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Luca Masperone

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Pietro Nobile – Il nuovo libro sulla “Chitarra Fingerstyle”

(di Luca Masperone) – Venerdì 29 novembre 2019, presso Ground Custom Liuterie Inedite a Milano, si è svolta in anteprima la presentazione del nuovo libro del maestro della chitarra acustica Pietro Nobile. Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici è il titolo del volume, e noi abbiamo partecipato alla serata, organizzata dal chitarrista Gabriele Cento, tra esibizioni dal vivo e approfondimenti del testo. Iniziamo con il parlare della location dell’evento: Ground Custom, che ha l’aspetto di un salotto artistico con splendide chitarre artigianali in esposizione, nasce dall’unione di tre liutai, tre creativi che hanno portato i loro laboratori e marchi in un ambiente di condivisione. Stiamo parlando di Fabio Molinelli (Molinelli Guitars), Rossella Canzi (Ross Liuteria) ed Emanuele D’Alò (Shank Instruments). Gli ultimi due sono anche i responsabili delle batterie DrumMa. Torniamo alla presentazione. Pietro suona alcuni dei suoi pezzi storici, composizioni personali dalla forte carica melodica, eseguiti con il suo tocco preciso e controllato, e forti di un suono che Nobile ha affinato negli anni, in particolare per quanto riguarda la regolazione del riverbero. Gabriele Cento suona con lui alcuni brani, poi inizia la presentazione vera e propria con l’analisi del nuovo libro, appena pubblicato da Volontè & Co. A parlarne, il sottoscritto assieme a Nobile e all’editore Marco Volontè. Il testo parte davvero da zero, soffermandosi per tutto il tempo necessario sulle basi della chitarra acustica suonata con le dita della mano destra. Ogni aspetto e argomento viene trattato con molta cura attraverso una serie di esercizi e brani dedicati, presenti sia in formato audio su CD che in formato video in streaming gratuito: argomenti chiave come gli arpeggi con le corde a vuoto (ben 37 esercizi solo su questi), o i concetti di dita ‘cardine’ e dita ‘guida’, che permettono al principiante assoluto di sviluppare in modo molto graduale un controllo dello strumento, ma sono utili anche a chi già suona da tempo, per fare un controllo della propria tecnica e migliorarla. Infatti il testo, man mano che progredisce nelle sue 152 pagine, sviscera anche tecniche più avanzate, come crosspicking, delayed pull-off e delayed hammering, così come le accordature aperte e brani originali polifonici composti appositamente per mettere in pratica ciò che si è imparato in fase di esercizio. In definitiva il metodo è indicato anche per il chitarrista elettrico che voglia avvicinarsi (o riavvicinarsi!) al fingerstyle. L’aspetto che personalmente ho apprezzato di più, e che ho avuto modo di sottolineare anche mentre la presentazione volgeva al termine, sono le lunghe parti di testo dove Nobile condivide alcune sue idee e nozioni, dai consigli su come memorizzare i brani, come controllare la paura del palco, come cavarsela in caso di errore o momentaneo black-out, fino alla cura delle unghie, passando per l’approccio allo studio e allo sviluppo della creatività. (l.m.) Pietro Nobile, Chitarra Fingerstyle – Metodo di base con approfondimenti tecnici, Volontè & Co., 2019 L'articolo Pietro Nobile – Il nuovo libro sulla “Chitarra Fingerstyle” proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Home Page
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L’anima della NCCP tra moresche e villanelle – Un ricordo di Corrado Sfogli

L’anima della NCCP tra moresche e villanelle Un ricordo di Corrado Sfogli di Luca Masperone Il 25 marzo 2020 è scomparso, all’età di 69 anni, Corrado Sfogli, chitarrista e direttore musicale per buona parte del percorso del più longevo e importante gruppo di musica tradizionale del Sud Italia, la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ci lascia in eredità, oltre a una discografia pluridecennale in equilibrio tra la valorizzazione del repertorio popolare e la scrittura di materiale inedito, un ultimo album, pubblicato quest’anno con il titolo di Napoli 1534. Tra moresche e villanelle.  La Nuova Compagnia di Canto Popolare muove i suoi primi passi tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Tra i fondatori c’era Eugenio Bennato, che ci raccontò in una intervista: «Eravamo ragazzi atipici, che sceglievano ritmi, formule musicali e strumenti diversi, fortemente in controtendenza rispetto ai tempi – gli anni ’70 – quando tutti i giovani erano orientati verso la formazione chitarra elettrica, basso e batteria. Io invece fui colpito da uno strumento raro e antico che si chiamava mandoloncello, […] Il passo successivo è stata la chitarra battente, strumento a quei tempi assolutamente sconosciuto» (Chitarra Acustica, gennaio 2018). Nel periodo iniziale della sua attività la NCCP opera, con la supervisione e direzione artistica di Roberto De Simone, sul recupero e sulla riproposta di materiale originale orale o ritrovato in archivi e biblioteche. Lo stesso Corrado ci aveva spiegato: «Le antiche villanelle cinquecentesche, ad esempio, sono state reperite nella Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel, in Germania» (Chitarra Acustica, febbraio 2017). Il nucleo dei successi dei primi anni ’70 è formato da Eugenio Bennato, Carlo D’Angiò, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, Peppe Barra, Nunzio Areni. Dopo poco, per motivi di lavoro, D’Angiò lascia il gruppo, seguito poi da Bennato e Barra. Corrado Sfogli, al tempo giovane e talentuoso chitarrista classico, entra a far parte della formazione nel 1976, divenendone quasi subito il nuovo direttore musicale. I membri originali, gradualmente, andranno via tutti e il cuore del gruppo resterà composto da Corrado e Fausta, uniti anche nella vita, che sapranno circondarsi di musicisti sempre ottimi e in grado di sprigionare, della musica popolare, tanto la forza ritmica dirompente quanto le struggenti melodie. L’avventura del gruppo vive stagioni diverse nei decenni, dagli anni ’70 nei quali la NCCP partecipa ai grandi raduni e concerti rock a fianco di band come PFM, Banco del Mutuo Soccorso e Area, e nei quali nasce e si sviluppa anche il movimento musicale e sociale denominato Napule’s Power, fino a momenti in cui il pubblico è meno attento alle proposte musicali non convenzionali; ma senza mai interrompere l’incessante attività dal vivo, che riscuote consensi a qualsiasi latitudine e longitudine, dall’Australia all’Islanda, come da Buenos Aires a San Pietroburgo.  Quella della NCCP è una storia ricca di tradizione, ma anche di originalità e di inventiva. Il gruppo infatti si concentra sempre di più sulla scrittura di brani inediti, che proseguono e portano avanti il filo conduttore della musica popolare. Corrado teneva molto a questo punto e ci aveva ancora spiegato: «Oggi la padronanza acquisita in tanti anni trascorsi a suonare questo tipo di musica ha reso noi stessi ‘popolari’, nel senso puro del significato, e quindi scrittori di brani legati alla tradizione. […] Oggi la tradizione è entrata nel nostro DNA a tal punto, che qualsiasi cosa scriviamo ha delle reminiscenze popolari. Quindi noi non attingiamo, ma esprimiamo un certo modo di essere ‘popolari’ che proviene dalla nostra anima» (idem). Nel 2020, con l’uscita del nuovo album Napoli 1534. Tra moresche e villanelle, assistiamo a un vero e proprio ritorno alle origini del gruppo, che chiude il cerchio poco prima della morte di Corrado. Dieci dei dodici brani che compongono il disco, infatti, sono dei tradizionali, magistralmente arrangiati e reinterpretati, mentre sono presenti soltanto due composizioni inedite. Corrado Sfogli si è occupato della direzione musicale e della ricerca e rielaborazione delle villanelle presenti nell’opera e, come strumentista, ha inciso buona parte degli strumenti a corde come chitarra, chitarra battente, mandola, mandoloncello, bouzouki. I brani sono caratterizzati dalle voci stilisticamente perfette di Fausta Vetere e Gianni Lamagna, dai fiati di Marino Sorrentino, le percussioni di Carmine Bruno, il basso acustico di Pasquale Ziccardi, il violino di Michele Signore e, in diversi brani, compare come ospite anche il chitarrista della PFM Marco Sfogli, figlio di Corrado e Fausta. Luca Masperone NCCP Napoli 1534. Tra moresche e villanelle Squilibri Il disco è contenuto all’interno di uno splendido minilibro, ricco di disegni e dipinti, fotografie e testi. La lunga introduzione, scritta da Corrado Sfogli nella lingua partenopea dell’epoca, ci immerge nella Napoli della prima metà del ’500 immedesimandosi – attraverso un espediente narrativo – nei panni e nelle parole del principe Ferrante Sanseverino, nipote del re Ferdinando il Cattolico e amante dell’arte, della filosofia, della letteratura e della musica, caduto in disgrazia per aver appoggiato l’opposizione popolare all’introduzione dell’Inquisizione spagnola. Traduciamo liberamente dall’originale in dialetto riportato nel libro, a partire dal paragrafo “Su li mmuseche de li campagnuole dette villanelle”: «Nella nostra città giravano, cantando allegramente per le vie e le piazze, un gruppo di musicisti che si accompagnavano con strumenti fatti da loro e che producevano suoni belli e curiosi. […] Questi erano soliti andare nei paesi e alle feste che si facevano intorno alla nostra città, e là imparavano le canzoni dei campagnoli e, dopo, le suonavano e le facevano sentire nelle vie e nelle piazze di Napoli. […] E chiamavano queste canzoni ‘villanelle’». E dal paragrafo su “Le moresche”: «A un certo punto, mentre parlavamo dei tanti fatti successi, mi ricordai di quegli schiavi che aveva comprato al molo e chiesi a Giovanni che fine avessero fatto. Senza dire una parola mi fece segno di non parlare e mi portò nella cucina di casa sua. […] Un po’ di lato, vicino alla finestra, vidi due di quegli schiavi che stavano provando una rappresentazione che dicevano che avrebbero dovuto fare lungo il Castello, […] Erano uno spettacolo: […] saltavano, ballavano, facevano facce strane con la lingua di fuori, muovevano le braccia come i galli e cantavano come loro, muovevano le gambe e mi mostrarono a un certo punto pure il culo.» (l.m.) Parola di Corrado Sfogli «Senza guardare a ciò che è il passato non si può costruire il futuro. Noi però chiediamo alle persone che si avvicinano alla musica popolare di capirne la storia e il significato. Questo porterebbe ad avere coscienza di quel che si vive durante una festa popolare e non a parteciparvi solo superficialmente, superficialmente, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi. Inoltre, in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo oggi, la differenziazione fra noi e gli altri avviene proprio nell’appartenenza alla terra dove siamo nati e perciò a quelle che sono le nostre radici.» «La tradizione e la musica popolare sono come la pioggia, che nessuno può fermare. Raggiungono una certa categoria di persone che ama le storie, i misteri e i profumi della propria terra.» (Chitarra Acustica, febbraio 2017) L'articolo L’anima della NCCP tra moresche e villanelle – Un ricordo di Corrado Sfogli proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Dove tia o vento – Intervista a Beppe Gambetta

Dove tia o vento Intervista a Beppe Gambetta di Michela Favale e Luca Masperone Presto o tardi nella vita di un artista arriva il momento di fermarsi e guardarsi indietro. I più coraggiosi riescono a non perdersi nella semplice ripetizione delle esperienze passate, trasformandole invece in nuova linfa per sintetizzare qualcosa di nuovo e potente. Beppe Gambetta ha portato a termine questa difficile operazione con l’uscita del suo ultimo disco Where the Wind Blows / Dove tia o vento, il primo interamente composto da brani originali. Questo proprio alla vigilia del ventennale dell’Acoustic Night genovese, una festa per ora solo rimandata, vista la recente pandemia. Nell’album Beppe ripercorre la sua vita, proponendo tantissimi spunti interessanti e riflessioni che vengono da lontano, ma risultano sempre attuali, mostrandoci come sia importante fare nostra la strada che percorriamo e prestare attenzione a ogni singolo incontro che potrebbe cambiarci. Il brano “La musica nostra” contiene la vera anima del musicista, che qui si svela in modo molto personale e ironico, quasi romantico, come mai aveva fatto prima d’ora. Fortissimo è anche il messaggio di speranza che traspare dalle musiche e dai testi, destinato sia al pubblico che agli artisti, visti come creatori di bellezza. L’aspetto più importante alla base di quest’opera è la multiculturalità: ogni canzone chiama l’autore a esprimersi in una lingua diversa, ogni cultura è unica e ha caratteristiche precise, ma poi tutte insieme vanno a formare una cosa sola. L’identità umana funziona proprio così, per questo Where the Wind Blows / Dove tia o vento ci mette in contatto con le radici genovesi di Beppe, il suo essere italiano e la forte componente anglosassone, sia di formazione che di porto d’arrivo.  Venerdì 22 maggio Beppe Gambetta e Giovanni Ricciardi, noto violoncellista genovese, hanno ricreato parte della magia dell’Acoustic Night negli studi dell’emittente ligure Primocanale, regalando ai fan uno spettacolo di circa un’ora e mezza tra vecchi e nuovi brani, all’insegna della contaminazione e dell’improvvisazione, essendo questo il loro primo incontro artistico. In videochiamata dal Canada è stato presente anche il cantautore e polistrumentista Harry Manx, che avrebbe dovuto partecipare alle serate al Teatro Nazionale di Genova. Questo evento televisivo voleva essere una sorta di aperitivo in musica, in attesa di poter tornare presto in sala, alla presenza di quell’artista silente ma fondamentale che è il pubblico, proprio come diceva Ezio Bosso e ci ricorda anche Beppe nell’intervista. Che cosa ti ha spinto a reinventarti in occasione di Where the Wind Blows / Dove tia o vento? La pandemia ha in qualche modo cambiato l’album o solo l’impatto che potrebbe avere? Avevo iniziato a pensare a un nuovo lavoro durante la scorsa estate, buttando giù idee in ordine sparso tra un viaggio e l’altro, e lasciandole ‘decantare’ come faccio sempre. Spesso, lavorando in questo modo, il percorso si delinea strada facendo e il materiale per un nuovo album si manifesta negli appunti che metto insieme. Su questo punto seguo la scuola di Woody Allen che, per lavorare a una nuova sceneggiatura, recupera e distribuisce sul suo letto una marea di bigliettini con gli appunti presi in tanti momenti diversi… Ricordo anche che, mentre provavo a scrivere i primi pezzi, tra le varie composizioni spiccava una melodia melanconica che ho subito intitolato “Lamento”. Pensavo: «Che strano, un brano così triste senza un motivo…» Probabilmente era un presagio. La pandemia è arrivata alla fine delle registrazioni e mi ha fatto anticipare i tempi del mixaggio, ma non ha cambiato il processo artistico. Molti temi dell’album coincidono effettivamente con il momento attuale – il lamento, la resistenza, l’amore per i grandi vecchi, l’incertezza del lavoro d’artista, la speranza identificata nell’alba, e così via – ma tutto ciò non è stato programmato. L’uscita del CD vuole essere comunque un segnale che la musica deve andare avanti nonostante tutto. Quali pensi siano le differenze più importanti di questo nuovo disco rispetto al resto della tua produzione, già piuttosto vasta? Penso che ogni artista debba essere curioso per definizione ed esplorare nuovi territori. L’ho fatto in passato e questo nuovo lavoro è in linea con il mio percorso. Ho deciso così di scrivere canzoni e sperimentare un album di sole mie composizioni, di usare nuovi strumenti e inserire nuove scelte musicali. Queste sono le novità ed è la continuazione di un percorso di ricerca. Nella scrittura dei brani cantati a chi ti sei ispirato? La creazione di un testo, che tipo di processo rappresenta per te? Cosa ti ha aiutato a superare la forma di pudore che ti impediva di essere anche cantautore? Essendo genovese ho seguìto il più possibile l’insegnamento e l’estetica della scuola di cantautori della mia città. Giornalisti, amici e anche mia moglie mi esortavano da tempo a provare a scrivere canzoni, vista la mia passione per l’arrangiamento di canzoni altrui. Penso che la scelta di scrivere prima il testo o prima la musica sia solo un dettaglio del work in progress che ogni artista affronta in maniera diversa. Quello che alla fine conta nella canzone è la scintilla tra queste due componenti, che insieme devono generare emozione; ed è questo il punto di arrivo su cui mi sono concentrato modificando, ascoltando, pensando, cambiando ancora, sino a una stesura definitiva che mi soddisfacesse. Quali sono le tematiche che rappresenti in questi brani? Le canzoni hanno dei soggetti per me importanti: la forza dell’amore nel superare ogni tipo di avversità (in “La musica nostra”), il rispetto per i profondi insegnamenti dei grandi ‘vecchi padri’ della musica (“Wise Old Man”), la bellezza dalla mia città in contrasto con le avversità della sua storia (“Dove tia o vento”) e il bilancio della mia vita, in cui il regalo più bello sono stati il coraggio e la libertà di espressione artistica (“Amica Libertà”). La lingua genovese si presta alla canzone con un’ampia presenza di parole tronche. In che modo rappresenta il popolo ligure? Andrebbe riscoperta maggiormente? La lingua genovese ha molte affinità linguistiche con il portoghese, la lingua che per eccellenza esprime la saudade e il lamento. Anche per questo, per la sua struttura e la sua lentezza, è un’espressione perfetta del modo di essere del popolo ligure. Non a caso, tra i capolavori più riusciti, molte sono le canzoni con una vena malinconica: anche “Crêuza de mä”, pur celebrando la festa del ritorno a casa dei marinai, è intrisa di malinconia. Da quello che ho visto e che vedo durante i miei viaggi, trovo che in Italia, rispetto al resto del mondo, in genere i dialetti vengano ancora parlati da una buona fetta di popolazione.  In “Dove tia o vento” percorri la storia di Genova anche con numerose immagini: come hai scelto i momenti da mostrare e da cantare? Si tratta di storie vere? Esistono un sentimento e un carattere che accomunano la gente della nostra terra, che non sono facili da definire e che sognavo di catturare con una canzone. È un sentimento che si ritrova spesso immutato nel tempo; dunque, per rafforzare il racconto, ho deciso di evocare brevi immagini lungo un percorso che attraversasse tre secoli di storia. La canzone è molto autobiografica, molti personaggi raccontati facevano parte della mia famiglia: ‘nònna Giò’ – Maria Geronima Sanguineti, nata a Camogli nel 1855 – era la mia bisnonna, abbandonata con i figli dal marito emigrato in Argentina; un mio prozio ha aperto una bottega di armassin [‘ferramenta’] in Cile; un altro prozio si è imbarcato, è stato portato via da un’onda durante una tempesta e solo la sua cassa da marinaio è ritornata, con i suoi vestiti; i fascisti li ha cacciati anche mio nonno Giuseppe, partigiano democristiano, importatore e perito di caffè e pepe, e così via… Tutte queste storie sono rappresentative e comuni nel DNA di tante famiglie liguri e genovesi. Ho conservato gelosamente un mio ‘albero genealogico, aggiornato negli anni e riempito di storie e commenti raccontati dall’anziana ‘zia Maria’, che mi è stato prezioso. Sempre in “Dove tia o vento” sono presenti anche frammenti di testi da brani appartenenti alla tradizione genovese, come “Ma se ghe pensu” e “Baccicin vàttêne a cà”: si tratta di citazioni o è un modo per creare un collegamento più forte con la storia della canzone ligure? La canzone pone in evidenza il contrasto tra la storia travagliata della città negli ultimi secoli e la sua bellezza straordinaria, che prima o poi ti costringe a ritornare. Le citazioni sono servite a rafforzare il racconto di questa nostalgia, che si ritrova in tanti classici della nostra canzone e continua ad essere un sentimento chiave per chi è ligure e genovese. Oltre a questo ho voluto anche mettere in evidenza il carattere ‘ribelle’ dei genovesi a tutte le oppressioni. In tutto il testo ho cercato di evitare il campanilismo ostentato, che spesso si manifesta in questo tipo di canzone. Cosa portava tanti genovesi a emigrare? Anche tu sei ‘emigrato’, come ti senti in rapporto ai tuoi predecessori? La partenza degli emigranti di fine ’800 era certamente molto diversa dalle partenze dei giorni nostri. La povertà e la durezza di quei tempi non sono certo paragonabili. Si trattava di genovesi e anche di liguri che in gran numero si spostarono nel quartiere popolare de La Boca a Buenos Aires. Il testo della canzone infatti dice: «Non vanno più alla Boca, vanno dove tira il vento». Questo a indicare che le nuove generazioni sono ancora spesso costrette a partire da Genova, ma oggi partono senza una meta precisa e vanno dove li chiama un nuovo lavoro. Cos’è per te la bellezza di Genova di cui parli nel pezzo? Io amo Genova non solo nelle sue parti spettacolari, che vengono messe in mostra ai turisti. Ma vedo bellezza in angoli remoti (ad esempio in piazzetta Sant’Anna, in piazza del Melograno, in certi punti delle crêuze verso il Righi, eccetera…), in personaggi del passato (il sorriso di Maria della nota trattoria che ho inserito anche nel video della canzone) e in alcune gemme non particolarmente note (ad esempio la statua dell’Angelo di Monteverde nel cimitero di Staglieno, che fa innamorare chi la scopre). Nella title track utilizzi un’accordatura particolare, DADEAE se non sbaglio? Hai scritto la musica del pezzo sotto l’influenza della sua sonorità o, al contrario, l’hai utilizzata perché utile all’arrangiamento che avevi in mente? Su questo aspetto io continuo a sperimentare, finché non colgo uno spiraglio di poesia in un suono che ascolto. A volte questa ricerca è complessa. Il ritornello di “Dove tia o vento” mi girava nella testa da molto tempo. Per trovare la parte di chitarra giusta ho provato tante accordature e tonalità diverse: DADEAE finalmente mi ha aperto possibilità di accordi intriganti, con ottimi bordoni e un refrain che cascava naturale sulle corde a vuoto dell’accordatura. Quali altre accordature alternative sono presenti nell’album e in che modo le hai sfruttate? Ne ho usate molte, in particolare la DADGAD, in “Lament”, in “Fighting While We Can”. Ma la caratteristica creativa più interessante dal punto di vista chitarristico è stata la sovrapposizione di tante chitarre diverse. In genere, accostare più di due chitarre in uno stesso arrangiamento è a volte pericoloso e può appesantire e confondere il suono, ma con chitarre di ‘famiglie’ diverse la sovrapposizione può generare colori inaspettati. Ad esempio, per “La musica nostra”, ho usato sei chitarre: un’elettrica, una National per il bottleneck, un’acustica regolare, un’acustica con il capotasto alto, un’acustica dedicata solo agli armonici e una chitarra bouzouki bassa per tappeti di note. Puoi raccontarci qualcosa riguardo alla realizzazione del video creato da Sergio Farinelli per il brano “Dove tia o vento”? Che tipo di lavoro è stato fatto? Sergio ha una grande esperienza grazie al suo lavoro in Rai, ed è rimasto colpito dalla canzone su Genova. Possedeva alcune immagini interessanti di repertorio. A queste abbiamo aggiunto alcuni girati più recenti, tra cui il sorriso della cuoca Maria di cui vi parlavo, mentre le immagini che mancavano le ho ‘inventate’ in casa con soluzioni di fortuna – per esempio la tempesta nella vasca da bagno, il colpo di pestello nel mortaio, eccetera – che alla fine, nella loro semplicità e grazie alla maestria di Sergio, si sono rivelate vincenti. In questo album utilizzi genovese, italiano e inglese: cosa hai preso da queste lingue e quali sono i caratteri principali di queste culture? La multiculturalità è forse l’aspetto principale della mia arte: non potevo rinunciarvi, anche se è un aspetto che a volte non paga, perché non rientri più in qualche categoria precisa e non sei catalogabile. Tra le lingue in cui canto è mancato il tedesco, ma scrivere in tedesco sarebbe stato troppo complicato. Le differenze culturali legate a queste lingue sono immense, ma più che sottolineare i caratteri diversi, mi piace constatare come la risposta di fronte all’estetica musicale sia invece sempre molto simile. In particolare nella mia esperienza, di fronte al genovese di De André, c’è uno stupore per la bellezza assoluta del suono poetico dei suoi versi che accomuna tutti i pubblici più eterogenei. Questo periodo comporta numerosi problemi per le manifestazioni culturali in generale, dai concerti alle conferenze. Come potrebbe diventare la musica e il lavorare nella musica nel prossimo futuro? In che modo può essere adattata ai tempi strani che stiamo vivendo? Penso che si potranno studiare molte soluzioni per lavorare e produrre musica a distanza, e anche per insegnare. Forse verrà inventata la piattaforma con cui si potrà suonare insieme contemporaneamente senza ritardo. Ma, secondo me, non si potrà prescindere dall’energia di una platea che ti ascolta dal vivo. Il grande Ezio Bosso, tra le sue affascinanti affermazioni, diceva che il pubblico è un musicista silente che comunque partecipa all’esecuzione. Secondo me bisogna lottare perché in qualche modo i teatri riaprano, perché è con il contatto con i nostri ‘musicisti silenti’ che la musica vive. Su questo siamo completamente d’accordo. Nel frattempo quale può essere un piano B da tenere presente per tutto il campo della cultura? Ci riferiamo per esempio ai tanti concerti live su Facebook o Instagram, ma anche a piattaforme di fruizione come Patreon.com, su cui anche tu hai un profilo. Cosa pensi di queste alternative? Come dicevo prima, non credo molto nei concerti ‘virtuali’, che per me possono funzionare come eventi speciali e saltuari, ma non come normale routine artistica. La piattaforma Patreon invece – a cui ho aderito all’indirizzo patreon.com/beppegambetta – ha una funzione diversa: mette in contatto attivo l’artista con chi lo segue e vuole sostenerlo e aiutarlo. È come una forma di ‘fan club’ moderno. Nel mio caso funziona così: un paio di volte a settimana metto a disposizione esclusiva dei miei patrons diversi contributi, che vanno da videolezioni di chitarra a racconti, video e foto inedite, anteprime del mio lavoro, tablature, diari di viaggio e perfino qualche ricetta cucinata dal vivo. In cambio il patron contribuisce mensilmente con una cifra spontanea, che va da cinque dollari in su a seconda di come può e desidera. In tempi di Coronavirus, negozi chiusi e concerti cancellati, come farete a distribuire e commercializzare l’album? L’uscita del CD vuole anche essere un segno di risposta alle avversità. Non potendo usufruire di vendite ai concerti e nei negozi, vendiamo copie autografate per corrispondenza, che possono essere richieste a beppegambetta1@gmail.com e pagate con PayPal o via bonifico. A questo indirizzo possono essere anche richieste le trascrizioni di tutte le parti di chitarra del CD. A Genova il punto di riferimento è il negozio Disco Club di via San Vincenzo. Il CD è anche acquistabile in formato digitale su https://beppegambetta.bandcamp.com/releases. È un momento in cui la solidarietà degli amici veri si fa sentire, e le richieste di chi vuol bene alla mia musica ci riempiono di gioia e ci rassicurano. La voce con cui interpreti i brani sembra emozionata e sentita: cosa significa parlare di sé e aprirsi al pubblico fino a questo punto? Cambia l’emozione nel cantare un brano proprio, piuttosto che nel riarrangiare un pezzo? Come si gestisce e utilizza a proprio favore questo sentimento? Cantare le proprie canzoni ti coinvolge totalmente. Il concetto è che quando canti devi vivere esattamente quello che stai raccontando. Ho provato a incidere varie volte le mie canzoni, cercando di isolarmi da quello che avevo intorno e immergendomi completamente in quelle storie. Quando ci sono riuscito, era naturale che l’emozione fosse giustamente forte: era quello che volevo. Nel disco compare anche la chitarra elettrica. Che modello hai utilizzato e come mai hai deciso di imbracciare questo ‘nuovo’ strumento? Hai qualche maestro di riferimento, come per l’acustica? La chitarra elettrica l’ho suonata in un brano, “La musica nostra”, che ‘chiamava’ quel tipo di suono; ed ho scelto una Telecaster. È in fondo solo un dettaglio rispetto a tutta l’opera, ma mi ha fatto piacere ritrovarla dopo tanto tempo. Oltre alle ispirazioni puramente artistiche, essendo io anche il produttore dell’album, cerco di seguire il lavoro di qualche producer intrigante che ammiro particolarmente: tra tutti T Bone Burnett. Per questo disco ho scelto anche di usare come guida il bravissimo Greg Anderson, produttore del cantautore Richard Shindell. In particolare ho studiato i suoni e le dinamiche di un suo album che si intitola Careless, uscito qualche anno fa per Amalgamated Balladry; ascolto consigliato! Nel brano “Amica libertà” parli anche del mito del lavoro sicuro. Come si differenzia questo concetto tra Italia e America? In Italia, a volte, chi fa il musicista è costretto dal nostro sistema ad avere anche un altro lavoro e a scendere a compromessi. Questo non aiuta sempre la qualità della musica. La differenza fondamentale tra Italia e Stati Uniti è che negli USA il mondo dei professionisti è separato in maniera più chiara da quello dei dilettanti. Entrambi i mondi convivono e sono necessari per la salute della scena musicale, ma il pubblico americano è in grado di riconoscere i diversi livelli artistici. E, in genere, la qualità che il professionista è in grado di offrire viene premiata secondo una legge molto semplice: il numero degli spettatori paganti. Questo riconoscimento diretto delle capacità, per gli italiani all’estero, vale in molti campi ed è una vera boccata d’ossigeno per chi vuole impegnarsi nel suo lavoro, a costo di dover viaggiare. È ciò che a volte manca in Italia e, secondo me, è ciò che ha impedito alla nostra società di essere molto più avanti e anche più felice.  Come spiegare a un ragazzino di oggi, che vede un mondo dominato dal potere, che «la speranza è più potente del denaro» e che «una storia è più forte di una pistola»? Queste frasi nella canzone “Wise Old Man” – ‘Grande vecchio’ – sono ispirate alla figura di Pete Seeger, primo dei tre ‘vecchi’ citati, e al paio d’ore che ho trascorso con lui a chiacchierare nella sua casa di Beacon nello Stato di New York. Ricordo che ogni frase che lui ha pronunciato è stata una pillola di saggezza. «Una storia è più forte di una pistola» si riferisce al fatto che molti storici ritengono che il ritorno di Pete Seeger in televisione, dopo anni di ostracismo dovuti al maccartismo, e in particolare l’occasione in cui egli cantò la canzone di protesta “Waist Deep in the Big Muddy”, fu l’ago della bilancia che cambiò l’umore dell’opinione pubblica e portò alla fine della guerra del Vietnam. Forse in quell’occasione le parole di una canzone furono veramente più forti delle armi. Per Pete la speranza era sicuramente «più potente del denaro», e per dare il buon esempio lui evitava il lusso. Ad esempio gli hotel che richiedeva andavano dai tre stelle… in giù! Realmente lui si rifiutava di entrare in un hotel di lusso: successe anche a Torino quando suonò per il FolkClub, da un racconto del caro amico Franco Lucà. “La musica nostra” è un brano molto personale in cui racconti con una certa dose di ironia il lavoro del musicista. Ce ne parli? In realtà la canzone la sento primariamente come una canzone d’amore, la mia prima canzone d’amore! Affrontare la precarietà della vita on the road con la persona che ami al tuo fianco, ti fa sognare di poter continuare insieme all’infinito questa ricerca della bellezza. Come giudichi il mondo indipendente? Quali sono i pro e i contro di essere artisti? Sempre in “La musica nostra” descrivo una lunga lista di problemi che l’artista deve affrontare per andare avanti nel mondo indipendente. Questa in realtà è solo una piccolissima parte di quelli reali: per la stesura del testo, ricordo di aver scritto una pagina intera di problematiche, quindi ho scelto qua e là qualche esempio rappresentativo. Si tratta di una vita sicuramente più complicata di quello che appare esternamente. La caratteristica costante per me è che, in tutti i momenti in cui ho vissuto questa vita, il rapporto 20/80 non è mai cambiato; mi spiego: si spende circa il venti per cento del tempo a studiare ed esercitarsi, e l’ottanta per cento del tempo a cercare lavoro, viaggiare e fare promozione al proprio lavoro. Quanto conta l’ironia nel nostro mestiere? Essere sempre bambino e giocare e scherzare come un bambino sono un motore fondamentale dell’essere creativo. L’ironia e lo scherzo abbattono le barriere tra l’artista e il pubblico, che partecipa meglio ed è in grado di trasmettere più energia all’artista stesso.  Guardandoti indietro, cosa pensi sia stato fondamentale per la tua crescita musicale e personale? Penso che la mancanza di soldi, la scarsezza di fonti e di incoraggiamento, e le difficoltà degli anni della mia gioventù siano stati il fattore fondamentale per la mia crescita musicale. In quelle situazioni devi per forza far bene e studiare molto, per proporre qualcosa di importante e soprattutto diverso, affinché qualcuno ti segua. Sicuramente per me le sconfitte e le delusioni sono stati gli stimoli più importanti. Se avessi trovato facilmente lavoro in Italia, non sarei mai partito con un registratore alla ricerca dei miei maestri americani. Da un certo punto di vista, oggi, l’arresto causato dalla pandemia non è totalmente negativo: aprirà molte porte alla creatività di artisti veri, che veramente credono alla propria arte, e li porterà a inventare bellezza. L’idea di te che parti alla ricerca dei tuoi maestri si ricollega al brano “Wise Old Man” e agli incontri che cambiano la vita? La canzone vuole ricordare alle nuove generazioni che l’incontro con i padri fondatori dei vari generi musicali è fondamentale. Oggi si tende a imparare la tecnica attraverso l’analisi di video didattici e non, ma non è come incontrare Pete Seeger, Doc Watson e Fabrizio De André, per citare i personaggi della mia canzone. Questi tre ‘grandi vecchi’, insieme ad altri, hanno cambiato e ispirato la mia vita. E non dimenticherò mai i nostri intensi incontri: quelli con Fabrizio De André sono sempre avvenuti in un backstage, prima o dopo i suoi grandi concerti; con Doc Watson ho invece anche suonato: ne ho una breve registrazione fatta con mezzi ‘antichi’, che conservo come una reliquia! “Forget About Me Not” è un fiddle tune moderno dedicato al New Jersey, tua patria di adozione. In che modo l’hai scritto e adattato? Viviamo nella stessa contea elettorale di Bon Jovi e Bruce Springsteen (la città di Freehold dista solo 52 minuti da casa nostra), dunque abbastanza vicini a New York. Ma il nostro piccolo villaggio di Lambertville sul fiume Delaware è una zona completamente rurale, diversa dallo stereotipo che accompagna il New Jersey, spesso considerato un po’ la ‘periferia’ della grande città. I motivi per cui abbiamo scelto Lambertville sono i cari amici che ci vivono, il fatto che sia una colonia di artisti con una storia e identità importante, e che sia immerso nella natura. Il titolo è ironico ed è un gioco di parole tra il fiore ‘non ti scordar di me’ (in inglese forget-me-not) e un’imprecazione nello slang del New Jersey, fuggedaboudit (forget about it), molto usata tra gli italoamericani. La melodia è nata di getto mentre scrivevo la strofa su Doc Watson, in sintonia con i meravigliosi fiddle tunes che Doc ha trasportato dal violino alla chitarra e che sono diventati il simbolo di un grande genere musicale. Ci parli dei musicisti che ti hanno accompagnato in questa avventura e degli strumenti utilizzati? Come avete realizzato gli arrangiamenti dei vari brani? Avevo già lavorato con il grande contrabbassista jazz Rusty Holloway, di cui mi piace la sensibilità aperta anche a ritmi più vicini alla roots music, e ho deciso di coinvolgerlo anche in questo lavoro. Ho scelto il percussionista Joe Bonadio perché mi ha colpito il suo lavoro eccezionale nell’album di Richard Shindell di cui parlavo prima: Joe ha interpretato perfettamente tutti i mood che gli ho richiesto. Gli arrangiamenti e la registrazione di tutte le chitarre sono nati provando e riprovando a casa mia. Ho usato fondamentalmente la mia Robert Taylor e una chitarra bouzouki di Heiner Dreizehnter; per le parti armoniche ho utilizzato un’acustica di Rob Goldberg. Alla fine tutto il materiale è stato trasferito per l’editing all’Ampersand Studio di Bob Harris, grande esperto di musica acustica, dove abbiamo registrato le voci, il contrabbasso, le percussioni, e dove abbiamo mixato.  Il 2020 è il ventennale dell’Acoustic Night: quando e in che modo pensate di festeggiarlo, nonostante la pandemia? L’Acoustic Night è un evento che il nostro pubblico aspetta tutto l’anno con impazienza, perché unisce la musica con la magia dell’incontro inedito tra artisti di luoghi lontani. E abbiamo ricevuto tantissimi messaggi di spettatori molto dispiaciuti per la sua riprogrammazione. Abbiamo quindi pubblicato il CD, che doveva accompagnare l’Acoustic Night, anche per colmare questa mancanza. E abbiamo inoltre organizzato una diretta televisiva su Primocanale, con alcuni artisti che avrebbero dovuto essere ospiti dell’evento. La celebrazione dei nostri quasi vent’anni è stata fatta con la produzione del videoclip Acoustic Night 20 – La festa è solo rimandata!, prodotto da Bruno Costa, che ha ripercorso in sei minuti i diciannove anni di storia, con le immagini di tutti gli artisti e tecnici che ci hanno accompagnato nell’avventura. Un tour de force che lascia senza fiato, ma che riporta alla mente tante emozioni. Aspettiamo con ansia di poter annunciare le date di questa festa, che comunque prima o poi ci sarà. Sei chitarrista, cantante, insegnante, ricercatore e altro ancora: se dovessi trovare un modo per definirti in poche parole quale sarebbe? Sicuramente, se un artista è difficile da definire o da catalogare in un genere, vuol dire che ha tracciato liberamente una propria via diversa da tutti gli altri, come racconto nella canzone “Amica libertà”. E secondo me è un aspetto molto positivo. Ad esempio Doc Watson non rappresenta solo bluegrass, old-time, country, flatpicking, fingerpicking… è semplicemente Doc Watson! Forse, se dovessi scegliere comunque una sola parola che mi caratterizza, potrebbe essere ‘ambasciatore’. Michela Favale e Luca Masperone L'articolo Dove tia o vento – Intervista a Beppe Gambetta proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Intervista a Paolo Giovenchi

Con De Gregori, Grechi e Gambetta al servizio della canzone  Intervista a Paolo Giovenchi di Luca Masperone e Michela Favale Da anni chitarrista al fianco di Francesco De Gregori, Paolo Giovenchi è anche il produttore dei lavori del fratello Luigi ‘Grechi’ De Gregori, alfiere del folk e del singer-songwriting in Italia, che ha pubblicato da poco il suo ultimo album, Sinarra. Incontriamo Paolo dopo l’Acoustic Night di Beppe Gambetta a Genova, dove ha prestato le sue corde – chitarra e basso – e persino la voce a uno spettacolo di rara intensità, insieme al pianista Mark Harris e a un’icona della batteria come Ellade Bandini. Come sei stato coinvolto in questa avventura? Conoscevo Beppe Gambetta di fama, naturalmente. Lo considero un vanto per il Paese, perché come tanti nostri connazionali è riuscito a realizzare grandi cose all’estero; dopotutto, come si dice, nemo propheta in patria… Sono stato felice di partecipare all’Acoustic Night: io e Beppe ci eravamo già incontrati in precedenza, ma non avevamo mai avuto il piacere di condividere un progetto musicale. Sei stato scelto, visto il concept dell’Acoustic Night 2021, per il tuo lavoro con i De Gregori? Gambetta quest’anno ha scelto come tema “I compagni di viaggio”, per questo ha coinvolto musicisti che avevano suonato a lungo con i principali cantautori, come Mark ed Ellade, e ha chiamato anche me. Io sono un po’ più giovane di loro e li ho sempre ammirati e stimati. Cosa si prova a tornare a calcare i palchi, dopo un lungo periodo di stop? Ritornare a suonare, a fare spettacoli, è meraviglioso, soprattutto perché noi musicisti siamo stati ignorati in questo momento difficile, evidentemente non considerati come dei lavoratori. Quale pensi sia la ragione? In parte è colpa nostra: non abbiamo mai rivendicato la nostra storia. In decenni di lavoro non ci siamo mai associati come categoria in modo concreto, per avere una voce rappresentativa. Eppure noi siamo dei forti contribuenti, rintracciabili tra l’altro in qualsiasi momento. Nonostante questo è passata l’idea di musicista come povero artista che serve a far sorridere la gente in questo periodo di crisi, cosa per me inaccettabile. In altri paesi il nostro lavoro è considerato in modo diverso e riconosciuto. Questa potrebbe diventare l’occasione per unirsi in qualche modo e rappresentare una voce in grado di confrontarsi con lo stato, con i governi. Detto ciò, si tratta di due concetti che vorrei tenere distinti: la musica come arte e la musica come lavoro. Durante l’Acoustic Night ti sei cimentato alla voce in un pezzo di Luigi ‘Grechi’ De Gregori, ce ne parli? È vero, ho eseguito un brano che ho scritto assieme a Luigi, intitolato “Bastava un fiore”, presente nel suo ultimo album, Sinarra. Nell’evento con Beppe l’ho cantato io, cosa per me inusuale, che ho fatto un po’ per ‘sgravare’ Gambetta dal lavoro del canto, e poi perché è un atto bello che non avevo mai sperimentato. Mi sono buttato, con un po’ di vergogna, ma molta emozione e piacere. Con Luigi Grechi collabori anche come produttore artistico: qual è nel dettaglio il tuo lavoro?   La figura del produttore è sempre più indefinita: può capitare che in una sessione tu dia dei consigli, registri qualcosa e ti ritrovi ad avere in parte quel ruolo. Con Luigi organizzo le session, faccio gli arrangiamenti dei brani e collaboro in tutti i modi possibili al raggiungimento della sua idea. Ti senti più chitarrista acustico o elettrico? Per tanto tempo sono stato principalmente un chitarrista elettrico: soprattutto con Francesco De Gregori, con il quale suonavano musicisti come Lucio Bardi, il mio ruolo è stato quello. Negli ultimi anni abbiamo reso molto più essenziale la formazione, anche a quattro, quindi mi sono trovato a suonare sempre di più la chitarra acustica; anche perché Francesco ultimamente vuole essere il più possibile libero di cantare, quindi suona sempre meno. È un peccato, il suo approccio all’acustica non era banale. Io gliel’ho sempre detto. Seppure non ‘ortodosso’, il suo modo di suonare è fondamentale per la sua musica: come tanti cantautori, nel modo in cui accompagnano c’è tutto ciò che intendono in una canzone, anche dal punto di vista dell’arrangiamento, dalle dinamiche ad altre cose che fanno, un crescendo, un rallentando… Se sai ascoltare, c’è già tutto quello che hanno in mente. Poi, naturalmente, l’idea va sviluppata e messa in bella copia: puoi creare un arrangiamento per orchestra, oppure per un combo. Questo conferma la tua fama di musicista al servizio della canzone e dell’artista con il quale collabori. Come è iniziata la tua carriera? Essendo fondamentalmente un session man, in realtà l’acustica l’ho sempre suonata. Ho iniziato con il mio gruppo, un progetto autonomo, poi mi sono ritrovato a fare questo mestiere. Non ho mai seguito un percorso: la differenza la fa l’esperienza sul campo. Non sono tanto l’abilità o il virtuosismo, le capacità artistiche, si tratta proprio di un lavoro di cui non fanno parte solo il talento e la bravura, ma tante altre cose che si imparano facendolo. Il problema è che oggi i giovani non hanno più la possibilità di vivere il percorso dei locali, dei club per fare esperienza, quindi si trovano con delle grandissime capacità acquisite grazie ai nuovi mezzi esistenti – le opportunità di studiare, la tecnologia – ma non fanno pratica, non sviluppano il mestiere. Quando ero giovane io non c’era niente, ma proprio nulla: sentivamo i dischi avanti e indietro, guardavamo le fotografie su una copertina per immaginare lo strumento, era un fantasticare, un inventarsi un mondo che assomigliasse a quello vero; ma questo aiutava anche a sviluppare una propria personalità musicale. Ciò che faceva la differenza era che avevamo tanta voglia di suonare con gli altri e avevamo la possibilità di farlo. Se suoni da solo nella tua cameretta, è autoerotismo… Lo spirito della musica è sempre stato quello della condivisione. Quale consiglio daresti allora a chi questo mestiere lo vuole intraprendere oggi? Suonate sempre con gli altri, soprattutto con quelli più bravi di voi, perché è l’occasione per imparare davvero. È un qualcosa che non si può spiegare: diventa automatico quando sei in azione e assimili il mestiere del palco. E non fatevi condizionare dai mezzi attuali e dai messaggi che ci arrivano, che portano all’isolamento e a vivere ogni esperienza da soli. Il rapporto umano sta scomparendo e questo, in particolare per la musica, è penalizzante. Parliamo del modo in cui ti accosti a una canzone per dare il tuo contributo. Non ho mai fatto una particolare ricerca per sviluppare un mio suono. Mi sono sempre messo al servizio delle situazioni in cui mi trovavo. Quando suono non mi interessa fare bella figura o essere un protagonista, mi importa che il brano funzioni e che succeda qualcosa di bello. Ci racconti la tua prima volta con Francesco De Gregori? Ho conosciuto Francesco perché lavoravo nello studio di un suo amico, Mimmo Locasciulli, con il quale abbiamo prodotto anche altri cantautori come Claudio Lolli. Francesco venne a fare dei provini per il discoPrendere e lasciare, che poi avrebbe registrato in America con Corrado Rustici. De Gregori poi ha registrato il suo disco dal vivo La valigia dell’attore, dal nome del brano omonimo che aveva scritto per Alessandro Haber. Quel pezzo lo ha riregistrato in studio con me, mentre il tour lo ha fatto con un gruppo organizzato da Guido Guglielminetti, il suo produttore. E tu quando sei entrato nella sua band? Nel 1999 Francesco mi chiamò. Aveva deciso di cambiare radicalmente, di cimentarsi con qualcosa di più sperimentale. La formazione per il tour era particolare: De Gregori voleva rompere gli schemi, dopo aver fatto cose canoniche come raccolte e simili, così prese al basso Raymond Doumbé, già con Miriam Makeba, e desiderava un batterista di cui aveva ascoltato una ritmica particolare su un album, ma purtroppo non era disponibile; allora al suo posto prese Mokhtar Samba, che era bravissimo, ma completamente fuori dal nostro genere musicale, quindi fu davvero difficile mettere insieme il tutto. Però, al di là di questa esperienza dal vivo, da lì in poi sono rimasto stabilmente con Francesco per vent’anni… Quali differenze ci sono nel tuo approccio in studio rispetto a quando suoni dal vivo? Mi ripeterò, ma il mio suono, che sia dal vivo o in studio, è sempre stato al servizio dell’artista: non c’è un aspetto o una routine assoluta che vada bene per tutto. Penso che uno dei miei punti di forza sia quello di adattarmi: ogni musicista ha la sua personalità, che porta con sé, ma a volte ti confronti con necessità che non appartengono al tuo linguaggio; ed è parte del nostro lavoro adattarsi a quello che piace o serve all’artista. Naturalmente, nel caso dei De Gregori, è facile essere d’accordo con la loro visione. Ma con altri artisti potresti non condividere ciò che fanno: così è più difficile, eppure – se sei un professionista – devi farlo lo stesso. Parlaci del tuo rapporto con Luigi ‘Grechi’ De Gregori. È un artista autentico, grande appassionato di folk e country americani. Ha sempre cercato, anche con l’aiuto di Francesco, di portare avanti questi stili e il proprio percorso, non con poche difficoltà, perché certa musica in Italia è talmente poco conosciuta e riconosciuta, che spesso non si sa neanche come promuoverla, quali siano i suoi canali e le suo ‘vetrine’: manca proprio lo ‘scaffale del supermercato’… Luigi ne ha sofferto, ma ha sempre continuato a fare la sua musica, va in giro, suona, anche se oggi è più difficile: gli spazi sono diminuiti, i ragazzi sono sempre meno informati. Non ricordo un altro momento in cui ci sia stato un simile scollamento tra passato, presente e futuro: è tutto basato sull’attimo, su un bombardamento costante. Ci vorrebbe una profonda educazione all’ascolto. Come descriveresti l’ultimo album di Luigi? Nel modo più semplice: ci sono delle belle canzoni, poche, ma molto belle. Ho spinto tanto Luigi a realizzarlo, a mettere nero su bianco le cose valide che ha scritto, a prescindere da dubbi, vendite o classifiche. Come dire: è un lavoro, ma non è solo un lavoro; è anche un’urgenza espressiva. Per tornare al discorso dell’inizio! Il nostro è un mestiere a tutti gli effetti, duro, faticoso. Ma è anche arte e questa, quando deve uscire, la butti fuori, le dai forma e sostanza. Non si può ragionare – come fanno molti ragazzi oggi – da produttori, decidendo cosa fare in base a ciò che può funzionare o meno. Per me questo è drammatico: chi crea deve creare, senza preoccuparsi del mercato, senza mettersi paletti. Poi, qualcuno che fa un altro mestiere deciderà se quello che sente è vendibile o meno. Noi, intanto, uniremo le forze per far ascoltare questo album a più persone possibili. Luigi è contento di come è venuto: la cosa per me più importante, perché si sente rappresentato da questo lavoro. Luca Masperone Michela Favale   L'articolo Intervista a Paolo Giovenchi proviene da Fingerpicking.net.

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