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source: https://www.fingerpicking.net/kings-of-convenience/
Kings of Convenience
Peace or Love
Polydor / Universal
Fa un effetto strano rendersene conto, ma questo nuovo disco dei Kings of Convenience è il quarto prodotto in studio pubblicato in vent’anni, ed esce a distanza di dodici dal precedente, Declaration of Dependence. I due norvegesi non sono stati fermi nel frattempo: hanno portato avanti progetti paralleli e collaterali, spesso battendo strade molto diverse da quelle acustiche in duo, arrivando anche all’elettronica. Come quelle musicali, le strade geografiche li hanno portati ovunque in giro per il mondo, anche per periodi lunghi: Berlino, ad esempio, e perfino la Sicilia dove Erlend Øye ha deciso a un certo punto di trasferirsi a vivere (e dove ha iniziato anche a scrivere canzoni per un progetto in italiano). Il ‘duo acustico’ è stato quindi un – non sempre puntuale – ‘ritorno a casa’ per loro: e per casa intendiamo quella musica dolce, elegante, suadente e appena mossa da inflessioni bossa quando necessario, suonata in fingerpicking sull’acustica e sulla classica intrecciate magistralmente. C’è da dire che, da questo punto di vista, il loro disco sembrerebbe far parte di un lungo piano sequenza: perché stilisticamente non si discosta molto dai precedenti, e il registro è praticamente lo stesso.
C’è ancora, fra i pochi musicisti esterni, Davide Bertolini (contrabbasso e viola da gamba, coproduzione), e ritorna in due brani la grandissima Feist, orgoglio del cantautorato canadese. Il disco è stato riregistrato cinque volte, e non sembrerebbe: perché data la loro economia di mezzi, un profano non ne vedrebbe la necessità. Eppure Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe hanno ritenuto necessario farlo per arrivare a quella purezza e precisione calligrafica che sempre ha contraddistinto i loro brani e ne è la cifra ultima: anche a rischio di prestare il fianco a critiche di troppa leggerezza, quando non leziosità e innocuo easy listening, nel corso degli anni. Ma se di easy listening si tratta, è pur tuttavia easy listening ‘di alto bordo’ (rubo una felice espressione usata anni e anni fa da Augusto Veroni in riferimento a Christopher Cross). E si badi, quella del disco è una semplicità ingannevole: ci si metta alla prova nell’esecuzione dei brani, e sarà subito chiaro.
Musicalmente il disco è, come detto, molto simile ai tre precedenti: indie-folk-pop o come lo si voglia chiamare, debitore sì di Simon & Garfunkel, ma non solo (fra gli ascolti formativi di Erlend Øye si segnalano Leonard Cohen, Suzanne Vega e Nick Drake), e dai toni tenui e pastello; ma anche qui rischieremmo di non cogliere appieno la scelta delle note dei due: perché i brani sono sì riflessivi e intimisti, ma frutto di anni segnati da relazioni giunte al capolinea e perdite di genitori. E forse questa musica è l’unica che permette loro di convivere con le proprie tristezze e lenire il proprio dolore.
“Rumours” è una ballad gentile con anche un bell’ostinato melodico (quando viene ripetuto «Don’t let them tell you who you are»), poco dopo appena sviluppato. “Rocky Trail” è il perfetto primo singolo. “Comb My Hair” gioca su delle note tenute come bordoni sui cantini, per creare dissonanze e ritardarne la risoluzione; ed è dolcissima, quasi popolareggiante nella strofa. “Angel” si segnala per ritmo e armonie. “Love Is a Lonely Thing”, con Feist, è una momentanea diversione: l’uso della chitarra e il registro più grave del registro maschile fanno pensare un po’ all’indie britannico di metà anni ’90, nello specifico ai Blur, nella strofa. “Fever” accoglie una discreta base percussiva programmata e fa pensare molto agli anni ’70. L’intro di “Ask for Help”, basata su armonici stoppati e fraseggio arpeggiato, è ottima e prelude a un ipnotico sviluppo nella strofa. “Catholic Country” – scritta assieme a Bertolini e al trio folk britannico delle Staves, e di nuovo con Feist al canto – va dalle parti del cool da club in spiaggia a tarda sera. “Song about it”, sussurrata e confidenziale, fa tesoro di tre accordi e note ripetute più un piccolo assolo. Il fraseggio iniziale di “Washing Machine” semberebbe quasi preludere a un blues, e invece anche qui le inflessioni sono più da brano jazz folk: si ascoltino gli accordi.
Ed è qui che mi viene in mente un altro nome a cui i due norvegesi mi fanno pensare spesso: James Taylor, anch’egli chitarrista acustico partito con il folk rock, che ha saputo far tesoro di armonie e ritmi più elaborati e ha dimostrato sempre di più come, in questo gioco e tipo di sovrapposizioni, risiedano le sue intenzioni.
Quando i Kings of Convenience pubblicarono nel 2001 il primo disco, Quiet Is the New Loud, riuscirono a inserirsi con le loro due voci e due chitarre in quello che fu chiamato New Acoustic Movement: il loro produttore era lo stesso dei Coldplay, e nel Regno Unito e dintorni c’erano Turin Brakes, Travis, i Coldplay stessi, David Gray; di questi alcuni avevano cominciato già diversi anni prima, qualcuno è scomparso dal radar, qualcuno è rimasto e ha giocato di più anche con l’elettrica e l’elettronica. I Kings of Convenience, che fra tutti erano forse i migliori nell’ambito prettamente chitarristico-acustico (quanto a strutture, intelaiature, ricami, rifiniture e suoni), hanno in seguito confinato le digressioni stilistiche ai progetti sotto altro nome, rimanendo nel tempo così come li conoscevamo. E sono tornati ora a presentarci le loro canzoni così come ne abbiamo bisogno.
Uscito a inizio estate, si tratta paradossalmente – vista l’ispirazione dei brani – di un disco molto ‘tardo-estivo’, di quel momento cioè in cui caldo e afa svaniscono e i colori cambiano per cedere il passo all’autunno; e l’eccitazione estiva si apre alla cognizione del tempo che passa, e indugia nella riflessione. Anche questo Peace or Love ci servirà – come i loro dischi passati – nelle fredde e grigie giornate invernali che prima o poi torneranno. Ed io personalmente lo ascolterò così come, nel corso degli anni, sono ripetutamente tornato ad ascoltare fra gli altri “Homesick”, primo brano del secondo album Riot on an Empty Street del 2004: con malinconica gratitudine.
Sergio Staffieri
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