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Numero Speciale Gratuito – Consultabile e scaricabile dalle piattaforme digitali: WEB: https://fingerpicking.net/digital o attraverso le APP fingerpicking.net – Digital Edizioni Io suono dunque sono (di Andrea Carpi) – Vorrei iniziare citando un’osservazione che Giovanni Pelosi, che è anche un medico, ha postato su Facebook un paio di settimane fa: «Scusate, ma devo dirlo. “Andrà tutto bene” è orribile. Mi sembra un insulto alle vittime e alle loro famiglie. Una manifestazione di illimitato egoismo di chi spera di farcela: non potrà andare ‘tutto’ bene, non più, dopo la prima vittima. Suggerirei di metterla in un altro modo: “Finirà!”» Qualcuno poi nei commenti ha suggerito “Passerà”, altri di aggiungere un ‘presto’, perché «‘finirà’ da solo può apparire apocalittico». D’accordo: «Finirà presto!» Questo per dire che purtroppo, al di là di ogni retorica, quando questa tragedia veramente finirà, non dovremo dimenticare in primo luogo chi non ce l’avrà fatta – tra cui dobbiamo contare negli ultimi giorni vittime illustri a noi vicine, come i venerandi maestri Bucky Pizzarelli e John Prine – e poi i parenti delle vittime e tutti coloro che sono rimasti in prima linea per contrastare l’emergenza sanitaria, o per garantire servizi essenziali per la collettività. Lasciando agli altri il compito, comunque utile per tutti, di restare a casa. Senza dimenticare le ricadute economiche e sociali che tutto questo comporterà. Che la faccenda fosse seria si è cominciato ad avvertire relativamente presto. Anche noi di Chitarra Acustica, durante la lavorazione degli ultimi due numeri, abbiamo notato una maggiore difficoltà a raccogliere idee e materiali per completare la rivista. Evidentemente in ragione di un crescente clima di preoccupazione, fino ad arrivare alle prime manifestazioni dal vivo annullate, ai primi concerti rinviati e in generale alle minori occasioni di incontro. Così, subito dopo la chiusura del numero di marzo, ho mandato un’email ai collaboratori abituali e a quelli saltuari, ai fiancheggiatori e ai collaboratori storici che la vita ha portato verso altri impegni, per cercare di motivarli a una partecipazione più attiva. Le prime risposte hanno cominciato ad arrivare. Ma la mossa decisiva si deve a Reno Brandoni, nella sua veste di editore, che ha lanciato l’idea di un numero speciale di aprile, in cui raccogliere i liberi contributi di un largo numero di amici chitarristi, collaboratori e addetti ai lavori, per testimoniare la vicinanza, la coesione e la passione della nostra comunità in questo momento di difficoltà. Un numero da distribuire gratuitamente su tutte le piattaforme digitali e – nel caso si riesca a mandarlo in stampa, cosa non certa in questo frangente – da consegnare agli abbonati e agli addetti ai lavori. È partita così una seconda email, verso un indirizzario più folto, e la risposta è stata immediata e copiosissima. Tanto da permetterci di realizzare tutto un numero monografico, frutto degli interventi di quarantotto ‘grandi amici’, più quelli di noi tre ‘interni’, Reno, Mario ed io. Un numero da leggere tutto di un fiato, commovente, scritto con i cuori in mano. In questo momento epocale, seppure nella nostra ‘nicchia della nicchia della nicchia’, come direbbe Stefan Grossman, un numero per noi epocale. Andrea Carpi Numero Speciale Gratuito – Consultabile e scaricabile dalle piattaforme digitali: WEB: https://fingerpicking.net/digital o attraverso le APP fingerpicking.net – Digital Edizioni L'articolo È online “Chitarra Acustica” n. 04/2020 proviene da Fingerpicking.net.
Andrea Carpi L’Italia, e il mondo intero, stanno tentando di riemergere da questa grande paura, da questo immenso dolore. E di ripartire. Alcuni dicono che, dopo questa esperienza epocale, nulla sarà più come prima e ci ritroveremo profondamente cambiati, forse migliorati. Altri sostengono che, passato lo spavento, tutto tornerà come sempre, con i nostri soliti difetti e i nostri errori. Personalmente spero che, con il dovuto realismo, si riesca a cogliere qualche opportunità. Da questo punto di vista il numero speciale di aprile è stato significativo. Dopo quasi dieci anni di pubblicazioni, il clima intorno a Chitarra Acustica sembrava correre il rischio di scivolare in ciò che Reno, nel suo editoriale, descrive come ‘distrazione’ e ‘abitudine’: un certo senso di stanca ‘usualità’. Invece la risposta al nostro appello, rivolto a chitarristi, collaboratori e addetti ai lavori, di esprimere liberamente le proprie risposte e i propri sentimenti intorno alla crisi in corso, ha mostrato che la nostra comunità esiste, che ha un grande bisogno di esprimersi e rivela un sensibile senso di appartenenza. Rispetto alle ricadute sociali ed economiche della pandemia, il nostro settore della musica, in particolare della musica dal vivo, è tra quelli a maggiore rischio. Perché è poco protetto, soprattutto nelle sue fasce più deboli, organizzato in modo dispersivo, ancora incapace di trovare una propria unità. Per questo abbiamo voluto aderire all’appello “10 Semplici richieste per la riforma legislativa e la salvaguardia del lavoro degli artisti di Musica, Teatro, Cinema”, lanciato dal musicista e promoter Andrea Lupi, e che potete leggere tra le “Notizie”. Vi invitiamo a sottoscriverlo, così come a seguire altre importanti iniziative promosse al riguardo da associazioni come il MEI e Note Legali. Perché il nostro mondo della chitarra acustica è una ‘cosa preziosa’. L'articolo La Ripartenza proviene da Fingerpicking.net.
(di Andrea Carpi) – Come aveva cominciato a raccontarci nel suo intervento sul nostro speciale #IOSuONO di aprile, Alberto Lombardi è riuscito a portare a termine una sudata e breve – ma ricca di esperienza e soddisfazioni – tournée negli Stati Uniti giusto prima dell’inizio del lockdown in Italia. Dopo il precedente tour della International Guitar Night con Peter Finger e Tim Sparks, questa tournée americana è giunta a coronamento di un periodo di grande attività da parte di Alberto, che ha approfondito la sua collaborazione con Stefan Grossman pubblicando altri tre video didattici per l’etichetta Guitar Workshop di quest’ultimo: uno dedicato ad arrangiamenti fingerstyle di cavalli di battaglia della musica Motown; gli altri due intitolati Hot Licks e dedicati a esercizi e consigli creativi sulla tecnica: il primo, doppio, destinato ai chitarristi acustici, l’altro destinato ai chitarristi elettrici. A proposito del suo primo amore per l’elettrica, Alberto ha inoltre ‘rispolverato’ un album che giaceva da tempo nel suo cassetto, decidendosi finalmente a pubblicarlo in proprio con il titolo Home. Quest’album mette in evidenza anche un’altra delle sue prime passioni: la scrittura di canzoni e il canto. E vede l’intervento per il missaggio finale del ‘fonico dei fonici’ Bob Clearmountain. Complimenti Alberto, continua così! Ciao Alberto, gli ultimi mesi sono stati molto intensi per te, da dove cominciamo? Visto che parliamo principalmente di chitarra acustica, direi di partire con i nuovi video realizzati per lo Stefan Grossman’s Guitar Workshop. Da alcuni anni Stefan mi onora della sua amicizia e credo della sua stima, visto che ormai siamo arrivati a ben quattro DVD didattici pubblicati con la sua etichetta. Il primo qualche anno fa si intitolava Fingerpicking Adventures, dove spiegavo i miei arrangiamenti di “Volare”, “Tu vuo’ fa’ l’americano” e un paio di standard. L’inverno scorso invece avevo messo su YouTube un nuovo arrangiamento di “How Sweet It Is (To Be Loved by You)” di Marvin Gaye. Stefan l’ha visto e mi ha proposto di realizzare una lezione incentrata su brani della Motown. Gli dissi che avevo solo quell’arrangiamento e mi ha risposto: «Be’, fanne altri!» Così mi sono messo ad arrangiare altri tre pezzi ed è nato The Music of Motown for the Fingerstyle Guitarist, nel quale oltre a “How Sweet It Is” mi sono divertito a rielaborare grandi classici come “My Girl”, “I Heard It Through the Grapevine” e “You Can’t Hurry Love”. Inoltre era un po’ di tempo che Stefan mi chiedeva una lezione più strettamente tecnica, focalizzata sulle frasi veloci che in genere inserisco nei miei arrangiamenti. Ovviamente mi ha invitato a nozze, perché io vengo dagli anni ‘80, quando di moda era proprio imparare a suonare cose veloci: ci sono cresciuto e per questo forse mi viene naturale. Così abbiamo deciso di registrare una lezione specifica per la chitarra acustica e una specifica per la chitarra elettrica: il doppio DVD Hot Licks – Exercises and Creative Tips for the Acoustic Guitarist e Hot Licks – Exercises and Creative Tips for the Electric Guitarist. Entrambe le lezioni sono disponibili sia come DVD che in download, e tutti questi DVD didattici si trovano sia sul sito di Stefan che sul mio. Parlami in particolare degli arrangiamenti Motown: come li hai affrontati? Suono musica Motown da tantissimi anni: in tutte le band di cui ho fatto parte, soprattutto come chitarrista elettrico, c’erano sempre alcuni brani in quello stile, da Stevie Wonder a Marvin Gaye. Gli aspetti che risaltano di più in quei brani sono l’articolazione delle melodie e i movimenti di basso. L’armonia e il groove sono interessanti, e soprattutto su “How Sweet It Is” mi sono divertito a impreziosire gli accordi, allo stesso tempo però cercando di mantenere il senso dei giri di basso, il senso del groove, e principalmente l’articolazione delle melodie, ricche di abbellimenti e falsetti che si prestano a essere riprodotti con gli armonici. Rispetto a quasi tutti gli altri miei arrangiamenti, questi ‘manipolano’ di meno l’armonia, proprio perché alcuni elementi li ritenevo imprescindibili, un po’ come succede per esempio con i Beatles. Quindi era difficile rimaneggiare troppo. Come in ogni metodo di Stefan, poi, il tutto è filmato con tre camere, in modo che si possano vedere i dettagli di entrambe le mani. Ogni passaggio viene spiegato con molta cura, e anche suonato molto lentamente in uno schermo tripartito. Ovviamente c’è anche una fedele trascrizione fatta da me su tablatura e notazione classica. E le lezioni di tecnica? I due DVD Hot Licks, l’acustico e l’elettrico, sono invece una collezione di frasi formulate con varie tecniche, hammer-on e pull-off, pennata alternata, sweep picking, armonici naturali e artificiali. In particolare quello per chitarra acustica esplora alcune delle tecniche che ho sempre usato con il plettro, applicate invece al thumbpick: per me la transizione è stata un po’ faticosa, e abbiamo immaginato che fosse interessante per tutti questo processo di trasposizione dal plettro. Tutti questi argomenti sono riassunti appunto in frasi che, per ogni tematica affrontata, iniziano da una bassa difficoltà per arrivare alle cose più complesse. Dove sono stati realizzati i DVD, in Italia o in America? In realtà possiamo dire di averli fatti in casa, visto che Stefan ha coinvolto Reno Brandoni, che oltre ad averci ospitato si è occupato di registrare il tutto in audio e video. Poi l’editing e il mix sono stati fatti a posteriori da me e dal mio videomaker a Roma. La cosa si è insomma trasformata in una breve scampagnata nelle campagne bolognesi, molto piacevole devo dire. Quindi mi sento di ringraziare Reno, col quale si pensava di pubblicare gli Hot Licks per acustica anche in forma di libro per Fingerpiking.net. Speriamo di riuscire a concretizzare questa cosa presto. Parlando di chitarra elettrica, hai anche pubblicato da poco un disco di canzoni con importanti collaborazioni. Il disco si intitola Home, è un disco rock. Sono molto orgoglioso che il mix sia stato fatto da un fonico leggendario, Bob Clearmountain. Io stesso ho uno studio di registrazione e produco/mixo dischi di musica pop, quindi l’onore si è mischiato con una grossa curiosità professionale. Bob per me è sempre stato un punto di riferimento per quanto riguarda il sound. E non solo per me, è il fonico dei fonici, quello su cui i grandi di oggi hanno studiato. Basta pensare al sound di Born in the USA di Springsteen, “Miss You” dei Rolling Stones” o Let’s Dance di David Bowie… I brani del mio disco sono tutti elettrici tranne la title track. Sono canzoni, come dicevi tu, perché a me è sempre piaciuto scrivere parole e musica, anche se qualche anno fa mi sono concentrato di più sulla chitarra acustica. Infatti il disco è pronto da qualche tempo, ma non trovavo un’etichetta con cui pubblicarlo e, d’altro canto, il fingerstyle ha assorbito buona parte del mio tempo. Finché mi sono detto che non si poteva più rimandare e l’ho pubblicato autonomamente. Si può ascoltare il primo singolo su YouTube, “Start Again”, con un bel video girato in California. Ho visto dei luoghi bellissimi! Sì, fantastici! Dal deserto del Mojave, dove mi sono scottato come un gambero, alla spiaggia in cui sprofonda la Statua della Libertà nel Pianeta delle scimmie, dove ho fatto il solo di chitarra, fino a un bellissimo albero addobbato di lampadari a Los Angeles e per finire nello studio di Clearmountain, che compare nel video. Nella canzone mi sono anche permesso di citare un paio di volte Dante, ma in inglese pare non sembrare una ruffianata… Per promuovere l’album hai scelto una formula di crowdfunding. Sì, ho fatto un tentativo di ripristinare la relazione di un tempo tra chi produceva un disco e chi lo ascoltava. Il disco non è disponibile in streaming, solo il singolo lo è. Quando eravamo più giovani ascoltavamo il singolo in radio e, se ci appassionava, compravamo l’album. E chi comprava un disco faceva inconsciamente un’altra importantissima azione: sosteneva l’artista e il suo team, e gli permetteva di promuovere quella musica e di investire anche sui progetti futuri. Io faccio lo stesso: il singolo è su YouTube, e offro il disco finito, stampato su CD e vinile, pèrò con l’esplicita promessa che il denaro raccolto verrà usato per la promozione. E come sta andando, come reagiscono le persone? Bene, perché siamo a metà strada. Ma la seconda parte sarà più difficile, perché le persone più vicine a me hanno già aderito. Le persone meno coinvolte, pur apprezzando magari il singolo, fanno fatica a fare un passo in più. Questo legame importantissimo tra artisti e pubblico con l’era digitale si è spezzato. In particolare io do la colpa a YouTube e a come l’industria discografica ha reagito a questa novità: cioè calandosi le braghe, svendendo il suo intero catalogo. Il cinema ha reagito meglio, tutelando chi produce. Infatti Netflix e le altre piattaforme di streaming video ti danno alcune cose in abbonamento, ma non tutti i cataloghi del mondo: è un accesso limitato e soprattutto mai gratuito. Piattaforme come Spotify e YouTube invece – a fronte di un piccolo abbonamento, o addirittura gratuitamente nella maggior parte dei casi – ti danno accesso praticamente a tutto lo scibile musicale. Questo porta a un compenso inferiore ai produttori di contenuti, che in sostanza… fanno la fame, tranne nei pochi casi in cui fanno numeri talmente grandi da trarre un minimo profitto anche dallo streaming. Anche se, con la pandemia, sembra che avere a disposizione i mezzi online abbia prodotto effetti miracolosi. Infatti lungi da me il demonizzare i nuovi mezzi, che sono straordinari e potentissimi. Io cerco di farne buon uso e, durante il lockdown, ho iniziato questa buona abitudine di fare un mio piccolo concerto tutti i lunedì sera, alle 9.30. Fare una diretta streaming può essere molto semplice, basta usare il telefono. Ma io sono un nerd, quindi la faccio con un approccio più serio, con una camera professionale e un sistema audio dedicato. Ma, soprattutto, ho creato un appuntamento fisso e comincio ad avere degli spettatori regolari. E attraverso un link di PayPal ricevo alcune tips. A molti musicisti nostrani questa cosa fa storcere il naso, ma all’estero è la norma per artisti piccoli come io mi considero. Addirittura, negli Stati Uniti, si fanno i concerti a casa con la donazione suggerita, che di solito è di 20 dollari. Se vengono quaranta persone si fa presto a fare i conti di quanto non sia un sistema da sottovalutare. Infatti, di recente, ho fatto un house concert in California per la prima volta ed è stato un’esperienza bellissima, intima e artisticamente assolutamente valida. Mi pare di capire che hai fatto appena in tempo ad andare in tour negli Stati Uniti prima della pandemia, giusto? Sì, da una parte è stata una grande fortuna. Sono tornato in Italia i primi di febbraio, quando si cominciava a parlare di virus. Sono state dieci date splendide, dal Tennessee alla California e al Maine, ed erano tutte manifestazioni ‘curate’, cioè specifiche per chitarra acustica, con una tradizione e un pubblico specifico. Ricordo con molta emozione quasi tutte, ma in particolare la Argenta Music Series in Arkansas e a Memphis, la Wooden Hall a Santa Barbara, manifestazioni dove hanno suonato tutti i miei preferiti sull’acustica, da Tommy Emmanuel a Clive Carroll e a Richard Smith; oppure una toccante partecipazione all’International Holocaust Remembrance Day in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura di Los Angeles, alla presenza di sopravvissuti e dei consoli italiano e tedesco: emozionante! Il fingerpicking è uno stile molto proprio agli Stati Uniti, e quindi c’è un’attenzione forse più alta di quella che c’è nel nostro paese. Mi è sembrato anche più facile che questo pubblico pagasse un piccolo biglietto per venire a sentire un artista quasi sconosciuto, perché si fidavano di quelle rassegne. Magari, prima di presentarsi alla serata, un giro su YouTube per capire chi ero e se gli interessavo se lo sono fatto. E questo, unito al rispetto per la manifestazione, faceva sì che qualcuno arrivasse e non suonassi in una sala vuota! Però mi dicevi che non è così semplice organizzare un tour, per quanto piccolo. Sì, infatti ho lavorato molto per aprire questa strada di concerti negli Stati Uniti. E la pandemia li ha temporaneamente congelati. Suonare in America richiede dei permessi laboriosissimi, che si ottengono con un margine di sicurezza solo attraverso la consulenza di un avvocato specializzato. Il che lo rende un processo costoso, oltre che lungo. Ci sono due visti: uno più semplice ma meno flessibile, legato a uno specifico evento; ad esempio Ramazzotti fa una tournée negli USA, e i permessi sono gestiti normalmente dalla sua agenzia e valgono solo per quel tour. Il secondo tipo di visto consente invece una maggiore libertà, ma viene addirittura chiamato Genius Visa per la grande difficoltà a ottenerlo. Ovviamente non sono e non mi considero un genio, ed è possibile ottenere questo permesso chiamato O-1 anche non avendo vinto il Grammy, l’Oscar, il Nobel o una medaglia olimpica. Ma l’immigrazione americana pone questo tipo di riconoscimenti come standard per questo visto. Quindi, se non hai cotanti riconoscimenti, in sostituzione devi presentare molte prove come articoli di giornali internazionali, collaborazioni con istituti o marchi importanti, oppure lettere di riconoscimento di personaggi molto in vista del tuo settore. È infatti grazie a lettere da parte di Taylor Guitars, dell’Istituto italiano di cultura, della B&G Guitars, di Stefan stesso e Peter Finger, più gli articoli su alcune riviste americane come Acoustic Guitar e Vintage Guitar, che sono riuscito a farcela. Poi il COVID-19 ha fanno i suoi danni, ma (forse) ci riprenderemo prima che il visto scada! A cosa ti stai dedicando ora? Ho degli arrangiamenti nuovi per chitarra acustica, tra cui quelli che ho preparato per il Los Angeles Museum of the Holocaust: “Bella ciao”, “La vita è bella” e il tema di Schindler’s List. Inoltre sto lavorando molto sul mio canale YouTube perché, per quanto non sia il migliore dei sistemi, al momento questo abbiamo in mano (iscrivetevi, iscrivetevi!). E infine dovrebbe uscire a breve il secondo singolo estratto dall’album Home, un bel pezzo ritmato che si intitola “Rich”, sempre con il mix di Clearmountain. Purtroppo l’estate si profila molto scarsa di concerti, per ovvie ragioni, quindi concentrerò il mio lavoro online, sulle dirette del lunedì sera e sul produrre nuova musica. Andrea Carpi L'articolo Il ritorno a casa dopo la tournée americana – Intervista ad Alberto Lombardi proviene da Fingerpicking.net.
La normalità di Jimi Si narra che Jimi Hendrix, negli ultimi anni della sua vita, prediligesse la chitarra acustica e che il suo manager, ogni volta che ne imbracciava una, gli ricordasse che era il chitarrista elettrico più pagato nella storia del rock. Le limitazioni imposte dal suo management influirono negativamente sul suo umore, e anche l’ultima idea di Jimi – di unirsi a Miles Davis per dar vita a una nuova formazione – rimase un buon proposito, non realizzato. Si commemora quest’anno il cinquantenario dalla sua misteriosa morte, avvenuta il 18 settembre 1970. Per questo motivo abbiamo voluto rendergli omaggio, raccogliendo una delle poche immagini che lo ritraggono in versione acustica e dedicandogli la storia di copertina. Gli interventi di Enzo Gentile o di Reno Brandoni, autori di due recenti libri incentrati sulla figura di Hendrix, cercano di restituire una dimensione ‘umana’ a uno dei miti del rock più discussi e venerati, riconsegnando a Jimi l’onore di una ‘normalità’, sconfitta solo dal suo talento e non da alterazioni psichedeliche. A noi che amiamo lo strumento acustico, piace immaginarlo così, in un futuro che non c’è mai stato e mai ci sarà, seduto su una sedia con una chitarra acustica tra le mani, a suonare il blues e la malinconia che regnavano dentro di lui. È un numero speciale, celebrativo, legato più al sogno che alla memoria. E Jimi se lo merita tutto. Andrea Carpi Chitarra Acustica Ottobre 2020 L'articolo La normalità di Jimi proviene da Fingerpicking.net.
Gli ultimi giorni Intervista a Enzo Gentile di Reno Brandoni e Andrea Carpi Ci sono molte cose di cui si sente la mancanza. Una era proprio quella affrontata dal nuovo libro di Enzo Gentile con Roberto Crema: un’attenta e approfondita analisi degli ultimi giorni di vita di Jimi Hendrix. Dove finisce la leggenda? Dove inizia la tragedia? Tante domande potevano avere una risposta concreta, ma la ‘storia’ ha preferito liquidarle nel modo più idoneo e confacente: bisognava soddisfare la necessità di sostenere la figura del mito maledetto, scomparso nel modo richiesto dalla sua fama per completare – con una degna fine – un percorso di vita al di fuori di ogni regola. In realtà nessun mistero e nessuna prova occultata, nessuna imprecisione, solo un superficiale e sbrigativo riepilogo di un dramma, che doveva risultare affine alla carriera e alla vita di una delle figure più controverse della storia della musica rock. Il lavoro di Gentile e Crema, The Story of Life – Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix, mette fine a ogni illazione chiarendo con precisione ogni momento di quegli ultimi giorni, restituendo finalmente la verità dei fatti così come realmente accaduti, lontani da ogni pregiudizio e ogni conveniente conclusione. Questo breve dialogo con Enzo Gentile approfondisce le ragioni di un mito e svela i retroscena, che potranno essere meglio approfonditi solo leggendo con attenzione le pagine di questo interessante volume. (r.b.) La prima cosa che appassiona del vostro libro è il fatto di smitizzare l’idea stereotipata dell’artista maledetto, morto per overdose. Avete dimostrato con i fatti che l’autopsia in realtà non ha rilevato alcuna presenza di stupefacenti, se non del vino rosso e un sonnifero. Questa realtà come modifica il mito di Hendrix? «Non credo che si modifichi il mito di Hendrix, soprattutto agli occhi e alle orecchie di chi già ben lo conosce. Temo purtroppo che per un riequilibrio, per ristabilire anche la sua immagine presso la grande opinione pubblica, sia forse un po’ tardi. Non saranno poi le nostre ricerche a cambiare l’ordine dei fattori. Oltretutto questa autopsia e i dati erano già disponibili, il problema è che nessuno voleva leggerli e diffonderli. Direi che l’immagine e l’aura di Jimi, dopo cinquant’anni, hanno resistito a tutto. Quindi questo è quel che conta.» Un altro elemento importante è l’aver evidenziato la stanchezza di Hendrix nel periodo che ha preceduto la sua morte. Hendrix era un artista sotto pressione, faceva moltissimi concerti, era molto stanco, aveva iniziato a pensare di cambiare vita, di andare a vivere in un posto tranquillo, in campagna, di imparare a leggere la musica, di concentrarsi di più sulla composizione e sullo studio. Quanto ha influito questa situazione sulle cause della sua morte e sui suoi progetti musicali? «Sono certo che tutto ciò non fosse ininfluente: troppe le dichiarazioni, troppe le ombre che emergono dalle interviste. Sui progetti musicali non possiamo dire, perché purtroppo non c’è stato tempo: quello che stava registrando risaliva comunque a qualche mese prima, ai primi passi negli Electric Lady Studios. Immagino che ci fosse una strada davanti, tutta da esplorare: le cose uscite successivamente e che si riferivano a quel periodo dicono che una trasformazione fosse in atto; troppo poco, però, per capirne davvero la profondità.» Nella prefazione del libro, Leon – il fratello minore di Jimi – fa capire che Hendrix non controllava le sue finanze, che suonava tantissimo ma gli arrivava poco, che aveva subìto probabilmente uno sfruttamento da parte del suo entourage. Ciò è stato causato dalla fiducia riposta su persone sbagliate, da una sua noncuranza? «Sicuramente Jimi aveva riposto fiducia su alcune persone e si era dedicato alla sua musica, lasciando perdere le questioni pratiche, molte questioni pratiche comprese quelle economiche. Se ne accorse un po’ in ritardo, quando cominciarono ad arrivare le cause legali, i costi degli studi che aveva appena aperto… Sul suo conto corrente, al momento della morte, rimangono cifre ridicole per quella che era la movimentazione del suo business personale. Il fratello non ci fornisce delle misure precise. Però, in qualche punto nelle sue dichiarazioni, dice che vedeva uscire dai camerini delle valigie piene di denaro, tanto quanto Jimi non non ne aveva mai visto in una volta sola. Quindi c’era sicuramente una condizione di sfruttamento a più livelli, a più riprese, da più persone. Jimi suonava talmente tanto in giro o in studio, che non aveva contezza, non aveva il controllo della situazione; probabilmente anche per una certa noncuranza, che è tipica di chi si concentra sulla parte creativa e sulla ricerca, come lui faceva effettivamente.» Può essere questa una delle ragioni per cui ora il patrimonio di Hendrix è bloccato ed è così difficile ricevere permessi sulla sua musica o sulla sua immagine? «Quello che è successo in termini di eredità e di controllo sui diritti lo abbiamo un po’ accennato nella parte successiva alla morte e al funerale: è una battaglia senza esclusione di colpi, che vince a tutti i livelli la sorella Janie in tutti i suoi round, e da cui viene invece escluso sempre e comunque Leon. Il patrimonio di Jimi è bloccato, i permessi non vengono concessi perché tutto è concentrato e avocato presso una Fondazione a Seattle. Quindi diventa impossibile interagire al di fuori delle condizioni, che sono impraticabili, dettate dalla famiglia; dalla famiglia di Janie.» Che difficoltà avete incontrato nel rintracciare il materiale dell’epoca? Avete notato delle reticenze da parte di chi ha vissuto quel periodo? «Il materiale era in buona parte a disposizione di Roberto Crema, che – essendo un collezionista – nel giro di decenni aveva comunque concentrato moltissimi documenti tra giornali, riviste, fonti varie, carte, oltre ovviamente a dischi, libri e così via. Questo fatto ha richiesto un lavoro di setaccio di una certa difficoltà, perché la documentazione era vastissima. Abbiamo scelto il materiale dell’epoca, che era già abbastanza sotto controllo. Quanto alle reticenze, direi di no. Anche in questo caso, del resto, Roberto aveva già realizzato alcune interviste. E tanti personaggi di allora erano comunque già stati contattati e avevano dato la loro disponibilità. Quindi è stato soprattutto importante mettere a fuoco quello che ci serviva da ciascuno di loro.» Hendrix è sempre stato considerato un’icona rock, ma la sua musica fondamentalmente traeva origine dal blues. Come consideri questa sovrapposizione di immagine? Era una scorciatoia commerciale? «Il blues per Jimi è effettivamente una fonte, una radice. Anche nelle sue prove acustiche – se ne vedono alcune anche in video – la dinamica del blues è quella vincente. Sono certo che tra le tante esperienze, tra i tanti stili che lo hanno accompagnato, anche nel suo futuro ci sarebbe stato il blues. Ovviamente intrecciato ad altro, forse alla musica world; forse, chi può dirlo, alle esperienze che si sono affacciate negli anni ’70-’80. Il blues era la sintesi e il modo per sintetizzare e per coordinare tutto il resto del suo pensiero. Quindi non vedo tanto una sovrapposizione, e nemmeno un espediente commerciale, quanto proprio una specie di grande corrente che Hendrix nutre fin da quando si è affacciato alla musica.» Immaginando un percorso diverso, se non ci fosse stata la morte, quale sarebbe stato il futuro di Jimi? Lui si era avvicinato alla chitarra acustica, si vedeva con Miles Davis per mettere in piedi un nuovo gruppo… Picture 005 «Jimi era soprattutto un grande curioso, oltre che una specie di radar. Per cui, nella sua collezione, si sono trovati tanti dischi di musica classica, oltre ai dischi di rock’n’roll, di blues ovviamente. Era una spugna e in questo modo, anche se non esplorava tutto, tratteneva tutto quello che esplorava. Quindi l’incontro con Miles Davis, che si sarebbe comunque realizzato, era al centro delle sue curiosità. Miles e Jimi si erano fiutati evidentemente attraverso l’ascolto reciproco dei dischi. E quando si erano visti in un paio di occasioni, era nata una sensibilità comune. Probabilmente Jimi sapeva di essere per certe cose ancora insufficiente. Infatti sarebbe andato a prendere lezioni di musica per poterla scrivere, per poterla leggere, cosa che era un requisito necessario per poter dialogare alla pari, o quasi, con un monumento come Miles. E sicuramente Miles avrebbe tratto giovamento dalla sua chitarra. Non a caso, nelle band del Miles elettrico, la chitarra c’è sempre; a partire da John McLaughlin, che in quel periodo – a fine anni ’60 – aveva cominciato a collaborare con Davis. Tra l’altro Alan Douglas era stato il produttore sia di John che di Miles, ed era molto vicino anche a Jimi. Quindi c’erano tanti circoli viziosi e concentrici che portavano a una soluzione comune, potenzialmente straordinaria.» Alcuni parlano di certe tracce registrate in studio con Miles Davis, ma non si hanno informazioni. È solo una leggenda, o queste tracce sono occultate per specifiche scelte commerciali? «Sulle registrazioni lasciate eventualmente da Miles e da Jimi ci sono state tantissime voci. Qualcuno ha anche detto di averle ascoltate. Sembra però difficile, anche se i due si sono sicuramente incrociati, si sono toccati. Comunque non si sarebbe trattato di vere e proprie session, ma al limite di un divertissement improvvisato. Per esempio John McLaughlin racconta – me lo ha detto lui personalmente – che esistono delle sue tracce insieme a Jimi, ma che – essendo appunto sue – non avranno mai la possibilità di venire alla luce. Il motivo non lo so. Sono venute male? Non lo soddisfano? Sono di troppa distanza l’una dall’altra? Non lo so. Il fatto è che si parla di tante cose che ‘esisterebbero’, ma rimangono in qualche cassetto. Su questo e tanto altro, qualche dubbio e qualche mistero rimane.» Ci sono degli estratti del libro che avreste piacere di citare per l’occasione? Qualcuno in particolare che tratti del suo avvicinamento alla chitarra acustica? Circa il suo avvicinamento alla musica acustica non abbiamo delle specifiche parti nel libro, nel senso che trattando soprattutto della sua vita quotidiana in quella Londra di mezza estate, fine estate, raccontiamo quello che stava facendo. Erano anche giorni di riposo o comunque di scelte molto molto tradizionali dallo shopping al cinema alla cena con gli amici. Quindi non si parla di progetti musicali. Sicuramente l’avvicinamento alla musica acustica era una delle basi e degli stimoli che Jimi aveva sentito. Anche lì ci sono tracce che sono state scoperte nel frattempo. Forse sono solo una parte. Per quanto riguarda una sezione del libro che può essere interessante citare è quella che vuole mettere in parallelo e segnalare il contesto in cui muore il Jimi Hendrix. Il contesto culturale e artistico ma anche di vita sociale. Noi abbiamo voluto indicare qual’era l’altra musica in classifica, piuttosto che i gruppi, le uscite, ma anche la vita in Italia e all’estero proprio per capire come, definire Hendrix un marziano, non è solamente una questione di pratica musicale e di individuazione di una diversità ma è perché non aveva contatti ma aveva a che fare con il resto del mondo, detto nel senso migliore del termine. Se noi vediamo cosa succedeva in Italia in quel periodo capiamo i giornali, che abbiamo riportato tra le foto, come potessero avere certi titoli, essere così disinformati, così assenti così distanti dalla realtà proprio perché lo eravamo in tutto rispetto alla musica di Jimi, che per molti anni nessuno avrebbe capito è colto nella sua grandezza e nella sua capacità prospettica anche futura. Reno Brandoni Andrea Carpi L'articolo Gli ultimi giorni – Intervista a Enzo Gentile proviene da Fingerpicking.net.
Il raggiungimento dei primi dieci anni di vita, per una testata giornalistica e non solo, rappresenta un traguardo non di poco conto. Ricordo quanto il mio professore all’università, Diego Carpitella, ci tenesse all’obiettivo dei dieci anni di pubblicazione –come riconoscimento del prestigio acquisito – per la rivista Culture musicali, organo della Società Italiana di Etnomusicologia, con il quale mi sono fatto le ossa nel lavoro redazionale. E ricordo d’altra parte l’entusiasmo con cui fu accolta l’uscita del primo numero di Chitarra Acustica, nell’aprile del 2011, attraverso una generosissima messe di felici commenti sul sito di Fingerpicking.net. Fu allora interessante notare come l’esigenza e la richiesta di una rivista cartacea si fosse fatta avanti e si fosse sviluppata proprio all’interno della nostra comunità online, dove per lungo tempo il forum era stato animato da una discussione intitolata “La nostra rivista”. Come se, anche in una comunità che conosce bene l’importanza e la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione sulla rete, restasse ancora forte il richiamo della carta stampata, l’idea che mantenere un dialogo tra il nuovo mondo e la tradizione potesse rappresentare una fonte di arricchimento. Nel corso di questi dieci anni trascorsi dalla nascita della rivista, mi sembra che questo entusiasmo e questa vitale partecipazione si siano un po’ affievoliti. L’avvento dei social ‘generalisti’, dei cui esiti è ancora difficile tracciare dei giudizi equilibrati, ha sensibilmente disperso il lavoro dei forum tematici e delle piccole comunità, in nome di una – forse illusoria? – comunicazione ‘globale’. E lo stesso passaggio dal nostro web magazine e multiblog a una vera e propria rivista non è stato esente da contraddizioni e incomprensioni. Del resto questi dieci anni non sono stati dei più facili. Siamo partiti nel 2011, quando la crisi economica del 2008 continuava a lasciare i suoi segni e ha continuato a mordere ancora, in particolare nel nostro Paese in ragione dei ben noti ritardi strutturali, in particolare nel settore dell’editoria. Fino a oggi, dove la crisi pandemica ha aggravato il tutto: abbiamo visto persone del nostro mondo ammalarsi, alcuni gravemente, altri perlopiù anziani morire; e abbiamo visto le drammatiche conseguenze esistenziali delle interruzioni di attività portanti del nostro comparto musica: i concerti dal vivo, i festival, gli eventi fieristici. Per questo dobbiamo sentirci anche un po’ fieri della nostra capacità di resistenza e del nostro impegno per continuare a dare spazio ai nostri valori e alle nostre passioni. Di ciò dobbiamo ringraziare infinitamente tutti coloro che nel tempo ci hanno dato una mano, spesso in modo del tutto disinteressato. E anche coloro che, malgrado tutte le difficoltà, hanno saputo continuare a organizzare eventi dedicati alla chitarra acustica Perciò abbiamo voluto, con questo numero del decennale, dare una testimonianza del lavoro svolto fin qui, attraverso una serie di articoli significativi pubblicati in questi dieci anni. Ci siamo trovati di fronte a una confortante mole di materiale di grande interesse, che sembrava difficile poter selezionare secondo un criterio esaustivo. Così abbiamo dovuto man mano restringere il campo, fino a cercare di delineare un breve profilo dei ‘padri fondatori’ del nostro universo musicale, il fingerpicking e il fingerstyle. Abbiamo iniziato con Happy Traum, il primo a pubblicare un manuale di chitarra acustica basato sulla tablatura e ad avviare una ponderosa attività didattica. Poi è stata la volta di Stefan Grossman, che ha portato avanti quell’attività dando un particolare risalto alla tradizione blues e alla dimensione solistica del fingerpicking. Abbiamo quindi dedicato un ricordo ai compianti Bert Jansch e John Renbourn, che hanno saputo fondere i nuovi stimoli statunitensi con le tradizioni del vecchio mondo britannico. Peter Finger è stato invece scelto come esempio rappresentativo del fingerstyle dell’Europa continentale. Mentre Tommy Emmanuel si è imposto come figura centrale nel riproporre la tradizione della chitarra acustica all’attenzione dei giovani di tutto il mondo. Con James Taylor, inoltre, abbiamo voluto aprire una finestra sull’importante filone dei cantautori chitarristi. E quanto all’Italia, abbiamo pensato a Riccardo Zappa, il primo che è riuscito a far emergere la chitarra acustica dalla ristretta nicchia di appassionati in cui era confinata, per farla apprezzare a un pubblico più vasto. Per finire, con un veniale ‘colpo di mano’, abbiamo pensato lecito riservare uno spazio anche a noi della redazione. Buon compleanno, Chitarra Acustica! Noi siamo pronti per i prossimi dieci anni… Andrea Carpi L'articolo I nostri primi 10 anni proviene da Fingerpicking.net.
Dal vivo negli Istituti Italiani di Cultura Intervista a Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna di Andrea Carpi Da quando, nel 2006, hanno dato vita all’etichetta NCM dedicata alla creatività contemporanea della New Classic Music, accanto alle proprie produzioni solistiche – Luciana con Lacoste: Works for Piano (2006), Full Moon for Piano (2014) e Flowers for Piano (2017), Maurizio con Guardando il mare (2006), Rock Waves: Electric Dreams of a Classical Guitar Player – Live (2008) e The Secrets of the Soul (2018), oltre ai propri libri con CD allegato 25 Pop Studies for Guitar e Pop Studies for Guitar – Second Series editi da Curci (2016-2018) – Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna hanno pubblicato insieme cinque album dal vivo, tra cui Christmas – Live, registrato nella Basilica Pontificia ‘Sant’Alfonso Maria de Liguori’ di Pagani (2012) e ben cinque CD registrati in occasione di concerti organizzati da alcuni Istituti Italiani di Cultura all’estero: Reflections in the Night – Live in London (2012), Live in Hong Kong (2015) e Return to Hong Kong Live (2018), per arrivare infine a quest’ultimo recente Live in Oslo, che Carlo de Nonno ha attentamente recensito nello scorso numero di febbraio. Un’ottima occasione per respirare il profumo di uno degli ultimi concerti dal vivo prima della forzata interruzione, in attesa della auspicata ripresa, e per fare il punto delle attività della nostra coraggiosa coppia musicale, capace di esportare con tenacia e successo la buona musica italiana sulle piazze del mondo. Da quando avete creato la vostra etichetta NCM, questo Live in Oslo è il vostro quarto album dal vivo realizzato in collaborazione con Istituti Italiani di Cultura all’estero. Come si è sviluppata questa vostra attività e cosa ha rappresentato per voi? Luciana: Siamo stati più volte invitati a suonare all’estero. Con alcuni Istituti Italiani di Cultura abbiamo avuto il piacere di condividere dei progetti di registrazione dal vivo: hanno avuto così origine i nostri CD live. Tra i direttori degli Istituti Italiani di Cultura che ci hanno ospitato, desidero menzionare Carlo Presenti, Matteo Fazzi e Andrea Giagnoli, professionisti molto seri che si sono concretamente impegnati nella diffusione della nuova musica strumentale italiana. Mi ricordo, in particolare, che in occasione della presentazione di uno dei miei album in studio, Carlo Presenti mi chiese di suonare per inaugurare a Londra la rassegna concertistica The New Italian Instrumental Music, un impegno col quale era palese la volontà di divulgare la nuova creatività strumentale italiana. Maurizio: La dimensione live mi affascina da sempre: credo che sia il contesto musicale in cui possono emergere meglio le reali potenzialità di un interprete. Oggi, purtroppo, non sappiamo quanto a volte sia più bravo l’artista che registra o il tecnico del suono che fa l’editing. L’opportunità di far coincidere un’esperienza concertistica con quella discografica, grazie alla disponibilità di alcuni Istituti Italiani di Cultura coinvolti nei progetti dal vivo, non poteva essere sottovalutata, proprio per offrire al nostro pubblico un prodotto artistico unico e irripetibile. Che realtà culturale e sociale, quale tipo di pubblico e quale accoglienza avete incontrato in queste vostre avventure internazionali? In particolare, come avete vissuto questa esperienza norvegese? L.: Le realtà culturali e sociali incontrate sono state varie. Abbiamo percepito delle atmosfere accoglienti, il pubblico è stato molto partecipe, curioso e rispettoso nell’ascolto di musica nuova. Non bisogna dimenticare che la musica strumentale non necessita di traduzioni linguistiche, quindi mette facilmente a suo agio l’ascoltatore, che ha così la possibilità di accogliere liberamente il linguaggio energetico recepito durante ogni performance. A Oslo ci siamo trovati benissimo: la città è meravigliosa. Il concerto è stato un momento di festa per tutti: per noi che abbiamo suonato e per il pubblico, che ha seguito con un’attenzione speciale e, al termine dell’evento, si è intrattenuto a lungo a conversare con noi. M.: In più occasioni ho espresso il mio stupore e la soddisfazione nel vedere pubblici diversi che hanno manifestato, nei confronti della nostra musica, un grande entusiasmo. Ciò conferma che l’emozione, la partecipazione e gli affetti superano i pregiudizi ‘geografici’. Luciana, nella prima parte del concerto consacrata alla tua dimensione solistica, tre delle tue composizioni su cinque omaggiano la Norvegia: come sono nate, e in quale spirito, queste composizioni evidentemente concepite per l’occasione? L.: Ho amato la Norvegia sin da quando ero bambina. Ho letto molto su questo Paese, ne sono rimasta presto affascinata. Con i suoi meravigliosi fiordi e il verde sconfinato, un omaggio alla magia di quella terra non poteva mancare dal mio repertorio compositivo. Tutti i brani del concerto che ho scritto in omaggio alla Norvegia sono editi per il brand Bèrben dalle Edizioni Curci, che pubblicheranno presto gli spartiti in una raccolta di mie musiche pianistiche, in cui saranno inclusi anche altri brani che ho scritto anni fa. In particolare, in che rapporto sono la tua formazione musicale e il tuo gusto musicale con il compositore norvegese Edvard Grieg, che hai omaggiato in “Bryggen”? E come ne hai tratto ispirazione in questo brano dal tema riconoscibilissimo, in una sorta di ‘forma canzone’? L.: Ho suonato musiche di Grieg sin da quando ero piccola, con curiosità e avendo l’impressione più volte di entrare in qualche fiaba nordica. Poi, quando ho ‘incontrato’ il suo Concerto per pianoforte e orchestra in La minore (op. 16), ne sono stata affascinata. L’ho studiato, ma soprattutto l’ho ascoltato tante volte durante la mia adolescenza: era il concerto prediletto da Gabriella Galli Angelini, la pianista romana che aveva seguito i miei studi pianistici fino al diploma di pianoforte. Adesso lei non c’è più, ma quando ascolto Grieg o sento parlare di lui, il mio pensiero si rivolge a quel mio passato musicale segnato da una pianista di sensibilità rara, che amava Grieg. “Bryggen”, che significa ‘banchina’, è nato pensando a un coloratissimo quartiere al centro di Bergen, la città natale di Grieg: è il porticciolo antico della città, considerato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, con tipiche case coloratissime in stile medioevale, a tre livelli, in legno, tutte strettamente confinanti tra loro e parallele al molo. L’area di Bergen ha un clima meno freddo rispetto a quello di altre zone norvegesi e questo aspetto, unito alla tipicità del territorio, ha influenzato molto la mia ispirazione. Sorprende, rispetto all’andamento più pacato e riflessivo dei due altri pezzi ‘norvegesi’, la spiccata allegria di “Norway”: quali suggestioni e immagini della Norvegia hai voluto rappresentare? L.: Con “Norway” ho espresso il mio sorriso per quella terra. Il brano è ispirato ai colori norvegesi e alla lucentezza dei paesaggi innevati, soprattutto quelli delle aree più settentrionali, ed è un omaggio alle luminose estati nordiche. Le altre due composizioni del tuo set, Luciana, sono tratte dal tuo album in studio Flowers for Piano del 2017: come le hai scelte, forse in continuità tra l’ispirazione ‘naturalistica’ dei fiori e le suggestioni offerte dalla natura norvegese, che immagino intense? L.: “White Roses” e “Pink Hollyhocks” sono state scelte per rendere un piccolo omaggio alla città di Oslo, con i suoi viali, i parchi e le piazze che sono un tripudio di fiori e alberi, molto ben curati, da contemplare. In particolare, “White Roses” è interpretata in modo più libero, con spazi meditativi, rispetto alla versione in studio: come vivi, di solito, l’interpretazione dal vivo delle tue composizioni rispetto allo spartito o all’esecuzione in sala d’incisione? L.: Lo spartito è una parte formale della creatività. Tutto ciò che diventa energia sonora, con suoni e silenzi non assoluti, costituisce per me il vero cuore della musica, non verbalizzabile e non teorizzabile, in quanto affidato ogni volta a momenti irripetibili. Considero sia l’interpretazione in studio che quella dal vivo come momenti di libertà, perché in entrambi i casi, se si tratta dell’esecuzione di musiche mie, non utilizzo uno spartito: seguo una mappa mnemonica indicativa, nell’ambito della quale avvio fasi di creatività estemporanea. Maurizio, nel tuo set individuale hai presentato ben sei dei tuoi Pop Studies for Guitar, pubblicati tra il 2016 e il 2018 dalle Edizioni Curci in due volumi con CD allegato. Visto che questi tuoi Studi sono concepiti per coniugare l’aspetto didattico con la fruibilità all’ascolto e anche la destinazione concertistica, immagino che – dopo la loro pubblicazione – tu abbia voluto saggiare la loro efficacia di fronte al pubblico: com’è andata questa verifica, in particolare a Oslo? M.: Sia a Hong Kong che a Oslo, ma anche in altre città, questi Pop Studies for Guitar hanno generato reazioni davvero belle: è stata la conferma che la doppia destinazione di queste pagine, quella didattica e quella concertistica, può considerarsi possibile. Di recente ho constatato, grazie alla rete, che molti studenti di chitarra si stanno avvicinando a questo nuovo repertorio, e alcuni di loro – a vari livelli – si sono impegnati realizzando videoregistrazioni e trascrivendo addirittura alcuni Pop Studies per ensemble strumentali. Questo fermento musicale è per me motivo di gioia. Tra questi studi mi ha colpito particolarmente “Pop Study No. 27”, che rievoca per me atmosfere che vanno da “Guido piano” di Fabio Concato alla rilettura bachiana di Steve Hackett in “Horizons”: una sintesi formidabile! M.: L’intenzione compositiva che è dentro il progetto Pop Studies vive di una forte necessità: offrire ai chitarristi classici un corpus di brani che evochino le atmosfere emozionali dei grandi concerti pop, unite al potenziale proprio dell’idioma chitarristico, sfruttando sempre e solo lo strumento ‘chitarra’, nella sua identità classica, senza modificazioni timbriche o interventi tecnologici che possano snaturare il suono originale. L’obiettivo è quello di generare una sintesi creativa, tipicamente contemporanea, in cui il concertista, ma anche lo studente, si dovrebbe calare in modo naturale, senza pregiudizi. Il tuo set, Maurizio, lo concludi con il tuo cavallo di battaglia “Dance”, pirotecnico terzo movimento della suite “Moments Live in My Memory”, che hai pubblicato nello spartito Moments Live in My Memory – Games del lontano 1989 e suonato nel tuo CD Guardando il mare del 2006. “Dance” rappresenta il tuo lato più virtuosistico: come hai vissuto e come vivi oggi questo aspetto della tua musicalità? M.: In realtà “Dance” l’ho composto precedentemente e l’ho suonato per la prima volta in pubblico il 6 maggio 1980, nella Sala Grande del Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano. In quel concerto, all’interno della stagione concertistica “Le serate musicali”, ho avuto l’onore di dividere il palco con Alirio Diaz che è stato, durante la mia adolescenza, il mio maestro. Nel tempo, ho maturato un concetto di virtuosismo che può stupire: per me è virtuosistico solo ciò che emoziona, al di là delle difficoltà o semplicità tecniche presenti nella composizione interpretata. In generale, il tuo tocco non mi sembra così levigato e dolce come s’intende di solito nell’estetica della chitarra classica, ma appare decisamente più aspro e richiama a tratti lo stile del flamenco: qual è il tuo punto di vista in proposito? M.: Ho fatto delle scelte per delineare il mio repertorio, escludendo anche musiche che amo, ma che non mi permettono di spaziare espressivamente come avrei voluto: il mio modo di ‘toccare’ la chitarra è fortemente vincolato dalle strade intraprese. Resta comunque il fatto che la mia ricerca timbrica sottintende un approccio dinamico molto ampio, che non esclude le sonorità più tenui. I due brani che suonate insieme nella conclusione del concerto sono ancora due composizioni di Luciana, con Maurizio che sovrappone al piano varie decorazioni contrappuntistiche, arpeggi, tremoli: quanto c’è di ‘scritto’ e quanto di ‘improvvisato’ in questi arrangiamenti e nel vostro interplay? L.: Il brano “Northern Lights”, il cui spartito sarà pubblicato dalle Edizioni Curci per il brand Bèrben, è stato scritto per pianoforte, poi si è pensato di condividerlo in duo in occasione del concerto di Oslo. Di “Tundra” esistono varie versioni dal vivo, soprattutto realizzate in duo [nei CD Reflections in the Night – Live in London e Live in Hong Kong]. Questo brano è stato pubblicato dalle edizioni Carisch-Machiavelli Music Publishing nella duplice destinazione strumentale – for piano and guitar or piano – nell’album di spartiti Reflections in the Night – Live in London del 2013. Per queste due composizioni suonate a Oslo si è deciso di lasciare alla chitarra il maggior spazio improvvisativo. M.: Mi diverto sempre ogni volta che improvviso sui brani di Luciana: ho condiviso con lei questa pratica musicale tante volte, anche perché le sue composizioni mi ispirano molto e – dal vivo – mi permettono di esprimermi con grande libertà e voglia di partecipare al risultato concertistico. Lei è favorevole all’improvvisazione, che pratica spesso sui suoi brani e anche sui miei. Dopo questa importante esperienza dal vivo avvenuta nel 2018, la domanda s’impone: come avete vissuto gli anni seguenti fino a oggi, caratterizzati dalla tragica pandemia? M.: In questi tre ultimi anni nel mio percorso artistico sono emerse due realtà: sotto il profilo creativo ho vissuto e sto vivendo tuttora un momento felice, certo che arriverà un periodo migliore in cui potrò presentare le mie nuove composizioni, senza i mille problemi di questi giorni; nell’ambito didattico ho trasformato in modalità telematica una parte delle mie attività, scoprendo così anche aspetti molto interessanti sotto il profilo tecnologico, che magari continuerò a considerare in periodi non più pandemici. Da ogni esperienza può maturare sempre qualcosa di utile e producente, nonostante tutto. L.: Ho affrontato l’incertezza sociale causata dalla pandemia cercando di proseguire con gli stessi percorsi già avviati, facendo ovviamente alcuni cambi sulle priorità da considerare: ho continuato a comporre, a insegnare (aggiornandomi sulle modalità didattiche telematiche), ho mantenuto i contatti con gli amici e i professionisti del settore musicale e ho proseguito, anche se con qualche rallentamento, la produzione del mio nuovo CD pianistico e di due primi album di due pianisti-compositori. Per concludere, cosa potete vedere oltre il tunnel? Quali sono le vostre prospettive e i vostri progetti? L.: Ho la speranza che questo periodo di forte instabilità finisca presto, ma penso che dovremo tutti continuare ad avere ancora pazienza. Per poter intraprendere qualsiasi scelta futura dovremo procedere con nuove consapevolezze, dettate dal lungo periodo di costrizioni, di blocco delle libertà individuali e dalle riflessioni conseguenti. Qualsiasi mente creativa soffre la prigionia delle idee, che continuano tuttavia ad essere prodotte. Dovremo individuare con attenzione quali saranno i momenti migliori e i contesti più adeguati per poter condividere i nuovi progetti. Come dicevo, mi occuperò dell’uscita del mio nuovo CD pianistico e di due produzioni musicali riferite a due nuovi artisti. Pubblicherò nuova musica e parteciperò a convegni, in particolare rivolti al legame musica-salute, un’area che mi sta particolarmente a cuore. M.: Spero di recuperare in tempi brevi, almeno in parte, il rapporto con la cosiddetta ‘normalità’. La normalità è la condizione utile per scoprire la bellezza del vivere quotidiano, la spettacolarità delle cose semplici. Andrea Carpi L'articolo Intervista a Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna proviene da Fingerpicking.net.
Oltre a Beppe Gambetta, che quest’anno ha potuto riprendere in presenza la sua Acoustic Night di maggio in teatro, e che prolungherà la sua permanenza in Italia con altre iniziative, come le inconsuete collaborazioni con Agostino Marangolo e il tradizionale Guitar Summit di Santa Margherita Ligure, Alessio Ambrosi – che quest’anno ha fatto un po’ da apripista per i festival acustici dell’estate con la prima edizione del suo nuovo Folk Music Meeting ai primi di giugno nei dintorni di Sarzana – ci ha raccontato che l’affluenza di pubblico per l’occasione è stata ben superiore alle aspettative: un primo segnale che la voglia di riprendere in mano una partecipazione attiva agli eventi di spettacolo e cultura, molto comprensibilmente, è veramente tanta. E la nostra rubrica di “Notizie”, che in questa lunga annata è stata spesso tristemente latitante, in questo numero di giugno è stata felicemente invasa da cinque pagine di annunci. È già partita la rassegna itinerante di Un Paese a Sei Corde, che peraltro era stata una delle poche manifestazioni a riuscire a mantenere almeno in parte i suoi eventi dal vivo anche nel 2020. E in questa fine di giugno Giovanni Ferro, con l’associazione Zonacustica, conferma la sua giornata di Chitarre per Sognare. All’inizio di luglio Maurizio Geri organizza l’interessantissima quattro giorni del Popiglio Django Festival nella splendida montagna pistoiese, con tanto di concerti, corsi e masterclass. Ho sentito anche parlare di Ferentino Acustica per la fine di luglio, ma la notizia non è ancora ufficializzata. Nella seconda metà di agosto vi sarà una completissima edizione del Guitar International Rendez-Vous insieme alla sua Convention ADGPA, con due giornate nella consueta Pieve di Soligo e due giornate a Spilimbergo nell’ambito del prestigioso Folkest. Poi a fine settembre sarà la volta di Madame Guitar e dell’attesissimo Acoustic Guitar Village, nell’ambito di Cremona Musica anche nella sua dimensione fieristica. Purtroppo anche quest’anno i due eventi si svolgeranno negli stessi giorni ed è un grande peccato: non vogliamo però disperare e ci permettiamo di lanciare un appello al Comune di Tricesimo, affinché comprenda che non è ragionevole far coincidere le date di due tra le più importanti manifestazioni del mondo della chitarra acustica. Accanto ai festival non mancheranno inoltre i guitar camp e i seminari residenziali, tra i quali abbiamo registrato in particolare quelli di Roberto Dalla Vecchia, Franco Morone e Peppino D’Agostino con Adam Rafferty. Gli addetti ai lavori insomma si stanno dando molto da fare per favorire la ripartenza del nostro comparto musica, che tanto ha sofferto in questa terribile annata. E ciò forse rientra in quello che i ‘bravi economisti’ chiamano effetto rimbalzo. C’è molto entusiasmo e una buona e giusta dose di ottimismo. Tuttavia il pensiero non può non correre alle aspettative della scorsa estate, quando sembrava che la pandemia fosse stata debellata, e alle cocenti delusioni dell’autunno. Certo, quest’anno siamo andati avanti con i vaccini. Ma le varianti del virus dovranno essere tenute sotto controllo. Si spera che il Governo non faccia gli stessi errori dell’anno scorso e sia in grado di affrontare almeno in parte le carenze strutturali del nostro Paese. Ma alcuni errori li farà certamente, non è possibile non farli in questi momenti. L’importante è che le forze di governo dimostrino responsabilità e non lascino prevalere un endemico spirito autodistruttivo, alimentando le litigiosità interne e gli interessi particolari. Le forze di opposizione dovrebbero svolgere il loro compito in modo costruttivo, senza dare l’impressione di strumentalizzare ogni occasione politicamente ‘favorevole’. Il mondo dell’informazione non dovrebbe cavalcare ogni singolo evento particolare, senza collocarlo nella giusta prospettiva complessiva. I social non dovrebbero lasciare spazio a tante verità parziali, che si prestano ad alimentare vere e proprie notizie false. Ci vuole molta responsabilità in questa ripartenza. E noi della chitarra acustica e del fingerpicking ce la metteremo tutta. Andrea Carpi L'articolo Le responsabilità della ripartenza proviene da Fingerpicking.net.
AGV Cremona Musica Nuovi suoni, corde e voci di Andrea Carpi Nell’edizione speciale di Cremona Musica dell’anno scorso non è stato possibile dar luogo al concorso per musicisti emergenti New Sounds of Acoustic Music, che si è ripresentato quest’anno per la sua diciottesima edizione, avendo avuto due anni di tempo per selezionare le proposte di partecipazione nelle diverse categorie. La qual cosa ha evidentemente favorito il valore delle scelte operate, poiché la qualità dei finalisti si è rivelata di un livello particolarmente buono. Si è iniziato subito, all’apertura della fiera la mattina di venerdì 24 settembre, con la sezione Corde & Voci d’Autore dedicata ai cantautori-chitarristi e coordinata da Andrea Tarquini. I finalisti prescelti erano Michele Scerra, Enzo Beccia, Chiara Patronella, Giacomo Deiana, Luca Guidi ed Ella Nadì, tutti con esperienze discografiche alle spalle. Ma all’ultimo momento, per diversi motivi legati alle difficoltà del momento, Scerra e Deiana hanno dovuto rinunciare e sono stati sostituiti in extremis da Lorenzo Cittadini. I voti della giuria, composta da Gianni Zuretti di Mescalina, Guido Giazzi di Buscadero e Mescalina, Francesco Paracchini de L’isola che non c’era, Martina Gozzini dell’organizzazione Minieracustica, Fabrizio Chiapello del Transeuropa Recording Studio e il chitarrista Edoardo Martinez, oltre al sottoscritto – hanno sancito la vittoria di Luca Guidi, che si è imposto per essere una figura veramente completa di cantante-chitarrista: accanto alla qualità di scrittura delle sue canzoni – altrettanto buona peraltro anche nel caso degli altri finalisti – ha mostrato infatti di essere al tempo stesso un ottimo cantante e un eccellente chitarrista. A lui è andata in premio una chitarra acustica amplificata Taylor GS Mini. Seconda classificata è risultata poi Chiara Patronella, che si è distinta per la grande qualità vocale, efficace anche nell’uso del dialetto in una delle canzoni proposte. A lei spetta la possibilità di registrare e produrre gratuitamente un proprio brano presso lo storico Transeuropa Recording Studio di Torino, nel quale hanno registrato tra i più grandi artisti italiani e diversi artisti internazionali. Nel pomeriggio, la finale dei chitarristi acustici solisti è stata introdotta dall’esibizione di Gabriele Dusi, vincitore dell’ultima edizione del 2019. È stato confortante constatare anche nel suo caso come la vittoria del New Sounds possa creare le condizioni per accrescere la fiducia, la determinazione e l’impegno a migliorarsi dell’artista premiato. A contendersi il premio di quest’anno sono stati poi Salvatore Scutiero, Davide Lomagno, Luca Schiappacasse e Antonio Salamone in arte Rednacks. In questa circostanza la giuria si è trovata a dover scegliere tra i tre primi chitarristi, tutti dotati di un’ottima tecnica, in linea con il virtuosismo oggi maggiormente in voga, e Rednacks, meno tecnico, ma più coraggioso nell’intento di esprimere emozioni, ricercare idee inconsuete e inventare situazioni musicali inattese. E alla fine la giuria – composta da Reno Brandoni di Fingerpicking.net, Marino Vignali della ADGPA italiana, Silvia Pietra per Armadillo Club APS e ancora Martina Gozzini, Edoardo Martinez e il sottoscritto – ha optato sul filo di lana per Rednacks, visibilmente stupito e felice per l’inattesa vittoria e il bellissimo ampli Acus ricevuto in premio. La sua affermazione ha forse sorpreso parecchie persone, e scontentato alcuni, ma è probabilmente il segno che il mondo della chitarra acustica sente oggi il desiderio di emanciparsi dalla nicchia ristretta degli appassionati della tecnica in sé, per aprirsi a una platea più vasta e a una visione della musica più ampia. La finale delle band acustiche ha visto in campo il duo chitarristico e vocale formato da Federico Orlando & Paolo Rocchi, e il duo Akira Manera formato da Luca Morisco alla voce, ukulele e percussioni, e Davide Lomagno alla chitarra e armonie vocali. Hanno vinto gli ottimi Akira Manera, con bellissime versioni di brani celebri, tra cui una molto emozionante “Parlami d’amore Mariù”. Nel pomeriggio di domenica 26 settembre si è tenuta poi Corde & Voci d’Autore in memoria di Stefano Rosso, la rassegna di cantautori-chitarristi ‘affermati’, a sua volta curata da Andrea Tarquini e dirottata per via della pioggia all’interno dei padiglioni della fiera nel Classic Stage 3. È stata una rassegna di grande piacevolezza e qualità, iniziata da Claudio Sanfilippo che – avvalendosi della presenza e dell’accompagnamento di Massimo Gatti – ha proposto soprattutto brani dal suo godibilissimo progetto Ilzendelswing in dialetto milanese. È stata poi la volta di Elizabeth Cutler, in grande forma espressiva con la sua Taylor effettata e le sue ballate progressive. A seguire Paolo Capodacqua, il più ‘classico’ nonché grande chitarrista. Dopo l’intervento del padrone di casa Andrea Tarquini, che si è impegnato principalmente a ricordare e omaggiare il suo ‘maestro’ Stefano Rosso, ha concluso il lodevole pomeriggio Miriam Foresti, in duo acustico con il multistrumentista a corde Alan Malusà Magno, inseguendo quelle atmosfere che richiamano Nick Drake e tutto quel ‘cantautorato folk’ che molto ci piace. Andrea Carpi L'articolo AGV Cremona Musica: Nuovi suoni, corde e voci proviene da Fingerpicking.net.
Anita Camarella & Davide Facchini La nostra casa canterina di ANDREA CARPI andrea.carpi@fingerpicking.net Abbiamo avuto il piacere di ascoltare Anita Camarella e Davide Facchini quest’estate in occasione di Ferentino Acustica, dove hanno incentrato il loro spettacolo sullo storico repertorio dello swing italiano, che li ha consacrati come una ‘eccellenza italiana’ apprezzata a livello internazionale, in particolare negli Stati Uniti, dove sono spesso chiamati a esibirsi e hanno l’opportunità di incontrare e suonare con grandi nomi del panorama musicale e chitarristico. In questa intervista, oltre alla storia dei loro due album dedicati espressamente a quel repertorio, Quei motivetti che ci piaccion tanto del 2002 e La famiglia canterina del 2013, ci raccontano i tanti altri aspetti della loro attività musicale: dalla preziosa collaborazione con lo storico chitarrista di Renato Carosone, Raf Montrasio, con il quale sono state realizzate registrazioni e trascrizioni chitarristiche che rappresentano un lascito importantissimo per la conoscenza della canzone italiana; a Juley del 2004, un disco personale di Davide dedicato a composizioni originali per chitarra sola; da Acoustic del 2015, album di cover che coprono generi ed epoche molto diverse, bagaglio musicale costruito lungo quindici anni di carriera, all’ultimo Our House del 2019, che mette in luce Anita come brillante autrice di canzoni; fino al loro costante impegno nell’attività didattica e nella autoproduzione indipendente. L’intervista Insieme avete cominciato a collaborare nel 2000, provenendo curiosamente da due percorsi di formazione musicale assai diversi tra loro. Anita, puoi raccontarci dei tuoi studi di canto, rivolti in particolare al periodo rinascimentale, e delle tue partecipazioni a incisioni di gruppi di musica antica? Anita Camarella: Sono sempre stata attratta da vari generi musicali, perciò nei miei anni di studio ho voluto approfondire varie tipologie di tecniche vocali, dal canto medievale a quello barocco, fino – e soprattutto – a quello prettamente moderno. Questo mi ha permesso di essere sempre molto malleabile a livello vocale, rimanendo sempre aperta mentalmente a tante culture e tipologie musicali molto differenti fra loro. Per sei anni ho collaborato, sia a livello vocale che strumentale, con un gruppo specializzato nella musica profana e popolare del XV secolo e con il quale ho inciso musica tratta da quel repertorio, in particolar modo dalla musica del manoscritto Montecassino 871. Nel Florilegio Ensemble hai anche suonato due strumenti antichi come la viella e il micanon, rifacendoti in qualche modo ai tuoi studi precoci di violino e alla tua licenza di pianoforte complementare. (A.C.) Ho studiato violino classico per nove anni. In questo modo mi son potuta avvicinare inizialmente alla viella, strumento medievale progenitore del violino, ma di dimensioni maggiori e con 5 corde. Successivamente ho iniziato a suonare anche il micanon, strumento simile a un ‘mezzo salterio’, con 26 corde suonate con le dita o con una penna d’oca. Probabilmente è proprio partendo dal micanon che mi sono poi appassionata anche all’autoharp, strumento con 36 corde, ma che viene utilizzato in maniera assai diversa e che suono tuttora con Davide nel nostro repertorio dedicato a miei brani originali, ma anche alla musica tradizionale americana e irlandese. Successivamente ti sei avvicinata alla vocalità jazz e hai conseguito un diploma di canto moderno: cosa ha rappresentato per te l’accostamento tra la vocalità antica e quella moderna e contemporanea? (A.C.) Essendo sempre stata interessata a così tante culture e tipologie musicali molto differenti fra loro, mi è difficile immaginare che vi sia un solo modo ‘bello’ o ‘corretto’ di cantare, perciò in realtà non ho mai sentito alcuna dicotomia fra la vocalità moderna e quella antica. In entrambi i casi è richiesta molta elasticità vocale e una grande apertura mentale. Forse anche da tutto questo melting pot di esperienze, studi, collaborazioni musicali, nascono questa mia voce e vocalità che sono sicuramente poco ‘convenzionali’. Davide, a livello accademico tu hai ricevuto invece una formazione da ‘musicologo’, piuttosto che da ‘strumentista’ come ci si sarebbe aspettato: ti sei laureato al DAMS, con una tesi su “Aspetti e motivazioni pedagogiche dell’utilizzo della popular music nella scuola”, e hai seguito corsi di specializzazione in musicoterapia e consulenza musicale. Come chitarrista, ti sei formato da autodidatta? Davide Facchini: Sono prima di tutto un grande appassionato di musica e un ascoltatore curioso e instancabile. La chitarra è stato un mezzo per avvicinarmi in maniera più approfondita al mondo della musica. Sono autodidatta: i miei maestri sono stati gli infiniti dischi, libri e riviste musicali che ho ascoltato, studiato e letto, ma anche – assolutamente! – i tanti e tanti musicisti che ho avuto il piacere di incontrare nell’arco di tutti questi anni. A questo proposito, in una recensione del vostro ultimo disco Our House su Mescalina.it, Aldo Pedron racconta che Davide «ha imparato a suonare la chitarra ascoltando un album di Roy Orbison che gli aveva regalato suo padre quando lui aveva 15 anni e si era innamorato soprattutto di “Oh, Pretty Woman” (scritta da Roy Orbison e Bill Dees nel 1964) senza mai sapere di chi fosse il riff di chitarra nel disco originale di allora, ossia di Wayne Moss, il proprietario (titolare e musicista) degli studi Cinderella Sound di Nashville dove Davide ed Anita si sono ritrovati ad incidere questo disco!» È così? (D.F.) “Oh, Pretty Woman” è stata una delle prime canzoni che ho imparato e sicuramente il primo riff! Le chitarre di quel brano mi intrigavano tantissimo e nel vinile che avevo in casa non c’erano i crediti. È stata davvero una bellissima sorpresa a Nashville aver potuto conoscere personalmente Wayne Moss, che mi ha raccontato la storia di quella session e di molte altre, e con il quale è poi nata davvero una bella amicizia. Siamo andati a trovarlo a casa sua e abbiamo suonato per un intero pomeriggio. L’idea del nostro album Our House è nata dopo alcune jam casalinghe con due amici musicisti, il bassista Bill Ferri e Stephan Dudash, che suona la viola a 5 corde. Bill e Stephan sono rimasti affascinati dai brani scritti da Anita e – trascinati dal loro entusiasmo – abbiamo deciso di prenotare lo studio di Wayne, lo storico Cinderella Sound. In studio si è creata un’atmosfera straordinaria che ci ha permesso di registrare i sei brani tutti dal vivo in un paio di giorni, con una incredibile console Flickinger, tutto in analogico senza computer. Nell’album io suono anche due brani con il mandolino, strumento che volevo suonare da tanti anni e al quale mi sono finalmente dedicato. Detto questo, la vostra collaborazione sfocia già nel 2002 nell’album Quei motivetti che ci piaccion tanto, un omaggio allo swing italiano degli anni ’30-’40: com’è nato il vostro interesse verso questo repertorio e in particolare il connubio con gli arrangiamenti chitarristici di stile prettamente atkinsiano, con tratti jazzistici e rockabilly? (D.F.) Tutto è nato dopo l’incontro con Tommy Emmanuel, Thom Bresh e Buster B. Jones nel 2000. Abbiamo trascorso tre giorni e notti a suonare quasi ininterrottamente con loro e mi sono appassionato al fingerpicking. Soprattutto mi sono reso conto che questo stile si adattava perfettamente al nostro mondo musicale che allora era all’inizio. Nel giugno 2001 poi siamo stati invitati a suonare a un festival a New York, e lo swing italiano sembrava una musica perfetta da proporre. Dopo ogni esibizione la curiosità del pubblico verso questo repertorio aumentava, e quando siamo tornati ci siamo messi subito al lavoro per registrare Quei motivetti che ci piaccion tanto. In “Camminando sotto la pioggia” Anita suona anche un’introduzione strumentale con il micanon, quasi a ricordare come queste melodie e armonie arrangiate in stile moderno restino sempre imparentate con una tradizione antica. (A.C.) Si può sentire il micanon anche nell’introduzione di “Tornerai”. E noi siamo ciò che siamo da ciò che abbiamo imparato strada facendo, perciò ci viene spontaneo inserire le nostre esperienze, competenze e gusti musicali in tutto quello che facciamo, indipendentemente dai generi o dagli stili: ci piace l’idea di poter abbattere le barriere mentali che tendono a voler separare la musica in scompartimenti stagni. E c’è anche Raf Montrasio, il chitarrista storico di Renato Carosone, che suona la chitarra solista in “Baciami piccina” e il mandolino in “Non dimenticar le mie parole”: com’è nata la collaborazione con questo straordinario musicista? (D.F.) Conosco Raf praticamente da quando ho iniziato a suonare. Ho comprato la mia prima chitarra nel suo negozio di strumenti musicali, che per me è sempre stato un punto di riferimento, a Busto Arsizio dove vivo. In negozio giravano sempre tanti musicisti della generazione di Raf, che ci hanno aiutato molto nella ricerca dei brani, alcune volte trascrivendoci la melodia e gli accordi o suonandoci direttamente i brani stessi, perché a quell’epoca lo swing italiano non era affatto diffuso come adesso ed era estremamente difficile trovare materiale su cui lavorare. In realtà Raf aveva deciso di smettere di suonare in pubblico e in studio, ma sono davvero felice di essere riuscito a coinvolgerlo! Il CD Quei motivetti che ci piaccion tanto è stato registrato con Stefano Mariani, bravissimo fonico, in uno studio a picco sotto il sole, senza aria condizionata, durante uno dei weekend più caldi degli ultimi decenni. Raf è arrivato in giacca e cravatta, si è seduto, ha accordato la chitarra e gli ho fatto sentire il chorus di “Baciami piccina”, in cui avrebbe dovuto suonare il solo. Mentre lo ascoltava ci ha suonato sopra, e il solo era fatto! Negli anni seguenti, Davide ha portato avanti un grande lavoro insieme e intorno a Raf Montrasio: nel 2007 con il CD condiviso Spaghetti alla chitarra, omaggio strumentale alla canzone italiana con una carrellata di autori da Carosone a Kramer, Martino, Endrigo, Modugno, Trovaioli, Tenco, Bindi, Morricone, Paoli; e con gli album di spartiti e tablature Italian Fingerstyle Collection del 2009 e A Portrait of Raf Montrasio – Italian Songs on Guitardel 2010, che riprendono il repertorio del disco più qualche innesto. Un lascito preziosissimo per tutti noi: quali sono i vostri personali ricordi al riguardo? (D.F.) Raf è stato un grande amico e un musicista con una musicalità infinita. Chiunque lo abbia conosciuto lo ricorda seduto nel suo negozio a intrattenere i clienti e gli amici suonando i suoi arrangiamenti in chord melody. Spesso gli suonavo i miei e ci confrontavamo scambiandoci idee e impressioni. Si registrava a casa e spesso si filmava, e quando gli ho proposto di realizzare un album mi ha risposto: «Ma sei matto? La gente si addormenta con queste cose…» Dopo vari tentativi, si è convinto dicendomi che lo avrebbe registrato solo con me. Non volevo però modificare i suoi arrangiamenti suonando in duo, e così abbiamo pensato di alternarci tranne in “Roma nun fa’ la stupida stasera”, dove suoniamo insieme. Abbiamo tanti ricordi dei momenti passati insieme, e sono molto felice di averlo riportato sul palco dopo tanti anni. Abbiamo suonato e partecipato a diversi festival, esibendoci anche con musicisti del calibro di Tommy Emmanuel, Stephen Bennett, Frank Vignola… Eravamo quasi riusciti anche a riportare insieme sul palco Franco Cerri e Raf, un piccolo sogno che avevo. Davide, nel 2004 avevi realizzato Juley, un album personale dedicato quasi interamente a tue composizioni originali per chitarra sola, che rivelano una forma più ampia e varia di fingerstyle e una piacevole e brillante vena compositiva. Qual è la storia di questo CD? (D.F.) Ho iniziato ad appassionarmi alla chitarra acustica con James Taylor, i Beatles, Neil Young e infiniti altri, come Michael Hedges passando dal bluegrass con Doc Watson, Norman Blake, Tony Rice, fino a Django… La lista è davvero lunghissima! Mi piace suonare fingerpicking ma anche flatpicking, mi piace lo swing, il jazz… Insomma mi piace mettermi musicalmente nei guai! Dopo aver suonato tanti anni l’elettrica in molte band, volevo realizzare qualcosa da solo: una bella sfida! Inizialmente l’idea dell’album voleva essere un grande miscuglio delle mie passioni e influenze strumentali, che poi ho ridimensionato. Ho registrato quasi tutto nel casale di un amico a Pennabilli, e i tre brani con Raf – pressoché improvvisati – qui a Busto Arsizio in studio. Il primo brano, “Buster”, è dedicato a Buster B. Jones, che posso dire essere stato il mio primo maestro di fingerpicking e di cui conservo ricordi bellissimi. Ogni volta che ci si incontrava negli Stati Uniti, non appena mi vedeva mi diceva sempre: «Hey buddy, play “Buster” for me!” “Hotel Tunisi” ha a che vedere con la vostra tournée nelle maggiori università della Tunisia, invitati dall’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi a testimonianza del patrimonio storico-culturale italiano? (D.F.) Il tour in Tunisia è stata un’esperienza e un viaggio indimenticabili. Abbiamo suonato in molte università raccontando e suonando lo swing italiano e non solo. I professori e gli studenti ci hanno accolto davvero in maniera straordinaria, dimostrando grande interesse per la musica e i racconti storici ad essa strettamente correlati. “Hotel Tunisi” è un piccolo brano che ho scritto il nostro primo giorno a Tunisi, in hotel. Volevamo visitare la città ma pioveva, perciò – affacciato alla finestra con chitarra alla mano – è venuta fuori questa melodia. Oltre ai brani originali, spiccano anche uno standard come “How High the Moon” e un paio di duetti con Raf Montrasio al mandolino, “Marcetta di papà” e “Tarantella napoletana”, due interessanti riattualizzazioni della tradizione popolare italiana. (D.F.) Ci tenevo ad avere Raf nell’album. Mi piaceva molto ascoltare “How High the Moon” suonata da Raf con il suo tocco e il suo modo elegante di improvvisare, perciò ho pensato che sarebbe stato bello averne una versione suonata assieme. I due brani con il mandolino sono stati quasi improvvisati in studio. “Marcetta di papà” è una melodia che ha titoli diversi a seconda delle varie regioni d’Italia. Raf la suonava sempre perché a sua volta la suonava suo papà, e per questo motivo l’abbiamo chiamata “Marcetta di papà”… una sorta di bluegrass tune all’Italiana! Ci siamo sempre divertiti tantissimo a suonarla, perché alla fine del brano Raf m’incitava a farla sempre più veloce: era un ‘treno’ con il mandolino! Nel 2013 arriva il vostro nuovo omaggio allo swing italiano, La famiglia canterina, che vi ha valso negli Stati Uniti il ‘LadyLake Music Indie Awards’ come miglior album dell’anno. Qual è il significato di questo premio? (A.C.) Il ‘LadyLake Music Indie Awards’ è stato un riconoscimento importante da molti punti di vista, perché La famiglia canterina è un album ricco di significati per noi. Sia il pubblico che gli stessi musicisti con cui abbiamo avuto il piacere di collaborare negli Stati Uniti hanno sempre accolto la nostra musica con entusiasmo, apprezzando e riconoscendo il grande lavoro che essa racchiude. A differenza di Quei motivetti che ci piaccion tanto, che è quasi un album dal vivo, ne La famiglia canterina ci siamo presi più tempo per le incisioni, utilizzando molti più strumenti, sovraincisioni strumentali e vocali, chitarre elettriche e acustiche. Questo premio è il segno della considerazione che avete acquisito negli anni negli Stati Uniti, dove siete regolarmente coinvolti in festival e rassegne, e avete l’occasione di incontrare grandi nomi del panorama musicale e chitarristico. Potete raccontarci di questi incontri? (D.F.) Sin dalla nostra prima esibizione a New York nel 2001, gli Stati Uniti sono sempre stati fonte di grande soddisfazione e crescita dal punto di vista musicale. Abbiamo girato tanto per il Paese, e a volte stentiamo a credere a quante cose sono accadute in questi vent’anni. Dal 2008 frequentiamo regolarmente Nashville, che è diventata quasi una seconda casa per noi. Proprio a Nashville ci siamo esibiti al Ryman Auditorium in occasione della All Star Guitar Night di Muriel Anderson, condividendo il palco con musicisti del calibro di Larry Carlton, James Burton, Victor Wooten, Lee Ritenour, Rick Vito, Brent Mason, Kenny Vaughan, Carl Verheyen e molti altri. Vince Gill e Paul Franklin ci hanno invitato a suonare con la loro band di western swing, i Time Jumpers, dopo aver sentito la nostra versione di “Nel blu dipinto di blu” con Franklin alla pedal steel. Potremmo citare infiniti incontri e momenti davvero magici, come quelli con Jack Pearson, Phil Keaggy, John Knowles, Bruce Bouton, o con tutti gli amici e grandi fingerpicker che ogni anno si ritrovano alla Chet Atkins Appreciation Society”, o al Summer NAMM, oppure i concerti organizzati dal costruttore degli amplificatori Little Walter, ai quali siamo stati invitati a suonare diverse volte, fino ai video girati presso il negozio Carter Vintage Guitars… In tutti questi anni è nata anche una bella collaborazione con la Gretsch e la Fishman, che ci hanno sempre supportato e accolto nelle loro grandi ‘famiglie’. Nell’album troviamo anche Anita al violino in “Voglio vivere così”, la presenza ancora di Raf Montrasio in due brani e un intervento di Franco Cerri: potete raccontarci di questo ultimo contributo ed esprimere un ricordo per questo grande chitarrista recentemente scomparso? (A.C.) Durante la fase d’incisione dell’album abbiamo pensato d’introdurre vari strumenti, perciò ci è sembrato naturale ‘rispolverare’ il mio vecchio violino. In “Voglio vivere così” io e Raf ci siamo suddivisi una piccola parte al violino per divertimento. Raf ha iniziato la sua carriera musicale proprio come violinista e contrabbassista, ed è stato proprio Franco Cerri a spingerlo a suonare la chitarra all’inizio degli anni ’50. (D.F.) Franco è stato un caro amico da tanti anni. Ricordo ancora la sua telefonata dopo aver ascoltato Quei motivetti che ci piaccion tanto, per complimentarsi con noi e invitarci a Milano per conoscerci meglio. Dal quel momento ci ha sempre supportato. È stato bellissimo registrare il suo intervento ne “La classe degli asini” e ascoltare i suoi racconti su quel periodo magico della musica italiana, sui musicisti dell’epoca e del suo incontro con Django Reinhardt. Alla fine della registrazione ho detto: «Franco, queste storie sono bellissime! Sarebbero perfette da inserire alla fine dell’album come testimonianza». La sua risposta è stata immediata: «Assolutamente sì! DEVI metterle!» Con Franco, e soprattutto con Raf, abbiamo trascorso tantissimo tempo assieme e condiviso musica, racconti, emozioni. Di loro potremmo parlare per ore: sono davvero due leggende della musica italiana e due personaggi davvero straordinari. Nel 2015 avete pubblicato ‘Acoustic’, un album essenzialmente di cover dedicato alle musiche, alle persone e ai luoghi che vi hanno ispirato in quindici anni di carriera musicale. E si va da Joni Mitchell a Paul McCartney, Tom Jobim, Jimi Hendrix, Keb’ Mo’, Carole King e James Taylor, fino alla tradizione irlandese e alla musica antica. La presenza di Paolo Ercoli al dobro, violoncello e pedal steel suggella in qualche misura una sintonia con il country bluegrass e la Americana music… (A.C.) Le persone spesso ci riconoscono per lo swing italiano, ma in realtà la nostra formazione è molto variegata e ci piace suonare di tutto. Avevamo diverso materiale registrato in precedenza che volevamo utilizzare, al quale abbiamo aggiunto nuove incisioni, per creare un album di brani estratti da generi ed epoche musicali molto diverse fra loro, come una testimonianza di tutto ciò che ci ha strutturato e ispirato nell’arco degli anni. E infine nel 2019 arriva il vostro ultimo Our House – The Nashville Session at Cinderella Sound Studio, registrato nello studio completamente analogico del già citato Wayne Moss, in quartetto con Bill Ferri e Stephan Dudash. Qui emerge Anita alla composizione di cinque brillanti canzoni con testi in inglese, accanto all’unica cover “All the Diamonds” di Bruce Cockburn. Come si è sviluppato questo processo compositivo, sempre a cavallo tra il genere Americana e la tradizione irlandese e antica? (A.C.) La mia ispirazione compositiva nasce ovviamente dalle variegate esperienze e gusti musicali che mi hanno segnato e accompagnato fin da piccolissima. Sicuramente guardo molto alla ricerca compositiva di Joni Mitchell, che ritengo essere ‘completa’ da un punto di vista sia armonico e melodico che testuale. Cerco di non sedermi mai su cliché musicali che non mi appassionano o non mi spronano ad analizzare sempre più in profondità alcuni pensieri o concetti melodico-armonici. Mi piace che la composizione possa arricchirmi ma anche divertirmi, un po’ com’è successo con “Organized” – il primo brano dell’album – che vuol essere un’ironica esposizione delle molteplici critiche che spesso vengono rivolte a noi musicisti e al nostro stile di vita. (D.F.) Anita si è rivelata in questi anni un’ottima songwriter: ho sempre cercato di spronarla verso questa direzione. Quando mi propone le sue melodie sento tutte le sue influenze ma anche la sua personalità, ed è sempre una bella sfida cercare di arrangiarle. A conferma dell’amore di Anita per la musica antica, il testo di “A Summer’s Day” è tratto da un sonetto di Shakespeare… (A.C.) Shakespeare è uno degli autori letterari che da sempre più mi hanno appassionato. Mi è venuto spontaneo pensare di omaggiarlo musicando uno dei suoi testi, e per farlo ho attinto a piene mani alla mia esperienza nell’ambito della musica antica. Parallelamente alla vostra attività musicale dal vivo e in studio, avete sempre portato avanti un’attività didattica: come si articola questa attività? (D.F.) Abbiamo sempre portato avanti l’attività didattica in molti ambiti, dalla singola lezione di strumento fino alle lezioni-concerto, con una fruizione che va dai bambini delle scuole materne fino a persone adulte. Ho scritto diversi libri e numerose trascrizioni e arrangiamenti per chitarra, tutto materiale disponibile nello “Store” del nostro sito. Durante il lockdown ho pubblicato anche Fingerstyle Roads, un libro per chi volesse esplorare il fingerstyle, disponibile in PDF e del quale vi sono video correlati visibili sul nostro canale YouTube. Ho molto materiale scritto, che pian piano sto organizzando, e ho in cantiere anche un libro dedicato al flatpicking. Da diversi anni collaboriamo anche con TrueFire, una delle più grandi piattaforme dedicate alla didattica. (A.C.) Personalmente amo molto l’insegnamento, che professo ormai da più di venticinque anni. Mi piace avvicinare le persone al canto e alla musica in generale, vedendo crescere in loro l’interesse e la passione per quest’arte che può dare, soprattutto ai giovani, la possibilità concreta di avvicinarsi e confrontarsi anche da un punto di vista umano, oltre che musicale. Siete da sempre legati a una dimensione di musica indipendente e di autoproduzione: potete parlarci delle vostre idee in proposito? (A.C.) Non siamo mai stati legati a nessuna etichetta, agenzia o altro, e con il passare degli anni non abbiamo mai sentito l’esigenza di legarci a qualcuno. Ci consideriamo un po’ degli artigiani, una sorta d’impresa famigliare, anche se è sempre più difficile fare e vivere di musica in Italia. Per concludere, vorrei chiedervi un pensiero sul difficile periodo che stiamo attraversando: come lo avete affrontato e quali sono i vostri progetti attuali? (D.F.) Questo periodo è stato davvero difficile per tutti. Abbiamo perso molti lavori e opportunità, e ci manca davvero tanto viaggiare con la musica. Abbiamo nuovi brani inediti che ci piacerebbe registrare ancora a Nashville con Bill Ferri e Stephan Dudash, anche se non sappiamo quando sarà possibile tornarci in totale sicurezza. Nel frattempo, però, abbiamo lavorato su un nuovo spettacolo chiamato Acoustic World nel quale, oltre a suonare la nostra musica originale, ci divertiamo a suonare musica tradizionale irlandese e americana, il tutto sempre accompagnato dalle storie che nascono intorno ai brani. In questo progetto Anita suona anche l’autoharp e io suono anche il mandolino, mentre con la chitarra suono sia fingerpicking che flatpicking. (A.C.) Il mondo è cambiato tanto in poco tempo e le persone sono ora distratte da mille cose. La nostra speranza è di tornare al più presto a suonare regolarmente dal vivo e di regalare, con i nostri concerti, un viaggio nel tempo e nei ricordi, distante dalla vita frenetica di oggi. Nei nostri spettacoli ci piace avere il pubblico vicino e creare un’atmosfera molto intima e coinvolgente. Per questo ci auguriamo che la musica e la cultura tornino a far parte del quotidiano, perché è ciò che ci permette di mantenere una mente aperta, di conoscere e comprendere meglio il mondo e gli altri! L'articolo La nostra casa canterina – Anita Camarella e Davide Facchini proviene da Fingerpicking.net.
Novità nella didattica di Roberto Fabbri Il Dipartimento di Chitarra al Conservatorio di Teramo (a.c.) È stato istituito, presso il Conservatorio statale di musica ‘Gaetano Braga’ di Teramo, un innovativo Dipartimento di Chitarra, che comprende i vari stili della chitarra classica, acustica ed elettrica. L’incarico di capo dipartimento è stato assegnato a Roberto Fabbri che, nella presentazione dell’iniziativa distribuita in occasione dell’Acoustic Guitar Village a Cremona Musica lo scorso settembre, ha scritto: «In vari anni di insegnamento nei Conservatori italiani, ho assistito al progressivo ampliamento del comparto moderno all’interno degli stessi, che però difficilmente interagisce con quello classico. La mia idea era quella di poter aprire un giorno, all’interno di un’istituzione musicale statale, un dipartimento che accogliesse tutte le molteplici anime del nostro strumento e che le facesse interagire fra loro. Nel 2018, arrivato come titolare della cattedra di chitarra classica al Conservatorio statale di Teramo ‘Gaetano Braga’, ho trovato nel direttore di allora, Federico Paci, e poi nell’attuale direttrice Tatjana Vratonjic, degli interlocutori attenti che hanno sposato la mia idea. È così nato un dipartimento dedicato alle sei corde, aperto a quegli insegnamenti che non trovavano eguali negli altri Conservatori. Tutti i corsi, rispettando pienamente le loro specificità, danno la possibilità agli studenti di essere integrati con la frequenza degli altri indirizzi esistenti, per formare un chitarrista migliore, più consapevole, in una parola completo.» Il Dipartimento prevede i seguenti corsi con i relativi insegnanti: – Chitarra classica (corso propedeutico, triennio accademico, biennio accademico specialistico): Roberto Fabbri per l’indizzo ‘Solistico’, Francesco Taranto per l’indirizzo di ‘Musica dell’800’. – Chitarra jazz (propedeutico, triennio, biennio specialistico): Fabio Mariani. – Chitarra flamenco (propedeutico, triennio, biennio specialistico): Juan Lorenzo. – Chitarra jazz (propedeutico, triennio, biennio specialistico): Fabio Mariani. – Chitarra pop-rock (propedeutico, triennio, biennio specialistico): Adriano Pratesi. – Chitarra fingerstyle (propedeutico, triennio, biennio specialistico): Micki Piperno. – Mandolino (propedeutico, triennio): Marco Giacintucci. – Liuto (propedeutico, triennio). Per sapere di più su corsi, ammissioni, piani di studio, docenti, master e altre attività, potete andare sul sito del Conservatorio (www.istitutobraga.it) e sulla pagina Facebook del dipartimento (facebook.com/DipartimentoChitarraBraga). Nuove pubblicazioni (r.b.) Non si dovrebbe mai scrivere delle persone che si conoscono, soprattutto se queste sono amiche o, peggio ancora, se esiste un rapporto di stima (spero reciproca). Perché il giudizio, agli occhi degli altri, potrebbe risultare non sincero, o a dir poco compiacente. Questo è il motivo per cui cerco di evitare di farlo. Però dispiace, perché fa sempre piacere parlare bene di un amico. Ci sono dei casi però in cui non si può tacere, perché l’importanza dell’opera è talmente evidente che il non parlarne avrebbe un effetto contrario, rasentando l’indifferenza verso un musicista che invece merita attenzione e gratitudine per il lavoro che svolge. Sto parlando di Roberto Fabbri, un chitarrista classico con idee moderne e innovative. Ora, quando si pensa alla chitarra classica, si ha sempre un’immagine di esecutori impeccabili e maestri di perfezione. Roberto, a queste imprescindibili caratteristiche, abbina le sue capacità compositive e didattiche. Due aspetti da non trascurare, perché comporre musica ed emozionare non è da tutti; e poi soprattutto insegnare, anche ai bambini, non è affatto cosa semplice. Ci troviamo quindi di fronte a un musicista ‘completo’, che costantemente ci incuriosisce con le sue iniziative. È il caso dei suoi due nuovi volumi pubblicati da Hal Leonard, Guitar Master Antology – 170 studi e pezzi classici, e Chitarrista classico autodidatta: Antologia – 51 studi e brani facili. Basta prendere in mano il primo per capire l’ampiezza dell’opera: quasi trecento pagine di trascrizioni fanno di questa antologia il giusto complemento al precedente Guitar Master del 2015, per accedere ai programmi di ammissione del Ministero della Pubblica Istruzione. Un indispensabile repertorio da cui attingere per arricchire il proprio percorso di studi. Un’opera complessa e completa – suddivisa per epoche e organizzata al suo interno per difficoltà progressive – che può essere d’ausilio anche a chi, al di là del suo percorso didattico, desidera completare il proprio repertorio. La cronologia temporale permette un viaggio emozionante nell’evoluzione dello strumento. E fa bene l’autore a paragonare il suo lavoro a un vero e proprio Real Book della chitarra classica. Per quanto riguarda il secondo volume, la vena didattica di Fabbri si rivolge a un pubblico di neofiti, proponendo un vero e proprio metodo con studi e brani accompagnati questa volta da esaustive tablature, per agevolare la lettura. L’opera del maestro qui si conferma indiscutibilmente e particolarmente completa, sviluppata con particolare attenzione verso il pubblico a cui si riferisce. L’utilizzo delle tablature, per esempio, agevola notevolmente il procedimento di apprendimento in una fase iniziale di studio. Complimenti quindi a Roberto, con un invito a proseguire il suo percorso di didatta e musicista, nell’attesa di altri preziosi manuali. L'articolo Novità nella didattica di Roberto Fabbri proviene da Fingerpicking.net.
Stefano Tavernese & Lino Muoio Il mandolino blues e altre storie di RENO BRANDONI www.renobrandoni.it e ANDREA CARPI andrea.carpi@fingerpicking.net Dovrei andare molto indietro con la memoria per ricordare il mio primo incontro con Stefano Tavernese. Non ne voglio parlare, anche se credo che un tale sforzo risulterebbe gradito a entrambi, non tanto per la valenza artistica dell’incontro, in un’epoca in cui – quando si suonava – i teatri erano pieni; non tanto per l’idea della jam finale (che ora si fa sempre più raramente), visto che io ero quello che apriva il concerto e il gruppo bluegrass in cui suonava Stefano aveva invitato me e Antonio Calogero – all’esordio teatrale del nostro duo – a esibirci con loro; non tanto per… E allora perché, vi chiederete? Soprattutto per il tempo passato e la voglia di entrambi di guardare al futuro mirando ancora a obiettivi ambiziosi e professionali. Però, mi accorgo che nel dire di cosa non ‘voglio’ parlare, con astuzia ne ho parlato, identificando un periodo e una storia che spesso viene dimenticata o travisata. Non che questo abbia particolare importanza, la nostra vanità è scemata da tempo: immaginatevi quindi com’era all’epoca! Ma sarebbe utile parlarne per sottolineare come il passato ci abbia condotti sin qui, perennemente amici, guidati da stima reciproca e rispettosi l’uno dell’altro. Ora devo fare una confessione che Stefano conosce già, ma mi piace renderla pubblica. Ho sempre cercato di allontanarmi dalla ‘chitarra’, intesa come strumento virtuosistico, per avvicinarmi alla ‘musica’. Odio i competitor dalla mano veloce, che sparano note a profusione, in equilibrio su di un piede e con una mano dietro la schiena. Amo chi cerca la nota giusta, il metro e la misura del suono. Stefano è uno di questi: il suo polistrumentismo mi ha sempre affascinato e spesso ho sognato un tour in cui potessi condividere le mie composizioni con la sua arte, utilizzando di volta in volta chitarra, dobro, lap steel, mandolino… e chissà ancora quali altri suoni, che il buon Tavernese tiene nascosti. La sua proposta di parlare del mandolino blues in un libro, quindi, non mi ha sorpreso: raccontava di lui, del suo percorso e della sua vita. Mi ha stupito il fatto che si sviluppasse in compagnia. Infatti il progetto è stato condiviso con un altro abile musicista, Lino Muoio. Non capivo la necessità dell’impiego di due mandolini, ritenendone uno più che sufficiente. Ma quando i due sono arrivati a casa mia e hanno iniziato a registrare i video di supporto al testo, ho subito compreso la portata del progetto e l’importanza della loro ‘unione’ musicale. Non conoscevo Lino, ma è bastato pochissimo per allinearlo, in stima, a Stefano. Credo che la sensazione positiva sia stata reciproca. Infatti, dopo qualche giornata di lavoro in cui, nella pausa pranzo, giunti al caffè, esprimevo il mio desiderio di provare un vero caffè napoletano preparato nella cuccumella (che non possedevo), Lino – ritornato a casa – ha pensato bene di inviarmene una come regalo, indicandomi la miscela Passalacqua come il giusto complemento al suo dono. Ebbene, da allora, non ho mai abbandonato la sua caffettiera e il rito del caffè è diventato per me ancora più magico. Vi sembra un particolare insignificante? Invece io lo reputo un gesto rispettoso. Raro di questi tempi e che solo una persona di grande cuore può compiere. D’altra parte, basta ascoltare la sua musica per capirne lo spessore. Cosa c’entra questo con la musica e con la vita artistica dei due personaggi? Niente! Se non siete dei caffeinomani e volete farvi i fatti loro, leggete pure l’intervista realizzata da Andrea e non dimenticate di prendere il loro libro che parla del mandolino blues. Anche se siete chitarristi, non potrete non rimanere affascinati da questo strumento. È sufficiente guardare un solo video per rimanere conquistati e desiderare subito di diventare mandolin addicted. (r.b.) L’intervista Come sono stati i vostri inizi con la musica? E con il mandolino? Stefano: La colpa è del supplente di musica in seconda media. Era giovane e con idee molto più moderne del professore titolare. Scoperto che abitava dietro casa, andai da lui per delle lezioni di chitarra con un compagno di classe e lui mi fece conoscere il magico mondo della musica tradizionale americana e inglese, Joan Baez, i Traffic… Il mandolino l’avevo in casa, di mio padre, ma furono i dischi di country rock di un amico a farmi scoprire che poteva essere più versatile di quanto potessi immaginare. Da lì al bluegrass il passo è stato veloce. Lino: Ho sempre ascoltato la musica, sin da piccolo. Poi sono venuti gli anni dell’heavy metal con i chitarristi ‘fighi’ e capelloni. Non ero né figo né capellone, quindi mi è rimasta la chitarra… Al mandolino invece ci sono arrivato molto dopo, quando, durante la collaborazione con i Blue Stuff, abbiamo deciso di introdurre uno strumento che collegasse Napoli e il blues. Così… mentre ascoltavo Charlie McCoy… è scoppiata la scintilla. Stefano Stefano, il 1982 è stato per te un anno decisivo, che ha visto la pubblicazione dell’album Beyond Bluegrass degli Old Banjo Brothers e la loro presenza nell’antologia I Convention italiana di musica Old-Time & Bluegrass, punti di approdo della tua attività nel nascente movimento italiano ispirato alla musica country e bluegrass. Puoi raccontarci di quegli anni, in buona parte vissuti nel leggendario Folkstudio di Roma? Non ero ancora maggiorenne quando mi ritrovai a suonare al Folkstudio, dove il boss Giancarlo Cesaroni prese in simpatia la nostra band, i Country Report. Per ragazzi come noi, autodidatti e intraprendenti, l’aria era molto stimolante e – alla metà degli anni ’70 – a Roma si moltiplicavano i locali in cui proporre la nostra musica. Ho ricordi molto belli, fatti anche di incontri con tanti musicisti di ogni livello, mentre approfondivo la conoscenza degli strumenti. Qualche anno dopo sono nati gli Old Banjo Brothers e, con compagni di viaggio preziosi come Leonardo Petrucci e Mariano De Simone, ho avuto la fortuna di partecipare alle prime convention italiane dedicate a old-time e bluegrass, realizzando anche l’album della nostra band, praticamente il primo del genere in Italia. Nel 1982 è anche uscito per la casa editrice Anthropos il tuo pionieristico Il manuale degli strumenti country, nel quale affronti le tecniche di chitarra, banjo, fiddle e mandolino. È interessante che, in questa tua definizione come multistrumentista, riprendi una consuetudine abbastanza diffusa nella comunità dei musicisti country-bluegrass, che spesso suonano più di uno degli strumenti caratteristici del genere. È da sempre un vantaggio e un limite per me quello di aver distribuito il mio impegno su vari strumenti a corda. Con i Banjo Brothers ero la voce solista e suonavo violino e mandolino, ma parallelamente avevo fatto amicizia anche con la chitarra e il banjo a 5 corde. Tornato da un fruttuoso soggiorno di qualche mese negli Stati Uniti, agli inizi degli anni ’80 si presentò anche l’occasione di scrivere questo manualetto in cui cercavo di dare qualche elemento essenziale per conoscere i quattro strumenti nel quadro della musica country americana. Era decisamente ‘basico’ ma forse a qualcuno è stato utile. A partire da questo manuale, e parallelamente alla tua attività musicale, si è sviluppata un’intensa attività editoriale e giornalistica, che ha preso una parte importante della tua vita: dalla collaborazione come trascrittore musicale per “I Quaderni di Chitarra” di Anthropos ai diversi ruoli ricoperti in Guitar Club, Chitarre e oggi Musicoff. Come hai costruito e conciliato questi due aspetti della tua figura professionale? Be’, qui la colpa è di un certo Andrea Carpi, che mi ha tirato dentro a un’ulteriore avventura che è poi proseguita per una trentina d’anni tra vicende varie! Nel frattempo ho continuato a suonare, ma il rapporto fra le due cose non è stato sempre facile. Ci sono stati momenti in cui nell’ambiente giornalistico guardavano con sospetto il mio essere musicista e, viceversa, mi trascino ancora oggi la sensazione che qualcuno mi prenda meno sul serio nella professione musicale a causa del mio lungo percorso all’interno della stampa. In termini pratici, i due aspetti si sono nutriti a vicenda. Ad esempio, aver conosciuto e intervistato dozzine di grandi chitarristi mi ha decisamente arricchito anche come musicista. I tuoi libri, poi, hanno consolidato la tua natura eclettica e la tua mentalità aperta ai diversi generi musicali, a tratti enciclopedica: nel 2001, Steve Vai – Chitarra aliena dal pianeta terra, con Mauro Salvatori e la collaborazione di Stefano Micarelli e Simone Sello; nel 2003, la Grande enciclopedia della chitarra e dei chitarristi; nel 2006, Jimi Hendrix – Angeli e chitarre, con la collaborazione di Daniele Bazzani; nel 2017, La storia della chitarra rock con Luca Masperone. Ho cercato sempre di non pormi limiti inutili e di dedicare attenzione e interesse anche ad artisti abbastanza lontani dalla mia diretta esperienza musicale. Il lavoro enciclopedico è stato quello più impegnativo e allo stesso tempo appassionante, un viaggio sempre più approfondito all’interno di un mondo straordinario come quello della chitarra, strumento semplice e complesso per eccellenza. Tornando alla musica suonata, dopo l’esperienza con gli Old Banjo Brothers hai avviato un’attività solistica nel 1985 con la partecipazione all’antologia Old-Time & Bluegrass In Italia, con il tuo Harvest Moon e forse, in seguito, qualche tentativo cantautorale. Quali sono state le novità in questa tua nuova dimensione? Essendo per certi versi più cantante che strumentista puro, e avendo iniziato presto a scrivere canzoni, il salto era scontato. All’inizio, negli album che citavi, ho raccolto le varie esperienze fatte nella musica nordamericana – dal repertorio tradizionale al country-bluegrass, al blues e allo swing delle origini – cantando in inglese. Poi ho fatto un passo impegnativo, quello di scrivere canzoni in italiano, e ho anche registrato un intero album alla fine degli anni ’80, andando vicino a vederlo pubblicato; ma poi… non è andata. E magari è meglio così. Nel tuo approccio al bluegrass era presente il riferimento ‘progressivo’ al cosiddetto newgrass, con la sua miscela di bluegrass e swing. In questa direzione è stata importante la tua partecipazione al gruppo Les Hot Swing, tra musica manouche e swing italiano, con l’album omonimo del 1989 e Swingarsela del 2004. Con Les Hot Swing ho vissuto la storia più lunga e gustosa, una ventina d’anni di musica e tante risate lungo il percorso. Ho cantato e suonato violino e mandolino in una formazione che si rifaceva a quelle storiche di Django Reinhardt, con un repertorio diviso fra standard, pezzi originali e alcune divertenti canzoni di swing italiano dagli anni ’40-’50. Con Alessandro Russo, estroso e originale chitarrista romano, avevo un’intesa particolare e, con il nostro quartetto, abbiamo passato bellissimi momenti. Tra le tue collaborazioni dell’epoca spiccano quelle con i Gang e la PFM, quest’ultima documentata nell’album www.pfmpfm.it (il Best) del 1998. L’incontro con i fratelli Severini dei Gang è avvenuto nei primi anni ’90, quando erano nel pieno del loro periodo di folk-rock scritto e cantato in italiano. Gran bella avventura in due anni di concerti con una band allargata, in cui suonavo chitarra acustica, elettrica, mandolino, violino, banjo, bouzouki, una quantità infinita di corde! La PFM, pochi anni dopo, è stata una vera scommessa, sempre con chitarre, mandolino e violino. Con la mia tecnica limitata, confrontarmi con la loro musica era una sfida che mi ha portato su una serie di palchi importanti al fianco di musicisti storici e di grande valore, che proprio allora ritornavano a esibirsi dopo una lunga pausa. Tanta emozione e un’esperienza inestimabile. Poi c’è la chitarra slide con il Doppio Dobro Star in duo con Marco Manusso, con cui hai partecipato all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana nel 1999. E infine River Blonde, con l’album The Heart, the Healer & the Holy Groove in duo con Armando Serafini. Diciamo che l’amore per la chitarra slide è cresciuto gradualmente negli anni. Dopo quel primo esperimento assieme a Marco, con cui avevo suonato nell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore, è passato diverso tempo prima di capire che dedicarmi sempre più alle sei corde e al bottleneck era come chiudere il cerchio che mi legava fin dagli inizi al blues. Una decina di anni fa, poi, l’incontro con Adriano Viterbini è stato la molla finale, grazie alla comune passione per Ry Cooder e la sua musica, da cui la collaborazione con i suoi Bud Spencer Blues Explosion e la nascita del duo River Blonde con Armando Serafini, chitarrista votato alle percussioni e al suo famigerato ‘nocche’n’roll’. Continuiamo tuttora a portare in giro il nostro progetto, in cui suono chitarra elettrica, resofonica e bouzouki, tra rielaborazioni e pezzi originali. Negli ultimi tempi hai anche ripreso in mano l’attività didattica con i corsi per il Laboratorio Musicale Varini: Fingerpicking Base del 2017 e Fingerpicking Advanced del 2019. In realtà l’attività didattica non l’ho mai affrontata veramente, salvo casi piuttosto rari. L’offerta di Massimo Varini, vecchia conoscenza fin dai suoi esordi, è stata l’occasione di superare un blocco iniziale e strutturare un corso di base a cui ha fatto poi seguito il secondo. Con mio grande piacere, le lezioni online in video, corredate da spartiti su pentagramma e intavolatura, sono state utilizzate e apprezzate da un bel numero di studenti. Chi l’avrebbe mai detto? Lino Lino, dopo i primi amori per la chitarra elettrica, nel 1999 avvii una lunga collaborazione con lo storico gruppo dei Blue Stuff, suonando nel tempo chitarra e mandolino. Che importanza ha avuto questa esperienza? Be’, direi fondamentale. Con i Blue Stuff abbiamo lavorato sia sull’uso del dialetto napoletano nei testi, come elemento sostanziale del messaggio musicale, sia sul suono del mandolino come elemento rievocativo della tradizione napoletana. Tutto questo è confluito poi nell’esperienza di Mandolin Blues. Dal 2005, oltre al mandolino, hai approfondito la conoscenza di altri strumenti a corda della tradizione americana, come la lap steel, l’ukulele e il banjo. In realtà tutti gli strumenti a corda mi affascinano. Ultimamente sto giocando con una balalaika che i miei comprarono in Russia tantissimi anni fa… Da queste esperienze, nel 2008 scaturisce il tuo primo album solista, Blues on Me. Come è andata sviluppandosi la tua dimensione musicale personale? Studio e lavoro ogni giorno per migliorare come musicista. In tutti questi anni, gli strumenti che mi accompagnano – chitarra, mandolino, banjo, ukulele – sono sempre di più il mezzo e non il fine della mia ricerca musicale. Ed io sono sempre di più focalizzato sulla ricerca del suono anche del singolo strumento, rispetto allo sviluppo delle varie tecniche esecutive. Poi dal 2012 lanci proprio la già citata espressione Mandolin Blues con l’album omonimo, seguìto da una serie di album che fanno capo alla stessa denominazione: nel 2016 con The Piano Sessions, che propongono un dialogo tra il mandolino blues e il pianoforte di Mario Donatone; nel 2017 con Acoustic Party, che vede la partecipazione di Adriano Viterbini, Francesco Piu, Max De Bernardi, Veronica Sbergia, Paolo Bonfanti; per finire nel 2021 con Vedi Napoli… poi Muoio!, in cui ti esprimi attraverso brani originali cantati in dialetto partenopeo. Puoi raccontarci questo percorso? È un percorso di cui sono molto fiero. Con il primo disco omonimo ho iniziato con lo studio e il recupero del ruolo del mandolino nel blues nella storia, scrivendo dei brani in inglese che ne potessero evidenziare le potenzialità espressive. Con The Piano Sessions invece ho sperimentato la dimensione acustica con pianoforte e contrabbasso, con atmosfere più vicine al jazz, mentre in Acoustic Party ho ‘festeggiato’ con tutti gli amici musicisti di blues italiani, concentrandomi sulla dimensione acustica dello strumento. In particolare, per questo disco, mi piace sempre segnalare che gli ospiti non hanno semplicemente partecipato alle registrazioni, ma abbiamo scritto assieme i pezzi, dando così una dimensione completamente diversa al progetto. Infine, con Vedi Napoli ho chiuso un cerchio: sono tornato alla lingua madre, in cui è più ‘naturale’ per me esprimermi, e ho recuperato quell’ironia dei testi, tipica dei Blue Stuff, cercando di intersecare ulteriormente la tradizione blues con quella napoletana, sempre attraverso il mandolino. Inoltre, nel 2017 inizi una collaborazione con Corey Harris: com’è avvenuto l’incontro? Ci siamo incontrati in una serie di concerti, tramite un’agenzia con cui collaboravamo entrambi. A Corey è piaciuto subito il mio approccio e lo stile al mandolino, e da lì sono nate una serie di collaborazioni che tuttora procedono. Cos’è il Mandolin Blues Quartet? È il gruppo con cui vado in giro per i live e che spero di poter tornare presto a proporre È una formazione a cui sono particolarmente legato, perché siamo in quattro e cantiamo tutti dei brani da solisti, oltre a fare un gran lavoro con i cori. Con me ci sono Mario Donatone al piano, Francesco Miele al contrabbasso e Roberto Ferrante alla batteria. Mi diverto davvero tantissimo quando suono con loro. Il mandolino blues E arriviamo al vostro libro Il mandolino blues: com’è nata l’idea e come si è formata la vostra collaborazione? S.: Tutto è partito da un’altra antica amicizia, quella con Reno Brandoni, che da bravo editore mi chiedeva da tempo di proporre qualcosa per la collana didattica di Fingerpicking.net. La cosa che mi è sembrata più stimolante è stata di condensare la lunga esperienza fatta con il mandolino, con particolare riferimento al linguaggio del blues. E qui l’amicizia con Lino Muoio, con cui avevo già collaborato in varie occasioni, ha fatto il resto. Come avete impostato storicamente la vostra ricerca? In questa ottica ci sembra efficace l’intervento di Carlo Aonzo nella prefazione, quando inquadra così il vostro lavoro: «Un mandolino di ritorno che dal Nord America riapproda in patria pregno di nuova cultura, sonorità e tecniche che ne ampliano le possibilità». L.: Sì, infatti, Carlo ha colto esattamente il senso di questo lavoro. L’idea di base è quella di partire dal mandolino blues, inteso come approccio stilistico e interpretativo, e cercare di estendere questo approccio ai vari generi della musica americana fino a tornare indietro alle origini mediterranee. Come avete concepito la parte strettamente tecnica? L.: È un’impostazione direi abbastanza tipica o consolidata nella didattica, almeno in quella statunitense. Si danno agli studenti le basi del linguaggio – scale, accordi ecc. – per poi affrontare la componente interpretativa dei singoli stili musicali. Impressionante la quantità di stili particolari che avete affrontato: old-time, country, slide-bottleneck, bluegrass, fingerpicking, boogie, Chicago blues, rock, funk, jazz, musica mediterranea… Come avete costruito i numerosi esempi stilistici che formano il cuore di questo manuale? S.: Tutto si è sviluppato gradualmente quando abbiamo deciso di non limitarci al mandolino blues storico, ma di mettere lo strumento a confronto con il blues in tutte o quasi le sue derivazioni. A quel punto si è trattato di buttar giù degli spunti che rendessero l’idea del singolo stile, cercando di essere il più coerenti possibile con gli elementi che lo caratterizzano. Gli esempi più insoliti per il mandolino sono quelli per il fingerpicking e per lo slide in accordatura aperta. E come avete concepito le trascrizioni musicali degli esempi stilistici riportati nel libro, veri e propri brani da suonare, in rapporto alle versioni estese delle vostre interpretazioni in video? S.: Per alcuni brani più brevi, è stato possibile mettere la trascrizione completa, mentre per diversi altriabbiamo evitato di dilungarci troppo sullo spartito, lasciando la possibilità di ascoltare e vedere il resto nel filmato. Gli elementi stilistici essenziali sono comunque presenti in tutte le trascrizioni, in riferimento anche alla parte iniziale del libro, dove entriamo nel contesto della tecnica, del fraseggio, degli accordi più importanti nel linguaggio del blues sul mandolino. Come avete registrato i video, che sono di ottima qualità, ripresi con tre telecamere? S.: Grazie alla professionalità sviluppata da Reno Brandoni e al suo accogliente studio, in un paio di giorni abbiamo realizzato i filmati senza troppa fatica, sfruttando il nostro nutrito parco strumenti. In precedenza, a Roma, avevamo realizzato le basi assieme a due amici musicisti, Francesco Miele al basso e contrabbasso e Roberto Ferrante alla batteria e percussioni. Particolarmente innovativa è l’idea dei brani ispirati alle musiche tradizionali del Sud Italia e del Nord Africa. Potete approfondire questa idea? S.: Mentre elaboravamo la struttura del libro è venuto spontaneo metterci al posto del potenziale lettore. Ragionando sui percorsi e ricorsi del blues, l’idea di integrare con una parte dedicata a ritrovarne le tracce all’interno di linguaggi musicali caratteristici del Nord Africa e del nostro Sud è sembrata subito il tassello mancante. Arrivando da due musicisti italiani, speriamo che sia un valore aggiunto anche per il pubblico internazionale cui sarà proposta la versione in inglese. Cosa si intende con l’espressione maqam napoletano? L.: Il maqam arabo, in estrema sintesi, è un sistema di scale, frasi melodiche, abbellimenti e convenzioni estetiche che formano una struttura melodica e artistica tipica della musica mediorientale e mediterranea in genere. I melismi e i microtoni, così centrali nelle tonalità lamentevoli della voce napoletana, hanno un debito verso le scale musicali arabe più che verso i parametri strutturati dell’armonia europea. Interessante anche l’idea di una discendenza che va dall’oud arabo al liuto europeo e alla famiglia del mandolino. L.: Diciamo che in questo senso ci siamo rifatti alla letteratura prevalente sull’argomento. Sebbene ci siano svariate sfumature e ricostruzioni storiche, questa idea di base ci ha aiutato a sviluppare il percorso didattico del libro. In conclusione, come pensate di promuovere Il mandolino blues? E quali sono i vostri prossimi progetti? S.: Stiamo preparando una prima serata di presentazione e in ballo ci sono eventi di rilievo dedicati al mandolino. Le possibilità sono tante e speriamo di portare in giro i nostri strumenti e le nostre storie davanti a ogni tipo di pubblico. L'articolo Stefano Tavernese & Lino Muoio proviene da Fingerpicking.net.
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