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(di Zack il Bianco) Quante volte abbiamo sentito dire «Sì, ora suona bene, ma vedrai tra una decina di anni quando il legno sarà ben stagionato», e abbiamo atteso per giorni, mesi e anni che quel momento magico arrivasse? E se un bel giorno un giapponese vi dicesse che è in grado di far invecchiare velocemente la vostra signora, come la prendereste? Non bene, immagino. A meno che non si riferisca alla vostra chitarra, nel qual caso aguzzereste le orecchie e gli chiedereste di raccontarvi tutto sul thermal top. All’Acoustic Guitar Village di Cremona Musica mi sono imbattuto in una fantastica dreadnought un po’ ‘abbronzata’ di Takamine, la EF340S-TT, ed è stato amore al primo tocco. Il segreto della qualità timbrica e della quantità di suono di questi modelli risiede in una nuova tecnologia chiamata thermal top, che consiste in un processo di invecchiamento accelerato dei piani armonici delle chitarre: la procedura prevede l’essiccazione dei legni in forni ad alta temperatura e a bassissima concentrazione di ossigeno; ciò conferisce, anche agli strumenti nuovi, caratteristiche sonore timbriche e armoniche simili a quelle che sviluppano strumenti suonati per molti anni. È incredibile che siano i giapponesi ad architettare questo sistema di cottura del legno: proprio loro che ci hanno colonizzati con il pesce crudo, ora vogliono farci credere che sia una buona idea cuocere le chitarre? Eppure il mio orecchio non mi ha tradito neanche la seconda volta che le ho sentite in azione in un noto negozio di Tortona, in occasione del Takamine Day tenuto da Alessandro Formenti e organizzato da Gold Music S.r.l, distributore italiano del marchio. Quindi ho deciso di riprovarle con un po’ più di calma nel silenzio del mio studio. I modelli che ho scelto per la prova sono la sopracitata dreadnought EF340S-TT e una EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway), due strumenti differenti, ma con alcune similitudini. Hanno gli stessi legni, con un bellissimo top in abete massello scurito… dal tempo? No, dalla cottura! Le striature del legno sono così strette e sottili, che generano una sorta di effetto ondulato, davvero suggestivo. Il fondo e fasce è per entrambe in mogano massello di un rossiccio fiammante, con binding in cellulosa tartarugato, ponte con selletta spezzata e stessa profondità di cassa per entrambe. Grande cura per i dettagli che, nonostante la semplicità, lasciano subito intendere che siamo in una fascia alta della produzione Takamine. Le analogie tra i due strumenti finiscono qui. Differente la forma, paletta slotted e nut da 47,5 mm per la Grand Auditorium: questa stupenda creatura risulta subito più morbida al tatto e più incline al fingerpicking. Con l’interspazio tra le corde un po’ più ampio e una bassa tensione, risulta facilissima da pizzicare anche nelle parti più alte del manico, facilmente raggiungibili grazie alla spalla mancante e al tacco piatto che lascia più spazio alla mano sinistra. È la prima volta che una chitarra con attaccatura del manico al dodicesimo tasto non mi dia quella strana sensazione di avere per le mani uno strumento più corto… oltre che più ‘cotto’. Noto subito un attacco notevole del suono, caratteristica che ci si aspetterebbe da un top in cedro. Ma questo trattamento sembra davvero aver prodotto i suoi frutti. Passo istintivamente dall’arpeggio con le dita a fraseggi più ritmici e, anche questa volta, la cassa profonda premia garantendo un’ampia dinamica, lo strumento risponde bene anche a plettrate decise. Il suono è ben equilibrato, con una maggiore ‘frizzantezza’ sui medio-alti grazie al mogano, caratteristica ideale sia in registrazione che in live con altri strumenti: questo leggero boost sui medi, unito all’attacco, garantisce un’ottima capacità di ‘bucare il mix’; espressione che noi chitarristi acustici abbiamo ormai assimilato, sostituendola alla più tecnicamente definita ‘capacità di proiezione del suono’ di uno strumento. Per testare questa mia impressione mi è bastato registrare pochi accordi con un pianoforte e un basso elettrico, per poi passare alla Grand Auditorium e confermare la magia del mogano quando, senza bisogno di equalizzare la traccia della chitarra, il suono resta ben percepibile ed efficace. Il manico è meravigliosamente sottile e, oltre il XII tasto, persino i bending più ostili sono facilmente affrontabili, senza perdere l’accordatura! Lo strumming con le dita, alla Ed Sheeran per intenderci, è uno dei privilegi che ci possiamo concedere con questo modello, proprio grazie alla combinazione tra la bassa tensione delle corde e la profondità della cassa, che garantisce un ottimo volume. Passando alla Dreadnought, la prima differenza la notiamo nel manico decisamente più abbondante. Stupisce però la comodità, che trova giustificazione nell’ingegnoso asymmetrical neck: un manico sagomato in una ‘C’ asimmetrica, dunque in grado di essere alloggiato con maggiore naturalezza all’interno della mano, riducendo la distanza che il polso deve colmare quando il pollice viene spostato verso la sesta corda: incredibilmente facile infatti suonare con il pollice della mano sinistra sui bassi, alla John Mayer o Damien Rice. Il tipo di voce resta molto simile alla Grand Auditorium, ma la tensione leggermente maggiore permette di spingere di più sulle corde, guadagnando ulteriormente volume anche se il suono resta compatto, come se ci fosse una sorta di compressione naturale che rende l’esecuzione sempre molto omogenea. Il nut leggermente più stretto, da 45 mm, è il mio preferito e lo riconosco subito: su parti in arpeggio con il plettro, mi sento a casa (be’, in effetti ci sono!); e anche con le dita risulta piacevole. I bassi sembrano più definiti. Suono nel complesso meno avvolgente, ma più dettagliato: è come se le qualità sonore del mogano, su questo modello, siano più enfatizzate. Questa chitarra è particolarmente consigliata e apprezzabile per plettratori pesanti, con la mano destra di Thor, come la mia. Da ‘spente’ mi hanno ampiamente convinto entrambe. Ma da amplificate? Apparentemente sembrerebbero sprovviste di sistema di amplificazione, visto che non si nota alcun comando nella buca. Invece sono dotate del leggendario pickup Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp, presente su tutte le Takamine di produzione giapponese. Si tratta di un antenato del famoso AP5 di Maton, ideato e sviluppato da Takamine. Utilizza sei elementi piezoelettrici individuali e schermati, uno per corda, con una massa dodici volte superiore a quella di un normale piezo (a barretta). I sei elementi penetrano all’interno del ponte e della tavola armonica, quindi il pickup è incastonato nel top e nel ponte della chitarra, creando in tal modo una connessione sonica anche con il top. Il risultato è un output che possiede la definizione derivante da un segnale individuale, corda per corda, unito alla ricchezza armonica proveniente dalla vibrazione del top. Il tutto è gestito da un preamp a stato solido (alimentato da una singola batteria da 9 V), pressoché invisibile. All’interno dell’alloggiamento della femmina della presa jack è presente il cuore del preamplificatore, con tre piccoli trimmer per la regolazione di bassi, medi e acuti. Le regolazioni sono in ogni caso già effettuate dalla casa su ogni singolo esemplare. Il risultato è semplicemente incredibile: grande resistenza al feedback, naturalezza, ma anche grande risposta alla dinamica in caso di forte pressione, cosa che normalmente mette in crisi i classici sistemi piezoelettrici. Facile per me tirare le somme di un test così piacevole: siamo di fronte a due esemplari di razza, solidi e convincenti nel suono, nella suonabilità e nella cura dei dettagli, affidabili sia in live che in studio. Ciò che però colpisce è la sensazione di avere tra le mani chitarre molto risonanti, con grande sustain e ricchezza armonica, senza zone morte sulla tastiera: caratteristiche che si ritrovano su strumenti vissuti, non solo invecchiati, ma sopratutto suonati per lungo tempo. Credo che in futuro questo sistema di invecchiamento precoce del legno diventerà uno standard e sinceramente, sentiti i risultati, me lo auguro. Ma nel frattempo, mi raccomando, non provate a cuocere da soli le vostre chitarre! Zack il Bianco Scheda tecnica Takamine EF340S-TT (Dreadnought) Piano armonico: abete Sitka massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: mogano americano massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 45 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage Nickel open gear Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-200 rigido Street Price: € 1749 Scheda tecnica Takamine EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway) Piano Armonico: abete massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: sapele massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck, attacco al XII tasto Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 47,5 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage for slotted headstock Rosetta: abalone Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-700D rigido Street Price: € 2199 L'articolo Takamine Thermal Top proviene da Fingerpicking.net.
(di Zack il Bianco) – Fra i mille che assediano la mente di un chitarrista acustico, prima o poi, comincia a farsi strada negli anni un interrogativo più insidioso degli altri: chitarra di fabbrica o di liuteria? È un mondo bizzarro quello delle sei corde, specialmente in Italia dove – mentre per i chitarristi classici non c’è alcun dubbio: per salire di livello bisogna abbandonare gli strumenti fatti in serie dalle macchine per affidarsi alle mani esperte di un liutaio – per i chitarristi acustici la risposta non è altrettanto chiara. Ci si chiede infatti se, in uno strumento fatto interamente a mano, esista questo maggior valore in termini di suono, e ci si preoccupa spesso anche della rivendibilità. In questo viaggio alla scoperta della liuteria Italiana, muovendomi come un pioniere a caccia di risposte, non potevo imbattermi in guida migliore di Paolo Grassi che, oltre ad essere un gran maestro nella costruzione di strumenti, è al tempo stesso musicista, chitarrista, cantante e compositore. Dinnanzi a Paolo, mi sento un po’ come Dante con Caronte, mi affido al traghettatore dagli occhi piccoli, spiritati, circondati di fiamme, percependo chiaramente l’enorme competenza e passione con cui è riuscito a sviluppare degli strumenti decisamente unici, dal carattere forte e dalla voce inconfondibile. La prima creatura che mi porge tra le mani è la sua Slope D: top in abete Val di Fiemme, fondo, fasce e tastiera in palissandro brasiliano. È chiaramente ispirata alla Gibson J-45 per quel che riguarda la forma, più esattamente a una J-45 Custom se pensiamo che Paolo predilige il palissandro al mogano. Ciò che mi colpisce subito sono le finiture: la ‘G’ di Grassi sulla paletta è in madreperla (abalone blu), il binding è in cocobolo, e una precisissima bordatura della tastiera contrassegnata da una doppia linea bianca in acero con al centro una striscia di ebano è un piacere per gli occhi. Gli chiedo come sia possibile raggiungere una tale precisione lavorando a mano. Paolo sorride e svia il discorso concentrandosi su ciò che è più importante e di cui va maggiormente fiero: il suono! Chiaramente ispirato ai grandi marchi che hanno fatto la storia della musica, negli anni ha cercato di potenziarne le caratteristiche sonore: in questo caso, al primo tocco, l’orecchio riconosce un suono Gibson ma con sustain, volume e brillantezza decisamente maggiori rispetto a una chitarra di fabbrica. Le mani scorrono fluide sulla tastiera in brasiliano, grazie anche al manico in mogano Kaya. Con corde Elixir .012 l’action è perfetta, sia per suonare con le dita che con il plettro. I bassi sono dettagliati, ben distinti, e non impastano il suono lasciando spazio a cantini ricchi di frequenze medie e alte, ma mai taglienti, che Paolo definisce cantini ‘argentini’: quale modo migliore di definire la brillantezza delle Grassi? Mentre lui mi racconta generosamente dettagli di alcune fasi costruttive, mi accorgo che non riesco a smettere di suonarla. È il momento di passare alla seconda della famiglia, la Jumbo 16 pollici, lo shape della chitarra che aveva Cat Stevens: un modello che Gibson non produce più, ma che Paolo ha tanto ascoltato e amato. I legni questa volta sono: top in abete Val di Fiemme, fondo e fasce in suggestivo Malaysian blackwood, un ebano con una figurazione incantevole. Il manico è in wengé, un legno più poroso, che il maestro ha apprezzato sui manici dei bassi Warwick. Il primo tocco colpisce allo stomaco! L’avvolgenza dei bassi si fa sentire, trasmettendo vibrazioni direttamente alla pancia di chi suona: pare di essere di fronte a una chitarra con maggior volume rispetto al modello provato prima, ma Paolo mi garantisce che è solo una sensazione data dalle vibrazioni. Leggermente più scavata sui medi, i cantini sono nuovamente in ‘stile Grassi’, brillanti e definiti, che spiccano sui bassi avvolgenti che fanno da tappeto. L’inclinazione di questo modello pare essere lo strumming, da chitarra ideale per chi si accompagna al canto. Intono qualche canzone, per testare la fusione tra la mia voce e questo bel motore ruggente. Stupisce anche la dinamica, che passa da un pianissimo a un forte senza mai rompere il suono, come se sulle plettrate più forti si innescasse una sorta di compressore naturale. Il maestro mi fa notare che la qualità timbrica di questo strumento è anche data da qualche anno di vita in più: il passare delle stagioni ha fatto maturare il legno… Paolo è molto preciso anche nelle parole, e mi corregge: si chiama ‘inossamento’! Anche questa volta è dura staccarla dalle mani. È il turno della Grassi OM, un modello chiaramente ispirato alla leggendaria forma delle Orchestra Model di casa Martin. Corpo più sottile rispetto alle precedenti, il top è in abete Val di Fiemme, mentre il fondo e le fasce sono questa volta in ziricote, che visivamente ricorda il Malaysian blackwood. Spicca una stupenda rosetta in abalone. Anche su questo modello il manico è in mogano Kaya, e le mani scorrono trovando subito un gran feeling. Tra le tre chitarre provate è la più orientata verso il fingerpicking: si avverte una minor tensione delle corde, ma in realtà Paolo mi fa notare che è una sensazione data dal corpo più piccolo, che ha una risposta più veloce. Serve meno sollecitazione per metterlo in vibrazione e, infatti, mi impressiona come, mentre Paolo racconta aneddoti su aneddoti di questo splendido strumento, esso vibra ben percettibilmente, quasi che riconoscesse la voce del suo creatore. I bassi questa volta sono molto più definiti e precisi, meno avvolgenti, ma non per questo meno belli, certamente più equilibrati. Lasciano frizzare i cantini, che trovo perfetti anche nella parte alta del manico, ideali per tutti i fraseggi solistici. E, solo riascoltando la registrazione che ho allestito appositamente per immortalare questo viaggio, posso confermare la mia prima impressione di trovarmi di fronte a uno strumento perfetto in studio di registrazione e di riflesso, quindi, anche molto facile da amplificare con ottima resa live, pure in presenza di strumenti con bassi preponderanti. Anche con plettrate decise il suono è sempre molto compatto, a dimostrazione di una grande versatilità. Insidiando Paolo di domande, mi sembra di capire che il segreto della quantità e qualità del suono di questo modello, seppure con voce originale e riconoscibile, derivi probabilmente dall’ammirazione che lui nutre per le famose OM di Bourgeois e, contemporaneamente, per le novità costruttive di Taylor. Ovviamente ogni buon artigiano custodisce gelosamente i propri segreti, ma devo dire che il maestro è decisamente generoso con me nelle spiegazioni. Forse perché percepisce che difficilmente gli ruberò il mestiere? L’ultimo modello provato è una vera chicca per me: l’unica 12 corde di cui mi sia innamorato! È un modello originale che Grassi ha chiamato EVO 3 (12 corde). Realizzata anche nella versione a sei corde, la sua forma trae ispirazione da un basso acustico, l’unico che Paolo abbia apprezzato per il suono ‘non amplificato’ e, restandone colpito, ha cercato di carpirne il segreto per poi riportarlo su una forma che rendesse anche per una chitarra. Il top è in abete Val di Fiemme leggermente sunburst, il fondo e fasce in palissandro brasiliano, decisamente incantevole, come anche la ‘G’ in abalone intarsiata nella paletta, questa volta con maggiori dettagli che richiedono tanto tempo e precisione. Il manico in mogano Kaya risulta incredibilmente sottile e confortevole, il volume è generoso e il suono – corposo e brillante – sembra non finire mai grazie agli armonici che inondano la stanza. Mi richiama alla mente i grandi successi incisi con questo tipo di chitarre: con un tappeto così perfetto sarebbe un delitto non accennare l’immensa “Wish You Were Here” dei Pink Floyd; e concordo con Paolo: «Se David Gilmour avesse avuto una 12 corde così, questa canzone sarebbe durata tutto il lato B!» Sorridiamo insieme e continuo a suonare. Le ore passano veloci, sia grazie agli splendidi strumenti di altissimo livello con incredibile rapporto qualità/prezzo, sia per la bella compagnia di Paolo che potrebbe scrivere un libro narrando della sua lunghissima vita musicale, con l’abilità e incanto di chi possiede l’arte di infondere al legno l’enorme bagaglio di musica che porta nel cuore. Zack il Bianco L'articolo Paolo Grassi Guitars proviene da Fingerpicking.net.
Chitarra acustica Olson James Taylor Signature (n. 46) di Zack il Bianco Tra i maggiori dilemmi della nostra esistenza, c’è chi si domanda se ci sia un’altra vita oltre quella terrena, se esista la reincarnazione o il paradiso. E poi ci sono quelli come me, il cui più grande interrogativo è: «Che razza di suono può avere la chitarra acustica che accompagna da decenni la voce di James Taylor, universalmente riconosciuta come una delle più belle al mondo?» Arrivato alla soglia dei quarantatre anni, grazie alla generosità dell’amico Gabriele Buvoli, ho trovato la risposta. Ma procediamo con ordine. Di certo James Taylor non ha bisogno di presentazioni. Da cantante-chitarrista, ammetto di averlo amato e odiato al tempo stesso: perché ho sempre invidiato quella voce così perfetta nell’intonazione, così composta ma intensa, dolce ma malinconica, con una controllata tristezza mista a un romanticismo che ha reso le sue canzoni delle autentiche poesie, in grado di materializzare i paesaggi della sua infanzia. Quella Carolina del Nord, in molte delle sue canzoni, sembra di vederla, di toccarla. La cosa davvero incredibile e affascinante, però, è quanto la carriera di uno dei più prestigiosi liutai al mondo possa essere legata a quella di un immenso artista che suona le sue chitarre. Gli anni in cui Jim Olson riuscì a dedicarsi interamente alla liuteria, a farla diventare la sua unica professione, non sono molto distanti dal momento in cui riuscì a vendere tre dei suoi strumenti migliori a Taylor, che non solo ne rimase folgorato, ma decise di suonare unicamente questi in uno dei suoi più importanti tour nel 1991. Da quel momento i due furono inseparabili, e più saliva il prestigio di James Taylor, più acquistavano valore gli strumenti di Jim Olson, che ad oggi – in quarant’anni – ha costruito più di 1500 chitarre. Dopo questo importante preambolo comprenderete bene perché, ancor prima di aprire la suggestiva custodia Calton custom deluxe di colore amaranto, le mani hanno cominciato a tremarmi: provare la quarantaseiesima delle cento ‘James Taylor Signature Limited’ è un’esperienza che non capita tutti i giorni. L’amico Gabry ‘scoperchia il vaso di Pandora’, mostrando questo sfavillante gioiello in legno e scintillante abalone, perfettamente incorniciato in un velluto color magenta. Dobbiamo ancora conoscerci ma mi ha già rapito gli occhi. Balza allo sguardo la ‘O’ di Olson in abalone sulla paletta nera lucida; è come un occhio che sembra dirmi: «Attento a quel che fai!» Visto il costo dello strumento mi sembra un ottimo avvertimento. L’aspetto è imponente, per quanto le dimensioni non siano esagerate; anzi, appena imbracciata, mi colpisce la leggerezza e il bilanciamento tra corpo e manico. Il top è realizzato con uno splendido cedro dalla trama fitta e leggermente scura, mentre fondo e fasce sono in superlativo palissandro indiano per questa numero 46, come per altri complessivi 80 esemplari, mentre solo 20 di questa produzione limitata – che raggiunge in totale 100 esemplari – sono costruiti con fondo e fasce in palissandro brasiliano. È uno strumento rifinito in maniera maniacale, scintillante per il binding, la rosetta e i segnatasti a rondine sempre in abalone, ma nel complesso l’aspetto è sobrio senza risultare eccessivamente sfarzoso o pacchiano: elegante come uno smoking, direi. Gabriele sorride come per dire: «Okay, la guardi o la suoni?» In effetti, se la rimettesse in custodia, io sarei già contento così… Con la mano sinistra afferro il manico come il corridore poggia il piede nel campo da gara prima della partenza: con decisione e prudenza. La forma è a ‘D’ leggermente schiacciata al centro, proprio dove il mogano incontra l’acero e l’ebano: un suggestivo cinque pezzi che mi ricorda l’inconfondibile ‘striscia’ della Dodge Viper, paragone non azzardato con questa velocissima supercar dalle dimensioni contenute, visto che la scorrevolezza e l’action bassissima lo rendono adatto anche ai velocisti dell’acustica. Uno dei manici più comodi mai provati. Il primo accordo è quasi commovente: noto subito la tridimensionalità del suono, come se non provenisse solo dalla buca, ma ne fossi avvolto. Con accordi lunghi mi è possibile apprezzare sia il grande bilanciamento del suono, con bassi rotondi e cantini brillanti, sia il sustain infinito. Il volume è generoso in relazione al corpo dalle dimensioni contenute: Jim la chiama small jumbo, un compromesso tra estrema maneggevolezza e potenza, che garantisce una dinamica eccezionale e grande versatilità. La cosa che mi colpisce di più tuttavia è la separazione tra i suoni, come ogni nota rimanga intellegibile senza sovrastare le altre, costruendo un tappeto sonoro adatto sia a stili puramente fingerpicking, sia all’accompagnamento della voce, anche con plettro. Controllo l’accordatura e mi accorgo che le meccaniche sono rigorosamente Gotoh 510, ma con l’inconfondibile intarsio a forma di ‘O’, precisissime. In quel momento non posso fare a meno di notare, nel retropaletta, l’incredibile precisione del punto corrispondente all’estremo del truss rod, che forma una sorta di punta di diamante nel legno, proprio in mezzo alla striatura tra l’acero e l’ebano: che finezza. Il classico incastro a coda di rondine, per la giunzione tra corpo e manico, dimostra di essere una scelta vincente: probabilmente collabora nella produzione di un suono con grande attacco. Jim non lascia nulla al caso: negli anni ho ritrovato questa caratteristica in tutte le chitarre con top in cedro che ho avuto la fortuna di provare. È proprio il top a conferire questa velocità di trasmissione del suono e la prontezza nel vibrare, anche quando ci troviamo a suonare nella parte alta del manico: sulle corde alte la voce resta infatti presente e definita. Finite le presentazioni sono già innamorato. Mi preparo per un’ulteriore prova, voglio immortalare il fantastico momento registrando il suono di questa leggendaria chitarra. Per questo test ho scelto un bellissimo microfono a condensatore a diaframma stretto, il Microtech Gefell M 200, inserito nella piccola ma potente scheda audio Apogee ONE, mentre il software del mio MackBook Pro è GarageBand. In cuffia, rigorosamente Beyerdynamic DT 880 Pro, è possibile percepire ogni più piccola sfumatura di un timbro così ricco di armonici e complesso nella sua nitidezza. Intono una canzone, nello specifico un brano che ho scritto e che trae ispirazione da Damien Rice (non me ne voglia Mr. Taylor, ma non mi sono mai azzardato a cantare una delle sue canzoni!), composto appositamente con una Lowden F-25X, anch’essa in cedro/palissandro. Ed è la prova del nove: ritrovo quell’incredibile dinamica che mi permette di addomesticare i bassi con il polpastrello del pollice e le prime corde, che si occupano di fare un controcanto alla voce, grazie al dorso dell’unghia dell’indice (tecnica presa in prestito dallo stesso Rice). Riascoltando il risultato della registrazione, rispetto alla versione con Lowden, questa è a dir poco sorprendente sia per il maggior equilibrio tra la mia voce e quella dello strumento, sia per la ricchezza del suono della Olson, che tuttavia rispetta e accompagna il mio canto senza mai sovrastarlo. Anche Gabriele resta scioccato nel riascolto della traccia audio: la facilità di ripresa di questa n. 46 è un’altra delle sue attitudini. Passeggiando per il manico, il feeling aumenta e l’unica cosa che mi viene davvero difficile è smettere di suonare. Solo ora riesco a comprendere perché James abbia scelto proprio Olson per accompagnare la sua superba voce: c’è una grande corrispondenza tra la sua sensibilità, profondità, limpidezza vocale e quella di queste stupende creature di Jim. Un legame indissolubile tra l’artista e il suo strumento, che dando voce alla sua anima ha permesso a Taylor di creare canzoni tra le più belle di tutti i tempi. Se anche voi vi siete domandati che razza di suono potesse avere la chitarra acustica che accompagna da decenni una delle più belle voci del mondo, la mia risposta in estrema sintesi è: emozionante! Zack il Bianco Scheda tecnica Tipo: small jumbo non-cutaway Top: cedro Fondo e fasce: palissandro dell’India orientale Binding: palissandro Manico: laminato in 5 pezzi Intarsi: loghi ‘O’ e segnatasti a rondine in abalone Rosetta: filetto in abalone Finiture: in abalone attorno al bordo superiore della cassa, nella fascia centrale del fondo e nel cuneo terminale delle fasce Meccaniche: Gotoh 510 custom con involucri dorati con loghi ‘O’ intarsiati e palette nere in simil ebano Custodia: Calton Custom Deluxe rigida con il logo ‘O’ in rilievo sul coperchio L'articolo Olson James Taylor Signature proviene da Fingerpicking.net.
Chitarra acustica elettrificata Cole Clark Angel 2 Humbucker di Zack il Bianco Ammettiamolo, anche il chitarrista acustico più ‘purista’ al mondo ha almeno una volta invidiato i colleghi ‘elettrici’, magari solo un po’, ascoltando il cremoso assolo di “November Rain” dei Guns N’ Roses, il leggendario tapping di Van Halen o più semplicemente – come il sottoscritto – commuovendosi al fraseggio finale della chitarra di Prince in “Purple Rain”: mi capita ogni volta! Per questo motivo non molto tempo fa ho cominciato a chiedermi se esistesse il modo di far coesistere un buon suono di chitarra acustica, amplificata a dovere, con un suono di chitarra elettrica che fosse altrettanto credibile. Ancora non sapevo che sarebbe arrivata qualche anno dopo in mio soccorso la Cole Clark con la agguerritissima Angel 2 Humbucker. Dal look decisamente aggressivo, con l’ovvio intento di non passare inosservata, la Angel 2 è pienamente in linea con la filosofia costruttiva di Cole Clark, che ha sempre puntato a distinguersi. Forma da Grand Auditorium, linee spigolose e colori originali per questo strumento interamente in blackwood australiano satinato, con splendide striature, manico in acero e una dimensione compatta, né troppo leggera, né eccessivamente pesante e facilmente suonabile sia da seduti che in piedi. Presenta ottime finiture e monta di serie corde Elixir .012-.053 che userò per il mio test. Anche se sono pienamente consapevole che il suo punto di forza è il sistema di amplificazione, la prima prova da fare è puramente acustica. Sia con le dita che con il plettro il suono è brillante, bassi scintillanti e definiti, cantini frizzanti ricchi di medi e alti. Ottima scorrevolezza del manico, durata del suono e dinamica notevole, insomma uno strumento che già da ‘spento’ risulta ben risonante, versatile e con un’identità propria; nessuna similitudine con suoni ‘martiniani, tayloristi o gibsoniani’, la Angel 2 ha una propria voce e ne ha tanta. Confesso che avevo i cavi pronti e scalpitanti ancor prima di tirarla fuori dalla sua custodia in splendido tweed, due per l’esattezza: uno per il triplo sistema che si occupa del suono ‘acustico’; e un altro per il pickup elettrico, un fantastico Lollar Imperial tarato apposta per rendere al meglio anche con corde non prettamente al nickel, senza però frenarne le vibrazioni (tasto dolente del prototipo che avevo realizzato). Precisando che Cole Clark è l’unico costruttore ad aver creduto e lavorato intensamente alla creazione di un sistema di amplificazione a tre vie, che facesse coesistere piezo, sensori e microfono a condensatore, non mi resta che provare, occupandomi quindi prima del suono ‘acustico’ amplificato. Il piezo sotto al traversino risulta sensibile al tocco più delicato, ma anche resistente alle forti sollecitazioni di plettrate pesanti: restituisce un suono brillante mentre, ruotando il potenziometro del preamp presente sulla fascia, possiamo diminuire la presenza del piezo per dare più voce al face, ovvero i sensori, che hanno un suono più scuro e caldo completando la gamma sonora aggiungendo calore. Non contenti, possiamo dosare la quantità di microfono interno, che garantisce quella spaziosità e attacco che i due sistemi precedenti da soli non riescono a dare. L’equalizzatore con bassi, medi e alti agisce sui tre sistemi contemporaneamente, permettendo una gamma davvero vasta di sfumature; nel complesso risulta anche ben resistente al feedback pur senza tappare la buca. Finalmente passiamo al tanto atteso suono ‘elettrico’: il pickup incastonato tra la buca e il ponte è un massiccio Lollar Imperial, un humbucker di tutto rispetto, splittabile e gestibile per volume e tono direttamente dai comodissimi potenziometri posizionati sul top; qui troviamo anche un interruttore che permette di selezionare i soli tre sistemi per il suono ‘acustico’, il solo humbucker o la somma di tutti i sistemi contemporaneamente. Testando il Lollar sia con la pedaliera Tech 21 Fly Rig, sia con la simulazione del Marshall Plexi su scheda audio UAD Apollo Twin, la resa è sorprendente: aumentando gradualmente il volume è possibile passare da suoni leggermente crunch, caldi e pastosi, a suoni molto distorti adatti alle esigenze dei solisti che trovano conforto in un cutaway, il quale permette alla mano sinistra di sfruttare comodamente le zone più alte della tastiera. Il risultato è decisamente sopra le aspettative, tanto da farmi dimenticare di avere un’acustica tra le mani. Il suono elettrico si potrebbe anche potenziare montando delle corde al nickel, che verrebbero ancor meglio captate dal pickup, per poi passare in un vero amplificatore per chitarra elettrica. Sono impressionato anche dalla silenziosità: nessun fastidioso ronzio che invece aveva rappresentato un altro problema, che mi aveva portato ad abbandonare il mio prototipo di qualche anno prima. La caratteristica però più intrigante è la possibilità di avere simultaneamente un suono da chitarra acustica ben amplificata e uno di chitarra elettrica molto credibile: la fusione dei due tipi di suoni è qualcosa di unico, che permette molteplici possibilità di colorazioni e variazioni timbriche sempre nuove per intrattenere al meglio l’ascoltatore; scelta particolarmente azzeccata dal vivo, sia in contesti di duo o trio, sia in band. In conclusione siamo di fronte a uno strumento curato al dettaglio sia nella liuteria che nell’hardware interno, adatto a chi ama distinguersi e stupire. Citando Cole Clark: «Fatto diversamente… per suonare diversamente!» Zack il Bianco Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata Grand Auditorium a spalla mancante, interamente in legno massello con tavola e fondo intagliati internamente. Realizzata interamente con legni di provenienza sostenibile. Modello: AN2EC-BLBL-HUM Costruzione: Australia Distribuzione: Gold Music S.r.l. – Via Magellano, 23 – 10090 Bruino (TO) – Tel. +39 011 9084169, Fax +39 011 9087832 www.gold-music.it Amplificazione ‘acustica’: Cole Clark 3-Way Pickup System Amplificazione ‘elettrica’: Lollar Imperial Humbucker (uscita separata, tono e volume sul top) Finitura: nitrocellulosa (satinata naturale) Manico: acero del Queensland Tavola armonica: blackwood australiano grado AA Fondo e fasce: blackwood australiano grado AA Binding e rosetta: in legno intarsiato Tastiera e ponte: sheoak Intarsi: snowflake Radius: 12″ Meccaniche: Grover Capotasto e selletta: Graph Tech Tusq Larghezza al capotasto: 44 mm (1.73″) Diapason: 25.5″ Corde: Elixir Nanoweb Phosphor Bronze .012-.053 Custodia: Cole Clark rigida in tweed Battipenna: fornito in custodia Versione per mancini non disponibile Prezzo consigliato al pubblico: € 2949 (IVA inclusa) L'articolo Cole Clark Angel 2 Humbucker proviene da Fingerpicking.net.
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