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Andrea Tarquini

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Nulla sarà come prima

(Andrea Tarquini) – In questi giorni così drammatici, strani ed insoliti, a tutti noi può essere capitato di chiederci che posto abbiano la musica, le chitarre, le canzoni… Ora che la salute e i suoi budget sembrano essere l’unico tema fondamentale che si scopre ovviamente trascurato negli anni. E’ capitato anche a me di pormi domande al riguardo e sono felice di condividerle con voi. Suonare ho sempre suonato e ho organizzato eventi, ma è solo da quasi dieci anni che faccio dischi o mi occupo a vario titolo di produzioni discografiche e di musica acustica e d’autore. Ripensando a questi anni e ai tanti amici e colleghi con i quali capita di aiutarsi, di stimolarsi a vicenda a fare qualcosa (a fare di più) oppure coi quali è capitato di lamentarsi di qualcosa che non va, c’è una sorta di leit-motiv ricorrente che drammaticamente riguarda autori, musicisti, organizzatori, editori ecc… la mancanza di fondi. Si assiste ormai da molto tempo ad un paese che guarda a noi come gente improduttiva…basti pensare alla famosa domanda: “si, ma di lavoro cosa fai?” o al gestore di locali che ti chiede “quanta gente mi porti?” come se tu facessi il P.R. Il tema è senza dubbio culturale anche se nel tempo ho scoperto che nella discografia il modo di rientrare di un investimento è meno difficile di quel che si creda ma molti artisti, forse per mantenere una sorta di sciocca purezza decidono puntualmente di non interessarsi di SIAE, diritti connessi ecc. Ma, come dicevo, il tema è senza dubbio culturale e scottante, il nostro paese non investe e, cosa più grave, non investe in ciò che è nato qui come la liuteria, e tutti quegli strumenti come il mandolino che hanno trovato fortuna altrove. In tutta questa tragedia io trovo sia avvenuta l’ombra di un piccolo e possibile big bang. La richiesta a gran voce, avanzata da tutto il paese verso chi sa suonare uno strumento di affacciarsi ogni sera alle 18 e suonare, dimostra come non si possa vivere senza artisti. Certo, è una richiesta emergenziale e per questo irrazionale. Ma la dice lunga su quanto ci sia bisogno in Italia come in ogni società cosiddetta avanzata di qualcuno che decida di fare musica perché è giusto ed importante che ci siano gli artisti, e non solo perché si senta il bisogno di fare arte. Siccome nulla sarà più come prima, siccome questo paese porterà a lungo i segni di quanto avviene oggi, io spero che questa sia l’occasione per rilanciare l’idea di una nuova economia basata sul piacere del sapere, del conoscere, del vivere e dell’indagare la bellezza. Spero che, passata la nottata, il nuovo giorno sia fatto da persone che ricorderanno di aver avuto bisogno dei chitarristi e dei cantautori e che sappiano dire: “mai più senza!” L'articolo Nulla sarà come prima proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Editoriali
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Tony Rice – La stella del flatpicking

Tony Rice La stella del flatpicking tra bluegrass, canzone americana e nuova musica acustica Jerry Douglas and Tony Rice perform with Alison Krauss and Union Station on April 28th, 2007 at Merefest. Jon C. Hancock/Acoustic Images.org di Andrea Tarquini David Anthony Rice (Danville, 8 giugno 1951 – Reidsville, 25 dicembre 2020), noto ai più come Tony Rice, è morto il giorno di Natale del 2020 lasciando sotto shock una intera comunità musicale. A molti chitarristi europei questo nome ancora non dice molto, eppure stiamo probabilmente parlando del più grande chitarrista acustico degli ultimi cinquant’anni, sicuramente per quanto riguarda la chitarra a plettro. E dunque, chi era Tony Rice? Più che raccontare qui tutta la sua vita e la sua lunga discografia, lavoro che rischierebbe di risultare improbo ed eccessivo, credo che vadano prima di tutto dette alcune cose per spiegare la sua unicità. Al mondo non esiste un chitarrista acustico che, consapevolmente o meno, non abbia nel proprio vocabolario stilistico e tecnico qualcosa che sia stato inventato e introdotto da Rice. Il suo contributo all’evoluzione dello stile e delle tecniche del flatpicking è di tale portata, che nessuno dei suoi epigoni ha mai potuto introdurre cambiamenti o innovazioni di uguale importanza. A detta dei più importanti flatpicker, la sua grandezza sta nell’aver totalmente ridefinito l’idea di chitarra acustica, tanto nell’approccio al soloing quanto nella sua rivoluzionaria idea di chitarra ritmica. Oltre a tutto questo, è stato un compositore e un cantante di rara qualità e raffinatezza. Nato in Virginia ma cresciuto in California, figlio di un musicista bluegrass che gli insegnò i fondamentali, Tony Rice entrò in una bluegrass band già giovanissimo. E nei primi anni ’70 si fece notare già da quelli che contano, primo tra tutti Clarence White, il mitico chitarrista e frontman dei Byrds. White, di cui Rice divenne allievo, ebbe su di lui un’enorme influenza: il destino dei due rimase un segno indelebile per tutta la vita di Tony, anche grazie alla mitica Martin D-28 con la buca allargata, prima appartenuta a Clarence, poi sparita dalla circolazione dopo la morte di quest’ultimo, infine ritrovata proprio da Tony, che la acquistò e ne fece il proprio strumento e tratto distintivo. Poco più che ventenne, Rice iniziò a suonare insieme a quel gruppo di musicisti che pochi anni dopo, per primi, mossero i passi fondamentali per la creazione di tutti quei metageneri che dal bluegrass tradizionale presero vita, e che da quest’ultimo trassero alcuni tipici segni di riconoscimento – come un certo virtuosismo sullo strumento e sul canto – per approdare e spendere questi valori su altri stili e generi, andando così a creare quella novità che alcuni hanno chiamato newgrass music, new acoustic music, spacegrass e Dawg music a seconda delle declinazioni. La sua intelligenza musicale e il suo talento lo portarono a suonare con i più grandi musicisti della scena acustica e bluegrass a lui precedente, come il già citato White, Doc Watson, J.D. Crowe e poi, più in là, con i grandissimi musicisti della sua generazione, come Sam Bush, Peter Rowan, David Grisman, Mark O’Connor, Jerry Douglas, Béla Fleck, Vassar Clements, Ricky Skaggs, Mike Marshall, Darol Anger e moltissimi altri. Tutta la carriera artistica e la discografia di Tony Rice ruotano grosso modo intorno a tre ambiti artistici fondamentali: la chitarra acustica bluegrass e quindi le tecniche del flatpicking, la canzone americana, il jazz acustico e i suoi derivati. Dopo i primi dischi con J.D. Crowe e altri, che già mostravano il suo virtuosismo chitarristico e il suo talento come vocalist, la prima svolta avvenne nel 1977 grazie all’incontro con il grande mandolinista David Grisman, che proprio in quegli anni aveva messo in piedi il suo Quintet con l’idea di portare chitarra, mandolino e violino a elaborare una specie di jazz-grass che fu chiamato Dawg music, una forma di jazz acustico suonato quasi con tutti gli strumenti del bluegrass tranne il banjo e il dobro. Infatti il David Grisman Quintet, nell’album Hot Dawg (A&M-Horizon, 1978), era formato da Grisman e un giovanissimo Mike Marshall al mandolino, Tony Rice alla chitarra, più avanti sostituito da Mark O’Connor, Darol Anger al violino e Todd Phillips al contrabbasso. Proprio durante questo sodalizio si tenne quella stellare e indimenticabile tournée del Quintet insieme a Stéphane Grappelli al violino. Siamo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, periodo di grandi trasformazioni musicali per quel che riguarda i generi musicali, periodo nel quale l’industria discografica americana accrebbe ulteriormente la propria capacità di presidiare tutte le nicchie e raccogliere tutti i nuovi talenti. Questa esperienza di jazz acustico, a così pochi anni dal suo debutto, portò Rice a pubblicare Acoustics (Rounder, 1979): firmato come Tony Rice Unit, fu uno dei suoi primi dischi strumentali interamente dedicati a quel genere inventato da Grisman. In recenti interviste, molti suoi colleghi hanno sostenuto che fu proprio Grisman a stimolare Rice al punto da farlo ‘brillare’, ma Rice ovviamente reinterpretò l’invenzione grismaniana in una chiave molto più chitarristica, portando così il suo flatpicking a esplorare lidi assolutamente nuovi per l’epoca. Da qui potremmo già prendere spunto per alcune riflessioni sulla sua rilevanza e sulla sua personalissima e spiccatissima musicalità. Tony Rice, che pur era artisticamente figlio di Clarence White, interrogato circa i criteri che lo portarono a definire i suoi licks e il suo stile, dichiarò spesso di essersi ispirato ai fraseggi di Thelonious Monk e di aver ascoltato tantissimo Coltrane. Nella sua grande testa musicale non c’erano barriere, come invece pensa spesso chi – magari in buona fede – alza steccati per difendere una preziosa nicchia, come la consideriamo qui in Italia. Per esempio, la sua interpretazione della scala pentatonica blues è infatti un’elaborazione molto personale, che riceve influenze da altri mondi, come ben ci spiega più avanti Edoardo Martinez nel suo articolo. Il successivo punto di svolta che consacrò Tony Rice come uno dei migliori artisti della scena acustica e bluegrass americana è il suo disco interamente chitarra e voce, Church Street Blues (Rounder, 1983): un disco che, dopo la prima esperienza jazz, riportò Rice nel mondo folk e bluegrass imponendolo come l’artista più autorevole. Un disco suonato e cantato in maniera eccellente, nel quale Rice affrontò a modo suo diversi ‘capisaldi’ della canzone americana. Un disco tuttora molto amato in tutto il mondo. Un’altra pietra miliare è la grandiosa epopea degli strumenti vintage narrata su Tone Poems insieme a David Grisman (Acoustic Disc, 1994): un disco strumentale nel quale ogni traccia venne suonata esclusivamente con mandolino e chitarra, con la grande particolarità di aver assegnato ad ogni pezzo il mandolino e la chitarra filologicamente più coerenti con la storia e la tipologia del pezzo stesso; da qui l’esigenza di riunire tanti mandolini e tante chitarre vintage e di collezione quanti erano i brani del disco. Infatti, come descritto nel libretto, la realizzazione dell’album fu possibile grazie all’adesione di importantissime collezioni private. Il libretto, magistralmente impaginato, descrive ad ogni pagina e con bellissime foto la chitarra e il mandolino utilizzati in ciascun brano. Esistono inoltre veri e propri articoli riguardanti il processo di registrazione del disco, che ad oggi rimane un altissimo esempio di musica acustica. L’idea di Grisman di realizzare una raccolta di brani della storia del folk fu azzeccata a tal punto, che egli stesso – con lo stesso criterio di raccolta di strumenti che fecero la storia della musica americana – pubblicò un secondo e un terzo volume con altri chitarristi, dedicando il secondo volume al jazz arcaico e acustico con Martin Taylor, e il terzo agli strumenti resofonici con Mike Auldridge e Bob Brozman. Una serie fortunatissima. Altri lavori irrinunciabili sono Backwaters pubblicato come Tony Rice Unit (Rounder, 1982), Tony Rice Sings Gordon Lightfoot (Rounder, 1996) oppure i meravigliosi dischi realizzati più recentemente con Peter Rowan, in particolare Quartet (Rounder, 2007). E, soprattutto, come non citare la sua versione di “Shenandoah” contenuta nel bellissimo Unit of MeasureI, anch’esso pubblicato come Tony Rice Unit (Rounder, 2000): un brano tradizionale nel quale, prima ancora che la sua incredibile e raffinatissima tecnica, Tony Rice regalò al mondo la sua idea di composizione e arrangiamento, capace di travalicare i generi musicali suonando una chitarra acustica. Potremmo andare avanti delle ore analizzando la sua discografia completa. Ma, a questo punto, è necessario soffermarsi un momento su questioni biografiche e personali, che se da un lato hanno accresciuto ulteriormente l’aura di leggenda intorno alla sua figura, al contempo lo hanno afflitto terribilmente. Tony Rice possedeva una splendida voce baritonale, che negli anni della maturità si era addirittura ‘arrotondata’, diventando ancor più piacevole e narrativa. Nel 1995, nel bel mezzo della sua carriera e poco prima di pubblicare la meravigliosa raccolta di brani del già citato cantautore canadese Gordon Lightfoot, Tony venne affetto da una grave forma di disfonia, un allentamento della tensione muscolare delle corde vocali che, nel giro di poco tempo, lo portò a perdere l’uso della voce. Della sua voce rimase poco più che un ‘raglio’, che gli serviva per esprimersi, per parlare, seppur interrompendosi con continui deglutimenti di saliva. Da quel momento la sua attività artistica, che rimase comunque molto fitta e impegnativa, fu solo chitarristica. Tony Rice è sempre stato una stella, un uomo stellare, ma la perdita della voce lo gettò in uno sconforto che iniziò a renderlo una stella sempre più cupa e afflitta. Iniziò a dimagrire, a mangiare poco, fumando centinaia di sigarette al giorno e bevendo solo litri di caffè, cosicché quell’uomo bellissimo e affascinante si trasformò pian piano nella controfigura della star che avevamo conosciuto. Questa triste storia venne ulteriormente e definitivamente aggravata quando, nel 2013, dovette smettere di suonare anche la chitarra per via di un’artrite reumatoide. Da allora in poi è stata una progressiva, e se vogliamo ancor più veloce, discesa agli inferi. Grazie all’impegno di Dana Bourgeois, che costruì una replica della D-28 di Tony per poi metterla all’asta, la comunità acustica mondiale raccolse i fondi per permettere a Tony di curarsi al meglio. Abbiamo detto molto delle sue qualità di musicista e di cantante, ma sul piano umano la sua vicenda mi ha sempre ricordato quella scena di Blade Runner nella quale Roy – il replicante più intelligente e dotato, interpretato da Rutger Hauer – angosciato dall’idea della morte si introduce in casa del suo creatore, sottoponendogli il suo problema. E il ‘padre’ gli risponde con una frase che calza a pennello con la storia di Tony Rice: «La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti». Sembra proprio uno scherzo di pessimo gusto della natura che, dopo aver racchiuso in un solo uomo un’incredibile quantità di talento e qualità, avrebbe improvvisamente deciso di togliergli tutto e voltargli le spalle, come fosse il patto del Faust, come se Tony Rice avesse fatto un dispetto agli dei o cose del genere. Qualcosa che ha brutalmente tolto a lui tutto ciò a cui teneva e a noi, pubblico impotente, la possibilità di godere ancora della sua arte. Personalmente scoprii Rice proprio grazie a Edoardo Martinez. Sarà stato il 1996, avevo avuto in prestito una cassetta senza titoli e quindi non sapevo di chi fosse quella splendida voce. Me lo spiegò Edoardo durante uno dei nostri incontri musicali a casa mia. In quegli anni a Roma ci si vedeva spesso per fare session di bluegrass e musica americana. L’uscita di un nuovo disco di Tony o la scoperta di un suo disco già pubblicato era una conquista vera, dalla quale cercare di carpire qualcosa della sua chitarra o del suo modo di cantare. Negli anni ho comprato tutti i metodi dedicati al suo stile flatpicking. Ne sono usciti tantissimi, stampati con CD o DVD, e continuano a uscirne. La cosa che capii a un certo punto, anche grazie a una splendida prefazione di John Carlini al metodo di Rice con sei CD, New Acoustic Guitar (Homespun, 2004), è che sarebbe inutile – oltre che impossibile – copiare Tony Rice. Esiste un solo Tony Rice. Lo studio delle sue tecniche serve se queste sono utilizzate per capire, accrescere la propria cultura e formazione musicale e, poi, cercare sé stessi nella chitarra. Anche grazie all’esempio di Tony Rice. Ancora oggi – benché gli Stati Uniti sfornino pacchi di nuovi eccellenti chitarristi, spesso molto dotati tecnicamente – non si vede nelle generazioni successive a Rice nemmeno l’ombra di un apporto innovativo così grande, nei confronti dello strumento, come quello che lui ci ha dato. Il modo migliore per celebrare questa dipartita, quindi, è semplicemente quello di imbracciare la chitarra e cercare di suonare un suo pezzo, oppure quello di mettere un suo disco. Tony Rice se n’è andato in silenzio. Tristemente, forse per via di un infarto. Preparandosi una tazza del suo amato caffè. Rendendo il 2020 ancora più desolante. Andrea Tarquini   L'articolo Tony Rice – La stella del flatpicking proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Mark O’Connor: Il ritorno di Markology

Mark O’Connor Il ritorno di Markology di Andrea Tarquini Mark O’Connor, icona della musica country, bluegrass e acustica americana, torna a pubblicare un disco di sola chitarra dopo più di quarant’anni, durante i quali ha suonato quasi esclusivamente il violino andando a costruire una vera e propria epopea musicale, sempre ai massimi livelli. Questo nuovo disco si chiama Markology II e, mentre scriviamo, apprendiamo che è entrato nella top ten di Billboard per la sezione “Bluegrass Albums”, cosa assolutamente stupefacente per un album di sola chitarra. Abbiamo chiesto al diretto interessato di raccontarci tutto.   Ciao Mark, benvenuto su Chitarra Acustica. Iniziamo con una domanda per scaldarci. Markology è stato pubblicato ben quarantadue anni fa ed è stato una sorta di pietra miliare per molti flatpicker in giro per il mondo. Io personalmente sono ancora alle prese con le prime otto battute della tua versione di “Blackberry Blossom”, e ora sto ascoltando questo nuovo Markology II che contiene diverse cose sorprendenti. Puoi spiegare ai lettori più giovani, che non ti conoscono come chitarrista, come mai hai dovuto smettere di suonare la chitarra e soprattutto quali emozioni ti dà pubblicare un disco di chitarra acustica dopo tanto tempo? GEDSC DIGITAL CAMERA Grazie per aver ricordato il primo Markology, l’album del 1978. Nel tempo, verso il 1997, ho sofferto di borsite cronica al gomito destro e abbiamo capito che la causa era il flatpicking su chitarra e mandolino. Così ho smesso con questi strumenti, per poter continuare a suonare il violino, che considero più importante e di valore nella mia carriera musicale. Vent’anni dopo, nel 2017, ho ricominciato a prendere in mano la chitarra nella mia band di famiglia. Suonavo con due chitarristi molto bravi, mio figlio Forrest e Joe Smart. Puoi ascoltarci insieme sul recente album A Musical Legacy del 2019. Loro, insieme a mia moglie Maggie, mi hanno molto incoraggiato a riprendere la chitarra nel contesto del gruppo, anche se soltanto per un paio di brani. Tutto questo ha portato al mio rinnovato interesse per la chitarra e a sperimentare nuovi arrangiamenti e composizioni che sorprendevano persino me, con tante idee apparentemente stipate nel mio subconscio, anche senza sapere che sarei tornato allo strumento. Ho iniziato a registrare ogni arrangiamento che mi veniva in mente, documentando il mio ritorno alla chitarra man mano che avveniva. E dopo dieci canzoni, avevo un nuovo album!   A proposito del tuo stile, sembra che la scelta dei brani sia molto personale e indipendente, anche se alcuni brani onorano la tradizione. In che modo hai scelto o composto i brani? Ho preso soprattutto brani molto conosciuti e ho aggiunto nuove idee, portandoli in una nuova dimensione rispetto a ciò che avevo fatto prima con gli stessi pezzi. Ho soprattutto sfidato me stesso, per capire se pensavo al lavoro chitarristico in un modo nuovo rispetto al passato.   In alcuni post sulla tua pagina Facebook hai parlato di un certo stile pianistico col quale hai più recentemente arricchito il tuo flatpicking. Puoi spiegarcelo meglio? Fin dall’inizio, nel 2017, il mio proposito era di utilizzare le mie capacità compositive e la mia creatività derivate da anni di scrittura per orchestra, musica da camera e pezzi per violino solo, e vedere dove mi avrebbe portato quel tipo di esperienza su una Martin, con un plettro.   Parlaci della tua mano destra. È un costante alternarsi di up and down, dove il down coincide con il chop, oppure – un po’ alla maniera di Tony Rice – il tuo picking è più irregolare e imprevedibile? Lo stile di Tony Rice ha giocato un ruolo molto importante nel riportarmi al timbro della chitarra. E questo è stato fondamentale perché, senza il suono di quella dreadnought su cui mi concentravo, non sarei riuscito a fare quello che ho fatto. Cercavo quel tipo di thud [letteralmente ‘tonfo’ – ndt] della Martin D-28, la sensazione di spingere davvero l’aria fuori dalla cassa. Per qualche ragione era questa la cosa che mi intrigava, proprio come se avessi di nuovo tredici anni. Da una parte sentivo che stavo ricominciando, anche se nel 2017 quella sensazione è durata settimane e non anni. Ma era un momento cruciale, perché cercavo di capire se veramente stavo ricominciando, se potevo gestire il mio braccio malandato e sopportare le conseguenze nell’eventualità che le cose  non fossero andate bene. Il mio stile è simile a quello di Tony Rice, perché lui è stato per me un grande mentore ed era il mio chitarrista bluegrass preferito quando iniziavo a cavarmela con lo strumento a tredici anni. Era lui insieme a Clarence White. E siccome nel 2017 stavo ricominciando, in qualche modo la mia mente è tornata all’epoca in cui ero impressionato dallo stile di Tony. Ci sono cose che facciamo in modo simile, ma direi che ci sono anche un paio di differenze. Una è il mio uso del crosspicking, e credo che derivi dai miei riferimenti pianistici: anche i riferimenti pianistici hanno a che fare con la trama e i colori dei suoni che ottengo col plettro sulle chitarre dreadnought nell’album; ho composto molta musica per piano in questi vent’anni lontano dalla chitarra, e credo che ciò abbia influenzato la mia musica. Uso anche un più ampio spettro dinamico, e l’arte dello strumming come parte del suo ruolo solistico. Molti pensano al fingerstyle quando immaginano un’incisione di sola chitarra. Io realizzo comunque questo lavoro di sola chitarra usando il crosspicking in un senso improvvisativo, senza nessun pattern, poi le ‘pause’ vengono riempite con lo strumming. Queste caratteristiche differenziano la chitarra acustica da tutti gli altri tipi di chitarra, che si tratti della classica o dell’elettrica e via dicendo. Sto anche cercando di suonare lo strumming un paio di punti di dinamica più piano, mantenendolo però al tempo stesso ancora energico. Di contro, voglio che parte del solismo suoni forte come lo strumming, o anche di più. Questo è stato uno dei miei obiettivi per quanto riguarda la tecnica chitarristica su questo disco: bilanciare il tutto dal punto di vista acustico, in modo da non dover sempre alzare o abbassare il volume nel missaggio. Il disco è stato suonato in modo organico, con dinamiche che scaturiscono dal mio stesso modo di suonare.   Prima ho nominato Tony Rice. Markology II è dedicato a lui, e addirittura sembra esserci qua e là una manciata dei suoi signature licks, immagino come una sorta di addio, un ultimo saluto a questo immenso artista. Siamo rimasti tutti tristi e scioccati dalla notizia della sua morte: nessuno sarà più come lui, anche se non esiste chitarrista che – consapevolmente o meno – non abbia nel proprio repertorio un lick di Tony Rice. Puoi dirci chi è stato Tony Rice per te e quale eredità lascia alle nuove generazioni di musicisti? Tony Rice è stato una grande fonte d’ispirazione nella mia prima adolescenza, e quando avevo sedici anni è stato il mio mentore. Quando avevo diciassette anni, mi ha insegnato personalmente tutti i brani che aveva scritto, per cui ho trascorso molto tempo sul suo chitarrismo. E Tony ha collaborato al mio primo disco di chitarra, Markology appunto, e mi ha aiutato a mixarlo. Ma, come chiunque può notare ascoltando l’album, io avevo già un mio stile personale a sedici anni, molto diverso da quello che aveva lui da giovane. Il mio modo di suonare è stato in parte influenzato da Tony, ma c’erano altre ispirazioni, per esempio John McLaughlin, Charlie Christian, Al Di Meola, Pat Martino, Joe Pass, Django Reinhardt, Eddie Lang, George Benson, Andrés Segovia, Manitas de Plata. Ho studiato con Steve Morse per ben un anno e mezzo! Anche musicisti rock come Jimi Hendrix e Duane Allman mi hanno influenzato parecchio. Così come B.B. King e Chet Atkins. E penso che, quando ho preso il posto di Tony nel David Grisman Quintet, ho potuto contare ancor più sulla mia capacità di essere sia personale che capace di adattarmi al lavoro che dovevo fare, ovvero suonare un po’ come Tony, che era il chitarrista originale e aveva contribuito a creare quel Dawg sound. Perciò è stato difficile per entrambi accettare i nostri rispettivi ruoli in quel periodo, ma ci siamo riusciti grazie alla mia capacità di suonare con lui il violino lungo la nostra carriera professionale. Per molti versi, sono stato veramente fortunato a essere un polistrumentista, cosa che Tony non apprezzava all’inizio, ma che entrambi abbiamo più tardi individuato come il modo per poter suonare insieme strada facendo. Tony ha significato molto per i giovani chitarristi bluegrass come me negli anni ’70, così come oggi, se si è in grado di intenderlo. È stato sempre una star da quando ha preso in mano la chitarra. Il ritmo era una componente centrale della sua musicalità, insieme al suo solismo, al suo suono e timbro e alle sue composizioni e fraseggi. Alcuni parlano oggi di tutti questi ‘cloni di Tony Rice’, ma non penso che sia questo il modo giusto per descrivere ciò che sta accadendo. Penso che molti chitarristi stiano cercando di avere un ‘suono’ come il suo, ma nessuno gli si avvicina nemmeno. Per cui ogni tanto sembra trattarsi di una cattiva imitazione, e forse anche peggio… Tutto il tempo che qualsiasi musicista professionista impiega per cercare di suonare come Tony, o come qualsiasi altro artista, in realtà è sottratto al tempo e allo sforzo per suonare in modo originale, o per contribuire con qualcosa di nuovo, e soprattutto per suonare ‘come sé stessi’, che è una cosa di grande valore per un artista. Specialmente per un professionista.   A proposito di generazioni, eri molto giovane quando hai cominciato a suonare con David Grisman, suonavi la chitarra quando Stéphane Grappelli è venuto in tour con il Quintet. Anni dopo avete formato l’incredibile band acustica Strenght in Numbers e, solo per nominare alcuni tuoi colleghi, Béla Fleck e Sam Bush fecero i Newgrass Revival, Russ Barenberg pubblicò Moving Pictures, Tony Rice formò la sua Unit, Mike Marshall e Darol Anger realizzarono i loro lavori progressivi e, successivamente, ti sei trovato anche a collaborare con artisti e cantautori tra i più importanti, tra cui James Taylor e molti altri. Be’, l’impressione generale è che la vostra generazione sia stata in grado di fornire enormi innovazioni, rispetto a quello che vediamo fare adesso alle nuove generazioni. Stiamo assistendo a un periodo di stagnazione? È già stato detto e inventato tutto? C’è qualcuno di cui non ci siamo accorti? Possiamo aspettarci solo uno sguardo retrospettivo dai giovani? È un punto di vista interessante. Se percepisci questo, una ragione potrebbe essere legata al fatto di essere un artista solista o meno. Io ero a tutti gli effetti un artista solista fin da giovane. Ciò implicava essere costantemente impegnato a ragionare sulla prossima scaletta di un concerto, o su cosa registrare sul prossimo disco e chiedermi: perché, innanzitutto, sto facendo un nuovo disco? Di certo non era per riuscire a suonare come qualcun altro. Che senso avrebbe essere uno strumentista solista e non offrire nulla di nuovo? Credo che questa possa essere una parte della risposta, se la guardi dal tuo punto di vista. Nonostante il fatto che per quanto riguarda tre chitarristi in particolare – che considero miei successori, Frank Vignola, Julian Lage e Bryan Sutton, tutti presenti nei tour del mio Hot Swing Trio o degli ensemble allargati – io attribuisca anche alla loro creatività sulla chitarra l’ispirazione per tornare allo strumento. Frank ha la mia età, ma Bryan è dieci anni più giovane di me e Julian ha vent’anni meno di me. Durante la realizzazione di Markology, quando avevo sedici anni, Tony ne aveva ancora solo ventisei e già registrava i suoi dischi solisti. È un’età molto inferiore a quella di molti artisti che diventano solisti al giorno d’oggi. E credo ci sia una grande differenza tra essere solisti ed essere dei pur ottimi collaboratori, dove non ti viene richiesto di avere grandi idee sulla musica a parte saper occupare un ruolo che il leader ha in mente. Se pensi ai grandi flatpicker della mia epoca, erano tutti artisti solisti già da ventenni: Doc Watson, Norman Blake, Dan Crary, Clarence White, Tony Rice. Anche se tutti abbiamo suonato per altri in certi periodi, eravamo tutti concentrati sulla nostra carriera solista, sui nostri dischi e sui nostri concerti, in ensemble o da soli, e in termini di repertorio, in termini di idee.   Gli Stati Uniti sono sempre stati visti come un faro dai musicisti di tutto il mondo, spesso non solo per la musica ma anche per lo stile di vita. Quando abbiamo visto il Campidoglio sotto attacco, i nostri cuori si sono raggelati. Tutti ci siamo molto preoccupati nel constatare che i rapporti umani dipendono sempre più dai social network e che esiste realmente il pericolo che poteri privati e digitali possano sopraffare le democrazie, creando paure e rabbia basate su fake news come il Deep State. Abbiamo visto il tuo impegno per la campagna di Joe Biden. È vero che questo impegno ti ha causato una perdita di fan, o anche questa è una fake news? È stato triste per me vedere il nostro Paese perdere così tanto sotto Trump. E poi l’insurrezione al Campidoglio è stata terrificante: non pensavo mai che avrei visto qualcosa di simile in America. Ciò dimostra che cosa possa ancora causare un politico ‘carismatico’ nel XXI secolo quanto a odio, paura e intolleranza in qualsiasi paese del mondo, compresa l’affermata democrazia degli Stati Uniti. Così ho trasformato le mie pagine musicali sui social in comunicazione a favore dei candidati democratici al Senato, poi dei miei candidati preferiti per la corsa alla Presidenza, e infine per Joe Biden e Kamala Harris, quando sono stati scelti per concorrere contro Trump. Lì per lì ho perso migliaia di fan, ma poi ne ho riguadagnati più del doppio ed erano sostenitori interessati sia alla mia musica che alle mie posizioni pubbliche su cultura e politica. Perciò credo di aver ottenuto miglioramento, sostituendo le persone che ho perso con della brava gente… E incoraggio tutti i musicisti e gli artisti a usare le proprie piattaforme quando si avvicinano le elezioni, perché non possiamo permetterci altri errori.   Nella tua esperienza, cosa può fare la musica – anche ‘didatticamente’ – per avvicinare le persone alla verità e alla solidarietà?  Gli artisti, che la cosa si ritenga giusta o meno, hanno una sfera d’influenza. E potrebbero non usarla soltanto per la propria carriera, ma anche per il bene superiore del proprio Paese e del mondo intero, al meno se sentono di poterlo fare senza ritrovarsi in pericolo. Per farla breve, serve ancora un po’ di coraggio, ma se non miglioriamo il mondo, saremo tutti più poveri.   Puoi raccontare ai lettori cosa è successo con Ricky Skaggs? Ricky Skaggs si è esposto pubblicamente promuovendo i princìpi del pericoloso e distruttivo culto di QAnon. Io ho fatto alcuni post su quanto fosse inaccettabile, per un musicista del suo livello, non solo far parte di quella setta, ma incoraggiare altri verso la superstizione, le menzogne e pericolose cospirazioni. Sì, più che mai, c’è bisogno che gli artisti parlino delle cose giuste da fare per promuovere inclusività, giustizia razziale, azione climatica, energie alternative, riforma dell’immigrazione, equilibrio salariale, sicurezza del porto d’armi, salute pubblica, università gratuita, diritto di voto e tutta una serie di questioni importanti. Se Skaggs parla a favore di QAnon, allora c’è bisogno che sempre più persone parlino contro quel messaggio di odio e intolleranza.   Ultima domanda. Sai che ogni anno, nell’ambito di Cremona Musica International Exhibitions and Festival, si organizza un Acoustic Guitar Village, dove speriamo di invitarti prima o poi. Insieme alla secolare eredità degli strumenti ad arco, vediamo ogni anno la partecipazione di importantissimi musicisti internazionali, molti dei quali vengono dalla scena acustica americana. Inoltre ogni anno sono ospitati i più importanti marchi di chitarre acustiche, come Martin, Taylor, Bourgeois e via dicendo. Puoi dirci, come violinista e fiddler, che importanza ha per te Cremona e qual è la tua esperienza rispetto all’Italia? È emozionante che una fiera della chitarra si connetta con la grande tradizione della liuteria violinistica di Cremona. Tutti noi violinisti siamo incantati dal prestigio degli strumenti di Cremona, specialmente dagli Stradivari, Guarneri e Amati. Ho avuto l’occasione di provare molti di questi strumenti nella mia vita, anche se non ne ho mai posseduto uno. Il violino che suono è realizzato artigianalmente da Jonathan Cooper, un liutaio del Maine, ed è ricalcato sul modello Guarneri, che è il mio preferito. Ho suonato il Guarneri posseduto dal grande violinista Fritz Kreisler in due occasioni alla Library of Congress, che lo conserva attualmente. E credo di aver provato una cinquantina di questi strumenti nel corso degli anni. D’altra parte, mentre lo strumento violino è stato perfezionato molto tempo fa, la liuteria chitarristica ha fatto veramente passi avanti qui nell’ultima generazione. E sono molto contento che si sia creato un ponte tra questa liuteria e la grande tradizione della liuteria violinistica, perché penso che sia una cosa meritata. La nuova chitarra che uso in Markology II, costruita dalla Colorado Guitar Company di John Baxendale sulle specifiche della mia Martin D-28 Herringbone, penso sia all’altezza delle migliori dreadnought che si possano realizzare al giorno d’oggi. Il suo suono e la qualità della sua fattura sono responsabili al cento per cento per avermi fatto tornare la voglia di riprendere in mano la chitarra. Perché sapevo che, se la mia tecnica fosse ritornata, avrebbe potuto ripagare uno strumento di questo livello. Puoi sentire il risultato di tutto questo sul mio nuovo album!   Per completare allora questa annotazione tecnica, quale altra strumentazione hai utilizzato in Markology II? Ho suonato anche la mia Martin Herringbone del 1945, che avevo usato pure sul primo Markology. Inoltre ho suonato un brano su un mandoloncello Gibson del 1924. Poi uso corde D’Addario Bronze .014-.059 e un plettro molto spesso, il BlueChip 55. Per la registrazione ho usato principalmente un microfono AKG C 24 del 1953.  Andrea Tarquini Grazie a Luca ‘Swanz’ Andriolo per il contributo alla traduzione dell’intervista.   L'articolo Mark O’Connor: Il ritorno di Markology proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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