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5 January 2024Uncategorized
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Il suono è ascoltarsi

(di Sergio Arturo Calonego) – Raccolgo l’invito degli amici di Chitarra Acustica e condivido un pensiero per fare in modo che questo periodo complicato possa diventare un momento di riflessione e di ricerca personale. Sono convinto che il fil rouge che unisce il nostro corpo allo strumento sia importantissimo e, molto spesso, sottovalutato. Ascoltare il proprio corpo può permetterci di trovare le coordinate per il nostro viaggio. Personalmente mi sono avvicinato alla chitarra acustica per motivi che hanno molto poco a che vedere con la musica. Molto semplicemente, anni fa, mi sono salvato da un incidente aereo mentre mi recavo all’Avana e, tornato in Italia, acquistai una chitarra acustica. Fino a quel momento avevo sempre suonato la chitarra elettrica ‘in ensemble’, e mi ritrovai a sentire sempre di più l’esigenza di suonare la chitarra da solo; o meglio, l’esigenza di sentire la chitarra più vicina al corpo. Di lì a poco iniziai a giocare con la DADGAD, un’accordatura modale che molti di voi conoscono. Non mi interessa approfondire l’aspetto tecnico e del come, ma piuttosto del perché e della relazione con il corpo. Ricordo ancora la sera in cui accordai lo strumento in DADGAD: provai immediatamente una sensazione di benessere fisico, anche se non avevo la minima idea di come si potesse suonare lo strumento accordato in questo modo. Il primo effetto fu estetico. Dovendo cambiare impostazione alla mano sinistra, mi ritrovai a spostare il baricentro, che mi portò a dover quasi abbracciare la chitarra. La mano destra ora era più vicina alla buca, ma soprattutto al petto. Vibravo io diversamente, questo era quello che stava succedendo. Mi accorsi subito che non avrei più potuto rinunciare a questa cosa. Iniziò, così, uno studio clandestino, che è durato circa dieci anni e che si è svolto in totale solitudine nel mio bagno di casa che ho chiamato Baktrapack. È stato un periodo in cui mi sono permesso il lusso di fare una cosa solo perché mi faceva stare bene. Si è trattato di uno studio intimo, che ho condiviso solo con gli amici più stretti. Inizialmente, com’era prevedibile, l’accordatura prese il sopravvento, cioè guidava lei. Nel tempo, sono riuscito a entrare in confidenza con questa signora di origini mediorientali, tanto elegante quanto esigente, e questo mi ha permesso di cogliere la profondità dei suoi profumi e anche dei suoi limiti; al punto che, oggi, la DADGAD è diventata l’unica accordatura con cui suono la chitarra. Oggi suono in DADGAD con la chitarra a corde di nylon perché mi fa sentire ‘a casa’. Il nylon mi ha portato in dote tre cantini al posto di due e la dolcezza nei registri alti, che ho sempre cercato. Ma, soprattutto, mi sta portando ad avvicinarmi ancora di più fisicamente allo strumento, perché la dinamica del nylon è completamente diversa. Questo il mio piccolo viaggio. Probabilmente non è il vostro, sicuramente non è il migliore, e per fortuna non è l’unico. Sono convinto che non esistano soluzioni uniche, perché ognuno di noi vibra in modo differente. Non credo esista una chitarra migliore, come non esiste un’accordatura o una musica migliore. La Musica stessa è lo strumento. Ecco, io penso che questo sia il ruolo della Musica e sono convinto che, proprio in questi giorni, ci possa aiutare a superare questo momento complicato che, ricordiamocelo tutti, passerà. Vi spero bene, amici chitarristi, voi e le vostre famiglie. Art L'articolo Il suono è ascoltarsi proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Editoriali
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È difficile vivere lontani

(di Peppino D’Agostino) – Come sapete, molti dei miei familiari sono in Italia e parecchi cugini a Roma e vicinanze. Vi sono vicino in questo momento difficile per l’Italia. Questa è una crisi assolutamente globale e anche qui in America il numero di casi di persone affette dal virus sta purtroppo crescendo moltissimo. Parlo spesso con mio fratello Piero a Torino, che mi tiene informato sulla situazione in Italia. Queste conversazioni mi giovano parecchio, perché è difficile vivere lontani per degli emigrati come me, quando ci sono dei momenti di grande crisi come quelli che stiamo vivendo. Mi rasserena pensare che i miei compatrioti Italiani stiano facendo tutto quello che è possibile per far diminuire i decessi e il pericolo di contagi. Sono contento che pubblichiate questo numero speciale, dove i chitarristi possono parlare liberamente di qualsiasi cosa. Mi unisco al gruppo e vi racconto quello che sta succedendo qui da me, e un po’ della mia giornata in questo momento particolare. Come molti altri miei colleghi, ho dovuto cancellare tournée e seminari, ma anche lezioni private. Questo rende tutto più difficile, economicamente parlando, ma presenta anche una sfida su come sfruttare al meglio il tempo che adesso ho nelle mie mani. Sto cercando di imparare nuovi software e macchine fotografiche, che mi consentano di fare video maggiormente ad alta fedeltà. Sto costruendo un mio spazio online dove insegnare la chitarra e un curriculum studiato specificamente per la chitarra acustica. Sto creando dei video nei quali suono dei brani che ho composto e dedicato alle persone importanti nella mia vita. Nei momenti difficili si capisce quanto sono importanti certe persone che ci circondano, e io adesso voglio onorarle. Qui c’è un video dedicato a una cara amica nostra, Marybeth: https://youtu.be/cpRFzm-xok4. Ne sto facendo altri che pubblicherò a mano a mano. Il successivo l’ho dedicato a mia figlia e lo potete vedere a partire da venerdì 27 marzo sulla mia pagina Facebook. Sprono i miei colleghi e fan a fare la stessa cosa perché’ il regalo della musica e senz’altro il più` bello che si possa fare. Sto studiando molto lentamente un arrangiamento di “Um a zero”, un pezzo di Pixinguinha, ad opera dell’eccelso Roland Dyens. Potete trovare questo arrangiamento in questo libro assolutamente imperdibile: guitarinternational.com/2009/10/18/dyens. Sto leggendo un bellissimo libro su Johann Sebastian Bach intitolato La musica nel castello del cielo, scritto dal direttore d’orchestra John Eliot Gardiner. Ecco un link se siete interessati: amazon.com/musica-castello-cielo-ritratto-Sebastian/dp/8806204556. Sto anche aspettando con grande ansietà l’uscita del mio nuovo album per sola chitarra acustica Connexion. Se siete interessati potrete ordinare la vostra copia autografata cliccando qui: peppinodagostino.com/cds/cd-connexion. Ringrazio la vostra bellissima rivista e i vostri lettori per il tempo concessomi. Mi raccomando di usare tutte le precauzioni possibili contro questo virus e di studiare con affetto e dedizione la vostra chitarra, quest’intima amica nostra, perenne, che ci insegna così tanto. L'articolo È difficile vivere lontani proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Editoriali
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Giù la maschera

Da tempo avevo una curiosità: essendo un ‘estremo’ fan di Bob Dylan e conoscendo la sua riservatezza e la sua sobrietà, non comprendevo la necessità della ‘mascherata’ durante il famoso tour della Rolling Thunder Revue.  Non sono un appassionato di travestimenti. Anzi, non mi sono mai piaciuti i Kiss proprio per questa ragione. Stimo Dylan, e questa sua non casuale insistenza nel coprirsi il volto mi sembrava anacronistica rispetto alla serietà del suo personaggio. Che bisogno aveva delle maschere? Oltretutto, da quello che leggevo, non erano un elemento opzionale, ma una componente fondamentale di tutto il tour. Lo stesso Dylan ne lamentava la mancanza. Dovevano essere in maggior quantità e a disposizione in abbondanza per tutti i membri della band.  A Bob si perdona tutto, ma il tarlo del perché da anni mi perseguitava. Per fortuna il docufilm Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story di Martin Scorsese ha risolto l’enigma. Probabilmente qualcuno, stupito come me da questo anomalo vezzo, ha posto la domanda al Nobel cantautore e la risposta è arrivata, nello stile consueto, secca e inappellabile: «Le persone mascherate dicono la verità». Tutto chiaro allora! Finalmente ho anche scoperto perché molti politici si tolgono la mascherina anticovid prima di fare le loro dichiarazioni. Ma questa è tutt’altra storia…  Quando Dylan parla, non spara sentenze a vanvera. Dice una cosa ma ne intende almeno tre: le persone non dicono la verità, che cosa è la verità, la verità non esiste.  Facciamo un esempio: la Gioconda di Leonardo Da Vinci è un capolavoro riconosciuto. Se io, da mascherato, dico che mi fa cagare, ho detto la verità. Ma in realtà non è la verità assoluta, è il mio vero pensiero, che non per forza deve corrispondere al giudizio altrui. Quindi cosa è vero? Il mio pensiero, quello degli altri, o il dire comune? Non esiste risposta. Ecco perché non esiste un’unica verità. Anche la legge lo sa: quando due giudici, nei due gradi di giudizio, giudicano diversamente un caso (quindi è possibile una doppia verità, che pertanto nega l’esistenza di un’unica verità), si accetta come vera quella più favorevole all’imputato.  Ora poniamo un altro problema. Se io dico che un chitarrista non mi piace (sempre con la mascherina ben indossata, altrimenti direi che sono tutti straordinari), è un mio parere che può valere tanto o anche nulla. Dipende dal contesto. Ma se lo dice Tommy Emmanuel, ecco che il valore è diverso. Se Tommy dice «Non è bravo», allora bisognerebbe credergli. Ma non è bravo rispetto a chi? Il suo metro di giudizio sarà così estremo, che renderà il parere assolutamente personale e privo di quella verità di cui siamo alla ricerca.  Il mascherarsi potrebbe coincidere con l’anonimato dei nostri amati social, in cui la gente – nascosta dietro le proprie tastiere – emette sentenze. Per carità, frutto del loro pensiero. Ma talune volte indecenti ed esagerate: il dispensare epiteti poco ‘carini’ nei confronti di chi – magari sconosciuto – fa outing, o di chi si mostra in costume con qualche chilo di troppo, è inaccettabile. Le parole feriscono, ammazzano, distruggono. Più di un colpo di pistola. Una pallottola o ti uccide, o ti attraversa lasciandoti ferito. Le parole invece si conficcano dentro come frecce avvelenate e lacerano ogni roccaforte, abbattono ogni possibile resistenza, trasformando la gioia di vivere in un inferno. Perché, per quale ragione, per quale necessaria verità?  Forse allora preferisco la menzogna, o meglio ancora l’indifferenza e la distrazione, che nel mio personale vangelo sono usualmente termini sepolti e inutilizzati. Ogni tanto fa bene rispolverarli, per togliere la parola a chi la usa in maniera indecente e infamante.  La libertà è un bene prezioso. Poter dire la verità lo è altrettanto, ma questa non deve offendere o limitare la libertà altrui. Se la verità assoluta non esiste, nessuno è depositario della assoluta certezza. E l’umiltà resta la virtù dei saggi.  Quante domande… Ma la risposta, si sa, soffia nel vento. Buon fingerpicking!  Reno Brandoni L'articolo Giù la maschera proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Editoriali
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Chitarra acustica amplificata 12 corde

Chitarra acustica amplificata 12 corde Eko Ranger XII VR EQ di Dario Fornara La prima edizione di questa chitarra ci riporta al 1962, quando Eko iniziò la produzione di una serie di chitarre folk basate sulla popolare forma dreadnought, modello di riferimento in America a quei tempi. La prima chitarra a 6 corde prese il nome di J54, mentre la versione a 12 corde fu chiamata J56: fu da subito un grande successo e il mercato accolse con grande favore quelle nuove chitarre. Allora pochi altri strumenti garantivano timbro, suonabilità e robustezza ad un prezzo così conveniente. Nel 1967 furono chiamate rispettivamente Ranger VI e Ranger XII, un percorso che continua ancora oggi dopo oltre cinquant’anni di produzione, durante i quali le abbiamo viste imbracciate da migliaia di chitarristi tra cui anche artisti di fama internazionale.  Questi strumenti oggi sono entrati nella storia della chitarra acustica e, di fatto, la Ranger XII è la chitarra a 12 corde più venduta al mondo. È probabile che uno dei tanti modelli sia passato anche tra le mani di chi leggerà questo articolo. Quindi, viste le premesse, è con particolare piacere che vi presento la Eko Ranger XII VR EQ, versione attuale che rappresenta la lunga evoluzione di questo progetto straordinario. Qualche hanno fa la Eko ha introdotto la serie VR, ovvero la serie Vintage Reissue, ‘ripensata’ e realizzata con la supervisione di Massimo Varini e Roberto Fontanot. Il risultato è un mix di dettagli tecnici ed estetici piacevolmente vintage, una chitarra dal look accattivante e un assetto moderno, affidabile, facile da utilizzare e soprattutto con un buon suono sia acustico che amplificato, ideale per il live. In pratica si è cercato di migliorare lo strumento offrendo il massimo, ma rimanendo nella fascia di prezzo ‘popolare’ e accessibile che è da sempre prerogativa di questo modello. La Eko Ranger XII VR EQ è caratterizzata dalla classica forma dreadnought, il top è realizzato in abete, mentre fasce e fondo sono realizzate in mogano. Come da tradizione si tratta di legni laminati anche se, almeno visivamente, le belle venature del mogano non mi fanno rimpiangere troppo l’utilizzo di essenze più pregiate. La rosetta è una decalcomania con un grazioso filetto in madreperla, il battipenna è quello storico e non potrebbe essere altrimenti. Come la tastiera, il ponte è realizzato in South American Roupanà, perfetto sostituto del palissandro, e cela tre piccoli rivetti a garanzia di eterna stabilità. Il manico è realizzato in mogano, lo shape è un piacevole low profile, l’attacco alla cassa è il glorioso bolt-on con quattro grosse viti e la bella piastrina con il marchio Eko. Per questa prova ho avuto a disposizione due chitarre con le due finiture gloss disponibili, una Natural Top Stained e una Honey Burst, che personalmente trovo bellissime e in linea con gli obiettivi del progetto. L’insieme paletta e tastiera è un piccolo capolavoro. La prima è nera e luccicante, con lo storico logo del brandapplicato al centro e 12 meccaniche die-cast chiuse marchiate Eko; queste hanno le palettine nere e un rapporto 1:16 che permette una buona precisione, a differenza delle originali aperte adottate in passato, che non erano molto funzionali. Non potevano mancare lo ‘zero fret’ e il capotasto in alluminio, che insieme ai segnaposizione Vintage Mop Squares e alla campana copri truss rod completano e rendono – secondo chi scrive – il tutto decisamente irresistibile (sarà l’impatto emotivo e nostalgico dovuto all’età, ma è così…). La Eko Ranger XII VR EQ ha un manico largo esattamente come il modello originale e misura 50 mm allo ‘zero fret’, mentre il diapason è quello standard da 650 mm. Lo strumento monta un sistema di amplificazione Fishman Sonitone GT1, con un pratico sportellino per la batteria posizionato sulla fascia inferiore, lo stesso che ospita il jack di uscita. All’interno della buca sono accessibili i due potenziometri a rotellina per la regolazione del volume e del tono. Ai lati della selletta in plastica al ponte, due vitine permettono di regolare l’altezza delle corde: lo strumento arriva regolato con una action media che alcuni troveranno alta, dimenticandosi che è abbastanza ‘normale’ tenere accordata una 12 corde mezzo tono-un tono sotto lo standard, abbassando magari l’action come ho fatto io e accettando qualche piccolo ‘sferragliamento’. La chitarra è piuttosto leggera e sorprendentemente bilanciata, perfetta; mi aspettavo decisamente un peso più importante e una suonabilità assai più limitata. Il suono acustico è equilibrato, il timbro è dolce e cristallino, il volume – se spinta a dovere con un plettro – decisamente buono per qualsiasi occasione unplugged. Ma è amplificata che sorprende per profondità e per tutta la tavolozza di colori che sa esprimere, a dispetto della sua economicità. Dopo anni di assenza di una 12 corde nel mio arsenale – avevo una vecchia Bozo made in Japan negli anni ’80 – ero assai preoccupato sulla possibilità di riuscire a suonarci dei brani in fingerstyle. Ma dopo poche ore di utilizzo la cosa ha incominciato miracolosamente a funzionare, e oggi non riesco praticamente più a togliermela di dosso! La chitarra arriva nella sua scatola di cartone con le chiavette per la regolazione del truss rod e della selletta, e un inaspettato cavo jack. Se ci fosse stata una qualsiasi custodia morbida sarebbe stato perfetto, anche spendendoci qualcosa in più visto il prezzo conveniente. Per il resto invito tutti a provarne una, per poi portarsela a casa… Dario Fornara dariofornara1@alice.it Scheda tecnica Tipo: chitarra acustica amplificata a 12 corde Marca: Eko Modello: Ranger XII VR EQ Natural Top Stained Info: www.algameko.com Forma del corpo: dreadnought Tavola armonica: abete rosso laminato Fasce e fondo: mogano laminato Rosetta: Decal Eko Design Ponte: South American Roupanà Manico: mogano Attacco del manico: bolt-on Profilo del manico: low profile Materiale del capotasto: alluminio, ‘zero fret’ Larghezza al capotasto: 50 mm Diapason: 650 mm Tastiera: South American Roupanà Intarsi: Vintage Mop Squares Meccaniche: die-cast rapporto 1:16 Finitura del corpo: gloss Finitura del manico: gloss Amplificazione: Fishman Sonitone GT1 Prezzo: € 288   L'articolo Chitarra acustica amplificata 12 corde proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Home Page
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Le ninne nanne di un chitarrista errante: Intervista a Val Bonetti

Le ninne nanne di un chitarrista errante Intervista a Val Bonetti di Gabriele Longo «Affrontare la musica con creatività, con la libertà che si acquisisce studiando bene i rudimenti.» Con queste parole Val Bonetti, raffinato chitarrista e ricercatore oltre che buon compositore, sintetizza il suo credo che, con pacata determinazione, trasmette ormai da vent’anni ai suoi studenti. Lo abbiamo incontrato e ascoltato all’ultima edizione del Festival Internazionale di Chitarra Acustica di Tricesimo vicino Udine, meglio conosciuto come Madame Guitar, manifestazione dedicata al mai troppo compianto Sergio Endrigo, friulano e autore dell’omonima canzone. Val ha suonato alcuni brani tratti dal suo recentissimo album A World of Lullabies, una raccolta di ninne nanne e filastrocche infantili tradizionali provenienti dai quattro angoli del mondo, e altri brani – questi in duo con Aronne Dell’Oro – con il quale ha rivisitato alcune musiche della tradizione mediterranea nostrana in chiave folk blues, la chiave interpretativa di partenza per entrambi i chitarristi. Abbiamo parlato con Val anche dell’altro suo progetto, questa volta editoriale, che affianca il disco di ninne nanne, il suo libro intitolato Ninne nanne tradizionali per chitarra fingerstyle, che porta come sottotitolo Appunti, accordature, tecniche e improvvisazioni del chitarrista errante. Il libro, edito da Fingerpicking.net, racconta di queste musiche affascinanti, melodie brevi, orecchiabili e spesso ipnotiche, che risuonano da secoli e da generazioni. Val ci ha spiegato come ha sviluppato gli arrangiamenti, che sono interamente trascritti in questo manuale e che sono presenti (tutti meno uno) nell’album A World of Lullabies. Cosa molto importante, l’autore ha trattato ogni brano come un pretesto per offrire degli spunti su cui lavorare. Infatti ciascun capitolo, oltre a contenere l’arrangiamento completo, presentato in notazione musicale e in intavolatura, mette in evidenza degli argomenti, propone degli esercizi e presenta dei rimandi ad altri brani, di modo che si possano sfogliare le pagine trasversalmente per tecniche o accordature o altro ancora. Gli esempi proposti sono come pezzi di un puzzle che potranno essere messi insieme con creatività. Ed ecco il nucleo centrale dell’operazione di Val Bonetti, concetto esplicitato con la frase che apre l’articolo: affrontare lo studio di pezzi con creatività, percorrere proprie strade iniziando da quelle suggerite dallo studio dei fondamentali. Un grande aiuto poi verrà dal fatto che a supporto di ciascun esercizio l’autore ha realizzato dei video – 68, oltre alle versioni complete dei brani – consultabili dal link che si trova all’interno del manuale. Insomma, veramente tanta roba! Un po’ di storia  Val Bonetti, classe 1976, è un chitarrista-compositore di Milano che svolge attività concertistica e didattica da oltre vent’anni. Si è diplomato nel 2005 presso i Civici Corsi di Jazz all’interno della Civica Scuola di Musica ‘Claudio Abbado’ di Milano, specializzandosi successivamente nella chitarra acustica fingerstyle. Alcune sue composizioni hanno vinto prestigiosi premi nell’ambito della chitarra acustica: nel 2008 il primo premio New Sounds of Acoustic Guitar all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana e, nello stesso anno, il premio come miglior arrangiamento presso l’Acoustic Guitar Festival di San Benedetto Po. Le composizioni di Val non hanno una collocazione precisa di genere e di linguaggio: il sound della root music, le accordature aperte, le tecniche fingerstyle tradizionali e contemporanee, l’improvvisazione di matrice jazzistica e l’uso di armonie moderne e di strutture complesse, compresa la contaminazione con le musiche del mondo, tutto ciò convive in modo pacifico, in sintonia con la poliedrica personalità di questo musicista raffinato e aperto. Val ha fatto il musicista di strada, si è esibito nei club, in house concert, convention e cerimonie e nei principali festival italiani dedicati alla chitarra acustica, per approdare nel 2016 a un tour in Gran Bretagna e Irlanda. Nel corso della sua carriera ha avuto il piacere e l’onore di duettare dal vivo con alcuni fra i più importanti chitarristi del panorama internazionale, da Beppe Gambetta a Peter Finger, da Davide Mastrangelo a Woody Mann e Duck Baker. Collaborazioni che ha incrementato in tempi più recenti con il già citato Aronne Dell’Oro, con il progetto Ilzendelswing del cantautore Claudio Sanfilippo insieme a Massimo Gatti al mandolino e altri, e con un duo di blues, ragtime e swing insieme al noto armonicista Beppe Semeraro. Val ha pubblicato tre album a suo nome, Wait nel 2010, Tales nel 2015 e Hidden Star nel 2020, tutti ottimamente recensiti dalla stampa specializzata nazionale e internazionale. Nel 2017 è uscito il doppio CD Pareto Sketches per la Bar Code Records, un album di musiche scritte da Duck Baker e interpretate in solo e in duo da Baker e diversi chitarristi italiani come Michele Calgaro, Davide Mastrangelo e Luigi Maramotti, oltre a Val e Massimo Gatti. Infine il recentissimo album A World of Lullabies è stato realizzato grazie a unfundraising, i cui proventi sono stati devoluti in beneficenza all’Associazione Famiglie LGS Italia. Val Bonetti ha fondato a Milano la Good Thumb, che offre corsi e laboratori dedicati alla chitarra acustica. Collabora con il Centro Studi Fingerstyle di Davide Mastrangelo e con Duck Baker con il quale, dopo l’uscita di Pareto Sketches, ha tenuto seminari e concerti. L’intervista Abbiamo appena terminato di ascoltarti nel tuo spazio nell’ambito della tre giorni di Madame Guitar, qui a Tricesimo. Ci hai affascinato con alcune splendide rivisitazioni di ninne nanne tradizionali, cui hai dato una veste sonora affascinante, ipnotica. Ci vuoi parlare di questo tuo nuovo disco, A World of Lullabies? Sì, certo. In concerto ho suonato alcune ninne nanne che fanno parte di questo disco di quattordici brani, realizzato grazie a un fundraising i cui proventi – tolte le spese di realizzazione, spedizione ecc. – sono andati in beneficenza all’Associazione Famiglie LGS Italia: quest’associazione si occupa di dare sostegno alle famiglie di giovanissimi affetti da una rara forma incurabile di epilessia infantile, la sindrome di Lennox-Gastaut, che rallenta lo sviluppo cognitivo e produce disturbi della personalità. È notizia recentissima che il 6 novembre si terrà un evento a Napoli in occasione della giornata mondiale della LGS, intitolato Anomalie. Ci sarà una mostra fotografica realizzata da modelle professioniste insieme a ragazze affette da LGS. Comunque, per informazioni, è possibile consultare il sito www.associazionelgs.it. Tornando all’album, è stata una piccola cosa fatta con il cuore da parte di coloro che vi hanno partecipato, a cominciare dal produttore Lele Battista, che ha messo a disposizione lo studio e la sua professionalità ben oltre il pattuito, per continuare con i musicisti che vi hanno suonato. I musicisti sono diversi e mi fa piacere ricordarli tutti. C’è Aronne Dell’Oro che ha cantato “O ciucciarella”, una ninna nanna della Corsica, mentre la voce di Nadine Jeanne interviene nel brano armeno “Kessabi Oror”, dove si possono anche apprezzare gli interventi alla chitarra elettrica di Simone Massaron. Cheikh Fall suona la kora nelle due ninne nanne africane, Peppe Frana l’oud nel brano iraniano. Due chitarristi come Davide Mastrangelo e Giorgio Mastrocola, quest’ultimo all’ukulele per l’occasione, sono ospiti in “All the Pretty Little Horses” dagli Stati Uniti. C’è poi Alberto Pederneschi che suona la batteria in “Gonjeskh Lala”, il brano dell’Iran, e suona delle percussioni di sua invenzione nel brano “Duerme negrito” dai confini tra Venezuela e Colombia. Massimo Gatti suona la mandola per la ninna nanna turca “Dandini Dandini Dastana” e Marco Ricci, già mio compagno di viaggio in Hidden Star, mi accompagna al contrabbasso in “Se essa rua fosse minha”, del Brasile. Come hai proceduto nella tua ricerca nelle altre culture per rintracciare queste ninne nanne? Tutto è iniziato per caso: ho ascoltato una versione di “Dandini Dandini Dastana” e l’ho arrangiata sulla chitarra per suonarla ai miei bimbi, anzi al primo dei due, Dante, perché la seconda, Celeste, non era ancora nata. Da lì, grazie all’entusiasmo di mia moglie Dima, è scattata l’dea di arrangiarne altre, inizialmente a tempo perso. Poi questa cosa è diventata un progetto che ho voluto realizzare seriamente. Come le hai trovate queste ninne nanne? Ho amici che vengono da vari paesi, anche lontani, a cui ho chiesto di darmi dei titoli. La raccomandazione era di non farmi ascoltare brani strumentali, ma solo cantati, meglio ancora se versioni a cappella. Ho la fortuna di avere amici dall’Armenia, Iran, Finlandia, Corea, Senegal, Bulgaria, che mi hanno aiutato fornendomi informazioni utili se non addirittura il brano stesso. Poi naturalmente c’è Internet. Sapessi quante raccolte esistono che contengono ninne nanne tradizionali: digiti “lullabies” e ti si apre un universo! Il punto era sempre ascoltare più versioni possibili e scavare, cercando una fonte che non fosse troppo contaminata. Per questo ho ascoltato soprattutto versioni a cappella. Una volta individuati i brani, ho voluto raccogliere informazioni che riguardassero la musica dei loro paesi d’origine. E, a parte Internet, sono riuscito a reperire qualche volume interessante presso le biblioteche comunali di Milano. Tutta questa attività di ricerca è durata circa cinque-sei anni. Durante il lockdown la cosa ha conosciuto un’accelerazione: mi sono messo a capofitto nel progetto concludendo così il repertorio per il disco, fino poi a registrarlo nel 2020. Val, nell’album si sentono tante sonorità, principalmente quelle chitarristiche. Ci puoi dire quali chitarre hai suonato? Ho utilizzato un’acustica Cort Jumbo 12 corde Custom, una chitarra resofonica National M-2, una Martin acustica CEO-7 modello 00, una classica baritona Attilio Zontini, un’elettrica Gibson SG ’62 Reissue, una Ennegi acustica in carbonio e una chitarra Startone 3/4 per bambini. Come hai pensato gli arrangiamenti dei brani? Nel mio lavoro di arrangiamento delle ninne nanne, mi sono semplicemente seduto con la mia chitarra e ho iniziato a sognare, ho lasciato che ogni melodia mi guidasse attraverso le infinite possibilità che la musica può offrire e ho disegnato intorno a queste delle melodie, delle atmosfere, dei paesaggi sonori talvolta quasi in contrasto con i suoni del paese d’origine. In qualche modo le ho fatte mie, tanto che a volte ho la sensazione di suonare una mia composizione con qualcosa di speciale e prezioso al suo interno: le prime note che gran parte degli esseri umani sentono appena venuti al mondo, con questa naturalezza dal suono così familiare, accogliente come il grembo materno. Partito dalla pura melodia vocale, ho pensato a spazi da costruire intorno per improvvisare o per affrontare liberamente il canovaccio di cui disponevo. In questo senso, anche gli ospiti musicisti non hanno ricevuto da me particolari indicazioni su come e cosa suonare. Avrei voluto averli fisicamente tutti in studio a registrare con me, ma alcuni – a causa del lockdown o della distanza – hanno lavorato da casa. Con altri abbiamo potuto incidere insieme in presa diretta. Per fare degli esempi, questo è avvenuto su “Ayo Nène Ne” dal Senegal, “Se essa rua”, “Duerme negrito”. Adesso per Fingerpicking.net è uscito il libro Ninne nanne tradizionali per chitarra fingerstyle, che contiene nove brani, otto dei quali sono contenuti nel disco, mentre il nono, “Shortnin’ Bread”, brano tradizionale americano, c’è solo nel libro. Ci puoi parlare di questo importante progetto? Nel libro non ci sono soltanto le trascrizioni in pentagramma e in intavolatura delle ninne nanne, c’è di più. È un lavoro pensato per stimolare la creatività di chi ha voglia di mettere mano a questi brani: ci sono esercizi, ci sono semplificazioni, ci sono suggerimenti per improvvisare. Quello che immagino è che più che rifare ciò che ho suonato io, chi lo compra possa prendere i miei suggerimenti per trovare un proprio modo di suonare questo repertorio o anche altro. Ecco, questo è quello che mi farebbe più felice. Il libro è un po’ il frutto della mia esperienza come insegnante. A tutti i miei studenti cerco di trasmettere questa attitudine: affrontare la musica con creatività, con la libertà che si acquisisce studiando bene i rudimenti. I brani sono in ordine progressivo di difficoltà e in ogni capitolo vi sono spunti per sviluppare una tecnica, idee per improvvisare o suggerimenti per semplificare delle parti che possono essere molto complesse. Mi piace immaginare che una persona si possa divertire cimentandosi anche solo in alcune parti di ogni brano, oppure sfruttando le idee per improvvisare su altro materiale, o ancora seguendo il testo per argomenti. A tal proposito, a inizio di ciascun capitolo vi è un riquadro con gli argomenti trattati e, nei paragrafi, non mancano i rimandi ad altri brani che condividono il medesimo argomento. I brani sono arrangiati con diverse accordature e alcuni prevedono anche l’utilizzo del capotasto, che non è indispensabile. A parte l’accordatura standard e la Drop D, ho utilizzato la Open G minor (DGDGBbD) in “La siminzina” dalla Sicilia e “Ja Jang” dalla Corea, la Open D minor (DADFAD) in “Kessabi Oror”, “O ciucciarella” e “Nuku Nuku” dalla Finlandia, la Open D (DADF#AD) per “Ayo Nène Ne” e “Makun” dal Mali. I due progetti, il disco e il libro, sono paralleli. Il disco è stato realizzato l’anno scorso, le copie sono state tutte vendute ai sostenitori del fundraising con una copertina speciale realizzata da un famoso illustratore, che si chiama Quentin Gréban e che l’ha messa a disposizione gratuitamente. Per il pubblico uscirà in digitale a giorni e sarà distribuito su tutti gli store digitali. Vedremo poi se farne anche un CD fisico; vediamo, ci stiamo pensando. Il libro è cartaceo, di un centinaio di pagine. C’è un link nel libro perché, in aggiunta agli spartiti, agli esercizi e al testo che spiega come ho pensato all’arrangiamento dei brani, ho realizzato 68 video che corrispondono alle idee di improvvisazione e di esercizi, oltre ai video dove eseguo ogni pezzo per intero. I video sono stati realizzati presso il mio home studio in Full HD, perché c’era un nuovo lockdown e non sono riuscito a incontrarmi con Reno Brandoni, dal quale normalmente faccio i video. Una cosa molto importante, questa dei video collegati all’acquisto del libro per gli approfondimenti che metti a disposizione di lettori e studenti… Sì, certamente. Ecco, a questo proposito voglio dire una cosa a cui tengo molto: se tu presenti un disco di ninne nanne, sembra che stai facendo una cosa per bambini. E che la cosa sia di poco interesse per un ‘grandone’. Quello che vorrei comunicare, invece, è che la musica per bambini è una musica molto profonda, come lo è tutta la musica tradizionale. La musica tradizionale ha in sé tanta cultura, e quando vedo qualcuno un po’ prevenuto, penso: «Mi spiace per te!» Oltretutto, i bambini hanno una sensibilità per la musica, che avercene da adulti! Certo, se poi facciamo loro ascoltare soltanto le siglette dei cartoni animati o dei videogame, ecco spiegato cosa ascolteranno da grandi… Anche i testi, in alcuni casi, sono tutt’altro che infantili, possono parlare di temi seri, drammatici, persino di morte. Per esempio, la ninna nanna turca nel corso dei secoli è stata ‘ammorbidita’, perché all’inizio parlava di due fratelli briganti che facevano fuori tutti! E poi la cosa stimolante è che spesso questi pezzi sono fatti di quattro battute, di tre note, e ti lasciano molto spazio compositivo: sono un piccolo preziosissimo nucleo, al quale ispirarsi per costruire e cucire intorno ad essi altre cose. Insomma, non è per nulla filologico il lavoro che ho fatto, non è stato un lavoro di copisteria o di mero arrangiamento dei brani. Piuttosto ho cercato di scriverci intorno lasciandomi ispirare, attento però a non rovinarne il nucleo originario. Come avrai intuito, è un lavoro che mi ha molto soddisfatto! E come valuti allora quest’esperienza nell’ambito della tua carriera come chitarrista e compositore? Questo disco mi ha aperto una strada lungo la quale vorrò proseguire. Ho già delle cose in mente per il futuro su questa linea, ovviamente accanto alla composizione pura. Grazie della tua disponibilità Val e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.  Gabriele Longo   L'articolo Le ninne nanne di un chitarrista errante: Intervista a Val Bonetti proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Wandrè: L’artista liutaio per John Lennon a Piombino

Wandrè L’artista liutaio per John Lennon a Piombino di Irene Sparacello Tra tutti i marchi di chitarre eccentriche che emersero durante la mania degli anni ’60 a livello mondiale, il marchio Wandrè occupa un posto a parte. Non per ultimo, per quanto ci riguarda, proprio perché si tratta di un marchio italiano, dal genio incredibilmente poco conosciuto nel nostro paese di Antonio Vandrè Pioli. Da Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, le chitarre Wandrè erano in anticipo sui tempi per diversi aspetti: sono state tra le prime chitarre ad avere manici in alluminio – anticipando Travis Bean di oltre un decennio e producendo comunque un suono diverso – e in genere raffiguravano parti del corpo umano, intarsi altamente stilizzati, verniciature vivaci e altre finiture di design che non si vedevano da nessun’altra parte. Non si vedevano allora, non se ne vedono oggi. In tutto il mondo. Le più bizzarre, le più pionieristiche, le più lontane dai canoni classici, da suscitare un senso di vertigine al collezionista più incallito, a quell’esperto di liuteria che credeva di saperla lunga… fino a che non si è trovato sotto agli occhi un trafiletto su un giornale locale, dove si vendeva una Wandrè. Di queste ‘sculture sonore’ pop, ogni creazione rappresenta un approccio artistico unico. Pioli ha chiaramente pensato a queste chitarre come creature dotate di personalità e lontane galassie dai modelli mainstream come le Gibson e le Fender. Benché si possano paragonare oggi alle Luthiers, Teuffel, Pagelli, Spalt, le chitarre Wandrè portano una visione. Per catturare questa visione, è necessario sapere che, per quanto rappresentative, importantissime e frutto della creatività di almeno un decennio della vita di Pioli, esse erano uno dei tanti progetti e delle epiche imprese di quest’uomo, possiamo dire, alquanto misterioso. Fino a che un medico modenese –l’esperto di liuteria citato ad esempio sopra – non incappò in quel trafiletto, comprò un modello B.B., che scoprì essere il modello dedicato a Brigitte Bardot, e volle saperne di più sull’autore: riuscì a conoscerlo, a intervistarlo sul finire dei suoi giorni e a pubblicarne una biografia (Wandrè. L’artista della chitarra elettrica, 2014) dopo un minuzioso lavoro durato dodici anni di ricerca e dedizione. E di stima infinita. Marco Ballestri, questo è il suo nome, ha il merito di aver raccolto ogni articolo esistente sulla Nuova Gazzetta di Reggio dal 1958 al 1968, oltre 200 ore di interviste, filmati storici e migliaia di fotografie. «A parte quello reperito negli archivi pubblici e privati italiani, non esiste continente dal quale non abbia ricevuto materiale; ho rotto le scatole persino alla Camera di Commercio di Parigi!» ha dichiarato in una recente intervista. Naturale chiedersi come mai tanto mistero. Le chitarre Wandrè sono rare rispetto ad altri marchi, perché la produzione era ridottissima rispetto ai brand più famosi. E questo faceva sì che anche il loro prezzo fosse abbastanza elevato. Le prime Scarabeo costavano 338.000 lire. Sono strumenti dotati di dispositivi particolari, come il ponte a corde sospese creato nel 1963, che richiede a chi li suona di modificare appena l’impostazione della mano destra. Sono però in generale chitarre largamente tra le più leggere, con una action che non ha eguali. Come scultore, Pioli fabbricava le sue chitarre utilizzando una ‘copertura’ in bachelite e fasce in legno. Ballestri non ha dubbi nel considerare Wandrè come il padre della chitarra elettrica italiana, dal momento che nel 1957 – quando iniziò il suo lavoro di liutaio – le uniche chitarre ‘elettriche’ in commercio in tutta Europa erano strumenti acustici, o semi-acustici jazz, collegati con un microfono a un amplificatore. A partire dal 1959 Wandrè trasferisce la sua produzione a Cavriago e collabora con l’esperto di elettronica Athos Davoli. L’azienda di Davoli all’epoca faceva parte di un gruppo noto come Radio Elettromeccanica Krundaal, con sede a Parma. I due lavorarono assieme allo sviluppo dell’elettronica, dotandola di un suono distintivo grazie ai loro manici in alluminio e pickup montati sul battipenna da Athos Davoli. L’impronta della copertina del pickup Davoli era spesso l’unica identificazione trovata sulle chitarre Wandrè, contribuendo alla disinformazione che si trattasse di chitarre Davoli. Wandrè fece uso sperimentale di materiali come la formica e appunto l’alluminio, e di tecniche di verniciatura innovative, uno stacco cromatico shock rispetto ai marchi classici. Secondo Electric Guitars: The Illustrated Encyclopedia (Teja Gerken et al., 2018, p. 302) le Wandrè sono «tra le più eccentriche chitarre europee di qualsiasi periodo della storia della chitarra». Quella che è la loro vera visione, anzi rivoluzione, è che non furono ideate come un attrezzo di lavoro, ma come una vera e propria protesi del chitarrista, trasformando così il rapporto tra il musicista e il suo strumento in maniera radicale. Azzardando, possiamo dire in maniera biologica. Fino ad influenzare il look dello stesso musicista e perfino a provocare una maggiore o comunque diversa spinta creativa. E questo nuovo rapporto è poi in grado di comunicare e suscitare un impatto emotivo con il pubblico, ad accompagnare quello palesemente scenico. Ognuno di questi oggetti prende vita anche dal fatto che è nato come precisa nota autobiografica del suo creatore, con allusioni erotiche, riferimenti politici e sociali di un decennio alquanto movimentato. Ognuna di queste chitarre è stata plasmata nella famosa ‘fabbrica rotonda’ di Cavriago, dove a ogni operaio veniva lasciata la libertà di lasciare un contributo personale all’opera. A tutti gli effetti la Round Factory di Wandrè anticipò di quattro anni la Factory di Andy Warhol. Anche se fa strano pensare che nel Reggiano si possa anticipare New York. Eppure. A Wandrè fu dato del pazzo – in molte occasioni, a dire il vero, come spesso accade ai geni e ai precursori – quando utilizzò cemento precompresso per la copertura di un edificio per la prima volta al mondo. Bene, nove anni dopo, con quella tecnica ci fecero il Madison Square Garden, guarda un po’ sempre a New York. Wandrè fu anche partigiano, e dopo la guerra si guadagnava da vivere supervisionando i progetti di muratura come capomastro. Era un appassionato di moto, che rimetteva a nuovo. Era visto spesso a cavallo di una delle sue moto per le campagne. Il suo interesse per le moto si rifletteva sia nel design che nella lavorazione del suo sistema di vibrato per chitarra. Un po’ come Paul Bigsby, anch’egli appassionato di moto, che negli Stati Uniti inventò la sua famosa versione del vibrato per chitarra realizzato utilizzando una molla da moto. Tuttavia, su alcuni dei vibrati di Wandrè, c’era un aggeggio triangolare o a forma di diamante attaccato al nucleo di alluminio e rivolto verso l’esterno, con una ‘W’ di metallo fuso che lo rendeva molto simile a uno stemma di moto. Soleva tenere la porta di casa sempre aperta e lasciava che entrasse chiunque, perché voleva e riusciva a comunicare con tutti. Era una persona molto libera, che si finse demente negli ultimi giorni della sua vita perché, al contrario di quello che avveniva in gioventù, non si fidava più degli estranei. Fece un’eccezione per dottor Marco Ballestri quando questi lo andò a trovare in struttura, perché ne capì le buone intenzioni. Si definiva un ‘artista della vita’. Le chitarre Wandrè sono famose all’estero, dove vantano dei collezionisti che arrivano a pagare ogni pezzo a peso d’oro. Tra i modelli più conosciuti c’è la Scarabeo ispirata al volto di John Lennon e posseduta dal figlio Sean, di cui Ballestri è diventato amico. I più grandi hanno condiviso il palco con una Wandrè. Tra il 1959 e il 1960 Celentano usò una Rock Oval, probabilmente la più iconica tra i vari modelli, che fu pure la prima elettrica di Francesco Guccini. E la Rock Oval è presente nel cult movie di Bob Dylan Don’t Look Back del 1967, mentre si narra che il chitarrista di Nashville Buddy Miller acquistò la sua prima Wandrè da un banco dei pegni per 50 dollari. Chi scrive ha realizzato per la prima volta l’esistenza delle Wandrè proprio con lui e la sua interpretazione dal vivo di “Deeper Well” di Emmylou Harris. E le ha potute ammirare lo scorso agosto a Piombino, in occasione di una meravigliosa serata dedicata a John Lennon (tutto torna anche qui) per la rassegna 20Eventi, in cui ognuno dei partecipanti ne ha felicemente imbracciata una, divertendosi molto. Inoltre, è stato possibile ammirare le chitarre Wandrè da vicino grazie a una mostra, una delle tante mostre itineranti organizzate dall’instancabile passione di Marco Ballestri al quale siamo tutti molto grati. Piombino incontra Wandrè  «Solo la musica è all’altezza del mare.» Sono le parole del vice sindaco rock nonché assessore alla cultura,Giuliano Parodi, che ha intrapreso un percorso di rinascita e promozione del territorio anche attraverso il festival 20Eventi. Un festival che ha luogo nello splendido scenario del porticciolo di Marina a picco sul mare, con le luci dell’isola d’Elba che ammiccano da non troppo lontano, come le stelle e la luna a creare un’atmosfera di rara bellezza, che non manca di sorprendere i tanti artisti che vi si esibiscono. Quest’anno si sono esibite icone come Francesco De Gregori, Stefano Bollani ed Eugenio Finardi, che ha condiviso il palco in un memorabile concerto con il cantautore ‘americano di frontiera’ Thom Chacon, già intervistato da Chitarra Acustica nel marzo scorso, e Tony Garnier, il contrabbassista di Bob Dylan, che ha suonato con l’Olimpo della musica e porta con sé il tesoro di mille preziosi aneddoti che si diverte a raccontare. Wandrè for John Lennon Tribute è frutto di una promessa fatta da Parodi lo scorso 8 dicembre quando, nel momento di stasi e difficoltà che ben sappiamo, si organizzò un evento streaming dedicato a John in occasione di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno, nell’anno che segnava pure il triste quarantesimo anniversario dalla sua scomparsa. Si chiamarono a raccolta diversi artisti che risposero con entusiasmo. L’evento ebbe un successo talmente grande che l’assessore fece una promessa: una volta terminato il lockdown avrebbe riportato la musica dal vivo a Piombino alla grande, e riproposto l’omaggio a Lennon con quegli stessi artisti, ma questa volta – appunto – dal vivo. La promessa è stata mantenuta il 22 agosto. Si apre a gonfie vele con “A Hard Days Night”, “Instant Karma!” e “Cold Turkey” interpretate dagli Smallable Ensemble, band torinese guidata dalla chitarra e dalla splendida voce di Alex ‘Kid’ Garriazzo, per l’occasione con una Wandrè Soloist 1964, con il bassista Michele Guaglio alle prese con un Wandrè Waid 1959. Testimoni più che meritevoli, vista l’uscita recentissima del loro album Smallable Ensemble – Plays John Lennon, più che ben riuscito omaggio che presto recensirò su queste pagine, e conduttori della serata assieme al talentuosissimo duo Slide Pistons, ovvero Luciano Macchia e Raffaele Kohler. Quest’ultimo trombettista d’eccezione con un cuore grande, che ha colpito persino Joan Baez per via dei suoi concerti da dietro le inferriate della sua finestra di casa a Milano in pieno lockdown, tutti i giorni alle 18. Segue la giovanissima Roberta Finocchiaro, cantautrice e chitarrista catanese, la scorsa estate sul palco con Alex Britti sempre per 20Eventi. Roberta, che si è esibita con “All I Got to Do” e con “Jealous Guy”,  è prodotta da Simona Virlinzi che segue le orme del fratello, il compianto Francesco ‘Checco’ Virlinzi, uno dei più grandi produttori della scena rock italiana di sempre. Joe Bastianich, uno dei personaggi più eclettici del nostro panorama televisivo: gli chiedono spesso quale sia il ruolo che preferisce, ma lo si vede non appena imbraccia la chitarra cosa preferisca questo ragazzo newyorkese, cresciuto con i Beatles come colonna sonora della vita, che – come dice – non sono facili da suonare e non sono per niente scontati. Joe divide il palco con La Terza Classe, gruppo di Napoli con il quale è tutt’ora impegnato in tour per tutta Italia, e ci propone “Across the Universe”, incantandoci con il mantra «Jai guru deva OM», per poi coccolarci con un classico pezzo bluegrass, “Will the Circle Be Unbroken”. Edoardo ‘Edo’ Ferragamo, che alla moda ha preferito la musica e si è trasferito a New York, è stato – con la sua chitarra Wandrè Polyphon Reverbero 1964 e l’ampli Davoli Lied TD100 – la rivelazione della serata, eseguendo col suo amico Joe, tutti e due emozionatissimi, l’enigmatica “I’m Only Sleeping” nata dall’amore di John per il mondo dei sogni. Bocephus King, il canadese fedelissimo al brand Wandrè, reduce da un travolgente tour in Turchia, travolgente come lui, ha condiviso con una Wandrè Doris 1965 e un ampli Davoli Lied TD160 “Watching the Wheels” e “Starting Over” due pezzi da Double Fantasy del 1980, quinto album di John & Yoko. Filippo Graziani con “Dear Prudence”, “Yer Blues” e “How Do You Sleep?”, eseguite magistralmente con una Wandrè Polyphon 1964 e un ampli Davoli Lied TD160, ha il merito di infondere una dolcezza infinita e una commozione resa ancor più tangibile dal paesaggio, coronato dalla luce della luna piena nel cielo e sulle onde. Non appena intona “Lugano addio”, il pubblico non trattiene l’applauso e le lacrime: la voce di Filippo ricorda molto quella di Ivan e non poteva esserci omaggio migliore al padre, al quale vogliamo tutti sempre molto bene. Francesco Baccini: John Lennon era un ribelle, un po’ a causa delle circostanze della vita, come la morte prematura della madre, e molto per indole, come mostrò già dai tempi di Revolution; Baccini è la nostra bocca della verità contro ogni forma di ipocrisia e censura, più volte da lui subìta, e in questo spirito ci suona“Come Together”, “Crippled Inside” e “Woman”, per concludere con la sua celeberrima “Le donne di Modena”.  Gran finale tutti insieme – o meglio dire «All together now» – con “Imagine”, “Twist and Shout” e “All You Need is Love”. Innegabile, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore, che include la buona musica, gli amici e le promesse mantenute. Grazie John Lennon! Irene Sparacello   L'articolo Wandrè: L’artista liutaio per John Lennon a Piombino proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Sinkro: mi distacco e volo

Sinkro: mi distacco e volo Intervista di Reno Brandoni Sono sempre curioso di conoscere il pensiero di un giovane artista, soprattutto quando il suo stile musicale è diametralmente opposto al mio. Lo sappiamo, la musica non ha barriere e permette a tutti di dialogare con il medesimo linguaggio, per cui affronto solitamente la chiacchierata con particolare attenzione, preparandomi delle domande che non portino il discorso troppo lontano dallo scopo ultimo del mio incontro ovvero, quello di far conoscere le idee del mio interlocutore. Passo dopo passo affondo, quando posso, qualche argomento provocatorio, per percepire la reazione e comprendere quanto sia distante il mio mondo dal suo. Così, una citazione sui Led Zeppelin o Frank Zappa, può diventare porta aperta o barriera per una conoscenza più profonda. Quando la mia provocazione viene replicata con altrettanta passione capisco che la strada è giusta, getto via allora quanto già preparato per iniziare un dialogo tentando di accrescere l’empatia del momento. Ciao Sinkro, raccontami le tue emozioni. Un primo e unico brano e subito sul palco del Primo Maggio. Cosa hai provato?  Sicuramente è stato un grande onore e un grande piacere. Anche se per me il piacere partiva già da prima, dalla produzione di Nostalgia del domani e consisteva nell’averlo scritto con Luca Chiaravalli, il mio produttore artistico. Già questo, per un umile esordiente come me, è fonte di soddisfazione. Ma il palco, che emozione ti ha creato?  Come ti dicevo, un grandissimo piacere, una volta li sopra ho goduto. Avere la possibilità di suonare davanti a tanta gente… è l’inizio del sogno che si realizza. Io sono uno a cui piace stare con i piedi per terra, però mi piace anche concretizzare, analizzare le cose che mi accadono intorno. Sono su questo palco, è successo, bene, ora andiamo avanti sperando che ce ne sia un altro o altri trenta. Si lavora duro perché questo accada. Ho ascoltato con attenzione il tuo brano, che ha l’apparenza di un brano “leggero” ma ho notato molti riferimenti interessanti, direi quasi colti. Come se la tua passione per la musica avesse delle origini, non proprio “moderne”.  Dietro la leggerezza del brano si intravede una certa cultura musicale. Devo chiedertelo, scusami… è casuale oppure voluto?  Intanto ti ringrazio molto, sono d’accordo con te, il pezzo è apparentemente frivolo, leggero, l’idea era però di dare, a livello di sound, qualcosa di più frizzante. Questo è il mio primo pezzo, ma è anomalo, perché io sono indirizzato verso delle sonorità più rock, più scure. Inconsciamente è uscita fuori la mia passione per la musica passata.  Io sono un grande fan della musica fine anni ’70, anche ’80 e buona parte dei ’90.  In questo pezzo sono stato influenzato molto dalla Motown, dalla musica dance e funky (Michael Jackson, Prince, Steve Wonder). Ho ascoltato tanto quella musica e sicuramente qualcosa è rimasto. In un’epoca in cui gli esordienti vanno tutti sulla Trap, sentire qualcuno che abbia queste influenze fa piacere.  Io sono uno che spazia, principalmente ascolto musica… chiamiamola antica anche se per me è eterna. Io penso che proprio da li sono arrivati i grandi capolavori. Non dico che non si potranno replicare. Non siamo noi che siamo diventati più scemi, è il mercato musicale che rema un po’ contro determinate dinamiche. Prima si dava più spazio, l’artista aveva più libertà.  La musica era al centro della socialità, mentre adesso purtroppo è passata in secondo piano. Ora la musica è più un sottofondo è diventata prodotto che si consuma facilmente. Faccio sempre una considerazione. Negli anni ’70, uscivano in un anno 10 dischi nuovi, erano tutti diversi uno da l’altro. Bob Dylan, Beatles, Queen, Led Zeppelin, Rolling Stone, Neil Young, James Taylor… Oggi se compri 10 dischi di 9 fai fatica o comprenderne l’autore. Si va alla ricerca del gusto comune e questo mortifica l’estro creativo dell’artista. Mortifica e limita, io non so se Zappa oggi sarebbe diventato Frank Zappa, forse neanche De Andre’ avrebbe avuto il successo che meritava. Anche io che ho 23 anni percepisco questo disagio. Hai bisogno di essere classificato. La prima cosa che ti dicono è che bisogna andare verso li, bisogna fare questo…  non c’è quella magia creativa. Questo è brutto perché se intraprendi questa via dopo uno, due anni, perdi il senso di quello che stai facendo o di quello che volevi fare, per cui ti spegni, come una candela. Io mi auguro che prima o poi avverranno delle vere rivoluzioni musicali. Comprendo lo stato d’animo, forse proprio i social, quelli che hanno appiattito tutto possono essere la soluzione al rilancio artistico garantendo un contatto diretto tra artista e pubblico. Internet è un’invenzione straordinaria, ed è come il fuoco, può essere usata nel bene e nel male. I social purtroppo sono un oceano. Apparentemente può sembra una democrazia. Questo strumento da a tutti la possibilità di fare musica. Nello stesso tempo se tutti sono bravi a fare una cosa poi non lo è più nessuno, mettendo in secondo piano quelli che magari hanno veramente qualcosa da dire, ma che rimangono coperti da questo oceano di pesci che vogliono dire tutti la stessa cosa. La cosa giusta forse sarebbe quella di usare i social per andare controcorrente. Ma poi ti ascolterebbero, i ragazzi, la gente? Alla fine, vincono gli algoritmi che evidenziano le tendenze. Io penso che alla fine la musica vince sempre, se tu sei un autore, sei un creativo e sei sincero. questa cosa prima o poi arriva. Quelli che inseguono le mode sono destinati a sparire, quelli che le creano rimarranno. Fatte queste premesse, adesso però sono curioso di capire cosa stai facendo, se stai preparando un nuovo disco e con quale spirito.  In questo momento sto finendo le stesure di altri brani. Sicuramente sarà un album “vario” con tante contaminazioni e ci saranno dei brani totalmente differenti da Nostalgia del domani, anche a livello sonoro. Passerò dal funky, al rock, all’elettronica. C’è piaciuto molto osare, metterci in gioco. Penso che Freddy Mercury sia diventato quello che è diventato anche grazie alle cose che ha ascoltato, trasformandole e mettendole nel suo stile personale. Non dimentichiamo che quando Jimi Hendrix è arrivato a Londra, in prima fila ai suoi concerti c’erano i Beatles, gli Who, Clapton, i Rolling Stones. Questo a conferma che l’ascolto degli altri non fa altro che arricchire il proprio stile. Penso che certe volte si debba parlare chiaro e non enfatizzare.  Questi personaggi erano grandi personaggi ma avevano l’umiltà di ascoltare, di riconoscere l’arte dell’altro. Si, Jimi era un alieno, un diverso, e proprio per questo andava ascoltato e rispettato. Assolutamente, questo è un concetto che va oltre la musica. Oggi io non so se tra i tuoi giovani colleghi c’è questa tendenza ad ascoltare gli altri. Spesso mi sembrano molto più concentrati ad ascoltare loro stessi.  Io dico sempre quello che penso ed esprimo il mio punto di vista che può essere giusto o sbagliato. Viviamo in una società molto individuale, questa predisposizione alla condivisione non la vedo. Vedo la ricerca di un filone che va, per fare un copia e incolla, senza personalità però. La trap, per esempio, è un genere che a me piace, ci sono molti artisti americani che mi piacciono. Molti ragazzi che sento o che ho conosciuto, anche amici miei, utilizzano quel genere musicale per fare soldi. Non c’è bisogno che sai cantare tanto c’è l’autotune. Non c’è bisogno che sei un poeta perché tanto devi dire le parolacce, non c’è bisogno che sai suonare perché basta farsi fare un bit da un DJ. Forse diventa più un’ostentazione che un’arte. E’ un genere molto diverso dall’HIP HOP, dove invece ci sono tantissimi grandi artisti. La cosa che mi da fastidio e che quando parlo con questi ragazzi, non li sento mai discutere di musica, di progressione musicale, di sperimentazione, li sento parlare solo di denaro, di lussi, di cose materiali che non c’entrano niente con la musica. Questa però è gente che sta prima in classifica, che detiene il mercato musicale. Per me questa cosa è gravissima. Non sto parlando della trap come stile, esistono tantissimi casi di grandi artisti che fanno grandi produzioni. Io per esempio amo The Weeknd, che mischia l’R&B con l’hip hop, con la trap , con il pop,  con il soul. Quando ascolti un suo pezzo capisci che c’è una ricerca musicale. Pensiero condiviso. Questo è quello che porta ad avere un po’ di diffidenza sulle nuove leve. Avevo altre due domande ma le faccio insieme. I tuoi progetti futuri e i tuoi sogni? Come progetti futuri sicuramente ho quello di ritornare a suonare live con il mio gruppo e riuscire fare tante date. Il sogno più grande è quello di svegliarmi una mattina e poter dire che vivo di musica. Che la mia unica preoccupazione sia quella di fare musica riuscendo a essere apprezzato. Un sogno bello e complicato. Non è cosa da poco. Foto di Guido Leon L'articolo Sinkro: mi distacco e volo proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Artisti
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Tommy Emmanuel in concerto – 2022

Tommy%20Emmanuel%20Comunicato L'articolo Tommy Emmanuel in concerto – 2022 proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Uncategorized
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Re: Iscrizione per il concorso di Cremona

Content-Type: text/html; charset=utf-8 OK. Andrea Il = giorno 30 mag 2023, alle ore 18:45, Reno Brandoni Fingerpicking.net = <reno.brandoni@fingerpicking.net> ha scritto: Mi hanno chiesto = informazioni per telefono=E2=80=A6 gli ho detto di mandare un brano e di = attenersi al regolamento , ma non sapevano dove fosse.  Puoi rispondere dicendo = che devono integrare. Il giorno 30 mag 2023, alle ore = 17:54, andrea.carpi@fingerpicking.net ha scritto: Possibile? Mi confermi = che ha (o hanno) mandato solo questo? =C3=88 assolutamente = incompleto. Andrea Il giorno 30 mag 2023, alle ore 08:49, Reno Brandoni Fingerpicking.net = <reno.brandoni@fingerpicking.net> ha scritto: Inizio messaggio inoltrato: Da: Alessandro Cescutti <cescuttialessandro1@gmail.com> Oggetto: = Iscrizione per il = concorso di Cremona Data: 29= maggio 2023, 10:30:08 CEST A: info@fingerpicking.net Cescutti Alessandro Accaria Matteo Somebody that I use to = know <AUDIO-2023-05-27-12-27-49.mp3> = L'articolo Re: Iscrizione per il concorso di Cremona proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Uncategorized
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Re: [fingerpicking.net] AVVERTENZA: la casell

MailboxWarning=E2=80=9D attraverso l=E2=80=99interfaccia = cPanel: https://fingerpicking.net:2083/?goto_app=3DContactInfo_Change = = Non rispondere a questo messaggio automatico. = = = <cpanel-logo-tiny.png> Copyright=C2=A9 2023 cPanel, L.L.C. = = L'articolo Re: [fingerpicking.net] AVVERTENZA: la casell proviene da Fingerpicking.net.

11 December 2023Uncategorized
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Liutai in villa

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11 December 2023Uncategorized
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