è presente un semplice ed elegante binding, caratterizzato da un mix di noce con due fili sottili in bianco di materiale plastico. Sul bordo superiore del top è presente un bellissimo e comodo armrest, che il nostro avambraccio destro ringrazierà per comodità e semplicità di utilizzo nel suonare. Sia la tastiera che il ponte sono realizzati in ebano di buona qualità. I 20 tasti disponibili sono montati correttamente, anche se non perfettamente rifiniti sui bordi. Sulla tastiera sono presenti dei minidot a forma circolare e, al dodicesimo tasto, un simpatico simbolo a forma di farfalla, tutti realizzati in mogano, che impreziosiscono a parer mio l’eleganza della chitarra. La paletta, impiallacciata in ebano e dal disegno semplice, è di tipo slotted con le sei meccaniche Grover nichelate a ingranaggi scoperti, che garantiscono un buon funzionamento e una gran tenuta dell’accordatura. Sulla stessa paletta c’è il marchio del brand più alcuni simboli floreali, mentre sia capotasto che selletta sono in Tusq bianco. Sul top non è presente il battipenna, e la rosetta attorno alla buca è realizzata semplicemente in noce con fili bianchi; soluzione già vista su modelli Maton, che adoro per semplicità costruttiva. Il manico è in mogano con una sezione tondeggiante e, considerando che la scala dello strumento è di soli 590 mm, la comodità nel suonare è immediata. Per concludere la descrizione, la chitarra ha una finitura satinata ben applicata e senza alcun tipo di sbavatura, presenta il secondo bottone per la tracolla, è amplificata ed è fornita di serie di una comodissima custodia morbida imbottita. Sicuramente, considerando il reale prezzo di acquisto, la chitarra è costruita molto bene, con una pulizia e precisione negli innesti sopra la media. Venti o trent’anni fa, per una cifra simile, ci si comprava un giocattolo o poco più; mentre oggi, grazie al mercato asiatico, ci portiamo a casa un vero strumento ben costruito e dal buon suono. Come al solito, armato del mio fido plettro, inizio a saggiare le qualità acustiche di questa mini Crafter. E rimango colpito presto dai risultati ottenuti. Inizialmente devo prendere un po’ di confidenza con le dimensioni reali della chitarra. Ma, grazie al setup di fabbrica (anche se migliorabile) e alla suonabilità, il divertimento non tarda ad arrivare. Strumming e flatpicking sono il suo pane, con una resa più che convincente, con medi e alti in evidenza, ma ricchi e caldi. Il volume e il sustain sono molto buoni, come pure la dinamica e, grazie al riverbero naturale, la mia creatività è andata alle stelle. No, non sto scherzando. Questa piccola Crafter fa sul serio. Il sistema di amplificazione integrato è l’S-1 Preamp a una via con piezo sottosella, realizzato direttamente in azienda. Come controlli prevede due rotelline e un mini interruttore adiacenti dentro la buca, per niente invasivi. Le rotelline gestiscono volume generale e tono, mentre l’interruttore Clarity modifica con una semplice pressione la curva di equalizzazione, schiarendo il timbro quando ne sentiamo il bisogno. Decisamente più che buono nella resa: anche se si tratta di un solo piezo, i risultati sono sopra ogni aspettativa con un suono equilibrato, maturo e sfruttabile. Questa piccola Crafter piacerà a molti, soprattutto a chi è in cerca di uno strumento economico, da portare ovunque, pratico per viaggiare e – non ultimo – dalle buone caratteristiche sonore. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Crafter Mino/Walnut Tipo: chitarra acustica mini elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.fbt.it Top: abete (massello) Fasce e fondo: noce (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Traversino e nut: Tusq bianco Meccaniche: Grover nichelate a ingranaggi scoperti Elettronica: S-1 Preamp Scala: 590 mm Prezzo: € 379 (IVA inclusa) L'articolo Crafter Mino/Walnut proviene da Fingerpicking.net.

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K•Tar K3

(di Dario Fornara) – «K•Tar è un accordo, è l’amicizia appassionata tra la liuteria, la sua esperienza, la profonda conoscenza della materia, unite all’imprenditorialità, all’impostazione organizzativa, alla passione per l’eccellenza. Grazie a questo incontro ha origine K•Tar, un modo nuovo di realizzare strumenti acustici di altissima qualità. K•Tar nasce da un desiderio: arrivare all’essenza del suono acustico.» Questo si legge e così si presenta K•Tar sul proprio sito Web, una nuova giovane realtà italiana che abbiamo avuto modo di conoscere durante l’ultima edizione di Mondomusica a Cremona. La fiera è stata una buona occasione per provare alcuni modelli esposti, oltre che per fare due chiacchiere con Michele della Giustina, apprezzato liutaio italiano che ha collaborato alla realizzazione di questo progetto. Gli strumenti K•Tar si pongono sul mercato tra gli strumenti di alta qualità, e per questo motivo abbiamo pensato meritassero un test più approfondito, in una location che mi permettesse di dedicare loro maggiore attenzione. Ringrazio quindi Alessandro Moro, titolare dell’azienda, che mi ha portato direttamente a casa le chitarre per questo articolo, e al quale ho anche rivolto alcune domande che, come sempre, ho il piacere di condividere con tutti voi. La prima chitarra in prova è il modello K3 Ziricote, uno strumento realizzato interamente con legni masselli di primissima qualità: abete rosso italiano per la tavola armonica e ziricote per fondo e fasce. Colpisce da subito l’essenzialità del progetto, che non concede nulla di superfluo alla linea bilanciata ed elegante delle forme della cassa e della paletta, forme che mi piacciono senza riserve, ma che entrano inevitabilmente nel campo del gusto personale. La chitarra è rifinita ad olio e cera, una soluzione che forse – rispetto ad una high gloss finish – penalizza visivamente la qualtà dell’oggetto, ma che è stata dichiaratamente adottata per migliorarne la resa acustica. Il lavoro di assemblaggio e di rifinitura è impeccabile, l’utilizzo di macchinari e in generale delle più moderne tecnologie, assieme al lavoro di mani qualificate, permette di realizzare strumenti praticamente perfetti: un connubio che, se sapientemente utilizzato, porta un grande valore aggiunto in termini di qualità finale del prodotto. La K3 è un nuovo modello, ha una forma originale che sta a metà tra una dreadnought e una grand auditorium, una ‘taglia’ versatile che rende lo strumento adatto sia alla tecnica fingerstyle che al flatpicking. Il manico in mogano khaya dell’Honduras è realizzato in pezzo unico (tacco e paletta non sono riportati), ha una sezione tonda e contenuta, e una tastiera in ebano con tastini ‘affogati’ (le estremità quindi non sporgono pur non essendo stati utilizzati binding di alcun tipo): caratteristiche che lo renderanno confortevole per la stragrande maggioranza dei chitarristi che avranno il piacere di provarlo. Si apprezza in modo particolare il diapason corto da 640 mm, che riduce la tensione delle corde, creando il giusto compromesso tra suonabilità e resa acustica dello strumento; anche quando si utilizzano delle accordature aperte, senza penalizzarne in alcun modo la timbrica. La larghezza del nut misura 43 mm, un po’ pochi per le mie dita, che preferiscono avere maggiore spazio di manovra; come anche al ponte, dove misuro 55 mm tra la prima e la sesta corda, una soluzione che rispecchia sicuramente uno standard per molti costruttori, ma che trovo personalmente poco in linea con la modernità generale del progetto. La paletta (che trovo bellissima e dal disegno originale marcatamente ‘veneto’!) monta delle meccaniche Gotoh aperte, stile butterbean, belle e funzionali; presto saranno disponibili le nuove meccaniche originali K•Tar, esposte in anteprima alla fiera di Cremona, un altro progetto che meriterebbe appena possibile un articolo di approfondimento. Il suono della K3 è definito e bilanciato, l’intonazione è chirurgicamente perfetta lungo tutta la tastiera, il volume generoso riempie l’ambiente e non posso che apprezzarne la timbrica complessa, ricca di armonici e di sustain, qualità che mi permettono di suonarci in modo dinamico e rilassato. La chitarra sembra prediligere i generi più moderni, sia con tecnica fingerstyle che flatpicking, dove è necessaria una timbrica aperta e riverberante. Ma è la versatilità a rappresentare il suo punto di forza, per cui mi sento di consigliarla a tutti i chitarristi che con una chitarra alla fine ci devono suonare un po’ di tutto; e non è cosa da poco! Provo la seconda chitarra, il modello K3 Walnut, che si differenzia dalla prima per la scelta del legno utilizzato per la costruzione della cassa: in questo caso infatti il fondo e le fasce sono in un figuratissimo noce. Vale quanto già descritto precedentemente per quanto riguarda costruzione generale e qualità delle finiture, mentre il timbro, come prevedibile, risulta completamente diverso. Al riguardo trovo molto interessante la scelta di proporre uno stesso unico modello in svariate varietà di legni, una scelta intelligente che – sfruttando la bontà del progetto di base – riesce ad offrire al cliente finale una grande varietà di timbriche differenti! La K3 con fondo e fasce in walnut ha un suono potente, caldo e morbido. È perfetta per accompagnamenti in strumming, dove genera un timbro delicato ed elegante, ma decisamente suggestivo per il fingerstyle. Il volume è impressionante, superiore a quello della sorella; i medi sono leggermente meno incisivi, ma i bassi sono strepitosi seppure mai invadenti. Una chitarra che ti vibra letteralmente addosso, un piccolo pianoforte con una timbrica ‘nuova’ e difficilmente catalogabile. La K3 Ziricote e la K3 Walnut sono due strumenti molto differenti e proprio per questo entrambi desiderabili, che mi lasciano con la grande curiosità di poter esplorare in futuro tutte le altre combinazioni di materiali disponibili. Le chitarre sono amplificate con un sistema attivo L.R. Baggs, un sistema assai conosciuto e sul quale non mi dilungo a descriverne pregi e difetti. Sulle K•Tar in esame garantisce una buona riproduzione acustica, forse in questo caso un po’ troppo propensa al feedback, ma sicuramente di buona qualità. Entrambi gli strumenti sono dotati di una bella custodia rigida (bianca!) della Hiscox. Il prezzo d’acquisto è impegnativo, ma la qualità c’è tutta. Oltre al vantaggio di poter scegliere, e sicuramente trovare, la propria chitarra ideale per sonorità e feeling tra tutte quelle disponibili: ovvero quelle della serie EU, con fondo e fasce in legni europei come il pero, il noce o l’acero; quelle della serie EX con fondo e fasce in granadillo, Santos o ziricote; e quelle meravigliose della serie XX con fondo e fasce in cocobolo, Madagascar o Rio! Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Scheda tecnica K•Tar K3 Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: K•Tar Acoustic Experience – Via Venezia 21/A, Vazzola (TV) – Tel. +39 (0) 438 28315 www.ktar.it office@ktar.it Tavola armonica: abete rosso italiano massello Fondo e fasce: ziricote massello, curly walnut massello Manico: mogano khaya dell’Honduras Diapason: 640 mm Intercorda: nut 37 mm, ponte 55 mm Sistema di amplificazione: L.R. Baggs Meccaniche: Gotoh ‘Butterbean’ Custodia: Hiscox Prezzo: contattare K•Tar L'articolo K•Tar K3 proviene da Fingerpicking.net.

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Martinez Performer

(di Giuseppe Tropeano) – Correva maggio 2019 quando sono stato invitato a suonare all’Acoustic Crossroad di Tolentino, un nuovo festival con fiera annessa, ambientato in una location mozzafiato. Tra i vari espositori presenti, c’era Aramini Strumenti Musicali che, come sempre, espone con grande eleganza e abbondanza di strumenti. I marchi presentati erano quelli ai quali il pubblico è molto affezionato, con i grandi classici di ogni casa e anche delle belle novità. Tra queste, scopro che stanno presentando al pubblico un marchio nuovo per il mercato italiano: Martinez Guitars, una linea di strumenti con corde in nylon dal look accattivante. Così, mentre guardo incuriosito, vedo ‘lei’ e subito l’allarme GAS entra in funzione, con tanto di lampeggianti e sirene accese! Una chitarra dalla forma un po’ strana, senza la classica buca da classica (scusate il bisticcio di parole), 14 tasti fuori dalla cassa, corde in nylon e interamente costruita con un legno che a prima vista sembra mogano, ma che poi scopro essere ovangkol massello (un legno di origine africana). Queste caratteristiche sarebbero sufficienti a intrigare anche il meno curioso dei chitarristi… ma c’è dell’altro: la cassa armonica è stretta e con una spalla mancante che permette l’accesso al XXIV tasto (sì, sì, avete letto bene: XXIV tasto!). Sulla fascia superiore c’è una soundport e anche il preampliflicatore Fishman Presys con microfono e piezo miscelabili a piacere, notch filter, EQ e accordatore. Molto particolare la piccola buca frontale a forma di ‘baffo’ posizionata alla fine della tastiera in ebano. Scopro inoltre che Martinez costruisce questo modello in altre due versioni, che si differenziano per i legni utilizzati: una versione con fasce e fondo in acero e tavola in abete; e l’altra sempre con tavola in abete ma con fasce e fondo in palissandro. Posso confessarvi un segreto? Avevo paura di suonarle, per due motivi: il primo è che non volevo si rivelassero una delusione una volta prese in mano; l’altro è che, se non si fossero rivelate una delusione, l’infatuamento si sarebbe trasformato in amore… aiuto! Comincio a suonare quella in ovangkol, la MSCC-14OV. Chi, come me, non è abituato alle chitarre crossover, ha bisogno di un paio di minuti per prendere le misure della tastiera da 48 millimetri al capotasto: una via di mezzo tra le misure di una classica e quelle di un’acustica. Il suono è bello rotondo e caldo, con tanti colori. Il volume è sorprendente considerando che la cassa è profonda solo 6,5 cm. La chitarra è divertentissima, non si riesce a smettere di suonarla. È perfetta per suonarci in fingerstyle. E quindi come posso resistere dal fare tutti i brani che conosco di Jerry Reed? Appunto, non posso! E finiti quelli? Scott Joplin! Provo anche le altre due: quella con fasce e fondo in acero, la MSCC-14MS, è totalmente diversa – a livello timbrico, ovviamente – dalla precedente: il suono è sempre molto morbido, anche se molto più chiaro. La soundport aiuta tantissimo nel ‘monitoraggio’ del suono, e devo dire che è proprio piacevole riuscire a percepire il proprio timbro così come viene fuori dallo strumento invece che ascoltarlo ‘da dietro’. Nota dopo nota, mi rendo conto che il feeling restituito da questi strumenti è di assoluta comodità per entrambe le mani. Mi manca da provare quella in palissandro e abete, la MSCC-14RS , ‘potenzialmente’ la mia preferita. E già dalle prime note viene promossa da potenzialmente a ‘sicuramente’ la mia preferita. Ha un volume che definirei ‘assurdo’ (sempre rapportato alle misure della cassa) e ogni nota ha un attacco molto preciso. Il suono è brillante con dei bassi molto, molto pieni e corposi. La chitarra risponde a tutte le dinamiche richieste e, anche ad ogni spostamento della mano destra, corrisponde un timbro differente. Un altro particolare importante, che avvicina queste chitarre al ‘mondo moderno’, è il fatto che la tastiera e il ponte non sono piatti come nelle chitarre classiche tradizionali, ma presentano un ‘radius’: questo permette di aggiungere un altro ‘segno +’ alla voce comfort. Queste Martinez modello Performer non sono i primi strumenti senza la buca che provo, ma di sicuro non fanno altro che confermare la sensazione avuta anche con gli altri: suonano bene. Il fatto che le vibrazioni della tavola non vengono interrotte dall’assenza del legno tolto per fare la buca, secondo me, ha un riscontro più che percepibile nel momento in cui si inizia a suonare. Giuseppe Tropeano Scheda tecnica Martinez Performer Tipo: chitarre classiche crossover con spalla mancante Distributore: www.aramini.net Fasce e fondo: a scelta fra ovangkol, acero o palissandro (legni massello) Tavola armonica: a scelta fra ovangkol o abete (legni massello) Ponte: palissandro indiano Manico: mogano Tastiera: ebano Diapason: 650 mm Larghezza capotasto: 48 mm Truss rod: regolabile a doppia azione Pick up: Fishman Presys con accordatore Meccaniche: Martinez dorate M1-P12S4 Custodia morbida: AC-MGB20 inclusa Finitura: high gloss poliuretanica Prezzo di listino: da € 1190 a 1270 (IVA inclusa) L'articolo Martinez Performer proviene da Fingerpicking.net.

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Martin copia Eko?

Al Winter Namm Show 2020 Martin ha presentato la SC-13E, un modello davvero particolare e ricco di innovazioni concettuali: cassa asimmetrica, X-Bracing sul fondo, manico smontabile e regolabile, forma del corpo particolarmente ergonomica e con accesso facilitato al fondo della tastiera. Se Martin, che di fatto da sempre stabilisce il ‘termine di paragone’ quando si parla di chitarre flat top, è costantemente alla ricerca di innovazioni, non può che essere un fattore importante e stimolante per tutto il comparto. Ma… c’è un ‘ma’ ovviamente… Il sistema di fissaggio e allineamento del manico, denominato Sure Align Neck System e sviluppato da una terza parte, probabilmente frutto dello sviluppo dei progetti di Babicz acquisiti da Martin tempo fa, nel nostro paese ha immediatamente ‘ricordato’ a molti il sistema FastLOCK sviluppato da Eko e montato sulla serie MIA, ma non solo, per parecchi anni. L’inventore del FL – e depositario del brevetto internazionale – Remo Serrangeli, non è certo uno che le manda a dire e da settimane, su social e siti vari, sta esprimendo una certa ‘irritazione’ in merito. In attesa di poter mettere le mani sulla chitarra in questione e poter esprimere un parere ‘sensato’ (ma difficilmente se ne parlerà prima dell’estate) una certa curiosità al riguardo mi ha spinto ad approfondire un po’ l’argomento. Anzitutto bisogna ammettere che Martin ha messo pochissime informazioni sull’argomento in rete, e soprattutto nessuna specifica tecnica. Sicuramente dipende dal fatto che il sistema è ancora Patent Pending, quindi in corso di deposito, e hanno voluto tutelrsi in questo senso. Da quel poco che sono riuscto a sbirciare in rete su foto e video promozionali, l’idea che mi son fatto è che le similitudini siano tante quante le differenze: una su tutte l’utilizzo di uno shimmer di spessore variabile da posizionare sotto il tacco per la variazione dell’angolo del manico. Certo la curosità è molta, non vedo davvero l’ora di metterci le mani sopra… Mario Giovannini L'articolo Martin copia Eko? proviene da Fingerpicking.net.

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Issoudun ‘Capitale de la Guitare’ – Appunti di viaggio

(di Gabriele Posenato) – Erano anni che volevo andare al Festival Guitare di Issoudun. Da quando, giovane aiutante al Guitar Festival di Soave, ne sentivo parlare dalle delegazioni italiane che via via vi partecipavano: Pietro Nobile, Gae Manfredini, Paolo Giordano, Andrea Benzoni e tanti altri, accompagnati da Marino Vignali e dallo staff della ADGPA italiana. Per uno come me, cresciuto nell’adolescenza a pane e Marcel Dadi, questa cittadina medievale dispersa nella Francia centrale è sempre parsa come una meta di pellegrinaggio. Quest’anno, complice l’invito a parteciparvi rivolto a Ermanno Pasqualato, in quanto eletto “Liutaio dell’anno” al Guitar International Rendez-Vous dell’ADGPA a Pieve di Soligo, mi sono aggregato al suo stand Herrmann Guitars come dimostratore dei modelli lap steel e Weissenborn. Issoudun ci accoglie in una tipica giornata autunnale, pioggia e nebbiolina. Arriviamo con largo anticipo, circa due giorni, e impieghiamo il tempo a visitare i dintorni di questa regione di Francia che non avevo mai visto. Chilometri e chilometri immersi nella campagna, a sali e scendi, abitata solo da vacche di razza charolaise al pascolo e borghi sparsi qua e là. Il festival inizia il giovedì 31 ottobre con il concerto di Danny Trent, vincitore a sua volta del premio “Chitarrista emergente” al Rendez-Vous di Pieve di Soligo, Michel Gentils, il duo Sirius e François Sciortino. Ottima esibizione del nostro conterraneo nel tempio della chitarra. Il venerdì mattina è dedicato al montaggio dello stand, perché qui l’esposizione parte il pomeriggio e si protrae fino a sabato sera. Ciò che balza agli occhi subito è la perfetta macchina organizzativa. Veniamo accolti, spaesati in mezzo a tanto movimento, da Gérard Sadois e i suoi collaboratori intenti a montare strutture per il palco, con la radio che trasmette continuamente musica per chitarra e interviste a liutai e musicisti. La location è il Centro Congressi, dove troneggia all’ingresso una enorme Fender Stratocaster, curata nei minimi particolari. La partecipazione dei liutai è alta, mi ricorda l’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana al massimo dello splendore, tanto che a una trentina di espositori è stato detto di no. Sono quasi tutti francesi, ad eccezione dei due italiani Herrmann Guitars e Filbo, la ditta specializzata in legni, bordure e filetti per liuteria. Il programma è nutritissimo e si fa fatica a stare dietro a tutto, tra master class, concerti e quant’altro, per cui decido – nei momenti liberi dallo stand di Ermanno – di testare le chitarre che mi attirano particolarmente. Difficile fare delle scelte, la qualità e il livello sono altissimi, per cui vado per esclusione: via le elettriche e le resofoniche, rimane tutto il resto, e a fine manifestazione non ce l’ho fatta a provarle tutte. Ultimamente ho mani e orecchie per la chitarra classica, così vado alla ricerca del nylon come un cane da tartufo. Grandi chitarre ovunque, dai prezzi poco accessibili, fino a che in uno stand un po’ defilato non scorgo tre bellissime classiche dalle fattezze moderne e accattivanti. Allo stand c’è una bella signora, per cui ripasso velocemente qualche frase di convenienza e mi lancio… «Parli pure italiano, ho vissuto in Italia» è la risposta, e la figura di ‘cioccolato’ è servita. Nel frattempo giunge il marito, ex grafico (adesso capisco le linee originali dello strumento) ora dedito alla liuteria. Mi soffermo su queste chitarre per una mezz’ora: dopo tre note le sento già mie, con un suono bello pieno, rotondo con un gran volume. Il soundport poi ti spara diretto tutto questo ‘ben di Dio’. Il ponte in legno di limone presenta le corde che partono da sotto la tavola, in un modo semplice e neanche troppo complicato. Tastiera e manico confortevoli. Me ne sarei presa una, visto il prezzo accessibilissimo. Li ho invitati a farsi un giro a qualche festival in Italia: liuteria Pierre Marc Martelli da tenere d’occhio. Vicino allo stand di Ermanno, un liutaio di chiare origini russe, Ivan Degtiarev, espone delle superbe classiche con rosette intriganti. Sempre a fianco del nostro stand espone Guy Butterlin, belle chitarre sobrie dal gran suono; vista la vicinanza sono quelle che ho testato di più: ottime le tastiere fan fret. Ancora vicino a noi le innovative chitarre Kopo e il chitarrista e liutaio Antoine Payen. Al secondo piano dove siamo posizionati noi, c’è anche la radio che trasmette musica per chitarra e intervista liutai e musicisti ventiquattr’ore su ventiquattro. Noi stessi abbiamo avuto il piacere e l’onore di un’intervista, ed è stata un’ottima occasione per presentare il mio nuovo CD di prossima uscita, dedicato alle chitarre Weissenborn; tra l’altro, quelle di Hermann Guitars sono le uniche presenti al salone. E per l’occasione Ermanno ha portato una sperimentale Weissen-harp, molto intrigante, con corde passanti super-treble sotto le sei corde principali e tre bassi aggiunti. Sul palco al nostro piano si sono alternati, in un perenne open mic, musicisti di ogni estrazione: una festa continua. A pranzo e a cena una mensa attrezzatissima rifocilla tutti, per cui non si esce mai dal Centro Congressi, facilitando gli incontri e le discussioni. Così capita di cenare a fianco di Michel Gentils, François Sciortino e tanti altri. Sempre molto gentili e disponibili tutti i componenti dell’organizzazione. Alle cinque del pomeriggio del venerdì parte il concerto per i liutai all’interno del teatro del Centro Congressi, ottimo per la resa delle chitarre. Tocca a me presentare le Weissenborn di Ermanno. Un italiano in terra francese, solo contro tutti e con un solo brano per giocarmi tutto. Faccio quello che so fare, salgo sul palco e spiazzo tutti con una battuta: «Je suis italien e je connais quatre mots [sono italiano e conosco quattro parole]: je suis Catherine Deneuve»… e tutti giù a ridere. Il più è fatto, mi resta solo che suonare il brano. A giudicare dall’accoglienza e dai CD venduti dopo, è andata molto bene. Il sabato ho molto tempo a disposizione e ricomincio i test. Un saluto ai fratelli Chatelier, al cui stand incontro finalmente un amico di Facebook, Philippe Fouquet, con cui condivido la passione per le harp guitar. Qui ho anche la possibilità di provare una fantastica chitarra long-neck. Chitarre sobrie, dalla chiara identità, che hanno conquistato molti chitarristi, a giudicare anche dal CD sampler Chatelier Guitars – The Player’s Collection coordinato dal nostro Giovanni Ferro. Vicino a loro Philippe Cattiaux, che unisce moderno e antico nei suoi strumenti. Di fronte campeggia una strana OM di Richard Baudry: ha le corde in nylon! Legni super. In posizione centrale, come si addice a un re, sua maestà Franck Cheval. Un mito vivente della liuteria francese, chitarre sontuose, rifinite ai massimi livelli; per averne una però bisogna accendere un mutuo. A fianco le chitarre Darmagnac, in una parola ‘imperiali’ per rifiniture e suono prodotto, a un prezzo abbastanza accessibile per le tasche italiane. In questa area dell’esposizione ci sono forse le chitarre acustiche più interessanti: lo stand della JRK Lutherie mostra un’interessantissima OHM. Il giovane Pierre Bertrand mi fa provare una parlor adatta per il blues dal fondo e fasce splendidi. Accanto all’altra star della liuteria francese, Maurice Dupont, con tutta la scuderia di acustiche, classiche e gipsy, tanti giovani liutai dalle idee chiare e di provata esperienza: Jérémie Geffroy con due belle chitarre in esposizione; Florian Jégu con chitarre che si rifanno a tendenze internazionali, con bevel e rosette elaborate; così come Thomas Féjoz con chitarre curate nei minimi particolari, soprattutto negli intarsi sulla tastiera. Marc Boluda, liutaio dell’anno, con un set di chitarre una più bella dell’altra; Tino Battiston con belle combinazioni di legni per le proprie chitarre. Non manca chi propone sistemi di acquisizione del suono, come la Boton con un interessante pickup a contatto, provato anche sulla mia Weissenborn. Presenti anche le resofoniche di Fine Resophonic. Non molte chitarre elettriche e, a differenza dell’Italia, chi le provava aveva la sensibilità di non disturbare i vicini. Ovviamente non ho citato tutti; la lista dei partecipanti è presente sul sito del festival issoudun-guitare.com. Come tutte le manifestazioni, anche questa passa velocemente e il sabato sera, momento dell’ultima cena collettiva, decreta la fine dell’avventura francese. A chiudere la manifestazione la star Ana Popović, ma noi – dopo aver smontato – eravamo già a dormire. Il giorno dopo ci avrebbe aspettato un diretto di quindici ore per l’Italia. Gabriele Posenato L'articolo Issoudun ‘Capitale de la Guitare’ – Appunti di viaggio proviene da Fingerpicking.net.

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