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(Stefano di Matteo) – Nella mia nuova casa ci sono ancora pochi quadri. In salotto ho due cornici antiche gemelle, quelle di legno a foglia d’oro. Dentro una delle due c’è una stampa della mia amica Michela, che rappresenta Charles Darwin circondato da uccelli tropicali, uno scimpanzè e alcuni insetti, mentre guarda verso l’osservatore e con l’indice sulle labbra serrate fa cenno di fare silenzio: messaggio vagamente profetico quanto inopinato, ma che soffia costante ogni volta che ci passo davanti, come una brezza sulla nostra sensibilità in questo tempo che ci è dato da vivere. Nel manufatto ligneo che sta accanto, ho incastonato la copertina del disco America di John Fahey, di cui ho una bella versione numerata: copia duemilacinquecentocinquantaquattro di tremila. E a proposito di veggenza, ogni volta che metto sul piatto Fahey lo ascolto come fosse un profeta. Ripensando alle interviste che ho letto e visto, quella serietà vegliarda che si avverte nel suo modo di suonare è mitigata da un viso buono e da quegli occhi con il canthus che punta verso l’alto, come ali di aquila spiegate. Insomma un’espressione che, se avessimo con lui un rapporto amicale e affettuoso, definiremmo da furbetto. Nelle sue parole sono poche e ben chiare le idee che stanno dietro la sua musica, come la convinzione che essa possa risultare melodicamente e armonicamente spoglia, se però è sostenuta da una convincente pronuncia ritmica. E poi una certa predilizione per i personaggi irregolari e dalle idee ribelli. Così, spiega di aver iniziato a fare musica strumentale perché era, secondo lui, un pessimo cantante. La sua ribellione quindi sta nell’ostinazione di un’azione (potrebbe sembrare una tautologia, ma ostinazione significa proprio resistere) in controtendenza non per spirito di affermazione del sé umano e chitarristico, ma nella misura di un’espressione quasi spirituale e meditativa, che punti a un’espressione artistica vera e di sostanza. Non a caso racconta che quando suona va in uno stato di trance, per poi pescare direttamente nelle emozioni. Il suo realizzarsi in una musica strumentale perché non sa cantare potrebbe apparire una questione di intestardimento, ma invece è la lapalissiana dimostrazione del mezzo che non vuole superare il fine, e che piuttosto si scava una strada, come l’incedere dell’acqua che alla fine troverà il suo mare (parafrasando una canzone di Nick Drake, altro grande personaggio dalla cifra stilistica assai personale e inconfondibile). L’evoluzione di Fahey negli ultimi dischi, come in City of Refuge, ci dà la dimensione ancora più tangibile di un’eminenza del pensiero tutto fuorché retrogrado. E infatti Fahey racconta che non ama riascoltare le vecchie robe e guarda avanti, anzi – se vogliamo essere più attinenti alla sua filosofia – guarda dentro e osserva. Mira e rimira le trasformazioni e trova che suonare come ai tempi di America non serve a nulla, perché lì c’era un altro sé a parlare. Bene, allora questo può darmi lo spunto per direzionarmi sulla linea del suo sguardo, soprattutto nel momento in cui la quotidianità ci sta interrogando e sembra che non abbiamo gli strumenti per trovare risposta. Ma se appunto, come dicevo, direzioniamo lo sguardo avanti e nello stesso tempo dentro di noi, troveremo già il germoglio per ricominciare, magari con un’altra forma, appunto altri mezzi, ma molto più solidi nella sostanza. Voglio chiudere con le bellissime parole dello sciamano che abita le foreste dell’Amazzonia nella pellicola El abrazo de la serpiente. Un uomo bianco, occidentale, dopo un lungo percorso quasi dantesco, trova nello sciamano Karamakate un inaspettato Virgilio il quale a un certo punto gli insegnerà che: «Il mondo parla, io posso solo stare ad ascoltare. Ascolta la canzone dei tuoi avi. Questo è quello che cerchi. Ascolta per davvero. Non solo con le orecchie.» L'articolo Quadri proviene da Fingerpicking.net.
Alex de Grassi: The Bridge Tropo Records Il linguaggio sonoro di Alex de Grassi è una fusione di musiche che vanno dal jazz alla classica, dal rock al folk, il tutto filtrato in una sintassi compatta e immediatamente riconoscibile. A volte l’approccio ai suoi brani non è dei più immediati e si ha la percezione di dover entrare in punta di piedi nell’ascolto. Va detto però che, come ogni grande artista, de Grassi bilancia in egual misura complessità e leggerezza. Insomma sa come non prendersi troppo sul serio. È proprio questo il caso della prima traccia del disco “Mr. B Takes a Walk in the Rain”, brano che fa parte del suo repertorio live degli ultimi dieci anni, ma che per la prima volta trova spazio in un album. La mano destra è inconfondibile, con un attacco strepitoso e un suono limpido nel creare un groove fatto di note stoppate e ghost notes. La struttura della composizione inizia con un tema che si ripete in due A, si sviluppa in una B, passa per uno special, sale di un tono e torna alla tonalità di partenza con una stupenda impennata in crosspicking sulla modulazione: fulgido esempio della complessità di cui parlavamo prima. Siamo in DADGAD, e questo ribadisce l’approccio per niente scontato di de Grassi alle accordature aperte. La seconda traccia è “Angel” di Jimi Hendrix. L’accordatura è molto particolare, in quanto si percepisce che è costruita attorno all’arrangiamento del brano: EbADGBbEb. Il pezzo inoltre è suonato con la Sympitar, strumento costruito da Fred Carlson: una chitarra che, oltre alle 6 corde tradizionali, ne ha 12 che dal ponte corrono in due barre di grafite sotto al manico e rispuntano sulla paletta. L’effetto è quello di un sitar che risponde ‘simpaticamente’ al suono della chitarra. “Past Perfect” è una bellissima ballad lenta nello stile intimo di Alex de Grassi, dove l’armonia detta le colorazioni cangianti di ogni sezione. “The Bridge” è la title track, costruita sulla DADGAD, in tonalità di Fa minore. La composizione è uno strepitoso incastro di voci in cui la melodia scorre leggiadra sul serrato arpeggio in 3/4, interrotto soltanto in una parte centrale a tempo libero, in cui i voicing si fanno stretti e percepiamo di essere nel punto più intimo del discorso. “Shenandoah” è il brano tradizionale, dove il lirismo della melodia si abissa in accordi arpeggiati, per riemergere ogni tanto nella sua splendida brillantezza, come il nuoto di una balena in mare aperto. La chitarra utilizzata è sempre la Sympitar, questa volta accordata in Drop D. “Elegy in a Low Voice” è probabilmente registrata con una chitarra baritono in accordatura aperta. Con questo brano continuiamo a camminare su un percorso intimo, questa volta con un linguaggio spiccatamente blues. “But What” è di nuovo in DADGAD e sembra riprendere l’intenzione del primo brano, ma questa volta con un tono più sommesso. “It Ain’t Necessarily So” è un brano di George Gershwin, che Alex de Grassi inserì già nel disco Bolivian Blues Bar del ‘99 . La versione è pressoché identica, a parte qualche lieve sfumatura, per cui francamente faccio fatica ad afferrare il senso dell’inclusione in questo album; ma magari rientra in un discorso complessivo. “The Deep” è di nuovo una stupenda ballad con un’accordatura in DADGBbD, dove c’è una melodia chiara e intelligibile soprattutto nelle sue dinamiche espressive. Qui sono ribaditi tutti gli espedienti compositivi per cui Tom Wheeler, nelle note di copertina di Slow Circle, lo definì «chitarrista impressionista». Certamente possiamo apprezzare, dopo tutti questi anni di silenzio, un’ulteriore maturazione compositiva, che va a innestarsi a una genialità che lo ha sempre contraddistinto sin dagli esordi. A chiudere l’album troviamo una sua personale interpretazione del classico irlandese “Sí Bheag, Sí Mhór”, suonato rigorosamente in DADGAD. Stefano di Matteo L'articolo Alex de Grassi: The Bridge proviene da Fingerpicking.net.
Intervista a R.D. King: Una chitarra che vola in alto fino alle vertigini di STEFANO DI MATTEO R.D. King è un ragazzo di Boston che, dopo l’esordio con un disco autoprodotto nel 2017, Vs. Self, ha pubblicato due dischi per la CandyRat Records, R.D. King nel 2019 e lo scorso anno Summerlast, del quale il chitarrista canadese Antoine Dufour ha curato missaggio e mastering. Di questo ultimo disco, di cui proponiamo anche la trascrizione del brano d’apertura, l’autore parla come del risultato di un accostamento tra una sensazione nostalgica e un luogo immaginario dove si possono scoprire paesaggi naturali meravigliosi. E da qui prende lo spunto per augurare una benefica «infusione di energia estiva», che dovrebbe servirci a ritrovare uno stato ottimale per il nostro animo fiaccato e svigorito da questi anni di pandemia. Parlando con lui si percepisce che, dietro queste sue composizioni così ispirate, c’è molto raccoglimento e attenzione ai significati più reconditi. Lo abbiamo raggiunto a casa con una videochiamata e, con molta gentilezza, ha parlato un po’ di sé e del suo mondo. L’intervista Mi sembra di capire che la tua formazione musicale è iniziata sulla chitarra classica. Raccontaci un po’ dei tuoi inizi. Ho iniziato a prendere lezioni di chitarra quando avevo dodici anni. Sono cresciuto in una famiglia di musicisti e a mio padre piaceva molto la chitarra fingerstyle, per di più della vecchia scuola, Leo Kottke, John Fahey, Jorma Kaukonen… Quindi questo era un versante della musica che ascoltava e con cui sono cresciuto. E quando ho iniziato, anch’io ho pensato che poter suonare diverse parti sullo stesso strumento fosse la cosa più bella. Mio zio, che è un insegnante di chitarra, a un certo punto mi ha regalato dei fingerpicks, quei plettri per le dita che venivano usati soprattutto dai chitarristi e banjoisti della vecchia scuola, anche se pure alcuni artisti della CandyRat li utilizzano. Così ho iniziato a far pratica ogni giorno con questi plettri, cercando di migliorare ogni dettaglio. Ma sempre più ero interessato a scrivere la mia musica o ad imparare la musica di altri, anche quando a malapena sapevo suonare un accordo di Do… E ho finito per andare a scuola di chitarra classica, pur non pensando che avrei fatto il chitarrista: pensavo che sarei diventato un architetto, un ingegnere o qualcosa del genere. Poi, in vista dell’iscrizione al college, ho provato a inviare diverse domande giusto per capire cosa fare. E ho finito per entrare in un buon college che è una sorta di conservatorio, nel Nord dello Stato di New York: ho deciso di andare perché pensavo che, se non mi fossi occupato di musica in quel momento, non l’avrei fatto più; e che se mi fossi dedicato ad altro, successivamente non sarei stato in grado di tornare alla musica. L’ho fatto semplicemente innamorandomi della musica classica e della chitarra classica. Così per un certo tempo ho dovuto togliere i fingerpicks e mi son dovuto far crescere le unghie della mano destra. In quel periodo ho ricevuto molti insegnamenti sia sulla tecnica, sia su come ascoltare musica e dare un senso alle composizioni: con questo bagaglio, alla fine degli studi, sono tornato a Boston a scrivere musica e a insegnare. E mentre scrivevo musica e mi esibivo maggiormente dal vivo, decisi – così, senza troppe aspettative – di iscrivermi alla Fingerstyle Guitar Competition del Canadian Guitar Festival 2017. Quel concorso l’ho vinto e di conseguenza ho incontrato molti artisti della CandyRat, che ascolto da quando avevo diciassette anni. Quindi ho contattato Antoine Dufour e ho deciso di registrare il mio album con lui. È così che è nato l’incontro con la CandyRat. La tua musica sembra rifarsi ai modelli degli anni d’oro della Windham Hill. Eppure c’è un’energia forte che rende il discorso attuale, come un’intenzione di mostrare attraverso un flusso di coscienza le tue emozioni. Quali sono stati i tuoi modelli, non solo a livello stilistico, ma appunto di approccio al discorso sonoro? Be’, c’è molto da dire su questo argomento. Ma in particolare voglio dire che molti musicisti della Windham Hill che conosco (penso ad esempio a Michael Hedges), anche se non hanno avuto una formazione classica, di certo hanno avuto – diciamo – un interesse per la musica classica. Per me che l’ho studiata, posso dire che è centrale nel mio modo di comporre. E credo che la mia produzione più recente non venga dalla musica per chitarra. Attualmente non ascolto tanta musica per chitarra. Sì, certo, vado ad ascoltare le cose degli artisti indipendenti o degli amici che incidono con altre etichette, ma non è una cosa che faccio tutti i giorni. Traggo influenze da molti altri tipi di musica, tra cui sicuramente il vecchio rock psichedelico dei Pink Floyd, cose del genere, dove si cercava non solo di creare canzoni, ma piuttosto una sorta di esperienza energetica attraverso la musica. Mi sembra che avevo cinque anni quando mio padre suonava per me i Pink Floyd e trovavo che fosse una musica bellissima; come anche quelle canzoni lunghe venticinque minuti: adoro quelle esperienze profondamente ‘immersive’, nelle quali sembra davvero che stessero cercando di mettere il proprio essere nella musica che facevano; ed è proprio questa la musica che amo. Poi adoro anche la musica più accessibile, come i Beatles e cose del genere. Ma è come se avessi una sorta di affinità naturale per le opere molto profonde e intense, come appunto quelle dei Pink Floyd o anche della musica classica: io amo il periodo tardo-romantico, con artisti come Rachmaninov o Brahms, e sicuramente anche gli impressionisti come Debussy e Ravel. E questa è la musica che davvero mi ha aperto la mente. Inoltre amo Bach, e uno dei miei preferiti è Beethoven. Mi piacciono insomma gli artisti che mettono tutto il loro essere nella loro arte, quale che sia la musica che stanno creando, classica o di altro tipo. Ed è quello che cerco un po’ di fare con la mia musica. È un po’ come hai detto tu, in un certo senso, quando hai parlato di mostrare le proprie emozioni. Nella nostra vita abbiamo esperienze positive e negative, e la sfida più grande dell’essere umano è proprio dar senso alle informazioni che derivano dalle esperienze. La musica per me è sempre stata il modo per elaborare le cose positive e le cose negative che mi sono accadute. Ma le cose positive non hanno bisogno di tanta elaborazione, perché appunto – essendo già buone di per sé – ti fanno sentire bene. Le emozioni invece più difficili da affrontare sono la rabbia, il dolore, la tristezza, l’ansia, la depressione, che richiedono una sorta di catarsi, una sorta di trasformazione per trovare il senso più profondo di questi dolorosi momenti. Ed è quello che l’arte ti aiuta a fare, come i musicisti, i pittori, gli attori, gli scrittori che costruiscono un significato al di là di queste cose che non sono immediatamente decodificabili. Come sai, la musica che scrivo non ha parole, non ha un significato specifico, diciamo esatto, ma può riflettere i sentimenti e gli stati del nostro essere. Ciò significa che ognuno, ascoltandola, può proiettarci il proprio stato emotivo e creare un significato che non sta nel brano: cosa difficile da fare, invece, con una canzone che contiene le parole. Poi, potrei citarti tantissimi altri artisti che mi hanno influenzato oltre a quelli che ho già nominato. E ci sono anche scrittori, che con i loro romanzi mi hanno cambiato la vita, come Dostoevskij che è un altro di quegli artisti che mette tutta la sua essenza emozionale nella scrittura. E ovviamente molti film, ma appunto non necessariamente altri chitarristi. Certamente, per formare la mia libreria di suoni sulla chitarra fingerstyle ho seguito molti chitarristi che ho citato prima, come appunto Leo Kottke, John Fahey e – tra i più recenti – direi anche Andy McKee, che sicuramente suona in modo più percussivo rispetto a me; ma in questo caso parlo per lo più dell’approccio emotivo alla musica. E poi Antoine Dufour, e sicuramente Don Ross. Inoltre ce ne sono tanti altri nella CandyRat: vorrei menzionarli tutti, perché ce ne sono tanti che sono speciali; motivo per cui sono molto onorato di stare in questo gruppo di artisti. Sempre a proposito della composizione, per te segue un andamento logico oppure hai un approccio istintivo? Dipende un po’ da brano a brano, ma sicuramente inizio con un approccio istintivo e poi ‘rifinisco’ con un approccio logico. Perciò inizio cercando il nucleo di un’idea che mi piace e che risuona con lo stato emotivo che sento; e che credo quindi valga la pena di portare avanti. Poi, a un certo punto, prendo una decisione sulla struttura da dare al brano musicale e comincio a lavorare ad esempio sulla sezione A, quindi decido quanto debba essere lungo il brano, ad esempio se otto o tre minuti… Quando scrivo un pezzo, non mi piace prendere solo due sezioni e formare una ‘canzone’. Ma, piuttosto, una cosa che mi interessa è capire come una parte si svilupperà e porterà all’altra, in modo che si percepisca un ‘viaggio’. Questo cerco di farlo anche nei brani più corti e richiede un lavoro di logica, attraverso la conoscenza delle regole compositive che ho appreso. E queste sono le stesse cose che direi a un mio studente: come possiamo creare una seconda sezione contrastante, che in qualche modo si contrapponga alla prima? Quindi, se la prima sezione è molto veloce e forse non ha molta melodia, nella seconda cercheremo di avere meno note e più melodia… Insomma, ci sono un sacco di regole sull’argomento, per completare la trama tra ritmo e melodia. E ovviamente la scommessa è proprio nella combinazione delle idee. Certamente, in quello che scrivo l’inizio è fissato da un approccio istintivo, ma poi – per riuscire nel proprio intento – occorre pensarci bene… come nella vita reale [ride]! Se sei mosso solo dalle emozioni non andrai molto lontano. Quindi, puoi iniziare con i sentimenti, ma poi devi trovare un senso ragionato che possa sostenere il tutto. Se fai il contrario, è sbagliato. A questo servono le emozioni, che inizialmente ci guidano sulla strada giusta, ma poi per la maggior parte del tempo ci rendono un po’ miopi. E qui torna utile la logica, che ci aiuta a capire dove cambiare sezione, oppure dove arrivare e fermarsi, e quindi – in qualche modo – come tracciare una rotta per arrivare alla meta. Qual è il tuo approccio alle accordature? Dunque, sono un po’ meno avventuroso con le accordature rispetto – ad esempio – agli altri chitarristi della CandyRat, che a volte sembra che usino un’accordatura diversa per ogni brano! La cosa è fantastica e molto interessante, ma io solitamente parto da accordature standard, e la Drop D è probabilmente l’accordatura che uso di più. Di solito modifico l’accordatura solo per due motivi: perché sto provando a suonare una certa parte, un certo accordo ma non funziona, e quindi devo cambiare l’accordatura; oppure perché sto suonando un accordo e non trovo quella nota particolare che sto cercando. Questo significa che a volte modifico soltanto una o due corde, così mi ritrovo molte accordature che sono standard o Drop D più una corda variata: per esempio Drop D con la corda di Sol abbassata di mezzo tono, oppure standard con la corda di Sol abbassata in Mi, cioè EADEBE… In un’intervista che ho fatto ad Alex de Grassi [Chitarra Acustica, luglio 2021], a un certo punto abbiamo parlato delle accordature e Alex ci ha spiegato ad esempio che, per ottenere il suono giusto sull’arrangiamento di “Angel” di Hendrix, ha utilizzato questo stesso metodo di scordare una corda alla volta… Sì, questo è il mio approccio abituale. Faccio così anche quando ho esaurito le idee e quello che eseguo mi sembra già sentito, o suona tutto allo stesso modo. È un procedimento che può essere molto divertente per trovare nuova ispirazione. Io do una particolare attenzione alle corde gravi e alcune volte le abbasso ulteriormente, perché voglio un accordo fondamentale basso e potente. A volte mi piace abbassare la sesta corda in Do, usando il capo per poter ottenere un buon suono. Questo è il mio approccio alle accordature, che magari non è molto avanzato: mi attengo alle accordature che conosco, perché mi piace essere in grado di sapere dove sono le note, cosa che – quando modifichi tutte le corde – diventa difficile. Certamente molti altri chitarristi fanno cose fantastiche, ma io – anziché concentrarmi su quale scala suonare – preferisco concentrarmi su quale nota scegliere, cambiando l’accordatura in base a questo. Tu presenti il tuo secondo album R.D. King del 2019 come un dialogo con letteratura, filosofia e psicologia. In che modo la tua musica entra in contatto con queste discipline? Pensi di avere un pensiero sulle cose ancor prima della musica? Sì, in qualche modo ne abbiamo parlato già nella domande precedenti. Sai, penso che la mia musica sia legata alla filosofia, alla psicologia e alla letteratura perché queste sono parte integrante di me e formano la mia sostanza. Penso che quali che siano gli interessi al di fuori del tuo percorso artistico, questi influenzeranno e guideranno il tuo modo di fare arte. Penso che l’amore che provo per queste materie mi faccia muovere per creare un viaggio. Ho letto molto gli esistenzialisti e amo molto i romanzi russi, come quelli di Dostoevskij e Tolstoj. Amo molto questi autori perché hanno cercato di mettere tutto il mondo nei loro romanzi, il che è appunto – come ho già detto – una cosa che amo: una cosa che li fa sentire così umani e così pieni di vita. Penso in qualche modo che questo sia lo stesso approccio che desidero dare alla mia musica, anche se lo faccio senza le parole. Sono guidato un po’ dalle idee di metamorfosi, sai, come chiedersi cosa sto facendo con la mia vita, chi voglio essere, sapendo che tutto è così breve e doloroso. Gran parte della mia musica è influenzata dal fatto che ho scritto diversi brani dopo aver letto L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, il quale romanzo a sua volta è stato ispirato da Nietzsche, che si basa sull’idea che la vita sia molto fugace perché abbiamo solo una vita da vivere. Questo senso di leggerezza provoca sostanzialmente ansia per il momento presente, perché sappiamo che sta andando verso una fine. E così nel mio primo disco Vs. Self ho scritto un pezzo che si chiama “Lightness of Being”, ma anche “Vertigo”, che si rifa sempre a quell’idea; oppure “Trembling”, che sta sul secondo album. Insomma, potrei dirti tutto quello che c’è dietro ogni pezzo, ma sostanzialmente quello che succede è che vengo a trovarmi in un certo stato e – leggendo e meditando –entro in certi argomenti. Più che altro, poi, devo tornare indietro e pensare da dove viene quello che ho suonato. Questo è successo anche con molti pezzi del secondo album, come “Thrum”, un altro brano che ho scritto con un sentimento molto specifico, che non ho modo di esprimere con le parole; e per questo ho scritto musica. È un processo molto difficile da spiegare: se sapessi metterlo nelle parole lo farei; ma non posso e per questo scrivo musica. Mi sembra che tu abbia registrato i tuoi tre dischi sempre con una Martin HD-35. In effetti, pare inconfondibile il suono rotondo delle basse frequenze. Hai altre chitarre con cui registri o suoni dal vivo? Sì, questa è l’unica chitarra con cui ho registrato fino a oggi. E mi fa piacere che tu abbia notato quei suoni rotondi e le basse frequenze: è questo che adoro in quello strumento. È davvero una chitarra ‘imperfetta’, ma per quanto le chitarre dei miei colleghi siano molto raffinate, non ‘supportano’ il mio modo di suonare. Per come suono io con i fingerpicks, ho bisogno di una chitarra che possa ‘aiutare’ questo modo di suonare. Molti amici ai festival mi chiedono come possa io riuscire a suonare questa chitarra [ride], ma io penso che è proprio questo che voglio sentire sulle frequenze medio-basse. Adoro, come notavi tu, quelle frequenze medio-basse che mi suggeriscono qualcosa di dolce e caldo. E comunque, sto guardando anche per altre chitarre, come una 12 corde o una baritona, che sono entrambe modelli che non ho mai posseduto. Mi piacerebbe avere anche una chitarra 7 corde, come quella di Yamandu Costa, uno dei miei chitarristi preferiti, dal quale diversi anni fa ho tratto ispirazione: assolutamente fantastico! Qui poi ho una Guild del ’75, più adatta allo strumming che al fingerstyle, e inoltre una classica con tavola in cedro, una German Vazquez Rubio che ho utilizzato ai tempi del college: è uno strumento fantastico, ma non riesco a suonarla come vorrei. Ora come ora è un po’ difficile fare avanti e indietro tra l’acustica e la classica. Cosa usi per amplificare la tua chitarra dal vivo? Il preamp che uso è un Anthem della L.R. Baggs: lo adoro ed è il mio preferito tra i preamp; penso che restituisca il vero suono della chitarra e con esso vado direttamente nel P.A. Altrimenti utilizzo un sistema audio Fishman che si chiama SA330. Ma in realtà non ho bisogno di niente di speciale, sai, mi piace non avere il ‘meglio’, le cose migliori a volte [ride]… Parlando di un suono molto raffinato e molto naturale, anche il riverbero sembra avere una funzione importante. Usi qualcosa in particolare in studio e dal vivo? Sì, in studio ho usato una quantità innumerevole di plate, attraverso plugin digitali. Qualche volta ho usato anche lo Strymon Big Sky, che ha dei suoni incredibili, ma credo di non utilizzarlo nel pieno delle sue possibilità. Il riverbero che cerco è quello capace di creare un suono ‘immersivo’, che dia l’impressione di riempire tutta la tua mente. I dischi che ti hanno cambiato la vita. O più forme d’arte in generale… È sempre molto difficile rispondere a queste domande. Ma ti posso dire sicuramente Meddle dei Pink Floyd e OK Computer dei Radiohead. Poi c’è una band metal svedese che si chiama Opeth: non si direbbe, però sono un grande fan del metal. Inoltre ci sono sicuramente la Sonata per violoncello e pianoforte, Op. 19 e la Sinfonia n. 2 di Rachmaninov, le composizioni per pianoforte di Brahms, tutto ciò che ha scritto Johann Sebastian Bach, e in particolare i lavori per solo liuto. Sto anche cercando di pensare ad altri tra i ‘moderni’: ecco, i Beatles non posso lasciarli fuori, uno dei miei dischi preferiti è Rubber Soul. E per quanto riguarda la chitarra acustica: 6 & 12 String Guitar di Leo Kottke, Death Chants, Breakdowns & Military Waltzes di John Fahey, oppure The Gates of Gnomeria di Andy McKee. Sono sicuro che sto tralasciando molte altre cose che probabilmente dovrei mettere in cima alla lista, ma queste sono le prime che mi sono venute in mente. E sicuramente, come ti dicevo, ci sono gli scrittori come Dostojevsky, Tolstoj, Gabriel García Márquez, e i filosofi come Nietzsche e gli esistenzialisti. Inoltre non ti ho menzionato la filosofia orientale, a cui sono molto interessato. Ho letto molto sul buddismo e sullo zen: per esempio non so se hai mai sentito parlare di Alan Watts, ci sono molti video su YouTube, è morto una cinquantina di anni fa. E, in definitiva, penso ci siano molti autori che mi ricordano in qualche modo l’importanza di mettere le mie emozioni e il mio pieno essere nel lavoro che faccio: questi autori rappresentano a un alto livello il tentativo di incarnarsi in qualcosa che ti possa portare in luoghi che non hai mai sperimentato. Penso che non dimenticherò mai quanto sia stata incredibile l’esperienza di ascoltare per la prima volta i Quattro pezzi per pianoforte, Op. 119 di Brahms, oppure un pezzo di Rachmaninov per pianoforte, in cui sembra che egli abbia messo tutto sé stesso in pochi minuti di musica e che mi porta sempre alle lacrime; o ancora come i Radiohead abbiano catturato l’alienazione della vita moderna: ricordo che li ho ascoltati molto dai sette ai tredici anni, e quella musica ha risuonato in me ed ha rappresentato un momento di formazione. Hai fatto qualche concerto dal vivo da quando è tornata la possibilità di suonare? Ho fatto qualche live streaming, ma ho suonato solo un paio di volte sul palco. E penso che sia principalmente perché è ancora un po’ difficile convincere le persone a venire ai concerti. Ma penso anche che, fino a quando non saremo un po’ più avanti con questa situazione, io stesso non so quanto mi sentirei a mio agio a riunire tante persone insieme. Tuttavia la mia speranza è di poter tornare sul palco in primavera. Hai in mente di venire a suonare in Europa? Mi piacerebbe sicuramente e stavo pensando di farlo prima della pandemia, che ovviamente ha ritardato tutto. Quindi non so quando accadrà, ma spero di poterlo fare nel giro dei prossimi due anni. Mi piacerebbe molto visitare anche l’Italia, dove ci sono diverse persone che mi hanno contattato per invitarmi. Sicuramente lo farò. Ho visto che anche a te piace insegnare. Pensi che le due attività di insegnante e di musicista performer si arricchiscano a vicenda? Sì, ottima osservazione, penso che le cose si arricchiscano a vicenda. Penso che l’insegnamento sia un processo ‘sacro’ a cui prendere parte. E quando insegno provo a tenere entrambe le cose in me, l’insegnamento e la performance, per arrivare a quei princìpi della musica che gli studenti possano assorbire a qualsiasi livello. Perché in effetti impegno gran parte della mia giornata a parlare di cosa rende buona una musica, e l’insegnamento per me è anche un modo per ricordarlo. Ovviamente più mi esibisco e compongo musica, più esperienza avrò da riportare ai miei allievi. Quindi penso che questi ultimi debbano avere un insegnante che sappia davvero cosa significa suonare musica dal vivo, e cosa significa scrivere musica. Sai, non devi essere un musicista famoso, ma suonare deve comunque essere il tuo mestiere. Perché se invece non suoni, insegnare diventerà un po’ difficile. Per me insegnare e incontrare gli studenti è una vera gioia, dai ragazzi che sono a un livello avanzato sulla chitarra fingerstyle, ai principianti che non hanno mai toccato prima lo strumento. E insegno anche pianoforte. È stupendo vedere quanto gli studenti riescano ad assorbire anche a cinque anni. E con loro cerco di entrare in contatto parlando anche delle cose di cui abbiamo detto prima, come la filosofia o la psicologia; e molti di loro adorano questo. Magari è importante avere una persona che ti parli in un certo modo, quando non ti capita di farlo in altre situazioni, in altri ambienti come in famiglia, cioè sul significato delle cose, su come noi facciamo musica e via dicendo. Penso che, per un bambino, avere qualcuno con cui trovare una possibilità di esplorazione profonda delle cose sia molto importante. • • R.D. King First Day of Spring Dall’album Summerlast (CandyRat, 2021) L'articolo R.D. King: Una chitarra che vola in alto fino alle vertigini proviene da Fingerpicking.net.
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