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(di Mario Giovannini) – Lo ammetto: per certe cose sono affetto da una ‘ignoranza crassa’ e da preconcetti duri a morire. A me la marimba, lo xilofono e le percussioni ‘a tastiera’ in generale, inevitabilmente fanno l’effetto… ascensore. L’associazione è immediata e univoca. Deve essere scritta da qualche parte nel mio DNA. Per cui, quando mi è arrivato il nuovo disco di Giuseppe Tropeano con il percussionista Giacomo Tongiani, mi sono trovato un po’ in crisi… E adesso, come ne vengo fuori? Per fortuna mi è venuto in soccorso un altro tratto dominante del mio carattere, la curiosità, e un’ascoltata gliela ho data! E non dico che mi abbiano fatto cambiare idea in maniera radicale, ma la convinzione di aver almeno trovato la classica ‘eccezione alla regola’ si è formata abbastanza velocemente. C’era una volta… è un gran bel lavoro, ben suonato e ben registrato. Con una grande attenzione alle dinamiche, alla qualità dei suoni e all’equilibrio tra i due strumenti. Che dialogano, si intrecciano ma non si prevaricano. Le atmosfere sono delicate, sognanti e molto evocative. Sono ‘solo’ sei brani, ma la scelta qualitativa paga decisamente. Tanto, difficilmente ci si ferma al primo ascolto. Del resto, potevo anche aspettarmelo: Giuseppe lo conosciamo bene, spesso protagonista su queste pagine come artista e come collaboratore della rivista. Giacomo Tongiani è diplomato in percussioni classiche presso il Conservatorio ‘Giacomo Puccini’ di La Spezia e in batteria presso l’Accademia Lizard di Massa. È docente di percussioni al Liceo musicale ‘Felice Palma’ e la Scuola media ‘Alfieri Bertagnini’ di Massa, e di batteria presso la Lizard di Massa e Pisa. Ha suonato e registrato per Francesco Renga, June Miller, Three in One Gentleman Suit, Mosca nella Palude e Renàra, oltre ad aver suonato e collaborato con Ensemble Symphony Orchestra, Crespina Estate, Orchestra dell’Opera Italiana, Orchestra Teatro del Giglio, Filarmonica del Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo. La necessità di approfondire un po’ il discorso con i protagonisti è stata quindi un imperativo, così come condividere una piacevole chiacchierata. Cominciamo dall’inizio: il titolo C’era una volta… da cosa nasce? Giacomo: È un’idea di Giuseppe, per cui lascio che sia lui a spiegarlo. Giuseppe: Un po’ di tempo fa avevo pensato a questo progetto. Le percussioni a tastiera sono degli strumenti di una bellezza incredibile e mi hanno sempre affascinato. La questione da risolvere era quella di trovare il giusto percussionista. Mi spiego: ci sono tantissimi musicisti eccellenti che suonano questi strumenti, ma per quello che avevo in testa, mi serviva trovarne uno che avesse un background composto non soltanto dalla musica classica. Quando ho proposto a Giacomo questa idea, l’ha accolta subito con entusiasmo, ma poi è passato un po’ di tempo prima che iniziassimo a vederci. Il tutto si è rivelato difficile, ma bellissimo, e la prima cosa che ci venne da dire fu: «Bella storia…» E come ogni bella storia, non si poteva non iniziare con C’era una volta… E come è nata l’idea di questa collaborazione? Giacomo: Giuseppe cercava un percussionista con cui riarrangiare da zero alcuni suoi inediti e creare dal nulla un repertorio che potesse funzionare, unendo i nostri strumenti. Speriamo di esserci riusciti. Giuseppe: Fondamentalmente quello che ci ha spinto a iniziare il tutto è stata la curiosità. Non capita facilmente di ascoltare la chitarra acustica e le percussioni a tastiera insieme, e quindi perché non provarci? Sui brani originali come avete lavorato? C’è un autore e un ‘collaboratore’, o sono nati di comune accordo? Giacomo: I brani inediti sono di Giuseppe, ma tutte le parti di percussioni sono mie. Quindi diciamo cinquanta e cinquanta, no? Entrambi vogliamo che questo sia un duo a tutti gli effetti, e non Giuseppe accompagnato da Giacomo o viceversa. Giuseppe: Assolutamente un cinquanta e cinquanta. Avevo dei brani per chitarra scritti da un po’ di tempo che tenevo lì nel cassetto. Poi, quando abbiamo iniziato a suonare insieme, ho dovuto fare degli adattamenti, proprio perché entrambi volevamo che non fosse uno strumento che accompagna l’altro. Giacomo, dal canto suo, ha dovuto inventarsi tutte le parti per i suoi strumenti, quindi il risultato direi che è scaturito dalla collaborazione. Mentre sugli arrangiamenti come avete lavorato? Giacomo: Provando e riprovando diverse soluzioni, anche perché quando il brano lo proponevo io, Giuseppe doveva inventarsi tutta una chitarra. Quando il brano lo portava lui, invece, toccava a me tirar fuori dal cilindro l’arrangiamento giusto. Giuseppe: È successo, più di una volta, di dedicare intere prove a sedici battute. Perché man mano che suonavamo, ci venivano delle idee nuove che provavamo subito. Inoltre la chitarra e la marimba suonano più o meno nello stesso range di frequenze, quindi l’altra questione da gestire con attenzione è stata proprio quella di cercare i registri nei quali suonare per evitare di impastare il tutto. La gestione delle dinamiche e dei volumi non deve essere stata cosa semplice… Giuseppe: Le percussioni sono degli strumenti con un range dinamico pressoché illimitato, mentre la chitarra, purtroppo, ha i suoi limiti. Mi è sempre piaciuto sfruttare le caratteristiche degli strumenti come degli elementi dai quali trarre vantaggio e non come delle ‘bestie da domare’. Infatti, in fase di missaggio del disco, non ho usato nessun tipo di compressore per ‘tenere a bada’ le dinamiche degli strumenti. Giacomo: L’aspetto dinamico in un disco del genere è fondamentale. Per rendere tutto più interessante e colorato abbiamo passato molto tempo a curare questa cosa, e dal vivo credo lo si possa apprezzare anche di più. In fase di registrazione come avete lavorato? Giacomo: Prima ho fatto tutte le tastiere io, poi lui le chitarre e, infine, percussioni aggiuntive e strumenti ospiti a seconda del brano, come flauto, contrabbasso e basso. Giuseppe: È stata un’avventura più culinaria che musicale. Entrambi siamo appassionati di cucina e quindi, del tempo trascorso insieme durante le registrazioni, l’abbondante settanta per cento era dedicato a confrontarci su tecniche di impasto e lievitazione per la pizza o chissà cos’altro… [risate] Scherzo, ovviamente. Quello che mi è piaciuto di più, registrando con Giacomo, è stata la padronanza e la velocità nel gestire un elemento assolutamente fondamentale per fare musica: il ritmo. Che programma avete per la promozione? Giacomo: Suonare il più possibile. Giuseppe: Esatto: abbiamo proposto il concerto in diversi festival e manifestazioni in tutta Italia. Qualcuno ci ha già risposto. Speriamo che anche gli altri lo facciano. Sui nostri canali social ci sono dei video, che di tanto in tanto registriamo durante le prove. Probabilmente ne faremo altri per il canale YouTube di Fingerpicking.net, poi speriamo tanto anche nello strumento di marketing più potente al mondo: il passaparola. mario.giovannini@chitarra-acustica.net L'articolo C’era(no) una volta… Giuseppe Tropeano e Giacomo Tongiani proviene da Fingerpicking.net.
(Giuseppe Tropeano) – Eh già… è bastato “poco” per passare da: “non ho tempo di fare nulla perché una giornata ha solo 24 ore” a “una giornata non passa mai!”. Il nostro tran tran è stato stravolto in men che non si dica. Concerti saltati (si spera solo rinviati), fiere, workshop e qualsiasi altra cosa avevamo in programma, svaniti nel nulla. Oltre alle date in sé stesse, c’è tutto un insieme di cose collegate. Quando devo andare a suonare da qualche parte, oltre a ‘studiare’ più del normale, ci sono alcuni riti che mi piace seguire: la pulizia della chitarra, il cambio delle corde, la sistemazione dei suoni e della pedaliera, la verifica dei cavi e di tutto il necessario. Sono dei piccoli gesti che mi permettono di non avere preoccupazioni, quantomeno sotto il punto di vista tecnico, una volta arrivato sul palco. Adesso che tutto si è fermato, questi riti vengono meno e, a volte, viene meno anche la voglia di studiare in casa, proprio perché non avendo degli obiettivi nell’immediato, si rischia di farsi fregare dalla pigrizia e appassionarsi ad una disciplina non ancora riconosciuta dal comitato olimpico (ma presto lo sarà, ve lo prometto): il divaning. So che affermando questo molti storceranno il naso dicendo che la motivazione a suonare non manca o non deve mancare mai, che la musica è l’unica compagna di vita, ecc… Lo so bene! Io, personalmente, ho bisogno di pormi sempre degli obiettivi, affinché la voglia di suonare non venga meno. E, a volte, questi obiettivi devo proprio inventarmeli spremendomi le meningi più del dovuto. Vi garantisco che è una fatica non da poco. Il mio modo di approcciare questo momento storico è semplice: non programmo nulla, faccio quello che ho voglia di fare, momento per momento. Ho voglia di suonare? Suono! Ho voglia di ascoltare qualche disco? Ascolto qualche disco! Ho voglia di esprimere tutto il mio talento nella disciplina non ancora olimpica di cui sopra? Mi spalmo sul divano e chi s’è visto, s’è visto! E poi, per la prima volta, sto sperimentando la questione delle lezioni tramite video chiamata, quindi alcune ore della giornata sono occupate anche dalla didattica: prima il dovere e poi il piacere! E’ strana questa cosa del dover stare a casa forzatamente. Normalmente non si vede l’ora di tornare e adesso invece non si vede l’ora di andar via. Non siamo mai contenti! Sto facendo dei lavoretti in casa che dovevo fare da anni. Insieme alla mia compagna stiamo cucinando l’impossibile e per dirla come la dice lei: “questa non è una quarantena ma una quarantina, intesa come i chili che avremo in più quando tutto sarà finito”. C’è anche il tempo per riflettere su cose che normalmente si danno per scontate: un abbraccio o un bacio, una carezza, un pizzicotto… Ogni gesto diventa più ‘gustoso’ perché adesso oltre a farlo (o riceverlo) per abitudine, possiamo pensarci su e assaporarne il valore. E’, per certi aspetti, anche utile il dover stare a casa: per esempio ho iniziato a realizzare un progetto in studio, che non so se vedrà mai la luce, ma intanto ne approfitto per avercelo pronto nel caso andasse in porto. Dopo diversi anni ho ripreso in mano gli studi e i brani di chitarra classica. Adesso non avevo più scuse per rimandare l’una o l’altra cosa e quindi le ho fatte entrambe. E quindi scale e arpeggi, Mauro Giuliani, Mario Castelnuovo-Tedesco, Francisco Tarrega. Ma anche Jerry Reed, Merle Travis, Scott Joplin e chiunque altro mi venga in mente (ogni tanto anche qualche mio brano). Ovviamente cerco di non fare le cose a caso: non è che mentre suono un brano di Giuliani, impazzisco e parto con Scott Joplin (anche se qualche volta è successo). Cerco di dare una logica allo studio affinché sia proficuo e non solo un passatempo, perché non lo è affatto. Anzi è una cosa molto seria. molto seria. Serissima!!! Per esempio usare le scale e gli arpeggi (utili anche nel fingerstyle) per scaldarsi le mani, è una cosa saggia. Senza forzare con la velocità ma pian piano, giorno dopo giorno, cercare di conquistare le vette, espresse in BPM, dei nostri metronomi. Poi si passa ai brani. Rimetterli sotto metronomo ogni tanto, non fa per niente male; magari riaprendo gli spartiti per verificare se la nostra memoria è fedele a quello che l’autore aveva scritto. Se ne può approfittare per curare alcuni passaggi poco chiari o particolarmente articolati, ripetendo e ripetendo… e ripetendo ancora. Questo è un periodo storico durante il quale ognuno di noi può approfittarne per migliorarsi non solo dal punto di vista musicale, ma anche, e soprattutto, da quello umano; aspetti del tutto collegati tra loro. Non è il momento di farsi prendere dallo sconforto. Ingegniamoci e facciamo qualcosa di utile per noi, che faccia bene al corpo e anche all’anima. Suoniamo, parliamo, telefoniamo, pensiamo, leggiamo… Facciamo qualsiasi cosa ci passa per la testa: un modo come un altro per sentirci liberi anche nella costrizione! L'articolo La noia: questa (s)conosciuta! proviene da Fingerpicking.net.
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