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(di Giuseppe Cesaro) – È curioso: nell’era dello strapotere social, il primo, il più straordinario e l’unico davvero universale social network della Storia, è confinato in un angolo. Udito da tutti, ascoltato da nessuno. O quasi. Parlo della musica, ovviamente. L’unica lingua al mondo che tutti capiscono e possono parlare. Persino quelli che non la conoscono e non l’hanno mai studiata. L’unica che – con soli dodici ‘lemmi’ – raggiunge vette di poesia che rimangono precluse a lingue bellissime e nobilissime, che possono contare su centinaia di migliaia di parole. L’inglese – ad esempio – ne ha più di un milione, di cui circa centosettantamila di uso comune; l’italiano supera addirittura i due milioni, con un ‘patrimonio lessicale’ compreso tra duecentoquindicimila e duecentosettantamila unità. Eppure la musica dice di più. E meglio. Straordinaria, non vi pare? Non c’è mai stata così tanta musica, eppure è come se non ce ne fosse affatto. È ovunque ma in nessun posto, dal momento che, anche se la sentiamo dappertutto – ascensori, sale d’attesa, mezzi di trasporto, stazioni, ospedali, uffici, negozi, supermercati, centri commerciali… – non la ascoltiamo mai. E il dramma è che non la incontriamo nemmeno nelle rare occasioni nelle quali usciamo a cercarla. Nei locali dell’osceno «quanta gente mi porti?», si rumina, si beve e si schiamazza, senza ascoltare, se non distrattamente. Nei palasport o negli stadi, anche volendo ascoltare, non si può. Il suono fa quello che può, umiliato dall’acustica di quegli spazi e sommerso dalle urla del pubblico. Paghi (profumatamente) per sentire il Boss, McCartney, Liga o Vasco ma sei costretto a sorbirti i cori – stonati e invariabilmente fuori tempo – di orde di gitanti, che sembrano lì solo per dimenarsi ai ritmi suggeriti da infaticabili animatori di mega-villaggi-vacanza. Ve lo immaginate cosa succederebbe se, al momento nel quale il direttore d’orchestra dà l’attacco della “Quinta” di Beethoven, tutto il pubblico si alzasse in piedi, cantando «Dà-dà-dà-daaa, Dà-dà-dà-daaa!»? E non provate a obiettare che quella è musica classica. Esiste un solo tipo di musica: quella ‘bella’. Nel senso più alto e completo del termine, ovviamente. L’altra, semplicemente, non è musica. La verità è che, dopo tutto quello che lei ha fatto per noi, noi – che pure siamo il ‘paese della musica’ – non siamo nemmeno stati capaci di regalarle una ‘casa’ degna di questo nome. A tutto questo si aggiunge il fatto che i concerti nemmeno li guardiamo, ipnotizzati come siamo dai display degli smartphone nei quali li registriamo. Registrazioni che non guarderemo mai. Chi ne ha tempo e voglia? E poi: che senso avrebbe? Guardare il DVD della Cappella Sistina non è certo come visitarla. E rigirarsi tra le dita una cartolina della Venere di Milo o del David di Michelangelo, non è affatto come fermarsi qualche minuto davanti a loro, per lasciarsi illuminare dall’incommensurabile bellezza che dispensano. E così, mentre il nostro smartphone registra il concerto, noi perdiamo proprio quel momento che ci illudiamo di catturare e rendere immortale grazie a un clip. Follia. Come siamo arrivati fino qui? Non lo so, confesso. Le cause sono tante. Troppe. La corona (di spine) di un ‘rosario’ che abbiamo recitato, inutilmente, mille e mille volte. Una cosa, però, è certa: la colpa è nostra, non della musica. «All things must pass», cantava George Harrison. Aveva ragione. E nemmeno l’arte delle arti può fare eccezione. Purtroppo. È vero: la sua vis creativa e la sua energia, si sono appannate da tempo. Fisiologico. E inevitabile. Dopo una ‘fanciullezza’ incredibilmente promettente (anni ’20-’40), un’adolescenza straordinaria e sorprendentemente creativa (’50-’60) e una splendida maturità (’70-’80), ha cominciato a sentire il peso degli anni, e a patire la miopia di un’industria – la discografia – che ha sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. Quando (anni ’50-’70) i dischi si vendevano a vagonate, lei si è illusa che fosse merito suo e non della qualità stellare della musica prodotta in quegli anni e della voglia di musica del pianeta. E, così, ha pensato di essere il ‘dominus’ della situazione, convincendosi del fatto che sarebbe stata in grado di governare quella rivoluzione tecnologica (digitale, CD, MP3, playlist, Internet, file sharing, iTunes, Spotify…) che, invece, avrebbe finito col travolgerla. Non era merito della discografia il successo del disco; e non è colpa della discografia la sua fine. Non tutta, almeno. Il fatto, però, che lei ci fosse negli anni d’oro e che ci sia anche in questi anni di ‘carta straccia’ del ‘disco’ (inteso, qui, come ‘prodotto-canzone’, quale che sia il formato nel quale viene commercializzato), dimostra, con incontrovertibile evidenza, la sua inutilità. O, volendo essere indulgenti, la sua impotenza. È del tutto evidente, infatti, che, se l’industria fosse stata utile o ‘potente’, sarebbe riuscita a gestire la ‘rivoluzione tecnologica’ e noi non ci troveremmo certo al punto in cui ci troviamo. Tra i momenti chiave che – a mio personale e sindacabilissimo giudizio – hanno, lentamente, spinto la ‘musica popolare’ dal cuore alla periferia della nostra società, c’è il suo essere passata dalle orecchie agli occhi. Mi spiego. A partire dalla fine degli anni ’70, l’irruzione dei videoclip ha spostato, irrimediabilmente, l’accento dall’ascolto alla visione. Strada senza ritorno. «Video killed the radio star», cantavano i Buggles. In realtà, insieme alle ‘stelle della radio’ (quando la musica si sentiva ma non si vedeva, appunto), è tutta la musica che ha cominciato ad agonizzare. Ritrovandosi subalterna all’immagine e, quindi, semplice sottofondo, smetteva, di fatto, di essere protagonista per diventare comprimaria. E noi, quasi senza accorgercene, smettevamo di ascoltarla e cominciavamo a guardarla. Risultato: la nostra attenzione si è concentrata sulle immagini e, a poco a poco, le nostre orecchie si sono allontanate da sonorità, modi, melodie, armonie, arrangiamenti, ‘produzioni’. Persino dai testi. Tutto questo ha prodotto un progressivo impoverimento del nostro grado di ‘sensibilità musicale’. Impoverimento che, all’inizio, ha intaccato solamente la nostra capacità di ascoltare musica ma, a poco a poco, ha cominciato a influire, negativamente, anche sulla nostra capacità di scriverla. Risultato: la qualità della musica ha cominciato a scendere. E, di conseguenza, è scesa anche la nostra voglia di ascoltarla. In un cortocircuito che, lentamente, ci ha portati ad appassionarci ad altro, favoriti in questo dall’avvento di tecnologie straordinariamente attractive (consolle di videogame, smartphone e tablet sempre più sofisticati e affascinanti), che ci hanno portato a preferire e godere di altri linguaggi. Eccesso di produzione e diffusione della musica, poi, invece di riavvicinarla a noi, hanno finito con l’allontanarla sempre di più, per l’inevitabile abbassamento della qualità dell’offerta e per la disaffezione dovuta all’overdose quotidiana di ascolti non richiesti. Del resto, se ci ingozzassero, continuamente, dei nostri cibi preferiti, finiremmo col detestare persino quelli. Last ma tutt’altro che least, il ruolo dei social, che hanno finito con lo snaturare il senso stesso del termine socialità, sostituendo al contatto fisico quello virtuale e annullando, insieme alla necessità, anche il piacere del nostro incontrarci ‘dal vivo’. Siamo diventati animali social ma abbiamo smesso di essere ‘animali sociali’, nel senso nobile, caro ad Aristotele. Un passaggio molto più rilevante di quello che sembra, perché ha ridotto, fino quasi ad annullarla, la dimensione relazionale, comunicativa e creativa dell’incontrarsi. Sia nel gruppo che nella coppia. Dimensioni senza le quali non può esserci musica. La perdita di valore della dimensione-gruppo, infatti, non riguarda solo gli amici ma anche ensemble e band; mentre la perdita di valore della dimensione-coppia non riguarda solo la qualità della relazione tra due persone, ma anche quella della coppia artista-pubblico. Insieme alla necessità di incontrarci ‘fisicamente’, non abbiamo perso soltanto il piacere di farlo, ma anche i frutti che tali incontri avrebbero potuto generare. La bellezza del fare musica insieme (scrivere, suonare, incidere…), ad esempio, ma anche del condividerla. Sia nella dimensione artista-pubblico, che in quella dell’ascolto collettivo di un disco (cosa frequentissima negli anno ’70) o di un live. E, così, la musica, da fenomeno sociale è diventata fenomeno individuale (iPod, si chiamava il primo player Apple, con un prefisso ‘I’ – ‘io’ – che la dice lunga su questo processo di individualizzazione tutt’ora in corso), perdendo la gran parte del suo fascino e la quasi totalità della sua natura e missione di linguaggio. Il problema più grande, però, è la nostra mancanza di attenzione. Mancanza imperdonabile, che la musica certo non merita. La musica è una pianta e, come ogni pianta, ha bisogno di terra, acqua e sole. O non crescerà mai. Né potrà mai dare fiori e frutti. Terra è la nostra anima; acqua, la nostra attenzione; sole, la nostra passione. La musica dà la vita ma, per poterlo fare, deve essere viva. E questo dipende, esclusivamente, da noi. «And in the end, the love you take is equal to the love you make», cantavano i Beatles. Amiamola, dunque, o lei non sarà più in condizione di amare noi. E perderemo molto più di quanto immaginiamo. Giuseppe Cesaro L'articolo Musica social periferico proviene da Fingerpicking.net.
(di Giuseppe Cesaro) – 9 settembre 1956: un ventunenne di Tupelo, Mississippi, strappa la camicia a un mondo agonizzante, afferra gli elettrodi del defibrillatore, glieli preme sul petto, gli scarica addosso la sua “Hound Dog”, e gli salva la vita. È grazie alla voce e alle oscillazioni isocrone del bacino di quel ragazzo (anche se, alla prima apparizione all’Ed Sullivan Show, verrà inquadrato solo dalla cintola in su) che il mondo – ancora in coma farmacologico, dopo due guerre mondiali in trent’anni – si rimetterà in piedi, ritrovando energia, vitalità, voglia di vivere. Riprendendo in mano – avrebbe detto Nietzsche – la ‘materia incandescente della vita’. È il Big Bang. Passano pochissimi anni, e altre due deflagrazioni sconvolgono la nuova galassia ancora in formazione: quattro ventenni di Liverpool le insegnano ad amare e sognare, e un ventiduenne di Duluth, Minnesota, a pensare e fare. Con la poesia? Certo. Esiste, forse, in natura energia più grande? Anche se troppo spesso lo dimentichiamo, la poesia non è astrazione, sdolcinato sdilinquimento, palpito adolescenziale, insipida oleografia di aurore, tramonti, notti stellate, cuoricini e Baci Perugina. La poesia è altro. Ben altro. Tutt’altro, anzi. «Pronto soccorso» secondo Erri De Luca. Una «botta di salvezza», non «una sviolinata al chiaro di luna». Botta di salvezza, dunque: di questo parliamo. «Però non ho mai detto che a canzoni / Si fan rivoluzioni, si possa far poesia» cantava Guccini. Non l’ha mai detto, è vero. Ma l’ha fatto. E come lui – anzi, più di lui – Bob Dylan. Perché poesia è fare. Letteralmente. Ποίησις, da ποιέω: ‘fare’, ‘produrre’. E non è affatto un caso che tutto questo ‘fare’, tutto questo ‘produrre’, sia frutto della vitalità di anime poco più che ventenni. Così come esiste un tempo ideale per pro-creare, infatti, esiste anche un tempo ideale per creare. Lo dimostra non solo la vicenda personale dei più grandi songwriter di sempre, ma anche il fatto che le cose migliori il ‘rock’ (chiedendo a questo termine di dilatarsi fino a contenere tutta la musica ‘popolare’ che ha rivoluzionato il ’900) ce le abbia fatte sentire nel corso di quella che potremmo definire la sua adolescenza: gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il resto – a parte pochissime eccezioni – è rimasticamento più o meno felice. Non scriverò di musica, però. Non dello strumming – piaccia o no – imprescindibile di Dylan, non della sua voce sgraziatamente aggraziata, non dell’arte sublime del suo songwriting. E di certo non parlerò del suo carattere o del suo continuo stravolgere i pezzi, come un Leonardo dadaista che non resiste alla tentazione di mettere i baffi a ogni sua Gioconda. Chiunque scriva su queste pagine – e anche molti di coloro i quali le leggono – lo sa fare meglio di me. Mi limiterò a invitarvi a riflettere sulla potenza di quel Big Bang e sul fatto che, senza quello sparuto drappello di ventenni, che ha in Robert Allen Zimmerman una guida spirituale, morale, intellettuale e poetica senza eguali, nulla di ciò che è venuto dopo sarebbe mai stato così. E, forse, non sarebbe mai nemmeno stato. «Ci sono testi più poetici dei suoi e ci sono musiche più belle delle sue» ha scritto Francesco Merlo (la Repubblica, 14 ottobre 2016) «ma nessuno è letteratura quanto lui». È così. Nessuno. Nessuno prima. Nessuno dopo. Nessuno di più. E non solo perché la cultura rock ha detto tutto quello che aveva da dire (anche se, come ogni classico – Calvino docet – non smetterà mai di dire ciò che ha da dire), ma perché certe altezze si toccano assai raramente. Troppo raramente perché possa apparire un altro Dylan anche nel prossimo secolo. Ha ragione Merlo nel rilevare che il Nobel a Dylan («letteratura incarnata») era in ritardo perché «la canzone ce l’aveva già fatta senza l’Accademia di Stoccolma». Sacrosanto. La canzone, quando è davvero tale, s’intende (diciamo quella che si approssima più a “The Times They Are a-Changin’” che non a “Il ballo del qua qua”: absit iniuria verbis), è leggera, trasparente e invisibile come l’aria. E, proprio come l’aria, sembra niente e invece è tutto. Senza di lei, infatti, non potremmo respirare. E, dunque, vivere. Il mondo esisterebbe anche senza il blues, si potrebbe obiettare. Vero. Siamo proprio sicuri, però, che resisterebbe? Personalmente ne dubito. «Di vita si muore», ricordate? «Siamo la forma più elevata di vita sulla terra» ha scritto Don DeLillo «eppure ineffabilmente tristi, perché sappiamo ciò che nessun altro animale sa, ovvero che dobbiamo morire». Ecco: io credo che la canzone sia l’urlo disperato dell’uomo, quando si trova di fronte al vicolo cieco di questa consapevolezza. Cos’altro significa, se non questo, la parola blues? È Il mattone che lanciamo contro la cupola del cielo, nella speranza che si rompa e ci lasci passare; la maledizione che mandiamo a chi ci ha messo in testa l’assurda ‘malattia dell’infinito’, quando tutto, intorno a noi, è finito. Se le cose stanno davvero così, allora non c’è dubbio: Bob Dylan è il più grande ‘urlatore’ e ‘lanciatore di mattoni’ della nostra storia recente. E al momento giusto – come sempre con Dylan – è arrivata “Murder Most Foul” che, come ha magistralmente scritto Alessandro Portelli (il manifesto, 31 marzo 2020), «è un lamento funebre per Kennedy e per l’America che incarnava, riesumato da Bob Dylan nel momento in cui la sua America diventa il paese più infetto del pianeta. […] è una storia di morte, caduta, rimpianto e lutto che aiuta a capire sia i nostri tempi, sia il tragitto dello stesso Bob Dylan». Un mondo rimasto senza testa. Né teste, aggiungerei. Basta guardarsi intorno, per rendersene conto. Una decapitazione, però, che non è rivoluzione ma «perdita di un padre». Perdita che ci rende tutti orfani. Non a caso: «Il titolo è una citazione dell’Amleto, storia di un regicidio e del fantasma di un padre.» «L’anima di una nazione è strappata via» canta Dylan «e sta cominciando lentamente a marcire». Dite la verità: non sembra anche a voi che non sia solo l’anima di una nazione a marcire ma quella di un intero pianeta? COVID-19, Black Lives Matter, #MeToo, riscaldamento globale, inquinamento e consumi fuori controllo, bombe d’acqua, incendi, uragani, e una disuguaglianza economica ogni giorno più devastante (ventisei persone posseggono tanta ricchezza quanta la metà più povera della popolazione del pianeta), non vi sembrano altrettante piaghe bibliche? «Fede, speranza e carità sono morte». E il sogno è diventato incubo. Il dramma come costante della Storia: questo canta Dylan. Un dramma che è, allo stesso tempo, coda e preludio di dramma. “The Times They Are a-Changin’”, sì ma in Rough and Rowdy Ways, verrebbe da commentare, chiudendo il cerchio di quasi sessant’anni di (grandi) canzoni. Acqua siamo, altro che polvere. E Dylan ci invita a risalire la corrente fino alla nostra sorgente – per trovare sia il senso del ‘sé’ che del ‘noi’ – e poi a ridiscenderla, per raggiungere quel mare che qualsiasi fiume – Mississippi o rigagnolo che sia – è destinato a diventare, per contenere, finalmente, tutte quelle moltitudini sul mistero delle quali ci ha illuminato il Dylan dell’800: Walt Whitman. Coraggio, dunque, leviamo i nosti cuori, imbracciamo la seicorde preferita e intoniamo, insieme, “I Sing the (Solid)Body Electric”! Giuseppe Cesaro L'articolo A proposito di Dylan: Dylaniati proviene da Fingerpicking.net.
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