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Miriam Foresti esordisce con il CD Il giardino segreto, pubblicato con l’etichetta Isola Tobia Label, una bella opera prima che ripone nella gentilezza musicale e vocale, nella scrittura elegante, nella poeticità e leggerezza delle immagini letterarie la sua identità artistica. Si può sempre ricominciare, non è mai troppo tardi per recuperare o riparare ad un errore: è questo il messaggio nascosto in quel ‘giardino segreto’ che, parafrasando il titolo di un romanzo per ragazzi di inizi ’900 di Frances Hodgson Burnett, la cantautrice romana e aquilana d’adozione ha eletto a suo luogo dell’anima. Così come le piante di un giardino trascurato possono rinascere grazie all’amore e alla dedizione, altrettanto può rifiorire un animo ferito con la cura delle piccole e preziose cose. Non a caso il disco inizia con una traccia che ha per titolo “L’odore delle piccole cose”, quel bisogno profondo di riacquistare fiducia in sé stessi e nella vita godendo di piccole cose, per rinascere dopo un grande dolore, il terremoto de L’Aquila. Il disco contiene dieci brani originali, dei quali Miriam ha scritto musica, testi e arrangiamenti. Dieci tracce che attraverso sonorità folk, pop e jazz riassumono un percorso musicale con omaggi e citazioni, da Joni Mitchell in “Persa nel blu” a Nick Drake, cui è dedicata “I Know a Place”, uno dei due brani in inglese; l’altro, “Father”, è un toccante gospel. L’universo jazz – Miriam è diplomata appunto in canto jazz – è omaggiato con un’interessante rivisitazione sul giro armonico del noto standard “There Will Never Be Another You”, intitolata “Quella sera”, in cui la Foresti libera la sua voce educata, espressiva, e soprattutto molto convincente. Il disco è stato registrato alla Casa del Jazz di Roma praticamente in presa diretta, con pochissime sovraincisioni e suonato da ottimi musicisti. A cominciare dalla stessa Miriam Foresti alla chitarra acustica, con il suo stile ispirato al fingerstyle e alle accordature aperte dei sopracitati Mitchell e Drake, che assume un ruolo centrale in tutti i brani, per arrivare all’ospite di lusso, Javier Girotto, che con il suo sax soprano è presente su due tracce: la già menzionata “I Know A Place” e “Domani ricomincio”, un delicato funky dal testo autoironico, che invita a sostituire alla noiosa e irraggiungibile perfezione la bella e umana imperfezione. Miriam Foresti è una brava cantante e autrice di canzoni, e Il giardino segreto un disco d’esordio in cui sensibilità, maturità e freschezza trovano un invidiabile equilibrio. Gabriele Longo L'articolo Miriam Foresti “Il giardino segreto” proviene da Fingerpicking.net.
(di Zack il Bianco) Quante volte abbiamo sentito dire «Sì, ora suona bene, ma vedrai tra una decina di anni quando il legno sarà ben stagionato», e abbiamo atteso per giorni, mesi e anni che quel momento magico arrivasse? E se un bel giorno un giapponese vi dicesse che è in grado di far invecchiare velocemente la vostra signora, come la prendereste? Non bene, immagino. A meno che non si riferisca alla vostra chitarra, nel qual caso aguzzereste le orecchie e gli chiedereste di raccontarvi tutto sul thermal top. All’Acoustic Guitar Village di Cremona Musica mi sono imbattuto in una fantastica dreadnought un po’ ‘abbronzata’ di Takamine, la EF340S-TT, ed è stato amore al primo tocco. Il segreto della qualità timbrica e della quantità di suono di questi modelli risiede in una nuova tecnologia chiamata thermal top, che consiste in un processo di invecchiamento accelerato dei piani armonici delle chitarre: la procedura prevede l’essiccazione dei legni in forni ad alta temperatura e a bassissima concentrazione di ossigeno; ciò conferisce, anche agli strumenti nuovi, caratteristiche sonore timbriche e armoniche simili a quelle che sviluppano strumenti suonati per molti anni. È incredibile che siano i giapponesi ad architettare questo sistema di cottura del legno: proprio loro che ci hanno colonizzati con il pesce crudo, ora vogliono farci credere che sia una buona idea cuocere le chitarre? Eppure il mio orecchio non mi ha tradito neanche la seconda volta che le ho sentite in azione in un noto negozio di Tortona, in occasione del Takamine Day tenuto da Alessandro Formenti e organizzato da Gold Music S.r.l, distributore italiano del marchio. Quindi ho deciso di riprovarle con un po’ più di calma nel silenzio del mio studio. I modelli che ho scelto per la prova sono la sopracitata dreadnought EF340S-TT e una EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway), due strumenti differenti, ma con alcune similitudini. Hanno gli stessi legni, con un bellissimo top in abete massello scurito… dal tempo? No, dalla cottura! Le striature del legno sono così strette e sottili, che generano una sorta di effetto ondulato, davvero suggestivo. Il fondo e fasce è per entrambe in mogano massello di un rossiccio fiammante, con binding in cellulosa tartarugato, ponte con selletta spezzata e stessa profondità di cassa per entrambe. Grande cura per i dettagli che, nonostante la semplicità, lasciano subito intendere che siamo in una fascia alta della produzione Takamine. Le analogie tra i due strumenti finiscono qui. Differente la forma, paletta slotted e nut da 47,5 mm per la Grand Auditorium: questa stupenda creatura risulta subito più morbida al tatto e più incline al fingerpicking. Con l’interspazio tra le corde un po’ più ampio e una bassa tensione, risulta facilissima da pizzicare anche nelle parti più alte del manico, facilmente raggiungibili grazie alla spalla mancante e al tacco piatto che lascia più spazio alla mano sinistra. È la prima volta che una chitarra con attaccatura del manico al dodicesimo tasto non mi dia quella strana sensazione di avere per le mani uno strumento più corto… oltre che più ‘cotto’. Noto subito un attacco notevole del suono, caratteristica che ci si aspetterebbe da un top in cedro. Ma questo trattamento sembra davvero aver prodotto i suoi frutti. Passo istintivamente dall’arpeggio con le dita a fraseggi più ritmici e, anche questa volta, la cassa profonda premia garantendo un’ampia dinamica, lo strumento risponde bene anche a plettrate decise. Il suono è ben equilibrato, con una maggiore ‘frizzantezza’ sui medio-alti grazie al mogano, caratteristica ideale sia in registrazione che in live con altri strumenti: questo leggero boost sui medi, unito all’attacco, garantisce un’ottima capacità di ‘bucare il mix’; espressione che noi chitarristi acustici abbiamo ormai assimilato, sostituendola alla più tecnicamente definita ‘capacità di proiezione del suono’ di uno strumento. Per testare questa mia impressione mi è bastato registrare pochi accordi con un pianoforte e un basso elettrico, per poi passare alla Grand Auditorium e confermare la magia del mogano quando, senza bisogno di equalizzare la traccia della chitarra, il suono resta ben percepibile ed efficace. Il manico è meravigliosamente sottile e, oltre il XII tasto, persino i bending più ostili sono facilmente affrontabili, senza perdere l’accordatura! Lo strumming con le dita, alla Ed Sheeran per intenderci, è uno dei privilegi che ci possiamo concedere con questo modello, proprio grazie alla combinazione tra la bassa tensione delle corde e la profondità della cassa, che garantisce un ottimo volume. Passando alla Dreadnought, la prima differenza la notiamo nel manico decisamente più abbondante. Stupisce però la comodità, che trova giustificazione nell’ingegnoso asymmetrical neck: un manico sagomato in una ‘C’ asimmetrica, dunque in grado di essere alloggiato con maggiore naturalezza all’interno della mano, riducendo la distanza che il polso deve colmare quando il pollice viene spostato verso la sesta corda: incredibilmente facile infatti suonare con il pollice della mano sinistra sui bassi, alla John Mayer o Damien Rice. Il tipo di voce resta molto simile alla Grand Auditorium, ma la tensione leggermente maggiore permette di spingere di più sulle corde, guadagnando ulteriormente volume anche se il suono resta compatto, come se ci fosse una sorta di compressione naturale che rende l’esecuzione sempre molto omogenea. Il nut leggermente più stretto, da 45 mm, è il mio preferito e lo riconosco subito: su parti in arpeggio con il plettro, mi sento a casa (be’, in effetti ci sono!); e anche con le dita risulta piacevole. I bassi sembrano più definiti. Suono nel complesso meno avvolgente, ma più dettagliato: è come se le qualità sonore del mogano, su questo modello, siano più enfatizzate. Questa chitarra è particolarmente consigliata e apprezzabile per plettratori pesanti, con la mano destra di Thor, come la mia. Da ‘spente’ mi hanno ampiamente convinto entrambe. Ma da amplificate? Apparentemente sembrerebbero sprovviste di sistema di amplificazione, visto che non si nota alcun comando nella buca. Invece sono dotate del leggendario pickup Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp, presente su tutte le Takamine di produzione giapponese. Si tratta di un antenato del famoso AP5 di Maton, ideato e sviluppato da Takamine. Utilizza sei elementi piezoelettrici individuali e schermati, uno per corda, con una massa dodici volte superiore a quella di un normale piezo (a barretta). I sei elementi penetrano all’interno del ponte e della tavola armonica, quindi il pickup è incastonato nel top e nel ponte della chitarra, creando in tal modo una connessione sonica anche con il top. Il risultato è un output che possiede la definizione derivante da un segnale individuale, corda per corda, unito alla ricchezza armonica proveniente dalla vibrazione del top. Il tutto è gestito da un preamp a stato solido (alimentato da una singola batteria da 9 V), pressoché invisibile. All’interno dell’alloggiamento della femmina della presa jack è presente il cuore del preamplificatore, con tre piccoli trimmer per la regolazione di bassi, medi e acuti. Le regolazioni sono in ogni caso già effettuate dalla casa su ogni singolo esemplare. Il risultato è semplicemente incredibile: grande resistenza al feedback, naturalezza, ma anche grande risposta alla dinamica in caso di forte pressione, cosa che normalmente mette in crisi i classici sistemi piezoelettrici. Facile per me tirare le somme di un test così piacevole: siamo di fronte a due esemplari di razza, solidi e convincenti nel suono, nella suonabilità e nella cura dei dettagli, affidabili sia in live che in studio. Ciò che però colpisce è la sensazione di avere tra le mani chitarre molto risonanti, con grande sustain e ricchezza armonica, senza zone morte sulla tastiera: caratteristiche che si ritrovano su strumenti vissuti, non solo invecchiati, ma sopratutto suonati per lungo tempo. Credo che in futuro questo sistema di invecchiamento precoce del legno diventerà uno standard e sinceramente, sentiti i risultati, me lo auguro. Ma nel frattempo, mi raccomando, non provate a cuocere da soli le vostre chitarre! Zack il Bianco Scheda tecnica Takamine EF340S-TT (Dreadnought) Piano armonico: abete Sitka massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: mogano americano massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 45 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage Nickel open gear Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-200 rigido Street Price: € 1749 Scheda tecnica Takamine EF740FS-TT (Grand Auditorium Cutaway) Piano Armonico: abete massello trattato con tecnologia thermal Fasce e fondo: sapele massello Manico: mogano con profilo asymmetrical neck, attacco al XII tasto Tastiera: ebano Ponte: ebano con split saddle Segnaposizione: dot in madreperla Capotasto: 47,5 mm in osso Scala: 644 mm Sellette: osso Piroli: ebano con dot in madreperla Meccaniche: Gotoh Vintage for slotted headstock Rosetta: abalone Battipenna: tartarugato Binding: tartarugato Pickup: Palathetic con TLD-2 Line Driver Preamp Finitura: lucida per la cassa, satinata per il manico Astuccio: Takamine GC-700D rigido Street Price: € 2199 L'articolo Takamine Thermal Top proviene da Fingerpicking.net.
(di Luca Masperone) – Venerdì 29 novembre 2019, presso Ground Custom Liuterie Inedite a Milano, si è svolta in anteprima la presentazione del nuovo libro del maestro della chitarra acustica Pietro Nobile. Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici è il titolo del volume, e noi abbiamo partecipato alla serata, organizzata dal chitarrista Gabriele Cento, tra esibizioni dal vivo e approfondimenti del testo. Iniziamo con il parlare della location dell’evento: Ground Custom, che ha l’aspetto di un salotto artistico con splendide chitarre artigianali in esposizione, nasce dall’unione di tre liutai, tre creativi che hanno portato i loro laboratori e marchi in un ambiente di condivisione. Stiamo parlando di Fabio Molinelli (Molinelli Guitars), Rossella Canzi (Ross Liuteria) ed Emanuele D’Alò (Shank Instruments). Gli ultimi due sono anche i responsabili delle batterie DrumMa. Torniamo alla presentazione. Pietro suona alcuni dei suoi pezzi storici, composizioni personali dalla forte carica melodica, eseguiti con il suo tocco preciso e controllato, e forti di un suono che Nobile ha affinato negli anni, in particolare per quanto riguarda la regolazione del riverbero. Gabriele Cento suona con lui alcuni brani, poi inizia la presentazione vera e propria con l’analisi del nuovo libro, appena pubblicato da Volontè & Co. A parlarne, il sottoscritto assieme a Nobile e all’editore Marco Volontè. Il testo parte davvero da zero, soffermandosi per tutto il tempo necessario sulle basi della chitarra acustica suonata con le dita della mano destra. Ogni aspetto e argomento viene trattato con molta cura attraverso una serie di esercizi e brani dedicati, presenti sia in formato audio su CD che in formato video in streaming gratuito: argomenti chiave come gli arpeggi con le corde a vuoto (ben 37 esercizi solo su questi), o i concetti di dita ‘cardine’ e dita ‘guida’, che permettono al principiante assoluto di sviluppare in modo molto graduale un controllo dello strumento, ma sono utili anche a chi già suona da tempo, per fare un controllo della propria tecnica e migliorarla. Infatti il testo, man mano che progredisce nelle sue 152 pagine, sviscera anche tecniche più avanzate, come crosspicking, delayed pull-off e delayed hammering, così come le accordature aperte e brani originali polifonici composti appositamente per mettere in pratica ciò che si è imparato in fase di esercizio. In definitiva il metodo è indicato anche per il chitarrista elettrico che voglia avvicinarsi (o riavvicinarsi!) al fingerstyle. L’aspetto che personalmente ho apprezzato di più, e che ho avuto modo di sottolineare anche mentre la presentazione volgeva al termine, sono le lunghe parti di testo dove Nobile condivide alcune sue idee e nozioni, dai consigli su come memorizzare i brani, come controllare la paura del palco, come cavarsela in caso di errore o momentaneo black-out, fino alla cura delle unghie, passando per l’approccio allo studio e allo sviluppo della creatività. (l.m.) Pietro Nobile, Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici, Volontè & Co., 2019 L'articolo Pietro Nobile – Il nuovo libro sulla “Chitarra Fingerstyle” proviene da Fingerpicking.net.
Jacques Stotzem è arrivato a un punto tale della sua carriera di globe-trotter della chitarra acustica, da potersi permettere… un grande futuro alle spalle! Con questo Places We Have Been è giunto infatti al suo diciottesimo album, e durante questo lungo arco di tempo ha avuto modo di portare la sua musica in giro per lEuropa, l’Asia, il Canada, moltissimi posti per i quali fermarsi un momento, per ripercorrerli a livello emotivo, artistico. Ne è scaturito, appunto, una sorta di diario sonoro le cui memorie si manifestano in nove composizioni, in nove brani di stampo romantico, meditativo, dove la melodia ti prende per mano e ti accompagna con garbo e sentimento. Ogni brano prende ispirazione da un luogo, un teatro, una stazione, una strada, un paesaggio che – essendo anonimi – hanno un carattere più universale e meno didascalico. Per cui l’ascoltatore può farli suoi senza la mediazione dell’autore. Ecco perché Stotzem ha inserito nel titolo quel ‘Noi siamo stati’, Places We Have Been: parlando di luoghi visitati, descrive momenti della musica che potrebbero durare per sempre (“It Could Last Forever”), racconta della partenza (“Morgen Geht’s Weiter”, ‘Domani si ricomincia’) e dell’arrivo nel nulla (“Middle of Nowhere”), di momenti di tranquillità (“La tranquillité des jours simples”) e ricordi nostalgici di una serata (“Nostalgie d’un soir”). Questo lo Stotzem compositore. L’altro, il chitarrista, continua a riempire le nostre orecchie con la corposità del suono, il veemente ardore delle sue ‘bordate’ melodiche, ma anche del suo tocco gentile, nostalgico, il tutto inserito in una cornice armonica di ampio respiro ‘jazzistico’, non dimentica dei trascorsi blues rock. La Martin OMC Jacques Stotem Custom Signature e la Martin OMC-15 i fedeli ‘ferri del mestiere’. E di mestiere, accompagnato da cuore e anima, Jacques Stotzem ne ha da regalare in abbondanza. Gabriele Longo L'articolo Jacques Stotzem “Places We Have Been” proviene da Fingerpicking.net.
La campagna promozionale per il nuovo disco è partita diverse settimane fa, prima dell’uscita ufficiale del 28 febbraio scorso, con la discrezione e la classe che lo contraddistinguono, ma anche con la tranquilla determinazione che lo accompagna da circa mezzo secolo. American Standard è il diciannovesimo disco di James Taylor, della sua lunga e nutrita carriera artistica, un progetto che raccoglie una serie di classici della canzone americana, divenuti appunto degli standard, composti tra la fine degli anni 1920 e gli inizi degli anni ’60. Se non avesse questo titolo, il disco potrebbe essere il ‘nuovo lavoro di inediti’ di James Taylor, tanto le canzoni – così come sono arrangiate e prodotte – risultano ‘taylorizzate’, meravigliosamente ‘piegate’ allo stile del cantautore di Boston, senza che ne venga meno la loro essenza e il loro mood di pezzi calati nei rispettivi periodi storici di riferimento. Il Nostro comunica quella levità e al tempo stesso quella profondità tipiche della sua cifra, giuste per far apprezzare ogni canzone per il valore che ha in sé, conservandone intatta l’anima. Le quatordici tracce inserite nel disco facevano parte degli ascolti abituali della famiglia Taylor negli anni formativi di James. Ed erano appunto grandi canzoni della popular music americana, ma anche brani tratti da alcune classiche commedie musicali come Guys and Dolls, Oklahoma!, Brigadoon, Peter Pan, Show Boat, South Pacific. American Standard è stato prodotto con l’aiuto di David O’Donnell e del raffinato chitarrista John Pizzarelli, figlio del grande Bucky, leggenda vivente della chitarra jazz e swing. Il cuore del progetto sta proprio qui, in questo meraviglioso equilibrio tra le due chitarre di James e John, che costruiscono degli arrangiamenti semplici e raffinati producendo un suono intimo, non orchestrale, e cionondimeno a tratti frizzante, scanzonato. Il tipico stile ‘pianistico’ di James, in quest’avventura, accentua l’aspetto jazzy per meglio accogliere gli abbellimenti armonici e ritmici che gli offre il chitarrismo di John, arrivando a una tessitura sonora di altissimo livello. Su questa base i magnifici collaboratori di sempre, con qualche pregevole new entry, hanno gioco facile – si fa per dire – nell’inserire i propri interventi. Stiamo parlando del gotha dei musicisti dell’area pop-jazz americana, come il bassista Jimmy Johnson, il batterista Steve Gadd, il percussionista Luis Conte, il pianista-tastierista Larry Goldings, i fiatisti Lou Marini e Walt Fowler e i vocalist di supporto Kate Markowitz, Caroline Taylor, Andrea Zonn, Dorian Holley e Arnold McCuller. Con in più, dicevamo, il virtuoso del dobro Jerry Douglas, Viktor Krauss al contrabbasso e Stuart Duncan al violino. Su tutto ciò – ed è già tanto – svetta la magnifica voce di James Taylor, che ha guadagnato qualcosa in più con l’età, e cioè sul piano dell’interpretazione, delle note basse piene, di quelle più alte deliziosamente ‘sporche’ e bluesy, perfettamente fedele a sé stessa e al progetto cui si è dedicata. A questo punto vale la pena fare un cenno didascalico traccia per traccia, perché la conoscenza della storia dei brani originali possa arricchire e meglio contestualizzare l’ascolto del disco nel suo complesso. “My Blue Heaven”, scritto da Walter Donaldson e George A. Whiting nel 1924, fu utilizzato per la prima volta nelle Ziegfeld Follies del 1927. Le Ziegfeld Follies erano una serie di elaborate produzioni teatrali a Broadway tra il 1907 e il 1931. Nel 1928, “My Blue Heaven” divenne un grande successo per il crooner Gene Austin, in vetta alle classifiche per 26 settimane, di cui 13 al primo posto, e vendette oltre cinque milioni di copie diventando uno dei singoli più venduti di tutti i tempi. “Moon River”, scritto da Henry Mancini e Johnny Mercer, è stato originariamente cantato da Audrey Hepburn nel film del 1961 Colazione da Tiffany. Johnny Mercer, l’autore del testo, raccontò che alla prima del film uno dei produttori esclamò: «Non mi pronuncio sul film, ma quella canzone avrà sicuramente successo!» “Moon River” vinse l’Oscar per la migliore canzone originale e il Grammy Awards del 1962 come canzone dell’anno e disco dell’anno. “Teach Me Tonight”, scritto da Gene De Paul e Sammy Cahn, è diventato uno standard jazz riproposto in dozzine di versioni. Quella di Dinah Washington del 1954 è stata introdotta nella Grammy Hall of Fame nel 1999. “As Easy as Rolling Off a Log” apparve per la prima volta nel film commedia Over the Goal della Warner Bros. nel 1937. James Taylor scoprì la canzone da bambino vedendo il cartone animato Katnip Kollege della serie Merrie Melodies, con protagonisti due gatti e apparso per la prima volta nel 1938. La cover di James è la prima in assoluto. “Sit Down, You’re Rockin’ the Boat” è stato scritto da Franck Loesser nel 1947 e inserito nel musical di Broadway Guys and Dolls, che debuttò il 24 novembre 1950 e da cui fu tratto l’omonimo film nel 1955, programmato in Italia con il titolo di Bulli e pupe. Il brano è stato reinterpretato, tra gli altri, dalla band pop americana Harpers Bizarre e dal batterista e vocalist Don Henley degli Eagles. Nella cover di James, da segnalare i pregevoli interventi di Jerry Douglas al dobro, grande protagonista, e l’arrangiamento delizioso che anima il brano di improvvise accelerazioni vocali di James e dei coristi. “Almost Like Being in Love”, scritto da Frederick Loewe e Alan Jay Lerner nel 1947, faceva parte della colonna sonora del musical di Broadway Brigadoon. Successivamente, il brano è stato interpretato da Gene Kelly nella versione cinematografica del 1954. “The Nearness of You”, scritto nel 1938 da Hoagy Carmichael e Ned Washington, ha fatto la sua prima apparizione in una registrazione del 1940 dell’Orchestra di Glenn Miller con la voce di Ray Eberle. Quella registrazione raggiunse per la prima volta la classifica dei best seller di Billboard il 20 luglio 1940 e vi rimase per otto settimane, raggiungendo il picco al numero 5. “You’ve Got to Be Carefully Taught”, scritto da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, è una canzone del musical South Pacific del 1949 che affrontava per la prima volta, anche se blandamente, temi razziali, per i quali ricevette critiche dai benpensanti dell’epoca. Cantata dal personaggio Lieutenant Cable, la canzone è preceduta da una battuta nella quale egli dice a proposito del razzismo: «Non è nato in te! Si presenta dopo la tua nascita». “God Bless the Child”, famosissimo brano scritto dalla sua interprete Billie Holiday insieme con Arthur Herzog Jr., è stato registrato il 9 maggio 1941 e pubblicato nel 1942. Nella sua autobiografia Lady Sings the Blues scritta insieme a William Dufty e pubblicata nel 1956, Billie Holiday ha indicato come spunto per la scrittura del brano una discussione con sua madre sul denaro, nella quale sua madre disse: «Dio benedica il bambino che ha il suo [denaro]». La versione di Billie Holiday è stata premiata con il Grammy Hall of Fame Award nel 1976. È stata anche inclusa nell’elenco delle Songs of the Century dalla Recording Industry Association of America e dal National Endowment for the Arts. La versione di James Taylor vira su un approccio country blues, dove Jerry Douglas al dobro e lo stesso James alla voce disegnano passaggi di assoluta bellezza formale ed emotiva. “Pennies From Heaven”, scritto da Arthur Johnson e Johnny Burke, è un brano cantato da Bing Crosby e realizzato per la prima volta con Georgie Stoll e la sua Orchestra per il film omonimo del 1936. Nello stesso anno fu registrato anche da Billie Holiday, e successivamente da molti interpreti tra cui Jimmy Dorsey e la sua Orchestra, Tony Bennett, Dinah Washington, Clark Terry, Frances Langford, Big Joe Turner, Lester Young, Dean Martin, Gene Ammons, The Skyliners (un successo nel 1960), Guy Mitchell e Harry James. La registrazione del 1936 di Bing Crosby con la Georgie Stoll Orchestra rimase in cima alle classifiche per dieci settimane e fu inclusa nella Grammy Hall of Fame nel 2004. “My Heart Stood Still” è un bellissimo brano romantico di Richard Rodgers e Lorenz Hart scritto per la rivista musicale One Dam Thing After Another, che debuttò al London Pavilion il 19 maggio 1927. “Ol’ Man River”, scritto da Jerome Kern e Oscar Hammerstein II nel 1927, è una melodia memorabile del famoso musical Show Boat, che contrappone le lotte e le difficoltà degli afroamericani al flusso infinito e indifferente del fiume Mississippi. L’interpretazione vocale di James Taylor è da pelle d’oca. “It’s Only a Paper Moon” è una canzone scritta per una commedia di Broadway del 1932, intitolata The Great Magoo, dal team di autori Harold Arlen, Yip Hardburg e Billy Rose, gli stessi di “Over the Rainbow”. È stata utilizzata anche nel film Take a Chance nel 1933. Nello stesso anno Paul Whiteman con la sua Orchestra ne registrò una versione di successo cantata dalla voce di Peggy Healy. La fama duratura della canzone deriva dalle registrazioni di artisti famosi durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, tra cui spiccano le versioni di Ella Fitzgerald, Benny Goodman con alla voce Dottie Reid, e in particolare Nat King Cole. Nel 1943 Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II si unirono per scrivere il musical Oklahoma!, il loro primo spettacolo insieme. Per una canzone nel primo atto, “The Surrey With the Fringe on Top”, Rodgers elaborò in musica un testo di Hammerstein le cui parole gli avevano suggerito un clip-clop (il rumore degli zoccoli dei cavalli) e ispirato una melodia che si basava sulla ripetizione di una nota. Lo spettacolo divenne un successo, così come la canzone. Anni dopo, il pianista jazz Ahmad Jamal trasformò quella nota ripetuta in un pezzo strumentale nel suo album di debutto Original Jazz Sound: Live at the Pershing Lounge del 1958. Anche Miles Davis con il suo storico quintetto ne registrò una sua versione. Altre due belle versioni, negli anni ’50, vengono da due cantanti jazz, Beverly Kenney e Blossom Dearie, che ne rallentarono il clip-clop. Quella di James Taylor omaggia, forse, una di queste due interpreti affidando la parte femminile alla grazia della brava Caroline Taylor, sua terza moglie. James Taylor ci regala ancora una perla: un disco di standard americani che suona come un disco di canzoni cantautorali americane. Gabriele Longo L'articolo James Taylor “American Standard” proviene da Fingerpicking.net.
Baritune è il nuovo disco fresco di stampa di Filippo Cosentino, chitarrista che suona la chitarra standard e la baritona, appunto. Filippo è forse il primo chitarrista in Italia ad aver ‘sdoganato’ la chitarra baritona, sia acustica che elettrica, da strumento complementare a strumento principale su cui esprimere un mondo musicale a trecentosessanta gradi. Cosa che ha fatto in particolare con Tre – Baritone Guitar Solo del 2016, il suo primo disco di chitarra baritona sola. E che fa nuovamente con Baritune, dal sottotitolo A Baritone Guitar Journey, dove compaiono dodici tracce, tra brani originali e non, tutte arrangiate per essere eseguite espressamente su questo strumento affascinante. Tra i molti brani presenti spiccano la brillante “Old Boy”, un suo omaggio a J.D. Salinger e al Giovane Holden, e “CDMX” – con il pensiero rivolto a Città del Messico, luogo che ha stregato l’artista con i suoi colori e contrasti – dove appare a sorpresa una sezione vicina ai ritmi caraibici inserita in un contesto più meditativo. C’è anche il giusto riconoscimento ai grandi maestri dello strumento: con “One Quiet Night” di Pat Metheny, confrontandosi con uno dei brani più rappresentativi scritti per chitarra baritona, Cosentino sceglie una propria via interpretativa convincente e matura. Non mancano un paio di standard jazz incisi per la prima volta con la chitarra baritona sola, e anche qui la selezione non è scontata: “Beautiful Love” di Victor Young, reso celebre dall’interpretazione di Bill Evans, ed “Estate”, il famoso brano di Bruno Martino, fra i più eseguiti al mondo. Nel disco sono presenti anche due nuove versioni di “Quiet Song” e “Family”, due composizioni originali che Cosentino aveva già inciso in Tre, qui risuonate e con un nuovo arrangiamento. In questo nuovo disco, quindi, la prima trova maggior respiro divenendo una walking ballad, mentre nella seconda si fanno più evidenti i riferimenti alla musica dance degli anni ’70 con l’inserimento e l’arrangiamento di una seconda parte per chitarra elettrica, anch’essa baritona. Il disco, che bene esalta i suoni profondi e caldi della chitarra baritona, è stato registrato, missato e masterizzato dallo stesso Filippo Cosentino con l’aiuto di Federico Mollo presso il Dragonfly Studio di Alba. Gabriele Longo L'articolo Filippo Cosentino “Baritune” proviene da Fingerpicking.net.
«C’è uno spazio silenzioso nell’occhio dell’uragano, la pace nel caos. Se ascolti, sentirai, il silenzio sta sorgendo». Con queste parole di raccoglimento interiore, in cui coltivare l’ascolto del silenzio come anelito a una rinascita, la cantautrice americana Elisabeth Cutler, da anni residente in Italia, invita il proprio pubblico all’ascolto del suo settimo lavoro discografico, Silence Is Rising. Il suo background è l’ascolto e la frequentazione del folk, del jazz e del rock d’autore, in testa Joni Mitchell e David Crosby. Una lunga permanenza a Nashville le ha dato l’opportunità di collaborare con colleghi musicisti famosi e di lavorare come cantautrice freelance. La chitarra che si trasforma in uno strumento di esplorazione sonora, l’approccio a ritmi complessi, le progressioni armoniche sofisticate grazie ad ‘accordi senza nome’, sono gli elementi che contribuiscono a quel mondo espressivo che la stessa Elisabeth definisce «My World Music». Silence is Rising raccoglie l’eredità di tutto ciò, con il suo suono caldo, dettagliato, con sapori jazz, impreziosito da un uso sognante dell’elettronica mista sapientemente a strumenti percussivi etnici e a corde come il Chapman Stick, la Banjola (una sorta di banjo-mandola), il fusion tar (una sorta di sitar con un corpo di chitarra). La voce pacata e profonda – a tratti trasognata – della Cutler, ben sottolinea i testi d’alto spessore esistenziale. Bella e ricercata la produzione ad opera del chitarrista-polistrumentista Filippo De Laura, sostenuta da un team di ottimi musicisti che fanno capo al Delta-Top Studio di Roma. Gabriele Longo L'articolo Elisabeth Cutler “Silence Is Rising” proviene da Fingerpicking.net.
La notte in cui inventarono il rock Jimi raccontato agli adolescenti di Reno Brandoni / illustrazioni di Chiara Di Vivona Avevo in mente l’idea di un libro illustrato su Jimi Hendrix, dedicato ai più giovani. L’impresa era ardua da realizzare: bisognava convincere il coeditore, ma soprattutto i genitori dei possibili futuri lettori, che Jimi non era quel concentrato di ‘dissolutezza’ e perversione narrato nelle leggende della storia del rock. Jimi era un ragazzino come tanti, affamato dalla povertà, emarginato, discriminato a causa del colore della sua pelle e vessato per il suo mancinismo. Sembra strano soffermarsi su quest’ultimo punto, ma vi ricordo che negli anni ’50, negli Stati Uniti, chi usava la mano sinistra invece della destra veniva curato con l’elettroshock. Oggi rimaniamo stupiti, basiti e increduli nel sentire questa storia, ma così andavano le cose. Come dico sempre negli incontri con i ragazzi per presentare il mio libro: «Chissà quante risate si faranno domani i nostri posteri, nel ricordare quelle che noi, oggi, consideriamo ‘diversità’!» Ma torniamo a Jimi. Suo malgrado, fu costretto a suonare la chitarra nel modo ‘giusto’, utilizzando la destra invece della sinistra… L’obbligo di suonare la chitarra in maniera ‘innaturale’ rispetto al suo istinto lo aveva costretto ad avere una visione totalmente diversa, e forse innaturale, della struttura tecnico-musicale dello strumento. La sua attitudine lo portava a usarlo da mancino, ma – per non insospettire il padre, racconta il fratello – riuscì a sviluppare un’eccellente tecnica ‘ambivalente’, per cui era in grado di suonare un brano iniziando da mancino per concluderlo da ‘destro’ (e non da ‘giusto’) se sentiva dei passi arrivare nella sua stanza. Ecco cosa era Jimi, un ragazzo dai mille sogni, che viveva in una delle situazioni peggiori in cui si potesse trovare un giovane a metà del secolo scorso negli Stati Uniti. Ma era anche un grande talento. Curioso, disciplinato e costante nello studio del suo strumento. Un musicista dotato di grande personalità e carisma. Infatti fu notato subito per la sua bravura e ricevette un’offerta di lavoro persino da una star come Little Richard, che aveva bisogno di un chitarrista che lo accompagnasse nei suoi concerti. Jimi avrebbe potuto cambiare vita, avere un lavoro, essere ben pagato. Ma il desiderio di rappresentare sé stesso, di giocare le sue carte per riprodurre la sua musica, lo rendevano invadente facendolo allontanare da tutti. La sua musica era troppo prepotente, troppo caratterizzata e il pubblico, incuriosito durante i concerti, non guardava che lui. Troppo, anche per una star come Little Richard. Così ogni contratto di lavoro svaniva prima ancora di iniziare. Lo pregarono di adattarsi, di accettare sul palco un ruolo secondario, tanto da potersi guadagnare qualcosa per sopravvivere. Jimi, invece di modificare il suo ego in attesa di tempi migliori, preferì la fame pur di difendere la sua onestà intellettuale. Fu una scelta dolorosa che lo costrinse persino all’espatrio. Abbandonò gli Stati Uniti alla volta di Londra, cercando di conquistare un altro territorio, in quel momento più fertile e più vicino alla propria musica e alle proprie idee. Partì pieno di entusiasmo convinto che l’Inghilterra, in quel momento affascinata dal blues, sarebbe potuta diventare la sua nuova patria musicale. Ma partì soprattutto attratto dal desiderio di conoscere Eric Clapton, considerato all’epoca il ‘dio della chitarra’; infatti, nel presentare i concerti di quest’ultimo, si citava quasi sempre la frase «Clapton is God». Inutile raccontare dell’incontro tra i due: basti sapere che lo stesso Clapton rimase stupito e attratto dalla tecnica e dal suono di Jimi. Come lui altri personaggi che non potremmo certamente definire minori, per esempio i Beatles, gli Who, i Rolling Stone… ovvero, quasi tutta la scena inglese. In Inghilterra Jimi raccolse il successo che meritava e poté così tornare in America, da ‘straniero’ ma anche da eroe, conquistando il Monterey Pop Festival col suo gesto più inaspettato e famoso: quello di dar fuoco alla sua chitarra sul palco. Cos’è quindi Jimi? Un’icona del mal pensiero, della turbolenza depravata, un menestrello della cultura psichedelica delle droghe e degli stravizzi? Tutto questo potrebbe far parte della vita di ogni uomo, ma nel caso di un musicista serve solo per trasformarlo in un ‘artista maledetto’: così come piace tanto al pubblico, nascondendo la fatica e le vere ragioni del suo successo. Jimi invece era un extraterrestre venuto da una galassia lontana, mille anni avanti a noi. Aveva talento, competenza, spirito di abnegazione, determinazione, diffidenza verso le mode dettate dagli altri e sempre alla ricerca di un proprio modello, che rispecchiasse il più possibile il suo intimo più profondo. Ecco cosa racconto ai ragazzi sotto lo sguardo spaventato ma affascinato di genitori e insegnanti. Preoccupati che tra le tante storie emerga la parte più becera e irraccontabile del mito del rock. Io invece mi soffermo sull’impegno, sulle delusioni, sulle amarezze, sulla fatica necessaria per trasformare un sogno impossibile – altrimenti che sogno è – in realtà. Jimi ci insegna che ci si può lanciare, affrontando ogni ostacolo, fidandosi solo del proprio istinto e del proprio talento, anche contro tutto e tutti. Ecco cosa mi piace di lui, l’aver creduto intensamente in sé stesso. Reno Brandoni L'articolo La notte in cui inventarono il rock proviene da Fingerpicking.net.
Molly Tuttle …But I’d Rather Be With You Compass Records …But I’d Rather Be With You è il suo terzo album da solista. Insignita come ‘Guitarist of the Year’ agli International Bluegrass Music Awards nel 2017, prima donna a ricevere il prestigioso titolo, ripete l’anno successivo assieme ad altri numerosi premi, tra i quali il riconoscimento da parte dell’Americana Music Association come ‘Instrumentalist of the Year’. Molly Tuttle è una polistrumentista, un’abile cantautrice, ma soprattutto una ‘guitar beast’ che si distingue per la sua maestria negli stili flatpicking, clawhammer e crosspicking. Uscito ad agosto, …But I’d Rather Be With You è un ‘cover album’, non convenzionale, una scelta di canzoni altrui che l’hanno aiutata ad affrontare l’angoscia dovuta alla pandemia e ai danni del potente uragano che ha travolto Nashville, dove ora vive. Assieme al produttore Tony Berg (Andrew Bird, Phobe Bridges) ha confezionato una gamma di cover piuttosto eclettica di dieci brani, almeno tre dei quali sono già stati pubblicati come singoli. All’interno della copertina, troviamo una nota di Molly per ogni canzone, in cui ci racconta la storia che la lega a quel pezzo attraverso aneddoti della sua vita, come se volesse dedicare una serenata a tutti noi che condividiamo questi giorni di incertezze e paure. Apre l’album “Fake Empire” dei The National, che è stato anche il primo singolo e video di accompagnamento, nonché una scelta che si è rivelata adattissima ai tempi che stiamo vivendo. Nella nota che Molly scrive su questo pezzo c’è tutta la sua propensione alla sfida: «Questa canzone ha una fantastica poliritmia 3 su 4 lungo tutta la sua durata. È super divertente suonare la parte del piano con la chitarra, se riesci ad allenare il pollice a suonare su tre e l’indice e il medio a suonare su quattro!» La collezione attraversa decenni di generi, da artisti iconici come FKA Twigs con “Mirrored Heart” ad artisti meno conosciuti come Karen Dalton con “Something on Your Mind”. L’approccio unico di Molly, probabilmente, incoraggerà coloro che non hanno familiarità con nomi per niente mainstream, come il suo o come quello di Arthur Russell che omaggia con “A Little Lost”, cosa che – qualche anno fa – aveva fatto anche Yusuf/Cat Stevens con il medesimo pezzo. Arthur Russell era un violoncellista e compositore newyorkese dalle delicatezze alla Nick Drake, come lui prematuramente scomparso. Da Russel, Molly sembra prendere ispirazione nella ricerca di nuovi suoni e nel rimanere concentrata su una composizione che non intende compiacere nessuno. Con Tony Berg, di base a Los Angeles, Molly ha infatti trovato delle nuove sonorità e non esclude future collaborazioni, anche se non tende a programmare niente – dice lei – ma rimane semplicemente aperta a nuove possibilità. La scelta di includere “Standing on the Moon” dai Grateful Dead – come pure il tema lunare del video e della copertina dell’album – è stata inspirata dal fatto che la registrazione è avvenuta durante il lockdownscambiando con Berg i file avanti e indietro a distanza: proprio come fanno gli astronauti. Ma pure dal fatto che, anche se Molly ama Nashville, la sua città di adozione, a volte si sente come se si trovasse sulla luna, distantissima dai suoi amici e dalla sua famiglia a San Francisco, che le mancano parecchio. I versi «Una bella vista del paradiso / Ma preferirei stare con te» sono i suoi preferiti ed è per questo che ha voluto intitolare l’album …But I’d Rather Be With You. Tuttle ha trasformato questa traccia di Garcia e Hunter nel proprio stile, grazie alle sue personalissime e aggraziate armonie. “She’s a Rainbow”, degli Stones, la interpreta da un punto di vista tutto femminile e l’ha infatti dedicata a tutti gli esseri femminili. I versi «She comes in colours everywhere / She combs her hair / She’s like a rainbow»assumono con lei un significato di libertà e autoaffermazione. “Zero” degli Yeah Yeah Yeahs è una vivace melodia acustica e “Olympia, WA” dei Rancid un inno ribelle, che ha tutta l’atmosfera di un roadtrip con Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show sul sedile del passeggero che canta. Le ha scelte perché le ricordano gli anni della scuola, di quando ha iniziato a suonare con la sua band in California. “Sunflower, Vol. 6” di Harry Styles ha tutta la magia acustica folk e comunica chiaramente quanto Molly si sia divertita nell’interpretarla. A concludere “How Can I Tell You” di Yusuf/Cat Stevens, che a Molly ricorda il dolore per la perdita del suo amato cane. Con la sua chitarra accompagnata da violino, viola e violoncello, che la tecnologia ha assemblato abilmente pur se suonati a centinaia di chilometri l’uno dall’altro, il pezzo conclude in maniera dolcissima e perfetta questo album, a testimonianza di quanto – pur se separati fisicamente in tempo di pandemia – possiamo comunque riuscire a fare cose grandi assieme. La ventisettenne californiana sta abbattendo molte barriere, a cominciare dal parlare apertamente della sua malattia autoimmune, l’alopecia, che l’ha portata sin da piccola alla perdita dei capelli. Per lei, il più bel concerto finora è stato quello alla National Alopecia Areata Foundation, nell’estate del 2017. Da ragazzina faceva di tutto per nascondere la sua condizione, ma – giunta alla maturità – ha cominciato a sentire come un dovere il fatto di parlarne e di mostrarsi per come è, per un dovere verso sé stessa e per aiutare e ispirare gli altri ad acquisire sicurezza. Lo fa anche attraverso i social, per lei terreno di battaglie sociali (come questa o l’incoraggiare a votare per le scorse elezioni presidenziali americane) più che di concerti, perché – ci confessa – teme di stancare il pubblico con troppi streaming, così cerca di centellinarsi intelligentemente con apparizioni significative, come quella di settembre con i mitici Old Crow Medicine. In questa sua ultima fatica, la sensibile produzione di Tony Berg aggiunge abbastanza carne al fuoco e validi musicisti alle performance di Molly, da fare letteralmente saltar fuori i pezzi dagli altoparlanti con quel carattere, quella marcia in più. La voce morbida e chiara della Tuttle, dall’ampia estensione vocale, i suoi agili virtuosismi alla chitarra e l’evidente amore per il materiale rivisitato ci emozionano forse più di quanto dovremmo, tanto da farci dire… But We’d Rather Be With You, Molly! Irene Sparacello L'articolo Molly Tuttle: …But I’d Rather Be With You proviene da Fingerpicking.net.
Roberto Menabò The Mountain Sessions A-Z Blues «Mi hanno sempre affascinato le field recording che le case discografiche organizzavano negli stati del Sud alla ricerca di nuovi musicisti bianchi o neri, di blues o musica tradizionale, da inserire nel loro catalogo dei 78 giri. Quelle registrazioni, seppur approssimative ed artigianali in studi improvvisati nelle stanze di un albergo, hanno ancora oggi un calore unico dato dall’immediatezza dell’esecuzione.» Con queste parole che accompagnano le note di copertina del suo recente lavoro discografico intitolato The Mountain Sessions, il quarto a distanza di dieci anni da Il profumo del vinile, Roberto Menabò riprende il suo cammino di storytelling nel blues rurale, nel folk delle origini che nacque e si sviluppò nei primi decenni del ’900 nel Sud degli Stati Uniti. Nelle quattordici tracce ritroviamo quel suono robusto, quel fingerpicking essenziale, quella scanzonata, malinconica poetica degli autori neri o bianchi che fossero, rivissuta con originalità e un pizzico di ironico distacco, perché il nostro è pur sempre un piemontese che vive gli umori e i profumi dell’Appennino emiliano in cui è felicemente emigrato. Sette sono i brani riproposti, tra cui spiccano autori e interpreti come Cliff Carlisle (“Tom Cat Blues”), Frank Hutchison (“Worried Blues”), Ethel Waters (“Shake That Thing”, deliziosamente rallentata rispetto alla versione di Papa Charlie Jackson al banjo chitarra e impreziosita da un solo di ‘tromba’ imitata con la voce dallo stesso Menabò) o Mississippi John Hurt (“Stack O’Lee Blues”), ai quali sono affiancati altrettanti pezzi strumentali originali dai titoli evocativi, come “Il Settebello sulla direttissima”, “Il ponte romano sulla Dora”, “Il cagnolino di Clifford Gibson”, dove a sorpresa Menabò si allontana dalle sonorità della primitive guitar per esplorare un incedere più ricco e moderno, una piccola trasgressione dell’amore incondizionato per il folk e il blues delle origini. Tutto il disco è stato registrato in un giorno solo, in presa diretta, spesso ‘buona la prima’, comprese le piccole impurità e imprecisioni che nulla tolgono al tocco poderoso ma fluido di Menabò, che ha dalla sua anche una voce e una capacità interpretativa assolutamente appropriate al genere. Un vero maestro. A riprova – come lui stesso asserisce – che per suonare e cantare bene il blues non c’è etnia o geografia che tengano. L’importante è conoscerne le regole e farne proprio lo spirito. Gabriele Longo L'articolo Roberto Menabò – The Mountain Sessions proviene da Fingerpicking.net.
Alex de Grassi: The Bridge Tropo Records Il linguaggio sonoro di Alex de Grassi è una fusione di musiche che vanno dal jazz alla classica, dal rock al folk, il tutto filtrato in una sintassi compatta e immediatamente riconoscibile. A volte l’approccio ai suoi brani non è dei più immediati e si ha la percezione di dover entrare in punta di piedi nell’ascolto. Va detto però che, come ogni grande artista, de Grassi bilancia in egual misura complessità e leggerezza. Insomma sa come non prendersi troppo sul serio. È proprio questo il caso della prima traccia del disco “Mr. B Takes a Walk in the Rain”, brano che fa parte del suo repertorio live degli ultimi dieci anni, ma che per la prima volta trova spazio in un album. La mano destra è inconfondibile, con un attacco strepitoso e un suono limpido nel creare un groove fatto di note stoppate e ghost notes. La struttura della composizione inizia con un tema che si ripete in due A, si sviluppa in una B, passa per uno special, sale di un tono e torna alla tonalità di partenza con una stupenda impennata in crosspicking sulla modulazione: fulgido esempio della complessità di cui parlavamo prima. Siamo in DADGAD, e questo ribadisce l’approccio per niente scontato di de Grassi alle accordature aperte. La seconda traccia è “Angel” di Jimi Hendrix. L’accordatura è molto particolare, in quanto si percepisce che è costruita attorno all’arrangiamento del brano: EbADGBbEb. Il pezzo inoltre è suonato con la Sympitar, strumento costruito da Fred Carlson: una chitarra che, oltre alle 6 corde tradizionali, ne ha 12 che dal ponte corrono in due barre di grafite sotto al manico e rispuntano sulla paletta. L’effetto è quello di un sitar che risponde ‘simpaticamente’ al suono della chitarra. “Past Perfect” è una bellissima ballad lenta nello stile intimo di Alex de Grassi, dove l’armonia detta le colorazioni cangianti di ogni sezione. “The Bridge” è la title track, costruita sulla DADGAD, in tonalità di Fa minore. La composizione è uno strepitoso incastro di voci in cui la melodia scorre leggiadra sul serrato arpeggio in 3/4, interrotto soltanto in una parte centrale a tempo libero, in cui i voicing si fanno stretti e percepiamo di essere nel punto più intimo del discorso. “Shenandoah” è il brano tradizionale, dove il lirismo della melodia si abissa in accordi arpeggiati, per riemergere ogni tanto nella sua splendida brillantezza, come il nuoto di una balena in mare aperto. La chitarra utilizzata è sempre la Sympitar, questa volta accordata in Drop D. “Elegy in a Low Voice” è probabilmente registrata con una chitarra baritono in accordatura aperta. Con questo brano continuiamo a camminare su un percorso intimo, questa volta con un linguaggio spiccatamente blues. “But What” è di nuovo in DADGAD e sembra riprendere l’intenzione del primo brano, ma questa volta con un tono più sommesso. “It Ain’t Necessarily So” è un brano di George Gershwin, che Alex de Grassi inserì già nel disco Bolivian Blues Bar del ‘99 . La versione è pressoché identica, a parte qualche lieve sfumatura, per cui francamente faccio fatica ad afferrare il senso dell’inclusione in questo album; ma magari rientra in un discorso complessivo. “The Deep” è di nuovo una stupenda ballad con un’accordatura in DADGBbD, dove c’è una melodia chiara e intelligibile soprattutto nelle sue dinamiche espressive. Qui sono ribaditi tutti gli espedienti compositivi per cui Tom Wheeler, nelle note di copertina di Slow Circle, lo definì «chitarrista impressionista». Certamente possiamo apprezzare, dopo tutti questi anni di silenzio, un’ulteriore maturazione compositiva, che va a innestarsi a una genialità che lo ha sempre contraddistinto sin dagli esordi. A chiudere l’album troviamo una sua personale interpretazione del classico irlandese “Sí Bheag, Sí Mhór”, suonato rigorosamente in DADGAD. Stefano di Matteo L'articolo Alex de Grassi: The Bridge proviene da Fingerpicking.net.
L’orologio per tutti i musicisti Soundbrenner Core di Gavino Loche «The watch for all musicians» è una frase che avevo visto esposta in un piccolo stand durante la fiera Music China 2019 di Shanghai. Poiché sono sempre di corsa durante eventi di quel genere, feci una foto allo stand, per approfondire quando avrei avuto un momento libero. Ovviamente me ne dimenticai. Ma poco tempo fa, mentre scorrevo le immagini nel mio telefono, ho rivisto la foto e ho deciso di contattare l’azienda produttrice, la Soundbrenner, nata a Berlino con sede a Hong Kong e specializzata in dispositivi indossabili e app per la pratica musicale. Il Soundbrenner Core, l’oggetto di questo articolo, presenta in un orologio tutti gli accessori essenziali per il musicista e comprende: metronomo a pulsazione, accordatore a contatto e misuratore di decibel (dB meter). Il Core è però anche uno smartwatch, quindi può essere connesso con lo smartphone e ricevere le notifiche e le chiamate direttamente sull’orologio. Si può utilizzare sia da solo, sia con l’app sul telefono. Quest’ultima è semplice e molto intuitiva. Vi si può inoltre creare una libreria di brani, in modo da richiamare velocemente le impostazioni del metronomo salvate per ciascun brano. Questa funzione è molto utile nel caso si utilizzi il Core dal vivo o in studio come click, da soli o con la band, in quanto è possibile connettere fra loro fino a cinque Core e avere così il click sincronizzato, ma senza la necessità di utilizzare cuffie o auricolari. Il Core può essere anche utilizzato come click collegato ad una DAW (ProTools, Logic, Cubase ecc.) per evitare spiacevoli rientri del metronomo in cuffia. Il Core ha un corpo in alluminio e policarbonato e presenta un innovativo schermo Dual OLED, realizzato in vetro minerale antigraffio e antisfondamento. Il cinturino è in silicone anallergico resistente al sudore. La cassa del Core può essere sganciata dal supporto e si trasforma in un metronomo a contatto (Piezo Contact Microphone). Questo si monta sulla paletta della chitarra con l’ausilio di un magnete in dotazione, da posizionare sul vostro strumento. L’accordatore ha le funzioni: chitarra, basso, ukulele e violino. Il Core è alimentato da una batteria al litio, con durata di quattro giorni in funzione orologio e di più di tre ore in modalità metronomo. Il Core è disponibile in due versioni: Core e Core Steel, quest’ultimo con cassa in acciaio inossidabile e cinturino in pelle italiana. Inoltre è disponibile il modello Pulse con sola funzione di metronomo a contatto. Per quanto riguarda i costi, il prezzo del Pulse è di circa 80 euro, quello del Core circa 190 euro e quello del Core Steel circa 270 euro. Gavino Loche La Soundbrenner ha riservato ai lettori di Chitarra Acustica uno sconto del 20% sull’acquisto dei modelli Pulse, Core e Core Steel. Basta inserire il codice sconto: GAVINO20. Scheda tecnica Caratteristiche: – Combina un potente metronomo tattile tap tempo con un accordatore magnetico e un misuratore di decibel tempo medio/tempo reale – Display OLED con anello esterno a 8 LED – Struttura in policarbonato/alluminio IP65 – Schermo in robusto vetro minerale – Funzione sveglia – Riceve notifiche, imposta i timer e accetta/rifiuta le chiamate direttamente dall’orologio (iOS e Android) – Regolazione del tempo da 20 a 400 BPM – Tonalità di riferimento A4 410-480 Hz con precisione di ±1 centesimo – Durata della batteria: 4 giorni (solo smartwatch), 3 giorni (smartwatch + metronomo 30 min/giorno), 3 ore (metronomo costante) Accessori inclusi: – Cinghia di supporto per il corpo – Tappi per le orecchie con custodia – Cinturino in silicone – Cavo per caricabatterie – Supporto magnetico per accordatore L'articolo L’orologio per tutti i musicisti: Soundbrenner Core proviene da Fingerpicking.net.
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