Un cielo insieme a Al Di Meola – Intervista a Dodi BattagliaUn cielo insieme a Al Di Meola
Intervista a Dodi Battaglia
di Reno Brandoni
Quando uscì il disco di Dodi Battaglia con Tommy Emmanuel, Dov’è andata la musica (v. Chitarra Acustica, aprile 2015), molti si concentrarono sui ‘motivi commerciali’ dell’operazione, per esempio: l’appartenenza alla stessa casa discografica, la condivisione della stessa marca di chitarre… Ogni definizione era buona per evitare di prendere in considerazione la parte artistica, di analizzare le ragioni che spingevano due musicisti, dal conclamato e indiscutibile livello professionale, a condividere un’esperienza comune. Credo che il motivo sia legato alla diffidenza e al pregiudizio. Non si comprende infatti perché, se un musicista ha successo, suona pop, musica cosiddetta ‘leggera’, o qualsiasi altro genere, non possa essere un musicista di qualità e un bravo chitarrista, meritevole di dialogare con chiunque suoni lo stesso strumento. È come se la chitarra ti obbligasse ad appartenere a una casta che non consente di avere successo o, al massimo, consente di averlo solo nell’ambito chitarristico, negando la natura stessa del musicista e la funzione intrinseca dello strumento: ovvero, quella di essere un oggetto dedicato a produrre la tua musica.
Forse è il caso di Dodi. Lui è il chitarrista della band italiana più ‘popolare’ – parlo al presente, perché la storia è sempre presente – e, probabilmente, questa aurea tiene nascosta parte del suo mestiere di artista. Nelle cronache mondane dei sofisti permalosi della chitarra, spesso si dimentica di considerare tutti quei chitarristi che suonano nelle band, dando per scontato che quel ruolo sia sostitutivo e non complementare.
La notizia di una collaborazione tra Dodi Battaglia e Al Di Meola rimette al centro la questione, regalando alla chitarra un altro interessante argomento di discussione. Conosco Dodi e, tra messaggi WhatsApp e lunghe chiacchierate telefoniche, siamo da qualche anno saltuariamente in contatto. È un momento particolare della sua carriera, anche la scomparsa di Stefano D’Orazio ha in qualche modo toccato la sua sensibilità artistica. Ed ecco che “One Sky”, il brano appena realizzato con Al Di Meola, colora di buono un anno difficile e offre lo spunto per una lunga telefonata a ruota libera.
Ciao Dodi, rimango sempre stupito dalle tue iniziative. Sei un grande chitarrista elettrico, ma ti confronti con i più grandi nella storia della chitarra acustica. È una bella lezione per tutti noi. Dimostri che il mondo della chitarra non è legato a uno stile o ad una tipologia di strumento. Le seicorde affascinano e catturano sempre e comunque. Tu, come musicista, rappresenti a pieno questo concetto: la chitarra ti piace talmente tanto che ti confronti con gli stili più diversi senza paura e senza esitazione. Prima Tommy Emmanuel, adesso Al Di Meola. È come se dentro ti ardesse un fuoco che alimenta la tua voglia di confrontarti, di suonare, di dialogare.
«Io vivo di collaborazioni. Ho fatto dei dischi con Vasco, spesso suono con Zucchero, ho suonato con Gino Paoli, Enrico Ruggeri, ho fatto delle cose con Mia Martini e… sicuramente me ne sto dimenticando altrettanti. Ogni volta che ho fatto questo tipo di collaborazioni, mi sono trovato arricchito di una nuova esperienza. Stando insieme agli altri si impara. Sai, si brilla anche di luce riflessa: assimili sempre, magari solo un atteggiamento di vita, una battuta, una frase, uno stile, un tocco, un imprinting musicale. Al di là di questo, io sono vissuto in questo clima insieme con i miei colleghi: la grande fortuna dei Pooh è stata quella di avere un bellissimo rapporto di interscambio, di confronto. Quando facevo una cosa, quando compravo una chitarra nuova oppure provavo un nuovo suono, un solo o una composizione, o anche solo un’interpretazione, il mio primo pubblico erano le persone che erano insieme a me. Non sono un artista single, che ha un produttore il quale viene in sala e ti dice che hai cantato o suonato male: io avevo con me altri tre produttori, con cui c’era uno scambio, un confronto continuo e immediato. Questo fa parte del mio DNA e, se permetti, fa parte anche del mio successo. Per cui, ogni volta che mi vengono proposte queste collaborazioni, accetto ben volentieri. Come è avvenuto – grazie al mio discografico Marco Rossi, che ringrazierò per tutta la vita – nel caso di Al Di Meola. Un giorno mi ha detto di avere un amico sardo che conosceva bene Al Di Meola, e mi ha chiesto cosa ne pensavo di fare una cosa con lui. Ho risposto che era come se, a un ragazzino che palleggia nel cortile, gli proponi di fare due tiri con Cristiano Ronaldo. Ovviamente ho risposto che avrei fatto la cosa volentieri.
E proprio in quei giorni, che eravamo in pieno lockdown, io stavo iniziando a scrivere qualcosa. Noi siamo tutti bloccati, siamo delle mine inesplose, siamo tutti con un peso sullo stomaco, perché non ci schiodiamo da casa, perché non possiamo più andare in giro, non possiamo andare a divertirci o a divertire gli altri sul palcoscenico. Poi il mio discografico mi diceva che Al ha origini italiane: i suoi nonni, se non sbaglio, sono di un paesino vicino ad Avellino. E voleva anche lui recuperare le sue origini, come tutti noi quando cominciamo a diventare grandicelli… Allora ho radunato un po’ di idee, e mi è venuto questo spunto molto italiano.»
Non è un momento facile per te, per i tuoi affetti. Forse la ricerca delle radici può essere un buon metodo per distrarsi.
«L’altro giorno, purtroppo al funerale di Stefano D’Orazio alla Chiesa degli artisti in piazza del Popolo a Roma, parlando con Fio Zanotti – col quale siamo cresciuti insieme, che conosco da quando eravamo bambini, e di tempo ne è passato – gli ho chiesto, per sdrammatizzare quel contesto, se avrebbe avuto piacere ad avere una funzione del genere. Lui mi ha risposto che avrebbe preferito Santa Teresa del Bambino Gesù, che è la parrocchia dove andavamo a giocare da bambini, a cinque-sei anni. Noi siamo legati ai ricordi, siamo quello che eravamo…
Alla luce di questa affermazione, ho pensato che se Al voleva recuperare la sua ‘italianità’, più italiano di me non c’è nessuno. Io penso di aver sviluppato una ‘maniera italiana’ di suonare la chitarra elettrica. Poi, giustamente, sai meglio di me che ‘di due chitarristi… ne basta uno’! Questa però non è una mia battuta, ma di Zucchero… E ho riflettuto sul concetto, tanto che anch’io ho iniziato a pensare che due chitarristi siano troppi. Ma poi mi sono detto: Al Di Meola è il top, nonostante le sue origini elettriche, ha preso questa strada molto più flamenca. Allora ho pensato che i nostri due suoni non si sarebbero fagocitati, potevano convivere bene assieme. Un chitarrista acustico e uno elettrico, con due approcci musicali, sempre chitarristici, ma molto diversi l’uno dall’altro.»
Gli hai spedito tu l’idea del brano?
«Visto che sei un amico e un collega, voglio raccontarti una cosa. Gli ho mandato due-tre brani che avevo registrato nel mio disco D’Assolo e nel mio disco con Tommy. Ci siamo poi incontrati su Skype, e mi ha detto che aveva sentito i brani, che gli erano piaciuti molto, e ha concluso affermando che gli sembrava fosse lui a suonare…
Non nego che le luci guida nel nostro mestiere ci sono: Al Di Meola, assieme a John McLaughlin, sono stati per tutti noi – che studiavamo come dei forsennati negli anni ’70 – i nostri mentori. Come lo è stato Jimi Hendrix fino a pochi anni prima. Per cui, non nego che nel mio chitarrismo ci possa essere un po’ di suono alla Al Di Meola. Perché no? Anzi, ad avercene! Come non ti nego che, nella mia maniera di esprimermi chitarristicamente, a fare un solo come in “Something” mi leccherei i gomiti: anche se sono poche note, sono quelle che soltanto i grandissimi riescono a fare. Quindi, mai rinnegare le proprie fonti d’ispirazione!»
Quindi è nato questo brano che hai proposto ad Al…
«Sì, così è nato questo brano, in questo momento di lockdown. E volevo che fosse, sinteticamente, tutto quello che ti ho detto: la sintesi di un concetto di italianità, che avesse una fruibilità internazionale. Anzi, ti dico, questo brano è subito andato molto bene, ha fatto dieci volte gli ascolti dei miei quattro dischi live che ho realizzato nel corso di questi ultimi cinque anni, da quando i Pooh si sono sciolti. Poi, a un certo punto, ha fatto un picco di ascolti spaventoso, ancor prima che Al lo pubblicasse sui suoi social, ed è diventato un fenomeno incredibile. Vedevo le curve di ascesa degli ascolti, e sai da dove venivano? Dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla Germania. A parte il mio orgoglio personale, ho pensato che noi italiani possiamo ben dire che – oltre alla Ferrari, ai tortellini, a Leonardo Da Vinci, Pavarotti e Bocelli – abbiamo tante altre carte da giocare. E dobbiamo esserne orgogliosi. Non dobbiamo fare i finti modesti, ma dobbiamo dire la verità.»
E tu di soddisfazioni ne hai avute tante.
«Sì, ho avuto grandi soddisfazioni. Come quando presi il premio dalla rivista tedesca Der Spiegel, se non sbaglio nell’86, come miglior chitarrista europeo. Non so cosa avesse in testa il giornalista che venne a giudicarmi, ma mi diedero questo premio insieme a Ella Fitzgerald, che si era classificata come migliore cantante in assoluto. Io ero quasi spaventato da quell’evento. Oggi, a quasi settant’anni, dopo cinquant’anni che faccio musica da professionista e dopo sessantacinque che suono uno strumento, queste – al di là della popolarità, al di là del guadagno che puoi avere – sono belle soddisfazioni che ti gratificano.
Poi, questa collaborazione con Al Di Meola arriva nel momento in cui sto scrivendo i brani del prossimo disco, un lavoro che sto portando a termine e che uscirà i primi mesi del 2021. Devo confessarti che il successo di questo brano mi ha messo un po’ la turbina: se prima ero soddisfatto di come scrivevo, ora sono spronato a fare ancora meglio.»
Il successo ti sprona ad andare sempre oltre.
«Sì, ogni successo ti elettrizza, ti galvanizza. Come mi ha galvanizzato la trascrizione dei brani di Jimi Hendrix per chitarra acustica, che ho appena trovato nel numero di ottobre della vostra rivista…»
Gli arrangiamenti sono di Stefano Barbati…
«Sai cosa ho che potrebbe piacerti? Ho la trascrizione di “One Sky”, notina per notina; sia le mie che quelle di Al Di Meola. Io ci metterei un mese a trascrivere una cosa così, mentre questo ragazzo ha fatto veramente in fretta. Se vuoi posso farti avere il brano trascritto.»
Sarebbe un bel regalo per i nostri lettori. Grazie anche per il tempo che hai voluto dedicarci.
Reno Brandoni
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11 December 2023Artisti