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Dario Fornara

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K•Tar K3

(di Dario Fornara) – «K•Tar è un accordo, è l’amicizia appassionata tra la liuteria, la sua esperienza, la profonda conoscenza della materia, unite all’imprenditorialità, all’impostazione organizzativa, alla passione per l’eccellenza. Grazie a questo incontro ha origine K•Tar, un modo nuovo di realizzare strumenti acustici di altissima qualità. K•Tar nasce da un desiderio: arrivare all’essenza del suono acustico.» Questo si legge e così si presenta K•Tar sul proprio sito Web, una nuova giovane realtà italiana che abbiamo avuto modo di conoscere durante l’ultima edizione di Mondomusica a Cremona. La fiera è stata una buona occasione per provare alcuni modelli esposti, oltre che per fare due chiacchiere con Michele della Giustina, apprezzato liutaio italiano che ha collaborato alla realizzazione di questo progetto. Gli strumenti K•Tar si pongono sul mercato tra gli strumenti di alta qualità, e per questo motivo abbiamo pensato meritassero un test più approfondito, in una location che mi permettesse di dedicare loro maggiore attenzione. Ringrazio quindi Alessandro Moro, titolare dell’azienda, che mi ha portato direttamente a casa le chitarre per questo articolo, e al quale ho anche rivolto alcune domande che, come sempre, ho il piacere di condividere con tutti voi. La prima chitarra in prova è il modello K3 Ziricote, uno strumento realizzato interamente con legni masselli di primissima qualità: abete rosso italiano per la tavola armonica e ziricote per fondo e fasce. Colpisce da subito l’essenzialità del progetto, che non concede nulla di superfluo alla linea bilanciata ed elegante delle forme della cassa e della paletta, forme che mi piacciono senza riserve, ma che entrano inevitabilmente nel campo del gusto personale. La chitarra è rifinita ad olio e cera, una soluzione che forse – rispetto ad una high gloss finish – penalizza visivamente la qualtà dell’oggetto, ma che è stata dichiaratamente adottata per migliorarne la resa acustica. Il lavoro di assemblaggio e di rifinitura è impeccabile, l’utilizzo di macchinari e in generale delle più moderne tecnologie, assieme al lavoro di mani qualificate, permette di realizzare strumenti praticamente perfetti: un connubio che, se sapientemente utilizzato, porta un grande valore aggiunto in termini di qualità finale del prodotto. La K3 è un nuovo modello, ha una forma originale che sta a metà tra una dreadnought e una grand auditorium, una ‘taglia’ versatile che rende lo strumento adatto sia alla tecnica fingerstyle che al flatpicking. Il manico in mogano khaya dell’Honduras è realizzato in pezzo unico (tacco e paletta non sono riportati), ha una sezione tonda e contenuta, e una tastiera in ebano con tastini ‘affogati’ (le estremità quindi non sporgono pur non essendo stati utilizzati binding di alcun tipo): caratteristiche che lo renderanno confortevole per la stragrande maggioranza dei chitarristi che avranno il piacere di provarlo. Si apprezza in modo particolare il diapason corto da 640 mm, che riduce la tensione delle corde, creando il giusto compromesso tra suonabilità e resa acustica dello strumento; anche quando si utilizzano delle accordature aperte, senza penalizzarne in alcun modo la timbrica. La larghezza del nut misura 43 mm, un po’ pochi per le mie dita, che preferiscono avere maggiore spazio di manovra; come anche al ponte, dove misuro 55 mm tra la prima e la sesta corda, una soluzione che rispecchia sicuramente uno standard per molti costruttori, ma che trovo personalmente poco in linea con la modernità generale del progetto. La paletta (che trovo bellissima e dal disegno originale marcatamente ‘veneto’!) monta delle meccaniche Gotoh aperte, stile butterbean, belle e funzionali; presto saranno disponibili le nuove meccaniche originali K•Tar, esposte in anteprima alla fiera di Cremona, un altro progetto che meriterebbe appena possibile un articolo di approfondimento. Il suono della K3 è definito e bilanciato, l’intonazione è chirurgicamente perfetta lungo tutta la tastiera, il volume generoso riempie l’ambiente e non posso che apprezzarne la timbrica complessa, ricca di armonici e di sustain, qualità che mi permettono di suonarci in modo dinamico e rilassato. La chitarra sembra prediligere i generi più moderni, sia con tecnica fingerstyle che flatpicking, dove è necessaria una timbrica aperta e riverberante. Ma è la versatilità a rappresentare il suo punto di forza, per cui mi sento di consigliarla a tutti i chitarristi che con una chitarra alla fine ci devono suonare un po’ di tutto; e non è cosa da poco! Provo la seconda chitarra, il modello K3 Walnut, che si differenzia dalla prima per la scelta del legno utilizzato per la costruzione della cassa: in questo caso infatti il fondo e le fasce sono in un figuratissimo noce. Vale quanto già descritto precedentemente per quanto riguarda costruzione generale e qualità delle finiture, mentre il timbro, come prevedibile, risulta completamente diverso. Al riguardo trovo molto interessante la scelta di proporre uno stesso unico modello in svariate varietà di legni, una scelta intelligente che – sfruttando la bontà del progetto di base – riesce ad offrire al cliente finale una grande varietà di timbriche differenti! La K3 con fondo e fasce in walnut ha un suono potente, caldo e morbido. È perfetta per accompagnamenti in strumming, dove genera un timbro delicato ed elegante, ma decisamente suggestivo per il fingerstyle. Il volume è impressionante, superiore a quello della sorella; i medi sono leggermente meno incisivi, ma i bassi sono strepitosi seppure mai invadenti. Una chitarra che ti vibra letteralmente addosso, un piccolo pianoforte con una timbrica ‘nuova’ e difficilmente catalogabile. La K3 Ziricote e la K3 Walnut sono due strumenti molto differenti e proprio per questo entrambi desiderabili, che mi lasciano con la grande curiosità di poter esplorare in futuro tutte le altre combinazioni di materiali disponibili. Le chitarre sono amplificate con un sistema attivo L.R. Baggs, un sistema assai conosciuto e sul quale non mi dilungo a descriverne pregi e difetti. Sulle K•Tar in esame garantisce una buona riproduzione acustica, forse in questo caso un po’ troppo propensa al feedback, ma sicuramente di buona qualità. Entrambi gli strumenti sono dotati di una bella custodia rigida (bianca!) della Hiscox. Il prezzo d’acquisto è impegnativo, ma la qualità c’è tutta. Oltre al vantaggio di poter scegliere, e sicuramente trovare, la propria chitarra ideale per sonorità e feeling tra tutte quelle disponibili: ovvero quelle della serie EU, con fondo e fasce in legni europei come il pero, il noce o l’acero; quelle della serie EX con fondo e fasce in granadillo, Santos o ziricote; e quelle meravigliose della serie XX con fondo e fasce in cocobolo, Madagascar o Rio! Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Scheda tecnica K•Tar K3 Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: K•Tar Acoustic Experience – Via Venezia 21/A, Vazzola (TV) – Tel. +39 (0) 438 28315 www.ktar.it office@ktar.it Tavola armonica: abete rosso italiano massello Fondo e fasce: ziricote massello, curly walnut massello Manico: mogano khaya dell’Honduras Diapason: 640 mm Intercorda: nut 37 mm, ponte 55 mm Sistema di amplificazione: L.R. Baggs Meccaniche: Gotoh ‘Butterbean’ Custodia: Hiscox Prezzo: contattare K•Tar L'articolo K•Tar K3 proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Dario Fornara
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Illotta modello Piccola Custom

(di Dario Fornara) – Di Illotta ci siamo già occupati più volte sulle pagine di questa rivista. Aldo è uno tra i più importanti liutai italiani, un professionista che gode della stima dei suoi colleghi oltre che di quella dei numerosi appassionati, musicisti, collezionisti che utilizzano o semplicemente desidererebbero avere uno dei suoi strumenti, chitarre classiche e acustiche di altissimo livello. È sempre un piacere ritrovarsi tra le mani una sua creazione, anche solo per una prova, come mi è recentemente capitato. La “Vetrina dell’Eccellenza Artigiana”, Mostra mercato interprovinciale dell’artigianato d’eccellenza, che si svolge ogni anno presso la Sala Borsa della Camera di Commercio a Novara, è stata l’occasione per ritrovarmi con Aldo e la gradita occasione per provare una nuova, bellissima chitarra che – esposta – destava l’attenzione dei numerosi passanti, anche non necessariamente ‘addetti ai lavori’! La chitarra in questione era un modello steel-string chiamato ‘Piccola’, uno strumento dalle dimensioni ridotte che ricalca a grandi linee quelle di una Martin 00, con un diapason corto da 635 mm e 14 tasti fuori dalla cassa. Un modello però decisamente custom, in quanto ricchissimo di intarsi e commissionato da un chitarrista già cliente di Illotta, che l’ha pensato e voluto proprio con queste particolarità. Ho quindi chiesto ad Aldo di spiegarmi come è nato questo progetto e di illustrarmene le caratteristiche. E mentre lui comincia a raccontarmi quanto segue, io inizio a suonare qualcosa sulla ‘Piccola’. La parola ad Aldo Illotta «La chitarra che stai provando è la mia chitarra acustica modello Piccola, questa volta in versione custom, realizzata per Davide Ludica di Roma. Era suo desiderio avere una mia seconda chitarra, diversa dalla prima Grand Auditorium che già avevo costruito per lui, un nuovo strumento che avesse intarsiati sulla tastiera e sulla paletta i suoi tre cani. Ho quindi suggerito a Davide di lavorare sul progetto Piccola. Definiti tipologia, materiali e dimensioni, siamo stati entrambi d’accordo di affidare la realizzazione degli intarsi a Massimo Del Col, vero esperto in materia [del quale vi invito a rileggere l’intervista a lui dedicata su Chitarra Acustica, ottobre 2018]. Come sempre, per me è stato importante conoscere la personalità di Davide, la sua ricerca sonora e il suo modo di suonare, anche se questa volta è stato più semplice perché già avevo lavorato per lui. Nel contempo ho prestato attenzione a evitare di realizzare un doppione della prima chitarra che gli avevo costruito. Il progetto Piccola nasce in realtà alcuni anni fa, dal desiderio di Maurizio Brunod di avere una chitarra acustica, leggera, versatile, trasportabile, estremamente funzionale e, non da ultimo, con un’ottima sonorità nonostante le dimensioni e il diapason ridotto. È infatti sua la prima Piccola da me realizzata, una versione a spalla mancante. In seguito ho realizzato anche una versione di questo strumento con l’attaccatura del manico al XII tasto e non escludo altri possibili sviluppi!» Le mie impressioni Tralascio di descrivere la bellezza e la qualità del lavoro di intarsio realizzato da Massimo Del Col, lasciando alle immagini il compito di trasferire quanto sia straordinario il risultato. D’altro canto voglio condividere con chi legge la validità del progetto in sé: una chitarra comodissima da suonare grazie a delle ‘misure’ particolarmente azzeccate, come lo spessore del manico assai contenuto, con uno shape molto moderno a ‘C’ schiacciata, e il diapason ridotto, che permette una tensione delle corde inferiore (le corde montate sono delle Elixir Phosphor Bronze .012). La regolazione dell’action, del relief, l’assetto generale permettono di suonarci agevolmente e in modo rilassato, mentre le dimensioni della cassa donano allo strumento un suono definito, carico di fondamentali, pronto e al contempo morbido e dinamico. Non è e non deve essere il volume la prerogativa di chi sceglie una Piccola di Illotta, ma suonabilità e calore timbrico, oltre al magistrale lavoro di liuteria e alle perfette rifiniture. I materiali utilizzati sono masselli di grande qualità e impatto estetico: un marezzatissimo abete rosso della Valle Pusteria per la tavola armonica, palissandro Madagascar per fondo e fasce, manico in mogano dell’Honduras. La tastiera e il ponticello sono in ebano, le meccaniche sono delle Gotoh 510 Cosmo Black con rapporto 1:21, morbidissime e precise. Una chitarra che va decisamente ‘oltre’ questa Custom, e per ovvi motivi. Ma quello che vorrei rimarcare, come ho già scritto, è soprattutto la funzionalità del progetto che di fatto la rende prima di tutto un meraviglioso strumento musicale, una chitarra da suonare oltre che da guardare, sorprendendoci per tutta una vita. Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Scheda tecnica Illotta modello Piccola Custom Tipo: chitarra acustica di liuteria Modello: ‘Piccola’, realizzazione Custom su richiesta cliente Costruttore: Aldo Illotta Info: www.italianguitars.com aldoillotta@gmail.com Tavola armonica: abete rosso (provenienza Alta Val Pusteria) Fasce e fondo: palissandro del Madagascar Filetti: ebano Macassar Manico: mogano dell’Honduras Tastiera e ponticello: ebano Diapason: 635 mm Meccaniche: Gotoh 510 finitura Cosmo Black e rapporto 1:21 Prezzo: € 7000 (il modello base parte da € 5000) custodia compresa L'articolo Illotta modello Piccola Custom proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Dario Fornara
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Newtone Strings Masterclass ‘Sangirardi & Cavicchi’

(di Dario Fornara) – Fondata nel 1985 da Malcolm Newton, la Newtone Strings, una piccola azienda artigianale con sede a Tansley nel Derbyshire in Inghilterra, può vantare oltre trent’anni di esperienza. Nel 2015 Neil Silverman, collaboratore di Malcom da quindici anni, ha assunto il controllo dell’azienda mantenendo come obiettivo quello di produrre le migliori corde, e non solo per chitarra acustica ma anche per chitarra elettrica, basso, banjo e altri strumenti tra cui anche il sitar, con un occhio sempre attento nel soddisfare le richieste più specifiche ed esigenti di ogni cliente. Nella home page del loro sito ufficiale si legge: «Realizziamo a mano corde per chitarra, orgogliosi dell’attenzione ai dettagli che mettiamo nel nostro lavoro. Ogni singola corda, creata dal nostro piccolo team di abili artigiani, viene prodotta con cura e controllata prima di essere confezionata e spedita.» Una dichiarazione decisamente allettante come premessa di qualità! Se a questo aggiungiamo che Newtone Strings produce delle interessantissime corde a doppio avvolgimento e dà la possibilità di farsi confezionare dei set custom, con la possibilità quindi di comporre la propria muta ideale scegliendo diametro e addirittura lunghezza di ogni singola corda, il desiderio di mettere le mani su qualcuno dei loro prodotti era diventato per me, più che un fatto di curiosità, una questione di principio. L’occasione si è concretizzata con la recente presentazione sul mercato di questo set di corde signature firmato dai liutai italiani Sangirardi & Cavicchi, che ho contattato e che mi hanno gentilmente spedito l’oggetto di questo articolo. Le Newtone Strings Masterclass ‘Sangirardi & Cavicchi’ Phosphor Bronze Round .012-.053 sono delle corde che presentano un doppio avvolgimento di filo avvolto su un’anima tonda round core (cantini a parte naturalmente): una costruzione decisamente inusuale, che promette secondo il costruttore una maggiore elasticità e morbidezza, garantendo una sonorità piena, corposa e – soprattutto – un bilanciamento ottimale tra le tensioni. Per questo set Sangirardi & Cavicchi hanno scelto delle misure tali da renderlo estremamente versatile. Giulio Sangirardi stesso mi diceva che può essere utilizzato anche su chitarre acustiche fanned-fret. Mi ha inoltre anticipato che la collaborazione con Newtone Strings ha portato alla realizzazione di un modello specifico dedicato proprio alle chitarre acustiche multiscala, con spessori molto particolari e ottimizzati per questo tipo di strumenti (.011-.051), e di un set pensato espressamente per chitarra baritona. Ho montato questo set sulla mia Lowden S-38 del ’97, una chitarra con tavola in cedro e fondo e fasce in palissandro brasiliano, uno strumento straordinario che ha un diapason standard da 650 mm. Questa chitarra ha un timbro e un volume sorprendenti, in grado di esprimere ed esaltare al meglio le caratteristiche timbriche di qualsiasi tipo di corda utilizzata. Apro la confezione e apprezzo da subito la sensazione di esclusività del prodotto, quindi monto le corde facendo attenzione a tagliare le estremità eccedenti solo dopo averle avvolte, suonate ed assestate. Il feeling è ottimo, la morbidezza sotto le dita davvero unica, per nulla affaticante. I bassi vibrano e hanno una pienezza, un sustain fuori dal comune, ma sono la terza e quarta corda a sorprendermi per il calore del timbro e per la particolare docile ‘elasticità’ che sanno trasmettere all’esecutore. Jon Gomm, testimonial storico del marchio, adotta questo tipo di corde da anni e dichiara di apprezzarne in particolare proprio la risposta sulle frequenze medie, la quantità di armoniche e lo spessore timbrico, caratteristiche che ritrovo decisamente in questo mio test. Il bilanciamento in termini di tensioni mi pare perfetto: sono tra le corde più confortevoli mai provate e penso di poter tranquillamente affermare che in molti, come me, le apprezzeranno sulle loro più disparate chitarre. Dopo una settimana dal montaggio e diverse ore di uso il suono si è ulteriormente ‘rodato’, mentre la brillantezza e la definizione sono rimaste quasi inalterate: un ottimo presupposto di durata per chi riesce, come il sottoscritto, ad annientare e rendere inutilizzabili corde di alcuni celebri marchi in tempi assai più brevi. Il rapporto qualità/prezzo mi sembra buono. Se vorrete provarle potrete acquistarle sul sito Web di Newtone Strings o contattare direttamente Sangirardi & Cavicchi. Un ottimo prodotto, artigianale e di qualità, che mi piace senza riserve. E ai liutai vanno i miei complimenti per questa bella collaborazione. Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.it Newtone Strings Masterclass ‘Sangirardi & Cavicchi’ Phosphor Bronze Round .012-.053 Tipo: corde per chitarra acustica Costruttore: Newtone Strings Info: newtonestrings.com www.sangirardiecavicchi.com Sangirardi & Cavicchi – Via Luigi Campanini, 1 – 40066 Pieve di Cento (BO) L'articolo Newtone Strings Masterclass ‘Sangirardi & Cavicchi’ proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Dario Fornara
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Olio di lino cotto, puro

(Dario Fornara) – Lo utilizzo per le tastiere ed i ponti delle mie chitarre acustiche, lo stendo con uno straccetto e lascio che il legno lo assorba per un paio di ore, poi ripeto l’operazione ed alla fine lucido le superfici trattate strofinandole con un panno in microfibra. Sono molto parco nell’utilizzo di questo prodotto, non ne serve molto, quel tanto che basta per garantire il giusto grado di impermeabilizzazione e rendere le superfici lucide, una volta all’anno, ma non ho una regola fissa, quando serve scendo in lavanderia e prendo il barattolo che da oltre una ventina d’anni mi accompagna in questa operazione: Olio di Lino Cotto Puro ditta Ambrogio Corti, Oleificio, Veduggio, Milano. È una finitura semplice, in passato largamente utilizzata su tantissimi manufatti lignei come scale, porte e portoni, travi, soffitti in legno e soprattutto mobili, semplice ma estremamente naturale, che esalta e protegge ciò che è bello e rende più bello ciò che forse non lo è, cura e ripara le ferite del tempo, ridona lucentezza e colore alla materia ma che richiede poi, nel tempo, attenzione e manutenzione. Era buona pratica una volta, ogni primavera, “riprendere” le superfici dei mobili passando una mano di olio di lino cotto puro, per “ridare vita” alla loro finitura, le persone meno giovani forse se lo ricorderanno, le persone che usavano quelle vecchie ‘madie’ nelle loro camere da letto, che oggi noi abbiamo fatto orgogliosamente restaurare e riempite di cose moderne. E che odore ha l’olio di lino cotto puro?! Si perché il suo non è un profumo, è qualcosa che va oltre, e ti dice, ti fa percepire alla fine, semplicemente che hai fatto un buon lavoro, la cosa giusta, quella cha andava fatta. Questa idea della manutenzione delle superfici di legno è stata abbandonata con l’invenzione delle vernici sintetiche, quelle che durano ‘quasi’ per sempre e che garantiscono ‘miracoli’ ma non sono la stessa cosa, e non creano lo stesso legame di reciproca dipendenza con l’oggetto della manutenzione stessa. In questo periodo di facili ed inutili consigli mi sento di consigliarvi di usare olio di lino cotto, puro, per le vostre tastiere e dedicare, se possibile, cura e manutenzione a ciò che più amate, alla vostra persona e a chi vi sta vicino. Speriamo di ritrovare presto il tempo e il piacere di dedicarci del tempo, non solo attraverso lo schermo di un computer o quello di uno smartphone. L'articolo Olio di lino cotto, puro proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Editoriali
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Chitarra acustica amplificata 12 corde

Chitarra acustica amplificata 12 corde Eko Ranger XII VR EQ di Dario Fornara La prima edizione di questa chitarra ci riporta al 1962, quando Eko iniziò la produzione di una serie di chitarre folk basate sulla popolare forma dreadnought, modello di riferimento in America a quei tempi. La prima chitarra a 6 corde prese il nome di J54, mentre la versione a 12 corde fu chiamata J56: fu da subito un grande successo e il mercato accolse con grande favore quelle nuove chitarre. Allora pochi altri strumenti garantivano timbro, suonabilità e robustezza ad un prezzo così conveniente. Nel 1967 furono chiamate rispettivamente Ranger VI e Ranger XII, un percorso che continua ancora oggi dopo oltre cinquant’anni di produzione, durante i quali le abbiamo viste imbracciate da migliaia di chitarristi tra cui anche artisti di fama internazionale.  Questi strumenti oggi sono entrati nella storia della chitarra acustica e, di fatto, la Ranger XII è la chitarra a 12 corde più venduta al mondo. È probabile che uno dei tanti modelli sia passato anche tra le mani di chi leggerà questo articolo. Quindi, viste le premesse, è con particolare piacere che vi presento la Eko Ranger XII VR EQ, versione attuale che rappresenta la lunga evoluzione di questo progetto straordinario. Qualche hanno fa la Eko ha introdotto la serie VR, ovvero la serie Vintage Reissue, ‘ripensata’ e realizzata con la supervisione di Massimo Varini e Roberto Fontanot. Il risultato è un mix di dettagli tecnici ed estetici piacevolmente vintage, una chitarra dal look accattivante e un assetto moderno, affidabile, facile da utilizzare e soprattutto con un buon suono sia acustico che amplificato, ideale per il live. In pratica si è cercato di migliorare lo strumento offrendo il massimo, ma rimanendo nella fascia di prezzo ‘popolare’ e accessibile che è da sempre prerogativa di questo modello. La Eko Ranger XII VR EQ è caratterizzata dalla classica forma dreadnought, il top è realizzato in abete, mentre fasce e fondo sono realizzate in mogano. Come da tradizione si tratta di legni laminati anche se, almeno visivamente, le belle venature del mogano non mi fanno rimpiangere troppo l’utilizzo di essenze più pregiate. La rosetta è una decalcomania con un grazioso filetto in madreperla, il battipenna è quello storico e non potrebbe essere altrimenti. Come la tastiera, il ponte è realizzato in South American Roupanà, perfetto sostituto del palissandro, e cela tre piccoli rivetti a garanzia di eterna stabilità. Il manico è realizzato in mogano, lo shape è un piacevole low profile, l’attacco alla cassa è il glorioso bolt-on con quattro grosse viti e la bella piastrina con il marchio Eko. Per questa prova ho avuto a disposizione due chitarre con le due finiture gloss disponibili, una Natural Top Stained e una Honey Burst, che personalmente trovo bellissime e in linea con gli obiettivi del progetto. L’insieme paletta e tastiera è un piccolo capolavoro. La prima è nera e luccicante, con lo storico logo del brandapplicato al centro e 12 meccaniche die-cast chiuse marchiate Eko; queste hanno le palettine nere e un rapporto 1:16 che permette una buona precisione, a differenza delle originali aperte adottate in passato, che non erano molto funzionali. Non potevano mancare lo ‘zero fret’ e il capotasto in alluminio, che insieme ai segnaposizione Vintage Mop Squares e alla campana copri truss rod completano e rendono – secondo chi scrive – il tutto decisamente irresistibile (sarà l’impatto emotivo e nostalgico dovuto all’età, ma è così…). La Eko Ranger XII VR EQ ha un manico largo esattamente come il modello originale e misura 50 mm allo ‘zero fret’, mentre il diapason è quello standard da 650 mm. Lo strumento monta un sistema di amplificazione Fishman Sonitone GT1, con un pratico sportellino per la batteria posizionato sulla fascia inferiore, lo stesso che ospita il jack di uscita. All’interno della buca sono accessibili i due potenziometri a rotellina per la regolazione del volume e del tono. Ai lati della selletta in plastica al ponte, due vitine permettono di regolare l’altezza delle corde: lo strumento arriva regolato con una action media che alcuni troveranno alta, dimenticandosi che è abbastanza ‘normale’ tenere accordata una 12 corde mezzo tono-un tono sotto lo standard, abbassando magari l’action come ho fatto io e accettando qualche piccolo ‘sferragliamento’. La chitarra è piuttosto leggera e sorprendentemente bilanciata, perfetta; mi aspettavo decisamente un peso più importante e una suonabilità assai più limitata. Il suono acustico è equilibrato, il timbro è dolce e cristallino, il volume – se spinta a dovere con un plettro – decisamente buono per qualsiasi occasione unplugged. Ma è amplificata che sorprende per profondità e per tutta la tavolozza di colori che sa esprimere, a dispetto della sua economicità. Dopo anni di assenza di una 12 corde nel mio arsenale – avevo una vecchia Bozo made in Japan negli anni ’80 – ero assai preoccupato sulla possibilità di riuscire a suonarci dei brani in fingerstyle. Ma dopo poche ore di utilizzo la cosa ha incominciato miracolosamente a funzionare, e oggi non riesco praticamente più a togliermela di dosso! La chitarra arriva nella sua scatola di cartone con le chiavette per la regolazione del truss rod e della selletta, e un inaspettato cavo jack. Se ci fosse stata una qualsiasi custodia morbida sarebbe stato perfetto, anche spendendoci qualcosa in più visto il prezzo conveniente. Per il resto invito tutti a provarne una, per poi portarsela a casa… Dario Fornara dariofornara1@alice.it Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata a 12 corde Marca: Eko Modello: Ranger XII VR EQ Natural Top Stained Info: www.algameko.com Forma del corpo: dreadnought Tavola armonica: abete rosso laminato Fasce e fondo: mogano laminato Rosetta: Decal Eko Design Ponte: South American Roupanà Manico: mogano Attacco del manico: bolt-on Profilo del manico: low profile Materiale del capotasto: alluminio, ‘zero fret’ Larghezza al capotasto: 50 mm Diapason: 650 mm Tastiera: South American Roupanà Intarsi: Vintage Mop Squares Meccaniche: die-cast rapporto 1:16 Finitura del corpo: gloss Finitura del manico: gloss Amplificazione: Fishman Sonitone GT1 Prezzo: € 288   L'articolo Chitarra acustica amplificata 12 corde proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Home Page
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Il blues è elastico

Il blues è elastico – Intervista a Paolo Bonfanti di Dario Fornara Avete presente quella sana pigrizia che ti porta a rimandare di fare una cosa senza un preciso motivo, pensando che tanto c’è tempo e che di tempo in questo periodo forse ce n’è anche troppo? E avete presente quando poi, scaduto il termine limite entro il quale ti eri preso l’impegno di fare ‘quella’ cosa, ti rendi conto che la devi fare perché altrimenti il ‘direttore’ si trova magari un altro collaboratore più affidabile? Ecco spiegato il motivo della mia improvvisa telefonata mattutina all’amico Paolo Bonfanti, per scambiarci quattro chiacchiere in veste ‘ufficiale’ e raccontare ai lettori di Chitarra Acustica qualcosa del suo ultimo lavoro Elastic Blues.   Ciao Paolo, intanto buongiorno! E lascio a te il compito di spiegare ai nostri lettori le motivazioni che ti hanno spinto ad affrontare questo nuovo lavoro… Intanto… stavo pensando che un tempo, di sicuro, due musicisti non si sarebbero sentiti per telefono prima delle dieci del mattino! Magari si era appena tornati da un concerto e prima di mezzogiorno non si era in connessione con il mondo reale. Ma tutto quello che è successo, nel frattempo, ci ha decisamente portato a muoverci in orari da impiegati più che da nottambuli! Comunque, grazie mille ancora a te, Dario, per la disponibilità, e a tutti quanti i cari amici di Chitarra Acusticaper l’ospitalità e l’attenzione. Io ero partito con questa idea: mi regalo un disco per i miei sessant’anni, intimo, voce e chitarra, me lo suono e me lo canto da solo. Ma poi, più ci chiudevano in casa, più ci toglievano bellezza, più ci accollavano responsabilità, e più forte cresceva il desiderio di coinvolgere altre persone. Più dicevano che noi eravamo inutili, non essenziali, improduttivi, insomma invisibili, e più io vedevo i musicisti che non suonavano, i fonici, i tecnici, i negozi di dischi, i gestori di locali e teatri, gli organizzatori di eventi, le professionalità cancellate, gli investimenti persi, le entrate mancate e le occasioni perdute, che per loro natura non possono tornare e di cui nessuno parla. E allora ho pensato, nel mio piccolo, di far lavorare quanta più gente possibile con me.   Elastic Blues è un lavoro che va ben oltre la realizzazione del ‘solito’ CD: mi sembra più un excursus di tutta la tua attività musicale, uno spaccato sulla tua vita artistica e non solo. Alla fine non è bastato un CD di settanta minuti, che ha coinvolto quaranta musicisti, me compreso. C’è voluto anche un libro di ottanta pagine pieno di racconti, note di copertina dettagliate, aneddoti, immagini, in una confezione grafica in cui – a mio parere – il mio amico grafico Ivano Antonazzo ha dato il meglio. Con tutta probabilità non lo avrei fatto in condizioni normali, ma visto quello che stava (e sta) accadendo intorno a noi, mi sono servito di una campagna di crowdfunding (o, se si preferisce, di coproduzione ‘dal basso’) che ha più che raddoppiato la cifra richiesta in partenza. Questa cosa mi ha fatto molto piacere, anche perché mi ha fatto sentire vicina molta gente; come se, in qualche modo, avessero ben capito la situazione complicata e mi abbiano voluto dare una grande mano. Perfino il mio amico Guido Harari, uno dei più grandi fotografi musicali (e non solo) di sempre, ha acconsentito a scrivere un’introduzione. Lavorare alla cosa è stata una sorta di gincana: ci sono singoli brani che sono il risultato di registrazioni effettuate in cinque studi diversi in cinque date diverse. C’è voluta la pazienza e la capacità del mio fonico di fiducia, Davide Martini, per assemblare il tutto. Però alla fine è stato davvero istruttivo e divertentissimo. Sono arrivato a sedici brani, tutti inediti, di cui quindici originali e una cover.   Vuoi parlarci dei nuovi brani che hai scritto per questo lavoro? Tu sei un musicista eclettico, un chitarrista che passa con disinvoltura dalla chitarra acustica all’elettrica, con uno stile personale che dosa sapientemente la tecnica sullo strumento insieme all’espressività musicale. Ho potuto apprezzare anche in questo tuo nuovo lavoro il tuo approccio volto più alla musica che al virtuosismo; aspetto che peraltro non ti manca di certo, avendoti ascoltato molte volte dal vivo, dove la tua ‘abilità’ chitarristica emerge sempre in modo molto naturale. Questa intervista è destinata a uno spazio dove ovviamente si parla prevalentemente di musica acustica, e in Elastic Blues i brani in cui è usato lo strumento elettrico sono in prevalenza. Ma lo spazio per la chitarra acustica c’è ed è messo bene in evidenza. Si va da atmosfere un po’ ‘pinkfloydiane’ come in “The Noise of Nothing”, o psichedeliche come in “Hypnosis”, a cose più tradizionalmente cantautorali come “In Love With the Girl”, o decisamente ‘country’ come in “Heartache by Heartache”. Di sicuro non ho puntato sul virtuosismo, anche perché non è davvero il mio campo, ma ho cercato di creare delle sonorità particolari, anche grazie all’aiuto dei musicisti che hanno suonato in questi brani: dal violino di Annie Staninec alla pedal steel di John Egenes, dalla fisarmonica di Roberto Bongianino alla chitarra acustica e i loop di rumori vari di Giorgio Ravera. Una citazione a parte merita “Fín de zugno”, in genovese, dove oltre alla mia acustica e alla mia voce è presente il quartetto d’archi Alter Echo, con Marta Taddei, Rachele Rebaudengo, Roberta Ardito e Noémi Kamarás: è un brano che prende spunto dalla famosa rivolta del 30 giugno del 1960 a Genova contro il governo Tambroni, causata anche dalla decisione di tenere proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, un congresso del Movimento Sociale Italiano; ma anche da come eravamo allora e da come siamo adesso. È per me una specie di “Yesterday” genovese e mi sembrava coerente, in questo caso, utilizzare il quartetto d’archi.   Chi sono gli altri musicisti che hanno partecipato alle registrazioni di Elastic Blues? Mi sembra tu abbia messo insieme una ‘squadra’ particolarmente affiatata e in sintonia con il progetto. Per il resto del disco ho usato come base la mia band, con Alessandro Pelle alla batteria, Nicola Bruno al basso e il già citato Roberto Bongianino alla fisarmonica. E inoltre ho utilizzato una sezione di fiati che da un po’ mi accompagna in alcuni dei miei progetti più recenti: Alberto Borio al trombone, Simone Garino, Daniele Bergese e Davide Pignata ai sassofoni, e Igor Vigna alla tromba. Poi mi sono divertito a riunire un po’ delle mie vecchie formazioni, come ad esempio – dopo venticinque anni – i Big Fat Mama del periodo 1985-1990. Infine alcuni musicisti che hanno fatto la storia della musica in Italia e con cui ogni tanto collaboro, come Aldo De Scalzi, Lucio Fabbri, Fabio Treves e Giampaolo Casati, hanno accettato di partecipare come ospiti e il loro contributo artistico è stato fondamentale.   Perché il titolo Elastic Blues? Non sapevo che il blues avesse delle radici elastiche… Io ho cominciato come chitarrista blues, ma ho sempre usato il blues come casa, come base da cui partire per una serie di viaggi musicali e a cui tornare ogni tanto. Ecco perché ho voluto che il lavoro si intitolasse Elastic Blues. In questo caso poi mi sono allontanato molto dal blues, ma alla fine la radice, la ‘casa madre’ è quella, anche perché il bello del blues – a mio parere – è che ognuno ha il suo: il blues è una cosa molto personale, ma anche collettiva, ed è – come la mente e la coscienza dovrebbero sempre essere – elastico, duttile e malleabile.   Un’ultima domanda, purtroppo inevitabile visto il momento: come stai affrontando queste limitazioni dovute alla terribile situazione pandemica, che ormai da mesi limita in particolar modo l’attività dei musicisti e degli operatori dello spettacolo?  La scorsa estate, da fine giugno, sono riuscito tutto sommato a suonare tanto. L’ultimo evento a cui ho partecipato è stato il 18 ottobre scorso. E non sono troppo favorevole a fare concerti in streaming – anche se capisco benissimo l’esigenza di molti musicisti di utilizzarlo, specialmente in un periodo come questo – perché credo che la vera dimensione di questo mestiere sia il live davanti a un pubblico in carne ed ossa. Speriamo che, con l’avvicinarsi della primavera, la situazione si normalizzi un minimo e si ricominci a fare qualcosa- Tutti gli eventi in cui sono stato coinvolto nell’anno passato sono stati organizzati perfettamente, con tutte le norme di sicurezza del caso, non ultimo il concerto della rassegna Un Paese a Sei Corde a Briga Novarese, dove ci siamo incontrati. Se si vuole, si può fare… e bene! Dario Fornara www.dariofornara.com www.paolobonfanti.it   L'articolo Il blues è elastico proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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EKO RANGER FUTURA

Chitarra acustica amplificata EKO RANGER FUTURA di Dario Fornara Una nuova rielaborazione di un modello entrato nella storia della chitarra acustica: la Eko Ranger Futura è uno strumento che attinge il meglio dal passato per dare, come dice il nome stesso, un futuro a una tra le chitarre del glorioso marchio italiano più conosciute e apprezzate nel mondo. La prima edizione della Ranger è datata 1962: un progetto ispirato al popolare shape dreadnought di casa Martin, tanto in auge in America in quegli anni. Eko però ne apportò delle importanti modifiche strutturali, allo scopo di garantirne suonabilità e robustezza, riuscendo così a proporre sul mercato uno strumento dalle buone caratteristiche timbriche a un prezzo di acquisto estremamente conveniente. Questa chitarra prese il nome di J54, mentre solo nel 1967 fu chiamata Ranger VI: una storia che continua ancora oggi con successo dopo oltre cinquant’anni di produzione, durante i quali abbiamo potuto ascoltarla nelle mani di amici, appassionati, professionisti e artisti di fama internazionale. La Eko Ranger Futura è una versione che rende omaggio a questo storico modello, una chitarra interamente assemblata in Italia, che cattura immediatamente la mia attenzione per la bellezza dei materiali impiegati: per la realizzazione della tavola armonica e delle catene è stato scelto dell’abete italiano massello, mentre per il fondo e le fasce un ‘figuratissimo’ okoumè laminato. Anche per il manico è stato utilizzato un massello di okoumè che ha delle marezzature straordinarie, tali da rendere questa chitarra un vero capolavoro di ‘fiammature’: un’estetica mozzafiato esaltata dalla verniciatura lucida high gloss. Il lavoro di assemblaggio della cassa è pulito: anche all’interno apprezzo la precisione con la quale è stata realizzata l’incatenatura, che è stata ideata appositamente per questo modello. Le misure sono quelle di una ‘classica’ dreadnought, per cui non ve le sto a descrivere, mentre mi soffermo su altri dettagli estetici, come il prezioso binding di acero, chiaramente fiammato, e la rosetta con un disegno che Eko dichiara d’ispirazione seventies. Il ponte è realizzato in South American roupanà così come la tastiera. La selletta e il capotasto sono in osso. La giunzione tra manico e corpo, come nella storica Ranger, è realizzata attraverso l’uso di quattro viti che bloccano una placca di metallo cromata (su questo esemplare non perfettamente in asse). Appena sotto l’innesto del manico alla cassa troviamo il provvidenziale bottone per la tracolla. Il profilo del manico è un low C che riempie la mano senza affaticarla. Il truss rod è di nuova concezione: fisso e non regolabile, utilizza 3 barre in carbonio che garantiscono al sistema un’estrema stabilità. Misuro un corretto leggero relief, che permette allo strumento una regolazione dell’action ottimale, fugando ogni mia perplessità: bene! Il capotasto misura 43 mm, il diapason è quello standard e misura 650 mm. La paletta, dal disegno semplice ed elegante, monta delle funzionali meccaniche Grover aperte con palettina butterbean: tutti noi le conosciamo bene e sono sinonimo di affidabilità. Lo storico logo Eko realizzato in madreperla spicca su tutto, in bella evidenza sulla verniciatura nera lucida. La Ranger Futura si imbraccia come una qualsiasi altra dreadnought, ma è piacevolmente più leggera del previsto. La chitarra mi è stata consegnata perfettamente regolata, un vero piacere da suonare, complice probabilmente la mano dell’amico Roberto Fontanot e del suo team di lavoro, che insieme a Massimo Varini ne supervisiona il progetto. Il manico in South American roupanà restituisce un feeling unico, qualcosa di appagante. Il bellissimo binding in acero, la precisione e intonazione della tastiera, la bellezza delle marezzature delle quali ho già scritto rendono questo strumento qualcosa di speciale.  Il suono è definito, brillante ed equilibrato, l’attacco è velocissimo, per nulla compresso, il volume acustico è quello che ci aspettiamo da una dreadnought. Sulla chitarra è installato un sistema di amplificazione Fishman Flex Plus-T, che garantisce un efficace utilizzo dal vivo dello strumento: ne apprezzo la praticità, a patto di scurirne leggermente la voce. Pratico anche l’accordatore elettronico incorporato, che funziona bene e ha una buona visibilità pure in condizioni di luce critiche.  Questa Eko Ranger Futura mi ha conquistato sia per l’equilibrio timbrico che in generale per la bellezza. Uno strumento versatile, che potrete usare per suonarci di tutto: quindi flatpicking, ma non solo! Il prezzo di vendita la colloca in una fascia di prezzo superiore rispetto alla serie Vintage Reissue, con la quale non va confusa; non è una Eko propriamente economica ed è un progetto che forse va un po’ capito per essere apprezzato come merita. Sono sicuro che i chitarristi ed appassionati della mia generazione non rimarranno insensibili al fascino di questa chitarra, che rappresenta probabilmente quello che avremmo desiderato avere tra le mani tanti anni fa, quando abbiamo scelto – a volte per forza e per necessità – di scegliere una Eko per accompagnare la nostra musica. Dimenticavo di dire che lo strumento è dotato di una bella custodia morbida originale, imbottita a dovere.  Alla fine ho deciso di tenermela, e non aggiungo altro. Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.com (nuovo sito) Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: Eko Guitars (part of Algam Eko Srl) – Sede operativa: Via Oliviero Pigini, 8 (Zona Industriale Aneto) – 62010 Montelupone (MC) – Tel. +39 (0)733 227 1 www.algameko.com Tavola armonica: abete italiano massello Fondo e fasce: okoumè figurato laminato Binding: acero fiammato Rosetta: decal Eko Design Ponte: South American roupanà Manico: okoumè figurato  Costruzione manico: bolt on, 4 viti Profilo manico: low C Tastiera: South American roupanà Capotasto: osso Larghezza capotasto: 43 mm Selletta: osso Scala: 650 mm Meccaniche: Grover Finitura : high gloss Elettronica: Fishman Flex Plus-T Custodia: morbida imbottita (inclusa nel prezzo) Prezzo: € 599 L'articolo EKO RANGER FUTURA proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Dario Fornara
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K-tar nuovo modello K3 EU

Chitarra acustica amplificata  K•tar nuovo modello K3 EU di Dario Fornara SONY DSC Seguo questa giovane e dinamica azienda italiana da quando, tre anni fa, la scoprii casualmente all’Acoustic Guitar Village di Cremona Mondomusica. Ho avuto il piacere di visitare il suo stabilimento e di conoscere Alessandro Moro, il titolare, che non manca mai di inviarmi nuove chitarre per testare le varie migliorie apportate agli strumenti. Una caratteristica di K•tar è infatti la continua e costante evoluzione del progetto, con l’intento di raggiungere il migliore strumento possibile e garantire alla produzione una costante alta qualità. Per raggiungere questo obiettivo K•tar punta molto sulla tecnologia, nella ricerca e nello sviluppo dei processi produttivi: liuteria e meccanica di precisione si fondono insieme, macchine a controllo numerico si occupano di realizzare le lavorazioni dei componenti con tolleranze di accoppiamento assolute, mentre l’assemblaggio delle parti e il setup finale è compito lasciato alla manodopera artigianale specializzata. Ricordo anche ai lettori che il progetto iniziale è stato sviluppato in collaborazione con il maestro liutaio Michele Della Giustina. Parlando di materiali, K•tar seleziona svariate essenze di legni, europei ed esotici, che combinate all’abete rosso delle Alpi utilizzato per la tavola armonica, conferiscono ai propri strumenti eccellenti proprietà acustiche. Proprio l’utilizzo di molteplici tipologie di legni, esclusivamente masselli, permette di ottenere risultati timbrici differenti, in modo da soddisfare le esigenze sia timbriche che estetiche del chitarrista, appassionato, collezionista che vorrà rivolgersi a K•tar per veder realizzato il proprio strumento ideale.  SONY DSC Legni masselli sono utilizzati per tutte le parti dello strumento, compresi i binding, la rosetta e oggi anche il battipenna intarsiato nella tavola, che è un’opzione su richiesta. Ho chiesto ad Alessandro qualche notizia in più su questa caratteristica, che avevo già avuto modo di vedere in anteprima la scorsa estate, realizzata su alcuni prototipi; quindi condivido con voi direttamente le sue parole in risposta alla mia domanda: «Il progetto di un battipenna intarsiato è rimasto a lungo tracciato solo sulla carta, quindi studiato e perfezionato fino a prendere forma, dapprima con la progettazione 3D, fino al lancio di test di produzione direttamente su macchine a controllo CNC. Ho visto quindi concretizzarsi una proposta lontana dagli ordinari standard di riferimento, ottenendo quanto mi ero prefissato: una soluzione esteticamente unica e originale, in grado di dare personalità allo strumento senza intaccarne le caratteristiche timbriche. Il battipenna può essere realizzato in ebano o in altri legni duri, e viene accuratamente inserito a intarsio nella sezione fresata sulla tavola armonica. La sua superficie rimane perfettamente allineata, garantendo protezione allo strumento da graffi e solchi.» Sul sito Web di K•tar è inoltre disponibile un’utilissima sezione, che permette di configurare a piacere il proprio strumento e avere in tempo reale un preventivo di spesa.  La nuovissima K3 che mi è stata data in prova è un modello che la casa definisce Mini Dreadnought: una chitarra versatile adatta sia all’uso fingerstyle che flatpicking, grazie al suono potente ma allo stesso tempo equilibrato e definito. Di primo acchito si apprezzano la precisione delle finiture e l’assemblaggio estremamente curato, il tutto messo in evidenza dalla verniciatura opaca a poro aperto. La tavola è realizzata in abete rosso delle Alpi mentre il fondo e le fasce sono realizzati in noce, collocando questo strumento nella linea di prezzo più economica tra le tre disponibili, ovvero le serie EU, EX e XX, che si differenziano appunto per la preziosità dei legni utilizzati. Il sistema di incatenatura è un altro progetto originale, che si pone a metà strada tra il tradizionale X-bracing e la catenatura a ventaglio tipica della chitarra classica. Il manico è realizzato in mogano khaya dell’Honduras ed è ricavato da un unico blocco di massello; inoltre è trattato con un olio impregnante che lo protegge in modo naturale, restituendo al chitarrista un feeling molto piacevole. La tastiera in ziricote – lo stesso legno è stato utilizzato anche per il ponte – è priva di binding laterali, mentre i tasti sono affogati direttamente nelle loro sedi, che ne contengono le estremità. Il diapason misura 640 mm, una misura ridotta rispetto allo standard, che rende la chitarra particolarmente morbida sotto le dita (e che personalmente prediligo da sempre anche per gli strumenti che utilizzo). La paletta dal disegno ‘veneziano’, come ho già scritto in altri articoli, mi piace: la trovo originale e in grado di dare allo strumento una chiara e tipica indicazione geografica di provenienza. Il logo è finalmente realizzato in madreperla e spicca ben visibile, com’è giusto che sia: una soluzione più elegante e funzionale rispetto al materiale blu scelto precedentemente. SONY DSC La K3 monta delle meccaniche K•tar, un prodotto particolarmente tecnologico, acquistabile anche separatamente; purtroppo costano quello che valgono, ma sono di fatto un capolavoro di precisione meccanica. Tutti i particolari sono realizzati in acciaio inossidabile, alluminio o titanio, a seconda delle versioni: si tratta di componenti progettati per garantire funzionalità, performance e durata. Un particolare rivestimento anti usura garantisce a queste meccaniche un milione di rotazioni, numero verificato da specifici test di funzionamento. Secondo il costruttore esse hanno una vita venti volte superiore rispetto ai più popolari prodotti in commercio. Il loro peso ridotto concorre all’ottimo bilanciamento dello strumento stesso e permette una distribuzione uniforme ed equilibrata del suono attraverso il manico. Tutto quanto si traduce in un funzionamento fluido, privo di giochi, e in una stabile accordatura. Le manopoline in legno sono disponibili in diverse essenze, che potrete scoprire consultando direttamente il sito Web di K•tar. Il suono di questa nuova K3 è bilanciato: la spinta dei bassi è notevole, senza che sovrasti mai il suono dei cantini; e i medi risultano più in evidenza rispetto allo standard dreadnought. Il timbro è caldo e compresso, ma lo strumento è nuovissimo e molto potrà ancora ‘maturare’ dopo un minimo periodo di rodaggio. È questo un risultato timbrico che ovviamente, a parità di modello, potrà variare anche di molto in base ai legni scelti per la costruzione.  Il sistema di amplificazione installato è l’L.R. Baggs Anthem, che permette di miscelare il segnale proveniente da due trasduttori: un sistema che conosciamo tutti bene e che è diventato uno ‘standard’ scelto e utilizzato da molti costruttori. Ovviamente la chitarra può essere richiesta anche non amplificata, a discrezione del cliente.  Gli strumenti K•tar sono fornibili in una bella custodia rigida Hiscox bianca, non compresa nel prezzo di base: una garanzia in termini di robustezza e di sicurezza.   Non rimane che invitarvi a provare queste nuove chitarre completamente Made in Italy. Per maggiori informazioni contattate K•tar senza esitazione. Dario Fornara dariofornara1@alice.it www.dariofornara.com (nuovo sito) Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata Produzione: K•Tar Acoustic Experience – Via Venezia 21/A, Vazzola (TV) – Tel. +39 (0) 438 28315 www.ktar.it office@ktar.it Tavola armonica: abete rosso italiano massello Fondo e fasce: noce massello Battipenna: ebano intarsiato (su richiesta) Manico: mogano khaya dell’Honduras Profilo manico: ‘C’ Tastiera: ziricote Tasti: 20 Diapason: 640 mm Larghezza capotasto: 45 mm Spaziatura corde: 38 mm al capotasto, 55 mm al ponte Sistema di amplificazione: L.R. Baggs Anthem (su richiesta) Meccaniche: originali K•tar  Custodia: Hiscox (su richiesta) Prezzo: € 2928 (modello base), € 3776 (modello in prova) L'articolo K-tar nuovo modello K3 EU proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Dario Fornara
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La ‘mise en place’ delle tavole

La ‘mise en place’ delle tavole Mise en place è l’espressione francese che, in tema di ristorazione, sta ad indicare il corretto allestimento della tavola da pranzo, predisponendola al servizio che dovrà svolgere. Apparecchiare la tavola non deve solamente soddisfare un gusto estetico, ma deve anche assecondare l’aspetto funzionale e pratico dei vari ‘strumenti’ che utilizzeremo: posate, piatti, bicchieri, in funzione del menu proposto o richiesto dal cliente. La mise en place è materia da esperti, non la si può improvvisare. È altrettanto vero che molte persone, come me, a volte si trovano in difficoltà nell’utilizzare correttamente quanto con tanta cura e attenzione è stato messo a disposizione sulla tavola. E ammetto di essere tra coloro che spesso sbagliano l’utilizzo della posateria ritrovandomi, a fine pasto, un numero di forchette assai superiore a quello previsto. Niente di grave, intendiamoci, ma è indubbio che un minimo di competenza in più probabilmente non ci starebbe male! Una riflessione che mi ha fatto pensare anche alle ‘nostre’ tavole, quelle delle nostre amate chitarre, e su come dovremmo pensare di… apparecchiarle! L’importanza della tavola armonica è fondamentale nella liuteria. La scelta del tipo di essenza da utilizzare deve essere consapevole, soprattutto per chi dovrà utilizzare lo strumento. Il tipo di legno e il tipo di incatenatura sono elementi che influenzano in modo significativo la risposta timbrica e dinamica di una chitarra, e con questo, prima o poi, ci dovremo sicuramente fare i conti. Parlando – ovviamente – di legni masselli, il materiale più utilizzato rimane l’abete, in particolare l’abete Sitka (Picea sitchensis), che cresce prevalentemente nel Nord-Ovest del Canada e in Alaska. Abbinato al palissandro ci restituisce un suono equilibrato, ricco di attacco e volume, con i bassi definiti e gli acuti in evidenza, in grado di dare al nostro suono grande proiezione e volume. Altro eccellente materiale è l’abete rosso (Picea excelsa), che cresce in abbondanza sulle Alpi, già conosciuto e utilizzato nel ’500 e successivamente in epoca barocca per la costruzione dei migliori strumenti ad arco, come i famosi violini Stradivari. Parlando di abete rosso mi riferisco in particolare alla varietà Val di Fiemme, un legno in grado di conferire alla nostra chitarra un timbro più vivace e dettagliato, un legno meraviglioso del quale, come italiani, possiamo sentirci particolarmente fieri e orgogliosi. Se abbiamo deciso di farci costruire una chitarra da un bravo liutaio potremmo anche pensare di scegliere dell’abete tedesco, German spruce, la cui bellezza è spesso esaltata da bellissime fiammature, che se di fatto non fanno suonare meglio uno strumento, lo rendono indiscutibilmente più bello. Una valida alternativa è rappresentata dell’abete Engelmann (Picea engelmannii), una pianta che cresce tra le montagne rocciose americane. L’abete Engelmann ha venature più larghe e meno regolari rispetto alle varietà europee, una caratteristica che forse lo rende meno attraente, ma più flessibile, come il suo suono, caldo e profondo. E poi abbiamo tutta la famiglia dei cedri, da sempre considerata un preciso riferimento timbrico in ambito classico, e a volte ingiustamente bistrattata se parliamo di steel-string.  In linea di massima possiamo ritenere che il cedro sia un legno più ‘pronto’ rispetto all’abete e, senza entrare nel dettaglio, diciamo che la sua particolare struttura linfatica ne permette una maturazione ed una stagionatura più veloce. Il più conosciuto e utilizzato è il western red cedar (Thuja plicata), che proviene dagli Stati Uniti, in particolare dal Nord-Ovest del Pacifico. Il timbro del cedro rosso è caratterizzato da bassi caldi e acuti frizzanti, mentre i medi sono leggermente meno in evidenza e il timbro risulta particolarmente morbido, donando una piacevole sensazione di ‘controllo’ sulla dinamica di esecuzione. È il materiale che prediligo: la mia chitarra principale è una Chatelier con tavola in red cedar e fondo e fasce in American curly walnut. L’Alaskan yellow cedar, che cresce sulla costa nord-occidentale degli Stati Uniti vicino al Canada, è più rigido rispetto al red cedar ed è più adatto a chi ricerca una risposta timbrica più simile all’abete. Ma oltre ad abete e cedro la scelta potrebbe indirizzarsi a legni quali il koa, il redwood, il mogano… Il discorso meriterebbe davvero pagine e pagine di approfondimento. Per non parlare dell’importanza delle catene e dei materiali con cui sono realizzate, della loro forma e geometria. In conclusione, nel decidere in quale materiale sarà la tavola della nostra prossima chitarra, ricordiamoci lo scopo di una corretta mise en place. Prendiamo la nostra decisione in funzione del timbro che vogliamo ottenere, ma anche dello stile e del repertorio che andremo a proporre, magari tenendo conto del vantaggio di aver tra le mani una chitarra versatile, in grado di adattarsi senza troppi problemi a vari menu musicali! Dario Fornara www.dariofornara.com   L'articolo La ‘mise en place’ delle tavole proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Home Page
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Dario Fornara: Un vinile, ma non un LP, un 45 giri

Dario Fornara Un vinile, ma non un LP, un 45 giri di RENO BRANDONI Chi è Dario Fornara? Dovrei iniziare con un elenco di descrizioni, alcune reali, altre frutto dell’amicizia e stima che nutro verso di lui. E sì, perché quando si parla di un amico non si riesce a esprimere un’analisi critica della sua visione artistica. Si è cresciuti insieme, hai sentito e visto di tutto, ed è come stare sotto la doccia aumentando pian piano la temperatura dell’acqua calda. Alla fine non riesci a distinguere il reale calore. Quello che poteva sembrare caldo all’inizio, alla fine risulta quasi sempre tiepido. Ci si abitua a tutto. Allora cerchi la novità, il guizzo geniale, la cosa alla quale non avevi mai pensato. Senza inibizioni si parla di ogni argomento, perché l’amico serve anche per confrontarsi, soprattutto in momenti come questo in cui lo smarrimento è la caratteristica predominante di ogni conversazione. Però è utile, si traggono spunti e idee. Così, una conversazione banale magicamente può trasformarsi in entusiasmante e originale, soprattutto se inizia con una frase inaspettata: «Ciao Reno, sto pubblicando un 45 giri con due canzoni…» Da tempo invitavo i colleghi chitarristi a fare proposte innovative e interessanti, e Dario credo abbia trasformato in realtà la mia speranza. Un vinile, ma non un LP, un 45 giri… che nostalgia! La curiosità mi assale, cerco di scoprire il perché e le tappe del suo percorso. È scaturita così una chiacchierata che ho piacere di condividere. Ciao Dario, la tua attività pubblica, artistica, sociale e chitarristica è sempre vivace, mentre, e per fortuna, sei molto attento alle pubblicazioni discografiche. Sai che sono un po’ contrario a questo continuo ‘flusso creativo’ che genera CD a profusione. Preferisco poche cose ma interessanti e, soprattutto, qualcosa di innovativo. Sequeri, il mio ultimo lavoro come solista, è stato pubblicato quasi nove anni fa, da allora a livello discografico non ho presentato più nulla se non un singolo brano inedito, inserito nella compilation Chatelier Guitar Players Collection. Durante questi anni ho comunque lavorato su nuovi brani, mettendo insieme il materiale per un nuovo album, perseguendo l’idea che maturavo da tempo, di dare continuità al precedente Sequeri. Un periodo di cambiamenti nella mia vita personale, superato il quale mi sono reso conto che anche le mie esigenze artistiche nel frattempo erano cambiate, così come quelle del contesto nel quale si inseriva il mio progetto. In un mondo privo di un reale mercato, quello della chitarra acustica, mi sono innanzi tutto chiesto il perché dovessi necessariamente pubblicare qualcosa, in un contesto dove gli spazi e l’interesse, in generale, si stanno purtroppo riducendo progressivamente, mettendo a rischio la sopravvivenza artistica ed economica di tanti chitarristi. E tutto questo a prescindere dalla pandemia che stiamo vivendo. Alla fine è prevalsa, come sempre, la necessità di voler ‘fissare’ un certo momento della mia vita, affinchè ne potesse rimanere una traccia; fermare un mio momento particolare, di equilibrio e sicurezza, che ho raggiunto insieme alla persona che mi sta accanto ed alla quale ho dedicato questo lavoro. Ho sempre attribuito alla musica questo potere, quello di fermare il tempo, anche il mio. Ho quindi pensato che avrei dovuto fare qualcosa di diverso, qualcosa con un impatto emozionale più forte, almeno su di me. Ho scelto i due brani che meglio rappresentavano il mio presente e ho deciso di metterli su vinile, un 45 giri! Ho optato per questo formato perché in fondo era quello che mi serviva, non certo per seguire una particolare tendenza del momento; il 45 giri è lo spazio ideale per presentare due canzoni. Se poi consideriamo il fatto che oggi il lettore cd è praticamente scomparso, soprattutto da automobili e computer, mi è sembrato il ‘supporto’ migliore, fermo restando che avrei dato la possibilità di accedere in modo immediato ai file audio digitali. Una scelta forse audace, proprio come il celebre molo di Trieste, di fronte a Piazza Unità d’Italia, dove una sera d’estate mi sono portato la chitarra per il semplice gusto di suonare in una location meravigliosa, per me e pochi altri, ed ho realizzato che stavo facendo la cosa giusta. Penso che il vinile si sposi perfettamente con la musica di questo lavoro, rappresentandone la sua naturale cornice, la confezione ideale in grado di suggerire qualcosa che va oltre ciò che racchiude. Ecco le novità di cui parlavo, finalmente una cosa nuova nata da un progetto e un pensiero ben preciso. Poi… la scelta del formato 45 giri mi incuriosisce ancora di più. Parlami dei due brani che contiene. Il mio 45 giri comprende come detto due brani inediti: “Portata dal vento” e “Momenti di te”. “Portata dal vento” è uno di quei brani che nascono un po’ alla volta e faticano a trovare la giusta forma, forse perché è come uno di quei contenitori nei quali cerchi di riversarci un po’ di tutto, in modo disordinato, senza trovarci lo spazio. Lo avevo già proposto dal vivo in un paio di occasioni, come spesso capita per cercare un feedback positivo che mi aiutasse a completarlo. Diverso è stato per “Momenti di te”, che è stato scritto di getto, un sabato mattina; un brano che mi ha aiutato a mettere a fuoco il senso stesso del progetto e mi ha spinto a dargli questa forma, questa veste. Dimmi adesso cosa vuol dire fare oggi un vinile. È semplice, è una cosa alla portata di tutti? Realizzare un vinile è una follia, e non mi riferisco solo ai costi ed ai tempi di attesa. Se poi parliamo di un formato 7” come il mio direi che è anche peggio! Chi stampa vinili in questo periodo si trova carico di lavoro, alcuni lamentano addirittura carenza di materia prima. Insomma, detto tra noi, senza l’intercessione di un caro amico il mio lavoro sarebbe uscito con almeno un anno di ritardo! Dammi qualche informazione tecnica. Ho registrato al Digital Lake Studio di Verbania da Alessandro Gallo, bravissimo tecnico del suono nonché chitarrista, ma soprattutto prezioso amico che riesce sempre a gestire le mie paure ed incertezze, in un ambiente che non mi è mai stato congeniale. Abbiamo ripreso il suono della chitarra con una coppia di microfoni Bruek & Kjaer 130V, attraverso un pre Api 3124, piazzati stereofonicamente a circa 60 cm dalla chitarra. Oltre a questi due microfoni un altro Neumann Fet 47, abbinato ad un pre Focusrite Red e ad un compressore Tube Tech CI1b, riprendeva un minimo di ambiente. Il tutto è stato processato con convertitori DAD 24/96. Devo ammettere che dopo tanta cura posta nella registrazione sono rimasto un po’ spiazzato, quando ho ascoltato per la prima volta il risultato finale sulla mia nuova valigetta giradischi (regalatami per l’occasione); ho dovuto riprendere i vecchi 45 giri della mia infanzia, per confrontarli e convincermi che il suono era lo stesso, cosa alla quale non ero sicuramente più abituato! Con ciò voglio sottolineare la qualità dei file audio originali che, chi acquisterà il vinile, potrà scaricare in formato digitale, gratuitamente e direttamente dal sito di fingerpicking.net, utilizzando il qr code presente sul retro della copertina. Allo stesso modo sarà possibile scaricare le tablature dei due brani, un’idea che spero molti chitarristi sapranno apprezzare. Una soluzione innovativa della quale sono molto orgoglioso. Che strumenti hai utilizzato? Ho utilizzato la mia piccola chitarra Chatelier Parlor, in abete e acero, una chitarra che ho presentato anche sulle pagine di questa rivista. È un progetto che ho fortemente voluto e che ho suggerito a Gérard e a Philippe Chatelier in base a delle esigenze ben precise: in sostanza desideravo uno strumento estremamente comodo da suonare e con un suono superlativo. Dopo una serie di prototipi sono riusciti a realizzare quello che ritengo lo strumento perfetto per il fingerstyle; sono felice del fatto che in poco tempo i quattro modelli disponibili abbiano trovato un proprietario. Ci si vede poco in giro, purtroppo i concerti ormai sono una rarità. C’è qualcosa di particolare che stai facendo o organizzando. La situazione contingente ha decisamente frenato le mie apparizioni live che spero di riprendere presto e con più vigore proprio grazie a questo lavoro discografico. In questi anni ho continuato a scrivere su questa rivista occupandomi prevalentemente di strumenti e, ultimamente, devo ringraziare te e Andrea Carpi per avermi messo a disposizione uno spazio dedicato, “Dario… di bordo”, dove posso condividere con un pizzico di ironia le mie riflessioni, filosofiche – sto scherzando! – e tecniche. Con la mia associazione FingerstyleLife intendo continuare a organizzare l’evento Liutai in Villa, che con soddisfazione si sta conquistando gradualmente un posto di assoluto rispetto nel settore ed è diventato in pochi anni un evento di riferimento per molti professionisti ed appassionati. A questo proposito devo ringraziare pubblicamente Schertler, Savarez e G7th che continuano a sostenere queste mie iniziative. Ho iniziato a collaborare orgogliosamente anche con Eko Guitars, tenendo alcuni seminari in scuole di musica ed organizzando un Eko Day all’interno della rassegna Un Paese a Sei Corde. L’attività di dimostratore e il proporre workshop rappresentano il mio ambiente di lavoro ideale, mi piace condividere la mia passione sul campo, con la gente. Che si tratti di un concerto o di un seminario ho bisogno di prendermi il mio spazio, ho bisogno di poter gestire la situazione a modo mio, mentre i miei tempi di reazione sono diventati abbastanza veloci, del tipo: mi collego e suono.  Artisticamente non mi piacciono molto i social, anche se li ritengo ormai fondamentali per promuovere qualsiasi tipo di attività. Del resto non sono fotogenico, e nemmeno la mia musica lo è mai stata! È diventato un mondo troppo effimero, fatto per compiacere a tutti i costi, ed appagare spesso il proprio narcisismo, musicale e non. Chi mi conosce sa che sono una persona diretta, sincera e concreta, come la mia musica. O forse più semplicemente una persona che ha accettato da tempo i propri limiti, come uomo e come chitarrista, per questo non ho più paura di espormi per mostrarmi così come sono realmente! Parlami delle tue chitarre, ho visto che ne hai parecchie. La mia casa è piena di chitarre, ma non sono un collezionista compulsivo: le uso tutte. Le mie preferite sono la Chatelier Parlor, che ho utilizzato per questo disco, la mia storica Chatelier ‘New Baby’ in cedro e curly walnut, una Martin 000-42, una baritona Illotta, una Lowden S38, una Eko WOW in cocobolo, un’economicissima Eko One ST. Possiedo poi una OM Piccione, una piccola classica Venturin e un paio di Schertler con corde in nylon. Negli anni, anche grazie a varie collaborazioni con liutai ed aziende, ho potuto completare il mio parco strumenti con quanto necessario a soddisfare le esigenze del mio lavoro, come musicista e semplice appassionato, anche se una bella Collings o una vecchia Gibson archtop nella mia rastrelliera ci starebbero proprio bene! Sono un vero appassionato che divora ogni libro e pubblicazione in materia, da sempre. Ricordo i primi anni ’80 e le prime riviste del settore: Strumenti Musicali, Fare Musica, European Musician, Guitar Club, Chitarre… le compravo regolarmente tutte! Prima della mia ‘conversione acustica’, avvenuta circa 20 anni fa, suonavo esclusivamente elettrico, ho avuto i miei periodi, dal liscio all’acid jazz, ma soprattutto e per lungo tempo hard rock. Oltre alla musica, che è più volte cambiata nell’arco della mia vita, è rimasto costante l’insaziabile interesse verso lo strumento in sé, ed ogni aspetto tecnico che lo riguarda. Oggi, parlando di chitarra acustica, mi accorgo che è esattamente la stessa cosa. Scrivere di chitarre su questa rivista mi ha poi aperto un mondo; molti lettori mi chiamano e mi chiedono dei pareri, condividendo delle loro opinioni. Anche con alcune aziende e costruttori si sono create delle situazioni di collaborazione, a vari livelli, una grande soddisfazione, una porta che lascio sempre aperta. Continui a esercitarti, a studiare o sei concentrato solo sulla composizione? Ho un particolare approccio verso lo studio, in passato ho frequentato l’accademia musicale Lizard e ho passato molto tempo copiando e cercando di assimilare lo stile dei chitarristi che più mi piacevano. Ora però, e da molto tempo, lavoro praticamente solo sulle mie cose, sui miei brani, cercando di dare la giusta voce alle note che suono. Tutti i miei sforzi tecnici sono incentrati sul timbro, sulla dinamica, sull’espressione. Ho completamente abolito il thumb pick, mentre le mie unghie rivestite in acrilico hanno ormai raggiunto una lunghezza imbarazzante: a loro non posso più rinunciare, perché mi permettono di ‘spingere’ al massimo lo strumento, sfruttandone appieno la dinamica. Per me studiare vuol dire spegnere le luci e calarmi in una mia realtà virtuale che mi porta a simulare il concerto che dovrò affrontare. Suono i brani rispettando la scaletta, una sola volta e con la massima concentrazione, perché poi, dal vivo, so che non avrò la possibilità di ripeterli. Mi preparo a vivere in modo rilassato la fobia dell’errore, chiudendo la mente a ogni distrazione che potrebbe arrivare dall’esterno. È un esercizio che fa bene anche alla vita, in generale, perché ti allontana per un momento dalle preoccupazioni, quelle vere, quelle più brutte. In generale vivo la musica con entusiasmo e gratitudine, un regalo dal quale attingere gioia ed equilibrio, qualcosa che andrebbe insegnato nelle scuole, ma questo è un altro discorso. Come facciamo a seguire le tue attività e a scoprire dove ti esibirai con il tuo nuovo progetto? Quest’anno ho rifatto il mio sito web (www.dariofornara.com) dal quale è possibile seguire tutte le mie attività musicali. Un lavoro che avevo fino ad ora delegato ad altri, ma che, approfittando della clausura imposta dal lockdown, utilizzando una nota piattaforma ho realizzato personalmente. Adesso vorrei solo dedicarmi alla promozione di questo nuovo lavoro, che ho pensato di presentare in una veste minimalista; ho temporaneamente abbandonato pedaliere ed effetti per riscoprire il piacere di usare una semplice chitarra, al limite utilizzando un microfono e un piccolo amplificatore. Dove sarà possibile, sarà così che mi presenterò, il resto lo lascerò raccontare alla musica. • • Dario Fornara, “Portata dal vento” / “Momenti di te”, 45 giri, FNET-094.   L'articolo Dario Fornara: Un vinile, ma non un LP, un 45 giri proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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