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(di Marco Alderotti) – Negli ultimi anni, come ben sappiamo, la chitarra acustica si è enormemente evoluta e – diciamoci la verità – noi chitarristi non ci accontentiamo più di possedere solo una buona chitarra e una buona D.I. Per situazioni live, oggi il chitarrista acustico moderno, oltre ad avere un amplificatore specifico per il suo strumento, ama circondarsi di apparecchi nati per offrire nuove sonorità, che sinceramente apprezzo perché in molti casi stimolano la creatività e migliorano nettamente il suono. È il caso del pedale oggetto di questa prova, già in commercio da alcuni anni e utilizzato da molti professionisti acustici ed elettrici, nonché di sicuro impiego anche per basso elettrico e contrabbasso. L’Empress ParaEq with Boost è un equalizzatore parametrico a pedale, progettato e costruito in Canada utilizzando componenti della massima qualità, scelti per la loro trasparenza e naturalezza del segnale. Di piccole dimensioni e con una colorazione azzurra ben applicata, il pedale ospita molti controlli e selettori, con un percorso del segnale completamente analogico, per fornire il tono più organico e trasparente possibile. Infatti sullo chassis sono presenti ben 7 manopole, 4 selettori, più 2 switch con relativa spia di accensione. La costruzione è curata nei minimi particolari e, considerando il reale prezzo di acquisto, il pedale rientra negli oggetti di categoria ‘boutique’, oggi molto in voga tra noi ‘chitarrofili’. Strutturalmente, al di là dei molti controlli disponibili, il ParaEq è abbastanza semplice nell’uso, anche se richiede di sicuro un po’ di tempo per rendersi pienamente familiare. I comandi gestiscono un equalizzatore parametrico a 3 bande, ciascuna con 3 ampiezze e 3 frequenze selezionabili a piacimento per un controllo del tono preciso e un basso rumore di funzionamento. I primi 3 pot sopra i 2 grossi e robusti switch gestiscono il gain delle basse, medie e alte frequenze, con un’escursione che va da -15 a +15 dB. Gli altri 3 potenziometri posizionati più in alto controllano le frequenze dell’equalizzatore, con lo scopo di neutralizzare feedback fastidiosi rispettando la natura dello strumento collegato. Lo slogan del brand specifica che, con l’Empress ParaEq «il tuo strumento suonerà comunque come il tuo strumento, solamente meglio.» Per ogni banda è poi presente uno switch a 3 posizioni, che permette di scegliere la curva di lavoro della frequenza stessa, utile per ridurre le asprezze o incrementare i medi superiori, e soprattutto negli strumenti acustici e con corde in nylon per ottenere un timbro dall’attacco pronunciato e di gran carattere. Proseguendo, incontriamo uno switch denominato Input Pad, da usare per livellare i volumi quando abbiamo più strumenti con uscite diverse. I due grossi interruttori a pedale sono adibiti il primo all’accensione del pedale stesso, e il secondo all’inserimento di un ottimo boost, regolabile con pot dedicato fino ad arrivare addirittura a 30 dB di guadagno pulito, comodo per assoli in situazioni live. Per finire, è presente la presa di alimentazione (del tipo Boss) che può ricevere 9V/12V/18V, selezionabile internamente con microinterruttore dedicato e con un assorbimento di soli 85 mA. È chiaro che, di fronte ad apparecchi del genere, non possiamo aspettarci prezzi concorrenziali. Ma siamo anche consapevoli che, in questo caso, disponiamo di due pedali in uno, con caratteristiche altamente professionali e qualità Hi-Fi. Passiamo al test vero e proprio. Armato della mia steel-string con sistema integrato piezo/mic a condensatore e amplificatore, iniziamo a capire e sentire come funziona il pedale. Ovviamente si tratta di un true-bypass, per cui a unità spenta il suono rimane inalterato, senza alcun tipo di degrado. Appena acceso, e con tutti i controlli e switch in posizione centrale, la mia chitarra ha cambiato voce con un timbro più aperto e dinamico, che già da subito invoglia a suonare. Per il momento decido di non usare il boost incorporato, concentrandomi esclusivamente su come può cambiare il mio suono agendo sui vari comandi. Infatti, già con minime variazioni, si percepisce un cambiamento timbrico grazie ai vari controlli dedicati, con cui possiamo modellare il nostro suono senza limitazioni e con un risultato sempre musicale e sfruttabile. Con la mia nylon crossover, con sistema di amplificazione caratterizzato da due sensori a contatto, il divertimento è aumentato a dismisura. In molti altri contesti, devo essere sincero, ho trovato difficoltà a eliminare certe frequenze un po’ ingombranti e fastidiose; ma con l’Empress ParaEq il mio suono in nylon è migliorato notevolmente. La sezione boost, che offre 30 dB di boost pulito, ottimo per assoli, è interessante anche se usata per fungere da guadagno di make-up quando si esegue un’equalizzazione di tipo sottrattivo. Utilizzato da molti professionisti dello strumento, tra i quali il tedesco Sönke Meinen, l’Empress Paraeq è l’aggiunta perfetta a qualsiasi pedaliera che si rispetti. Da provare assolutamente. marcoalderotti1966@gmail.com Scheda tecnica Empress ParaEq with Boost Tipo: equalizzatore/boost a pedale Costruzione: Canada Distributore: www.empresseffects.com Potenza tensione di ingresso: 9-18V DC (punta negativa) Consumo energetico: 85 mA Impedenza d’ingresso: 1 MΩ Impedenza di uscita: 510 Ω Peso: 0,454 kg Prezzo: € 289 (IVA inclusa) L'articolo Empress ParaEq with Boost proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – È già da un po’ che nella mia testa mi perseguita l’immagine di una chitarra dalle dimensioni mini con un buon suono e, ovviamente, dal costo contenuto. Ma tra le molte novità oggi disponibili sul mercato questa è quella che mi ha colpito maggiormente. Sto parlando della nuova Crafter Mino/Walnut, strumento dalle dimensioni ridotte, ma che promette performance di ottimo livello. Di costruzione cinese, la chitarra fa parte della serie Mino con quattro modelli disponibili a catalogo, che differiscono sostanzialmente per la scelta dei legni. Il modello da me testato è la Mino/Walnut con fasce e fondo in noce laminato, molto figurato e bello a vedersi. La serie comprende poi la Mino/Mahogany con fasce e fondo in mogano laminato, la Mino/Koa con fasce e fondo in koa laminato, e la Mino/Alm interamente in mogano, con tavola armonica sempre dello stesso materiale ma in massello, mentre le prime tre versioni hanno il top in abete Sitka massello, con venature discrete e di buona qualità. Sul corpo della Mino/Walnut è presente un semplice ed elegante binding, caratterizzato da un mix di noce con due fili sottili in bianco di materiale plastico. Sul bordo superiore del top è presente un bellissimo e comodo armrest, che il nostro avambraccio destro ringrazierà per comodità e semplicità di utilizzo nel suonare. Sia la tastiera che il ponte sono realizzati in ebano di buona qualità. I 20 tasti disponibili sono montati correttamente, anche se non perfettamente rifiniti sui bordi. Sulla tastiera sono presenti dei minidot a forma circolare e, al dodicesimo tasto, un simpatico simbolo a forma di farfalla, tutti realizzati in mogano, che impreziosiscono a parer mio l’eleganza della chitarra. La paletta, impiallacciata in ebano e dal disegno semplice, è di tipo slotted con le sei meccaniche Grover nichelate a ingranaggi scoperti, che garantiscono un buon funzionamento e una gran tenuta dell’accordatura. Sulla stessa paletta c’è il marchio del brand più alcuni simboli floreali, mentre sia capotasto che selletta sono in Tusq bianco. Sul top non è presente il battipenna, e la rosetta attorno alla buca è realizzata semplicemente in noce con fili bianchi; soluzione già vista su modelli Maton, che adoro per semplicità costruttiva. Il manico è in mogano con una sezione tondeggiante e, considerando che la scala dello strumento è di soli 590 mm, la comodità nel suonare è immediata. Per concludere la descrizione, la chitarra ha una finitura satinata ben applicata e senza alcun tipo di sbavatura, presenta il secondo bottone per la tracolla, è amplificata ed è fornita di serie di una comodissima custodia morbida imbottita. Sicuramente, considerando il reale prezzo di acquisto, la chitarra è costruita molto bene, con una pulizia e precisione negli innesti sopra la media. Venti o trent’anni fa, per una cifra simile, ci si comprava un giocattolo o poco più; mentre oggi, grazie al mercato asiatico, ci portiamo a casa un vero strumento ben costruito e dal buon suono. Come al solito, armato del mio fido plettro, inizio a saggiare le qualità acustiche di questa mini Crafter. E rimango colpito presto dai risultati ottenuti. Inizialmente devo prendere un po’ di confidenza con le dimensioni reali della chitarra. Ma, grazie al setup di fabbrica (anche se migliorabile) e alla suonabilità, il divertimento non tarda ad arrivare. Strumming e flatpicking sono il suo pane, con una resa più che convincente, con medi e alti in evidenza, ma ricchi e caldi. Il volume e il sustain sono molto buoni, come pure la dinamica e, grazie al riverbero naturale, la mia creatività è andata alle stelle. No, non sto scherzando. Questa piccola Crafter fa sul serio. Il sistema di amplificazione integrato è l’S-1 Preamp a una via con piezo sottosella, realizzato direttamente in azienda. Come controlli prevede due rotelline e un mini interruttore adiacenti dentro la buca, per niente invasivi. Le rotelline gestiscono volume generale e tono, mentre l’interruttore Clarity modifica con una semplice pressione la curva di equalizzazione, schiarendo il timbro quando ne sentiamo il bisogno. Decisamente più che buono nella resa: anche se si tratta di un solo piezo, i risultati sono sopra ogni aspettativa con un suono equilibrato, maturo e sfruttabile. Questa piccola Crafter piacerà a molti, soprattutto a chi è in cerca di uno strumento economico, da portare ovunque, pratico per viaggiare e – non ultimo – dalle buone caratteristiche sonore. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Crafter Mino/Walnut Tipo: chitarra acustica mini elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.fbt.it Top: abete (massello) Fasce e fondo: noce (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Traversino e nut: Tusq bianco Meccaniche: Grover nichelate a ingranaggi scoperti Elettronica: S-1 Preamp Scala: 590 mm Prezzo: € 379 (IVA inclusa) L'articolo Crafter Mino/Walnut proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – Vista l’occasione, non potevo farmi scappare questa nuova e bellissima Taylor 322ce 12-Fret arrivata in negozio pochi giorni fa direttamente dallo stabilimento californiano, dove è stata progettata e realizzata. È una 12 tasti ‘fuori corpo’ con una scala di 632 mm, più corta rispetto alle classiche Grand Concert, ma di sicuro più maneggevole e comoda grazie anche al ponte posizionato più vicino alla buca. Il corpo ha una spalla mancante, che agevola non poco l’accesso agli ultimi tasti senza alcun tipo di sforzo. Lo strumento è costruito utilizzando legni nobili, con top in mogano e fasce e fondo in blackwood con venature pronunciate e molto belle a vedersi. Anche il manico è in un unico blocco in mogano, con una sezione a ‘C’, comodo e scorrevole, mentre per tastiera e ponte la scelta è andata a favore dell’ebano, molto scuro e compatto. Sulla stessa tastiera sono presenti dei piccoli intarsi a forma di diamante, ben realizzati in acrilico, e i 18 tasti di medie dimensioni sono posizionati, rifiniti e lucidati alla perfezione. Gli amanti del marchio apprezzeranno la costruzione, con un’accuratezza nei dettagli fuori dal comune: anche dentro la buca tutto è al suo posto, senza alcun tipo di imperfezione. La paletta di tipo slotted monta sei meccaniche a ingranaggi scoperti, realizzate da Taylor con palettine in ebano. Sempre sulla paletta, oltre allo stemma del brand, è presente il coperchio per accedere alla regolazione del truss rod. Nut e traversino sono in Tusq bianco, mentre sul corpo è presente un binding caratterizzato da una fascetta in nero più fili sottili in bianco, con un motivo semplice e gradevole ripreso sulla rosetta. La colorazione della chitarra è molto scura, con la tavola armonica in shaded edge burst con finitura satinata, come il resto dello strumento. Sul top, come di consueto, è applicato un elegante battipenna dal disegno originale in colorazione nera. Lo strumento è amplificato con il sistema proprietario Expression System 2, prevede il secondo bottone per la tracolla ed è dotato di serie di un’ottima custodia rigida. La nuova Taylor ricalca la tradizione del marchio con un modello acustico semplice e comodo da suonare, che sicuramente i tanti chitarristi elettrici apprezzeranno. E, grazie anche al sempre più apprezzato V-Class Bracing, il suono rimane nitido con grande proiezione, volume e un sustain di tutto rispetto, che farà innamorare molti già da subito. Il primo impatto è più che positivo, sia per leggerezza che per bilanciamento, con pesi ben distribuiti e un setup di fabbrica che, per il mio modo di suonare, risulta più che perfetto. Sia che si suoni in strumming, sia che si suoni in flatpicking, il suono che riempie la stanza è ‘enorme’, fluido, con grande potenza e calore considerando anche le dimensioni ridotte del body, con medi-alti frizzanti, ma musicali e mai fastidiosi. E anche usando il thumbpick i risultati ottenuti sono di gran classe, con un timbro presente e maestoso, in particolare usando accordature aperte. La semplicità con cui si realizzano i bending è da non credere, e quasi sembra di avere una chitarra elettrica tanta è la comodità nel suonare. Il nut di 44,5 mm, anche se potrà risultare ‘strettino’ per molti, lo trovo personalmente familiare essendo abituato a strumenti Maton. In versione elettrificata il ben noto Expression System 2 restituisce abbastanza fedelmente le caratteristiche sonore già apprezzate in unplugged. E, grazie alle sole tre rotelline poste sulla fascia superiore del corpo, adibite a volume, bassi e alti, non è difficile ritagliarsi un buon suono. Ho voluto provare anche regolazioni estreme, per sentire effettivamente come l’Expression System 2 reagisca a tanta ‘cattiveria’. Ma, tutto sommato, il timbro di base rimane nitido e bilanciato e mai aspro, sempre rispettando la voce naturale della chitarra. La 322ce è consigliata a chi necessita di uno strumento tuttofare, comodo nel suonare e dall’estetica azzeccata, con un rapporto qualità/prezzo vincente. Da provare. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Taylor 322ce 12-Fret V-Class Tipo: chitarra acustica elettrificata Costruzione: USA Distributore: www.taylorguitars.com Top: mogano massello Fasce e fondo: blackwood massello Manico: mogano Tastiera e ponte: ebano Scala: 632 mm Nut e traversino: Tusq bianco Meccaniche: Taylor Slot Head Tasti: 18 Elettronica: Expression System 2 Prezzo: € 2499 (IVA inclusa) L'articolo Taylor 322ce 12-Fret V-Class proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – Prodotto innovativo e con un peso di soli 4,3 kg, il neonato di casa Yamaha promette suoni realistici con minima latenza e, su questa seconda versione della serie THR, la sezione digitale è stata completamente ridisegnata, con quindici simulazioni di amplificatori per chitarra elettrica, tre per basso più tre preamplificatori per chitarra acustica, riprodotti nei minimi particolari. Grazie all’acquisizione di Line 6 da parte di Yamaha, peraltro, la sezione effetti è di gran qualità, realismo e tridimensionalità. Decisamente compatto e con un design moderno, lo Yamaha THR30II è il nuovo amplificatore desktop proposto dal colosso nipponico, ideale sia per chitarra elettrica che per chitarra acustica e basso. È un 30 watt di potenza (stereo) con due altoparlanti da 3,5”, utilizzabile anche con la sua batteria ricaricabile integrata per suonare ovunque e a lungo (in questo caso la sua potenza si riduce a 15 watt). Il pannello controlli è intuitivo e convenzionale: partendo dall’estrema sinistra, troviamo nell’ordine un interruttore di accensione con adiacenti cinque mini interruttori (User Memory) che consentono di programmare preset richiamabili. Lo switch Bluetooth retroilluminato presente su questo modello permette di connettersi con dispositivi esterni per riprodurre musica da smartphone o tablet e suonarci sopra. Inoltre, grazie all’applicazione THR Remote per iOS e Android, è possibile regolare i vari parametri di un preset da app. Proseguendo, incontriamo un minidisplay circolare utile sia per accordare che per visionare lo stato di funzionamento dell’amplificatore. Un interruttore posto subito accanto, oltre a inserire il Tuner, funziona anche da Tap Tempo, molto utile e apprezzato. I successivi due selettori invece consentono di scegliere le varie simulazioni disponibili, mentre i 9 potenziometri rotativi gestiscono Gain, Master, equalizzatore a 3 bande, effetti (chorus, flanger, phaser, tremolo), Echo/Rev (echo-delay, riverberi) più la sezione Output con Guitar (volume globale del suono della chitarra) e Audio (volume di riproduzione dell’audio dal PC collegato all’ingresso USB e volume dell’ingresso Aux). Per finire, Input strumento, minijack cuffie e presa Aux. Sempre sul pannello controlli, e ben visibile, c’è una comodissima maniglia in acciaio spazzolato, semplice ed elegante come soluzione. Tutta la costruzione è ben curata, solida, e fa capire che siamo di fronte a un prodotto professionale, nato per durare. Posteriormente, oltre all’ingresso di alimentazione (l’alimentatore 220V/15V è compreso nella confezione) è presente una presa USB più 2 uscite Line Out L/R utili per collegare all’ampli dispositivi esterni. Come suggerisce il nome, l’amplificatore è wireless grazie al trasmettitore Line 6 G10T (purtroppo venduto separatamente): possiamo dunque suonare ovunque, senza alcun intralcio, in special modo quando usiamo l’amplificatore con la sua batteria interna. Entrambi i modelli THR Wireless, ossia il THR10II e il THR30II oggetto della prova, hanno un ricevitore Wireless Line 6 integrato che, una volta inserito il trasmettitore G10T nell’Input, lo ricarica in automatico e in poco tempo. Davvero geniale e di gran comodità. Detto ciò non ci resta che passare alla prova vera e propria e, in questo caso, decido di ascoltare come si comporta l’amplificatore anche con strumenti elettrici e non solo acustici. Imbracciata la mia amata Tom Anderson del 2004, non posso che gioire per i risultati ottenuti, con suoni più che convincenti e realistici, buona corposità e ‘ciccia’ sotto le dita qualunque simulazione abbia usato, e con una dinamica a parer mio molto buona. Con l’applicazione THR Remote possiamo davvero modellare i nostri suoni senza alcuna limitazione e, grazie anche all’effettistica on-board, il divertimento è assicurato. La connettività Bluetooth è sicuramente vincente su un prodotto nato sia per studiare che per suonare liberamente in casa. Con la chitarra acustica, i tre preamplificatori specifici riprodotti si sono comportati molto bene, con attacco e volume di tutto rispetto. I suoni sono realistici, e sia il piezo che il microfono a condensatore installati sulla mia steel-string rispondono egregiamente. Senza gridare al miracolo e in qualsiasi situazione di utilizzo, l’ampli è risultato pulito, definito e senza particolari rientri, anche a volumi discreti. Prodotto innovativo e di facile utilizzo, lo Yamaha THR30II Wireless regalerà momenti magici, con creatività ed energia da vendere. Il rapporto qualità/prezzo è buono, anche se avrei preferito avere il trasmettitore G10T incluso nel prezzo. marcoalderotti1966@gmail.com Scheda tecnica Yamaha THR30II Wireless Tipo: amplificatore stereo Bluetooth / Wi-Fi Distributore: www.yamaha.com Potenza: 30 W Speaker: 2 x 3.5” Simulazioni: 15 amplificatori per chitarra elettrica, 3 per basso, 3 preamp per chitarra acustica Accessori: alimentatore 220V/15V a corredo Dimensioni: 420x195x155mm Peso: 4,3 kg Prezzo: € 449,00 (IVA inclusa) L'articolo Yamaha THR30II Wireless proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – La Takamine GSC5CE-NG è una chitarra classica elettrificata a spalla mancante, fabbricata in Cina con una realizzazione ben fatta e degna della casa. Dal disegno semplice e moderno, la neonata della casa nipponica vanta un top in cedro massello e fasce e fondo in noce laminato di buona qualità, con venature compatte e belle a vedersi. Il manico in mogano ha dimensioni leggermente contenute rispetto agli standard costruttivi di uno strumento classico. Infatti il nut è di 50,8 mm, assai più comodo e suonabile per chi, per la prima volta, si avvicina a una chitarra classica a tutti gli effetti. Sia ponticello che tastiera sono in palissandro di discreta qualità, mentre i 19 tasti disponibili sono montati correttamente, con rifinitura ai bordi più che buona considerando il rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. La chitarra ha una scala di 650 mm, con traversino e nut in osso sintetico, mentre l’action di fabbrica risulta comoda e rilassante, dettaglio che il futuro acquirente apprezzerà particolarmente. La paletta, dal disegno prettamente tradizionale, ospita sei meccaniche dorate a ingranaggi scoperti con palettine madreperlate, in grado di garantire un buon funzionamento e una buona tenuta dell’accordatura. Il logo della casa è in questo caso una simpatica ‘T’ in corsivo, di color oro, presente su molti altri modelli di recente fabbricazione. Come segnalato in apertura la chitarra è elettrificata, grazie al sistema integrato di preamplificazione TP-E, studiato e realizzato direttamente in azienda. Si tratta di un semplice piezo, gestito da un controllo volume e un controllo tono, con accordatore e mini interruttore mid-cut per tagliare, quando necessario, le medie frequenze in eccesso. Come tutta la produzione marchiata Takamine, la costruzione risulta ben fatta, con inserti precisi e una verniciatura ben applicata, senza alcun tipo di imperfezione, nemmeno in controluce. La chitarra ha finitura lucida, mentre sul corpo è presente un elegante binding in nero che si fa apprezzare per estetica ed eleganza. La rosetta attorno alla buca ha un motivo a mosaico di estrazione classica. Di serie non viene fornita la custodia, che è acquistabile separatamente. Ultimamente sono attratto da strumenti classici e crossover – categoria di cui la nostra fa parte – grazie ai miei ultimi idoli chitarristici, che ne fanno uso. Così l’eccitazione sale e, allora, via con la prova vera e propria. Come sempre, inizio a gustare le sonorità emesse dalla chitarra unplugged, usando soltanto le dita. Lo strumento risulta subito comodo, con un manico scorrevole che non induce il minimo affaticamento, grazie al buon setup di fabbrica. Il timbro è davvero sopra la media, con un suono caldo e ricco, un attacco delle note pronunciato e dinamico. Il volume è buono, considerando che lo strumento è nuovo, e a parer mio andrà sicuramente migliorando con il tempo, visti gli ottimi legni e materiali usati. Accordi, arpeggi e note singole sono il suo regno, con una resa sonora piacevole e professionale. Anche in fingerstyle i risultati ottenuti sono molto convincenti, tanto che i presenti – durante la mia prova – hanno quasi gridato al miracolo. Elettrificata con il semplice preamp TP-E la chitarra conferma le proprie doti, rispettando il suono naturale. Ho dovuto correggere l’equalizzazione in particolar modo sull’amplificatore di turno, anche se i pochi controlli disponibili sullo strumento riescono comunque a ritagliare il suono ricercato, grazie anche al controllo mid-cut. La GSC5CE-NG è promossa a pieni voti e consigliata ai più, in particolare a chi si vuole avvicinare a uno strumento con corde in nylon sborsando una cifra più che ragionevole. marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Takamine GSC5CE-NG Tipo: chitarra classica cutaway elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.gold-music.it Top: cedro (massello) Fondo e fasce: noce (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: palissandro Tasti: 19 Scala: 650 mm Nut e traversino: osso sintetico Elettronica: TP-E Preamp Prezzo: € 475 (IVA inclusa) L'articolo Chitarra classica Takamine GSC5CE-NG proviene da Fingerpicking.net.
(di Marco Alderotti) – La musica è un divertimento e – perché no, di questi tempi – è fatta anche di piccole cose spesso da gustare da soli, a casa sul divano, o addirittura nella nostra camera da letto (io abitualmente suono in camera ad orari assurdi…). Detto questo, vorrei farvi una domanda: a chi non è venuto in mente di comprarsi una chitarra dalle dimensioni piccole, comoda da suonare, dal prezzo più che contenuto e addirittura elettrificata, da poter usare anche in situazioni live? Be’, sicuramente siamo predisposti in molti agli acquisti facili (GAS!) e qualsiasi scusa è un pretesto per portarsi a casa una nuova sei corde. Sta di fatto che, grazie al mio negoziante di fiducia, recentemente ho testato un nuovo modello di casa Takamine davvero interessante, con un buon timbro e dal rapporto qualità/prezzo molto appetibile. La GY11ME del colosso nipponico è una chitarra acustica elettrificata che fa parte della serie G, con dimensioni davvero contenute, in stile parlor, ma tutto sommato con un timbro ‘adulto’ e convincente per molti contesti musicali. Fabbricata in Cina con una produzione molto attenta e ben realizzata, la nuova Takamine è costruita interamente in mogano, con top in massello e fasce e fondo in laminato di buona qualità, con venature appariscenti che donano eleganza allo strumento e suscitano un desiderio di possesso. Anche il manico è realizzato in mogano, con una sezione tondeggiante e molto scorrevole, che apprezzo per comodità. Sia il capotasto che il traversino sono in Tusq bianco, con un nut di 42,8 mm e una scala di 648 mm. Sia la tastiera che il ponte sono in palissandro di discreta qualità. Sulla tastiera sono installati dei minidot in perloid, e i ventuno tasti disponibili sono montati correttamente ma con i bordi – a parer mio – migliorabili in fase di rifinitura. La paletta di tipo slotted monta sei meccaniche die-cast cromate, morbide nel funzionamento, con una tenuta dell’accordatura soddisfacente, mentre il binding lungo il corpo è realizzato in nero con fili bianchi, tema ripreso anche per la rosetta attorno alla buca. La chitarra ha finitura lucida ben applicata ed è amplificata di serie, con il sistema proprietario TP-4T (solo piezo). Lo strumento, benché sia di fascia medio-bassa, è costruito molto bene, con una cura nei dettagli impressionante. Anche dentro la buca trovo molta pulizia, con innesti precisi e senza alcuna sbavatura. La suonabilità è molto buona grazie alle dimensioni del corpo e al buon setup di fabbrica, anche se per la mia mano il manico è un po’ strettino, per cui ho bisogno di suonare qualche minuto prima di entrare in sintonia con lo strumento. Che dire… il suono c’è, senza ombra di dubbio, con un timbro caldo, ricco e corposo, con frequenze alte presenti, ma mai fastidiose. Lo strumming è pane per i suoi denti, ma la GY11ME è interessante anche per suonarci del buon blues e in generale parti a solo. Come ho già detto, lo strumento è amplificato con il preamp integrato TP-4T, montato direttamente sulla spalla superiore e – come gran parte dei sistemi proposti da Takamine – un po’ ingombrante e non bellissimo da vedere. Il preamplificatore è costituito da un equalizzatore attivo a 3 bande, un volume generale, un accordatore e un indicatore di batteria scarica (la solita 9 V). Collegata la chitarra a un amplificatore, il divertimento non tarda ad arrivare, con un suono convincente e dettagliato, indicato principalmente per accompagnare la voce, ma anche per tutte le situazioni in cui si richiede uno strumento semplice, funzionale, economico e con un estetica accattivante. Anche usando il thumbpick i risultati mi sono piaciuti, sia per nitidezza che per dinamica. Consigliata a tutti, dal principiante al professionista o a chi necessita di un buon muletto che non passi inosservato. Passata a pieni voti . marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai Grandi Magazzini della Musica di Vicopisano (Pisa ) Scheda tecnica Takamine GY11ME Tipo: chitarra acustica elettrificata Costruzione: Cina Distributore: www.gold-music.it Top: mogano (massello) Fasce e fondo: mogano (laminato) Manico: mogano Tastiera e ponte: palissandro Nut e traversino: Tusq bianco Meccaniche: die-cast cromate Scala: 648 mm Tasti: 21 Elettronica: TP-4T Prezzo: € 369 (IVA inclusa) L'articolo Chitarra acustica Takamine GY11ME proviene da Fingerpicking.net.
Chitarra acustica amplificata Maton SRS60C di Marco Alderotti Recentemente, ho avuto il piacere di testare una chitarra acustica amplificata di casa Maton dal rapporto qualità/prezzo sorprendente, che in tutta onestà mi ha entusiasmato per il suono ben impostato e la suonabilità. La Maton SRS60C è uno strumento appartenente alla fortunata serie Solid Road, costruita in Australia utilizzando legni nobili e componentistica di prim’ordine. È una dreadnought a spalla mancante con tavola armonica in abete Sitka di grado A, dalle venature longilinee di ottimo effetto estetico. Fasce e fondo sono in acero del Queensland, come pure il manico realizzato in un unico blocco e dalla sezione contenuta e scorrevole nell’uso. Il diapason è di 25,5”. Tastiera e ponte sono in ovangkol, con selletta e capotasto in osso. La larghezza al capotasto è di 44,1 mm, uno standard della casa su tutti i modelli a catalogo. I 21 tastini disponibili, Dunlop 6260, sono montati e rifiniti alla perfezione. E sempre sulla tastiera sono presenti i classici dot a forma circolare, in madreperla con un diametro di 6 mm. La paletta, impiallacciata in sapele, ospita 6 meccaniche Grover cromate, che adoro per funzionalità e ottima tenuta dell’accordatura. Sempre in sapele è realizzata anche la rosetta attorno alla buca, con un mix di fili sottili in bianco/nero. Il binding attorno al corpo è invece un unico filo nero, che nella sua semplicità presenta sicuramente fascino ed eleganza. Sulla generosa tavola armonica fa bella mostra il classico battipenna in nero a forma di goccia, con sovraimpressa la ‘M’ di Maton in colorazione dorata. Infine lo strumento ha il secondo bottone per la tracolla, è corredato di un’ottima custodia rigida standard ed è amplificato con il semplice ma efficace sistema proprietario AP5 Original integrato. Una volta imbracciata, la chitarra si fa subito apprezzare per la grande cura costruttiva, con una finitura satinata molto gradevole al tatto e ben applicata. Anche dentro la buca tutto è al suo posto, senza alcun tipo di imperfezione o colla in eccesso. Per quanto riguarda la suonabilità, desidero complimentarmi con i liutai Maton per il setup di fabbrica direi quasi perfetto, con una action straordinaria che rende lo strumento già pronto senza ricorrere a particolari interventi. Strumming, arpeggi e frasi solistiche sono sicuramente le tecniche predilette da questa chitarra, che grazie agli ottimi legni utilizzati si fa valere anche sulle tecniche moderne oggi più in voga. Il bilanciamento è ottimale, così che suonare in piedi o seduti costituisce un piacere per via di una sempre gradevole morbidezza sotto le dita. Le frequenze sono tutte a portata di mano, con una risposta molto lineare ma dal tono caldo e cristallino quanto basta. Anche la dinamica è sorprendente se si considera che la chitarra è nuova, per cui è lecito aspettarsi un sensibile miglioramento con il tempo. L’AP5 Original, che è un sistema ad una via (solo piezo), ha a disposizione i controlli di volume, bassi, alti, medi e il controllo FQ. Come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, il piezo Maton è caratterizzato da 6 magneti, uno per corda, disposti in modo tale che ognuno di essi capta le vibrazioni della corda soprastante, restituendo così un timbro il più naturale possibile. Come sappiamo, i sistemi piezo presentano spesso un suono plasticoso o addirittura vetroso e, in molti casi, siamo costretti a tagliare alcune frequenze fastidiose, ottenendo un risultato sonoro per niente convincente e lontano dal vero suono acustico della chitarra. La Maton, per contro, si è sempre posta l’obiettivo di realizzare chitarre acustiche amplificate in vista di un intenso uso dal vivo e con sistemi di amplificazione potenti e immuni da feedback indesiderati, rispettando il più possibile il vero suono acustico dello strumento. E in effetti, una volta collegata la Maton SRS60C a un amplificatore specifico, il suono che riempie l’ambiente risulta molto bello e naturale. Con qualsiasi regolazione da me effettuata, ho sempre ottenuto suoni validi e ben sfruttabili, con una dinamica notevole e gran volume. La chitarra si lascia accarezzare con una suonabilità morbida e delicata, ma sa essere anche aggressiva e ‘selvaggia’ in pieno stile country rock. E considerando che l’AP5 Original non ha integrato un microfono a condensatore, tuttavia – grazie ai 6 sensori magnetici, che sono in grado di amplificare anche le vibrazioni del corpo dello strumento – riesco addirittura a eseguire effetti percussivi, con risultati lontani da quelli ottenuti con l’AP5 Pro, ma tutto sommato convincenti nella resa finale. Il controllo FQ, oltretutto, ci permette di scegliere la frequenza d’intervento della gamma media, consentendo di ottenere un timbro scolpito a misura del musicista. Chitarra promossa a pieni voti, con un prezzo vincente se si considera la qualità offerta. Marco Alderotti marcoalderotti1966@gmail.com Strumento gentilmente concesso per la prova da Niccolai grandi magazzini della musica Vicopisano (Pisa) Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata Costruzione: Australia Distribuzione: www.backline.it Formato: dreadnought con cutaway Tavola armonica: abete Sitka di grado A Fasce e fondo: acero del Queensland Manico: acero del Queensland Tastiera e ponte: ovangkol Capotasto e selletta: osso Tasti: 21 Meccaniche: Grover Rotomatic cromate Elettronica: AP5 Original Prezzo: € 1.639 (IVA inclusa) L'articolo Maton SRS60C proviene da Fingerpicking.net.
Intervista – Sönke Meinen: Creare la propria ‘voce’ rispettando la grande tradizione di MARCO ALDEROTTI Dopo il successo del suo album di debutto Perpetuum Mobile, pubblicato nel 2016, Sönke Meinen si è guadagnato in breve tempo e meritatamente un’eccellente reputazione nella scena chitarristica internazionale, tanto da essere considerato da Tommy Emmanuel «uno dei chitarristi più creativi della scena odierna». Classe 1991, è cresciuto a Ihlowerfehn, piccolo villaggio alle porte di Aurich nella Frisia Orientale in Germania, e nel 2011 si è trasferito per motivi di studio a Dresda, dove tuttora vive. Il giovane Sönke ha approfondito gli studi classici con Thomas Fellow, Stefan Bormann e Reentko Dirks presso il College of Music di Dresda, dove ha iniziato a sua volta a insegnare nel 2019. Nel 2018 ha condiviso con il virtuoso violinista danese Bjarke Falgren un album di ottima fattura, Postcard to Self, nominato per ben due volte ai Danish Music Awards. E oggi ci regala il suo secondo album solista Spark, uscito il 28 gennaio, che lo vede al tempo stesso come compositore, interprete e produttore, e nel quale la musica si mostra in perfetta sintonia con il suo stile molto riconoscibile e dalla complessità fuori dal comune. Una persona squisita, semplice e disponibile, che desidero ringraziare per questa piacevole chiacchierata. L’intervista Ciao Sönke, è un piacere sentirti. In questi ultimi due anni la pandemia da CoViD-19 ha rivoluzionato il nostro modo di vivere e di vedere le cose. Come ti sei organizzato da questo punto di vista come musicista? Ciao Marco, grazie mille per avermi cercato, è un piacere essere ospite della vostra rivista Chitarra Acustica. Hai ragione, gli ultimi due anni sono stati molto speciali, direi una grande sfida per l’umanità, che ha cambiato il nostro modo di vivere e di pensare. All’inizio mi è anche piaciuto poter essere un po’ meno impegnato, potermi concentrare sulla pratica musicale e avere più tempo per me stesso. Quando poi molti musicisti hanno iniziato a trasmettere in continuazione i propri video su Facebook e YouTube, ho iniziato a sentirmi a disagio e mi sono messo sotto pressione per tenere il passo e promuovere brani. Ma presto ho capito che sarebbe stato per me molto più salutare fare esattamente l’opposto: stare in disparte e lavorare alla scrittura di nuova musica. Impiegare il tempo a preparare progetti per dopo la pandemia mi ha in un certo senso tranquillizzato interiormente. Così ho portato a termine le mie ultime composizioni per il nuovo album Spark. E dopo la registrazione e produzione dell’intero disco, ho attivato il mio canale TrueFire dal titolo Acoustic Guitar Lab, di cui sono fiero e che da tempo era nelle mie intenzioni. Durante il lockdown ho imparato molto sulla realizzazione dei video e ho filmato più di 120 video didattici nel mio salotto, che ora sembra piuttosto uno studio cinematografico! Ho appena ascoltato Spark, che trovo un progetto maturo, intimo e che rispecchia in pieno le tue potenzialità sullo strumento. Ci vuoi raccontare come è nato e a cosa ti sei ispirato? Grazie per i tuoi complimenti! Sono molto felice che Spark sia finalmente terminato, dopo quattro anni di composizione, di esercitazione e di registrazione. Lo chiamo un autoritratto, perché per questo album ho fatto la maggior parte delle cose da solo: ho composto ed eseguito tutta la musica, a parte gli interventi dei miei meravigliosi musicisti ospiti, e prodotto l’album insieme a Mohi Buschendorf, il mio tecnico di registrazione. Per me questo è stato un passo importante, perché il mio primo album Perpetuum Mobile era stato realizzato mentre studiavo ancora al College of Music di Dresda: in quell’occasione avevo lavorato insieme a fantastici insegnanti, che mi hanno aiutato a sviluppare il mio stile personale e a ottenere buoni feedback su tutto ciò che avevo creato. Tutto questo è stato molto significativo in quel momento, ma con il tempo ho avvertito dentro di me la necessità di potercela fare anche da solo e quindi di realizzare un album che rappresentasse me stesso al cento per cento. Devo dire che ciò mi è sembrato quasi una seconda parte del mio percorso di studi, perché in questo modo ho imparato moltissimo e non posso che essere contento del risultato. “Sparklemuffin” e “Safe Haven” sono i due primi singoli estratti dall’album, davvero belli e nei quali è da subito riconoscibile il tuo stile. Però, secondo il mio punto di vista, è la struttura dell’intero lavoro a farne un capolavoro, dove la chitarra è una regina assoluta dalle mille potenzialità. Oh, grazie per le tue belle parole! L’obiettivo era realizzare un album che raccogliesse tutte le caratteristiche della mia musica ed esplorasse le possibilità del mio strumento. Quindi ho lavorato principalmente su grandi contrasti musicali, rendendo forse il disco non di facile ascolto. Ma Sparknon è solo un album, è anche il mio repertorio principale per i prossimi concerti dal vivo, per cui – anche se include molti generi diversi e molti stati d’animo diversi – tutti i pezzi sono stati scritti per essere eseguiti con un’unica chitarra. Ad ogni modo, devo anche ammettere che è stato difficile trovare la giusta sequenza dei brani e trasformare il lavoro in un album ricco di suspense, transizioni fluide e momenti inaspettati e sorprendenti. Tornando indietro nel tempo, quando e come è iniziato in te l’interesse per la musica e, in particolare, per la chitarra? Mio padre era un insegnante di musica e avevamo sempre degli strumenti musicali in casa. La chitarra è stato il primo strumento che ho potuto toccare e provare a suonare sin da piccolo, a differenza del pianoforte che trovavo enorme e scomodo. Quindi, scegliere la chitarra non è stata veramente una decisione consapevole, ma quasi obbligata, che mi ha conquistato giorno dopo giorno. Quando avevo sei anni, mio padre e un suo amico mi hanno portato a un concerto del cantautore e chitarrista tedesco Werner Lämmerhirt che, ricordo molto bene, mi conquistò per la grande musica che seppe regalare ai tanti spettatori. In casa, oltretutto, circolava un album di Leo Kottke che spesso ascoltavo in compagnia di mio padre. Ero tra l’altro un bambino molto curioso e volevo capire come suonare gli accordi e alcune piccole melodie, e mio padre inizialmente mi è stato molto d’aiuto insegnandomi le prime nozioni. Quando avevo otto anni, ho iniziato a prendere lezioni da un fantastico chitarrista di nome Emile Joseph, che insegnava alla scuola di musica locale, e ho continuato con lui fino all’età di sedici anni. L’ultima cosa che Emile ha fatto, prima di dover interrompere le lezioni a causa di problemi di salute, è stata portarmi a un concerto di Tommy Emmanuel: sapeva che avrebbe cambiato la mia visione della chitarra e che mi avrebbe motivato a continuare a lavorare sulla mia musica. Sarò per sempre grato a Emile, perché senza di lui sicuramente avrei smesso di suonare e, di conseguenza, non sarei arrivato a oggi, che la musica e la chitarra sono diventate la mia vita quotidiana. Spark vede la presenza di tre ospiti illustri come Antoine Boyer, Reentko Dirks e Bjarke Falgren, straordinari professionisti che già in passato hanno avuto modo di collaborare con te in progetti discografici e concerti. Che rapporti hai con loro? Antoine, Reentko e Bjarke sono sicuramente tra i miei musicisti preferiti al mondo, dotati tutti e tre di uno stile molto personale. Reentko era il mio insegnante al College of Music di Dresda e da lui ho imparato tanto, soprattutto riguardo alla composizione e alla creatività in generale. Adesso è un mio grande amico, ci sentiamo spesso e a volte condividiamo il palco. Con Bjarke ho realizzato un disco in duo, Postcard to Self, e anche con lui ho un rapporto stupendo e di grande stima reciproca: è una persona meravigliosa, grande amico e incredibile musicista, dalla creatività spesso traboccante. In Spark ha suonato la viola e il violoncello oltre al violino, per cui le due composizioni che abbiamo inciso insieme sono per chitarra e archi, molto diverse in un certo senso dal nostro repertorio in duo. Antoine Boyer lo conosco dal 2016, quando siamo stati entrambi in finale in occasione dell’European Guitar Award: da subito è scattata in noi una grande stima reciproca e un’amicizia. Abbiamo anche condiviso il palco in Svizzera e, recentemente, l’ho invitato al Guitar Festival che organizzo a Freepsum nel Nord della Germania: è una persona meravigliosa e un genio della chitarra. Insomma, mi sento molto onorato di averli tutti e tre nel mio album! I tuoi studi sono di tipo classico, anche se nella tua musica percepisco influenze jazzistiche e acustiche, nel senso delle tecniche legate al fingerstyle contemporaneo, con armonici, percussioni e via dicendo, oggi molto in voga grazie soprattutto a Tommy Emmanuel. Da insegnante, come vedi il futuro della chitarra in generale e del fingerstyle in particolare? Lo sviluppo della chitarra è un argomento che amo trattare, visto tutto quello che è avvenuto negli ultimi decenni. Solo fino a circa cinquant’anni fa, i confini tra i generi erano molto netti: oltre alla scena della chitarra classica, al mondo del flamenco e della chitarra jazz, c’era il blues, l’American fingerstyle nella tradizione di Chet Atkins e Merle Travis, la scena britannica che ha avuto una maggiore influenza dalla musica folk. Poi, a mano a mano, i generi hanno iniziato a diffondersi in tutto il mondo e, successivamente, i musicisti si sono appropriati di varie influenze creando a loro volta nuovi generi e modi di suonare unici. Questo è ciò che amo della chitarra: puoi suonarla in talmente tanti modi, prendendo ingredienti da diversi stili e tradizioni. E direi che il mio modo di comporre è molto classico e tradizionale, ma uso anche armonie e ritmi jazz, folk e di altri mondi musicali. Inoltre, il lato tecnico del mio modo di suonare è molto moderno e fortemente influenzato dai musicisti fingerstyle, in particolare da coloro che hanno il mio stesso approccio riguardo alla composizione. Vedere i musicisti creare la propria ‘voce’ sulla chitarra, rispettando la grande tradizione dello strumento, mi dà molta speranza per il futuro. Per me questa è la strada da percorrere. Personalmente ti seguo da diversi anni, da quando – navigando tra i vari social – ho visto il video di “Perpetuum Mobile”. La tua musica mi fa muovere e, nello stesso tempo, mi crea dipendenza, grazie anche ai complessi e incredibili arrangiamenti che sorreggono qualsiasi tuo brano… Per me la cosa importante è che la buona musica per chitarra non deve essere difficile da suonare e – se cosi fosse – dovrebbe esserlo solo per il bene della composizione. Deve essere comunque un buon brano musicale, se si eliminano tutti gli espedienti tecnici. Oggi possiamo vedere molti musicisti, su YouTube, che suonano musica incredibilmente complicata, inglobando troppe tecniche in una sola canzone. E questo è effettivamente ‘impressionante’ e fa sembrare bello un pezzo in un video, ma non ‘emoziona’ necessariamente l’ascoltatore. Il motivo principale per cui alcuni dei miei arrangiamenti sono ancora difficili da suonare potrebbe essere il fatto che mi piace comporre senza la chitarra. Scrivo spartiti sul mio portatile o compongo al pianoforte, per non limitarmi troppo. E non è sempre semplice trasportare la musica sulla chitarra: spesso devo ricorrere a soluzioni tecniche innovative, con diteggiature particolari e impegnative. Ma tutto sommato mi piace cosi e lo trovo un modo per me naturale e creativo. Ci puoi descrivere che tipo di strumentazione stai usando e se ci sono novità rispetto al passato? Cerco di mantenere la mia configurazione semplice e, rispetto al passato, non è cambiato molto. Nei concerti dal vivo uso la mia chitarra Kobler Nylon Crossover costruita da Christina Kobler in persona, una liutaia austriaca molto brava, che da anni realizza per me strumenti fantastici. La chitarra ha due pickup al suo interno, un Fishman piezo e un microfono L.R. Baggs. Poi c’è il mio amplificatore Acus, di cui sono estremamente soddisfatto ed endorser già da tempo, più una piccola pedaliera con equalizzatore, riverbero e accordatore: non sono un fan di grandi quantità di effetti diversi e mi piace mantenere il suono ‘reale’ e quanto più naturale possibile. Aggiungo solo un po’ di bassi e rimuovo i medio-alti e le alte frequenze del mio pickup piezo; ovviamente è una questione di gusti, ma questo per me è il suono che mi ispira di più. In studio uso anche chitarre steel-string e per l’album Spark ne ho presa in prestito una, anch’essa dal laboratorio di Christina Kobler. A volte vorrei usarne anche sul palco, ma preferisco viaggiare leggero considerando che spesso uso il treno per i vari spostamenti, per cui una chitarra e una valigia restano la scelta vincente. Che tipo di accordature usi e con quale ti senti più a tuo agio? Con il tempo ho sperimentato vari tipi di accordature, fino a scegliere quelle che per la mia musica risultavano più comode. Nell’album Perpetuum Mobile la maggior parte dei brani sono in Drop D. Quando invece ho iniziato a comporre musica per il duo con Bjarke Falgren, ho scoperto che la chitarra e il violino funzionano bene insieme in particolare se la chitarra è accordata parzialmente per quinte. Così ho accordato la corda del Mi basso in Do e la corda del La in Sol: in questo modo le tre corde basse della mia chitarra sono accordate alla stessa maniera di un violoncello. Nell’albumPostcard to Self, la metà dei brani sfrutta l’accordatura in Drop D e l’altra metà proprio quest’ultima: CGDGBE. Le mie nuove composizioni sfruttano questa nuova accordatura e, ad oggi, è quella che mi fa sentire particolarmente a mio agio. Su Spark, undici brani su quattordici sono nell’accordatura CGDGBE e ti assicuro che è molto versatile e divertente: dovresti provarla! Siamo giunti al termine, per cui non mi resta che ringraziarti a nome di tutti i lettori di Chitarra Acustica, sperando di vederti quanto prima in concerto qui in Italia. A presto Sönke! Grazie mille, Marco, per la bellissima chiacchierata. Ringrazio te, tutta la redazione e i lettori di Chitarra Acustica, nella speranza di vederci presto in qualche importante festival italiano e conoscerci personalmente. L'articolo Sönke Meinen: Creare la propria voce rispettando la grande tradizione proviene da Fingerpicking.net.
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