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(di Giuseppe Cesaro) – 9 settembre 1956: un ventunenne di Tupelo, Mississippi, strappa la camicia a un mondo agonizzante, afferra gli elettrodi del defibrillatore, glieli preme sul petto, gli scarica addosso la sua “Hound Dog”, e gli salva la vita. È grazie alla voce e alle oscillazioni isocrone del bacino di quel ragazzo (anche se, alla prima apparizione all’Ed Sullivan Show, verrà inquadrato solo dalla cintola in su) che il mondo – ancora in coma farmacologico, dopo due guerre mondiali in trent’anni – si rimetterà in piedi, ritrovando energia, vitalità, voglia di vivere. Riprendendo in mano – avrebbe detto Nietzsche – la ‘materia incandescente della vita’. È il Big Bang. Passano pochissimi anni, e altre due deflagrazioni sconvolgono la nuova galassia ancora in formazione: quattro ventenni di Liverpool le insegnano ad amare e sognare, e un ventiduenne di Duluth, Minnesota, a pensare e fare. Con la poesia? Certo. Esiste, forse, in natura energia più grande? Anche se troppo spesso lo dimentichiamo, la poesia non è astrazione, sdolcinato sdilinquimento, palpito adolescenziale, insipida oleografia di aurore, tramonti, notti stellate, cuoricini e Baci Perugina. La poesia è altro. Ben altro. Tutt’altro, anzi. «Pronto soccorso» secondo Erri De Luca. Una «botta di salvezza», non «una sviolinata al chiaro di luna». Botta di salvezza, dunque: di questo parliamo. «Però non ho mai detto che a canzoni / Si fan rivoluzioni, si possa far poesia» cantava Guccini. Non l’ha mai detto, è vero. Ma l’ha fatto. E come lui – anzi, più di lui – Bob Dylan. Perché poesia è fare. Letteralmente. Ποίησις, da ποιέω: ‘fare’, ‘produrre’. E non è affatto un caso che tutto questo ‘fare’, tutto questo ‘produrre’, sia frutto della vitalità di anime poco più che ventenni. Così come esiste un tempo ideale per pro-creare, infatti, esiste anche un tempo ideale per creare. Lo dimostra non solo la vicenda personale dei più grandi songwriter di sempre, ma anche il fatto che le cose migliori il ‘rock’ (chiedendo a questo termine di dilatarsi fino a contenere tutta la musica ‘popolare’ che ha rivoluzionato il ’900) ce le abbia fatte sentire nel corso di quella che potremmo definire la sua adolescenza: gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il resto – a parte pochissime eccezioni – è rimasticamento più o meno felice. Non scriverò di musica, però. Non dello strumming – piaccia o no – imprescindibile di Dylan, non della sua voce sgraziatamente aggraziata, non dell’arte sublime del suo songwriting. E di certo non parlerò del suo carattere o del suo continuo stravolgere i pezzi, come un Leonardo dadaista che non resiste alla tentazione di mettere i baffi a ogni sua Gioconda. Chiunque scriva su queste pagine – e anche molti di coloro i quali le leggono – lo sa fare meglio di me. Mi limiterò a invitarvi a riflettere sulla potenza di quel Big Bang e sul fatto che, senza quello sparuto drappello di ventenni, che ha in Robert Allen Zimmerman una guida spirituale, morale, intellettuale e poetica senza eguali, nulla di ciò che è venuto dopo sarebbe mai stato così. E, forse, non sarebbe mai nemmeno stato. «Ci sono testi più poetici dei suoi e ci sono musiche più belle delle sue» ha scritto Francesco Merlo (la Repubblica, 14 ottobre 2016) «ma nessuno è letteratura quanto lui». È così. Nessuno. Nessuno prima. Nessuno dopo. Nessuno di più. E non solo perché la cultura rock ha detto tutto quello che aveva da dire (anche se, come ogni classico – Calvino docet – non smetterà mai di dire ciò che ha da dire), ma perché certe altezze si toccano assai raramente. Troppo raramente perché possa apparire un altro Dylan anche nel prossimo secolo. Ha ragione Merlo nel rilevare che il Nobel a Dylan («letteratura incarnata») era in ritardo perché «la canzone ce l’aveva già fatta senza l’Accademia di Stoccolma». Sacrosanto. La canzone, quando è davvero tale, s’intende (diciamo quella che si approssima più a “The Times They Are a-Changin’” che non a “Il ballo del qua qua”: absit iniuria verbis), è leggera, trasparente e invisibile come l’aria. E, proprio come l’aria, sembra niente e invece è tutto. Senza di lei, infatti, non potremmo respirare. E, dunque, vivere. Il mondo esisterebbe anche senza il blues, si potrebbe obiettare. Vero. Siamo proprio sicuri, però, che resisterebbe? Personalmente ne dubito. «Di vita si muore», ricordate? «Siamo la forma più elevata di vita sulla terra» ha scritto Don DeLillo «eppure ineffabilmente tristi, perché sappiamo ciò che nessun altro animale sa, ovvero che dobbiamo morire». Ecco: io credo che la canzone sia l’urlo disperato dell’uomo, quando si trova di fronte al vicolo cieco di questa consapevolezza. Cos’altro significa, se non questo, la parola blues? È Il mattone che lanciamo contro la cupola del cielo, nella speranza che si rompa e ci lasci passare; la maledizione che mandiamo a chi ci ha messo in testa l’assurda ‘malattia dell’infinito’, quando tutto, intorno a noi, è finito. Se le cose stanno davvero così, allora non c’è dubbio: Bob Dylan è il più grande ‘urlatore’ e ‘lanciatore di mattoni’ della nostra storia recente. E al momento giusto – come sempre con Dylan – è arrivata “Murder Most Foul” che, come ha magistralmente scritto Alessandro Portelli (il manifesto, 31 marzo 2020), «è un lamento funebre per Kennedy e per l’America che incarnava, riesumato da Bob Dylan nel momento in cui la sua America diventa il paese più infetto del pianeta. […] è una storia di morte, caduta, rimpianto e lutto che aiuta a capire sia i nostri tempi, sia il tragitto dello stesso Bob Dylan». Un mondo rimasto senza testa. Né teste, aggiungerei. Basta guardarsi intorno, per rendersene conto. Una decapitazione, però, che non è rivoluzione ma «perdita di un padre». Perdita che ci rende tutti orfani. Non a caso: «Il titolo è una citazione dell’Amleto, storia di un regicidio e del fantasma di un padre.» «L’anima di una nazione è strappata via» canta Dylan «e sta cominciando lentamente a marcire». Dite la verità: non sembra anche a voi che non sia solo l’anima di una nazione a marcire ma quella di un intero pianeta? COVID-19, Black Lives Matter, #MeToo, riscaldamento globale, inquinamento e consumi fuori controllo, bombe d’acqua, incendi, uragani, e una disuguaglianza economica ogni giorno più devastante (ventisei persone posseggono tanta ricchezza quanta la metà più povera della popolazione del pianeta), non vi sembrano altrettante piaghe bibliche? «Fede, speranza e carità sono morte». E il sogno è diventato incubo. Il dramma come costante della Storia: questo canta Dylan. Un dramma che è, allo stesso tempo, coda e preludio di dramma. “The Times They Are a-Changin’”, sì ma in Rough and Rowdy Ways, verrebbe da commentare, chiudendo il cerchio di quasi sessant’anni di (grandi) canzoni. Acqua siamo, altro che polvere. E Dylan ci invita a risalire la corrente fino alla nostra sorgente – per trovare sia il senso del ‘sé’ che del ‘noi’ – e poi a ridiscenderla, per raggiungere quel mare che qualsiasi fiume – Mississippi o rigagnolo che sia – è destinato a diventare, per contenere, finalmente, tutte quelle moltitudini sul mistero delle quali ci ha illuminato il Dylan dell’800: Walt Whitman. Coraggio, dunque, leviamo i nosti cuori, imbracciamo la seicorde preferita e intoniamo, insieme, “I Sing the (Solid)Body Electric”! Giuseppe Cesaro L'articolo A proposito di Dylan: Dylaniati proviene da Fingerpicking.net.
Amori e tradimenti in sessant’anni di live di Francesco Brusco «Va via così, senza neanche dire grazie, buonasera?» Lo ricordo ancora, il disappunto di alcuni contrariati spettatori al termine del concerto fiorentino di Bob Dylan, il 7 aprile di due anni fa, durante il suo ultimo tour italiano. Osservai che stavamo pur sempre parlando di uno che non era andato a ritirare il Nobel perché aveva altro da fare. Ma l’obiezione fu respinta. I famigerati ‘sentimenti contrastanti’ continuano tuttora a permeare il pubblico di Robert Allen Zimmerman. Anche chi lo ama incondizionatamente deve mettere in conto qualche piccolo grande tradimento, nel momento in cui l’ex menestrello di Duluth mette piede sul palco. La sua storia di performer, del resto, parla chiaro. Iniziata all’alba degli anni ’60, continua ad accumulare ricordi, tappe, capitoli, chilometri, emozioni. Immancabili le ovazioni, altrettanto le proteste. Come quelle del 25 luglio 1965, un sabato pomeriggio a Newport, Rhode Island. Bob aveva già suonato qui: era stato proprio il Folk Festival del 1963 a sancire la sua rivelazione su scala nazionale, e quello stesso palco — condiviso con Joan Baez — lo aveva visto assurgere a portavoce generazionale l’anno successivo. Mancano poche ore alla sua terza esibizione a Newport. Dylan ha appena pubblicato l’epico Bringing It All Back Home, l’album dell’audace svolta elettrica, fino a quel punto confinata in sala di registrazione. Cinque giorni prima di quel sabato pomeriggio è poi uscito un singolo, destinato a un certo successo, “Like a Rolling Stone”. È tempo di dare la scossa anche dal palco, su cui vengono convocati come accompagnatori i membri della Paul Butterfield Blues Band. Bob non imbraccia più la sua fedele chitarra acustica ma — eresia! — una Fender Stratocaster, con cui attacca “Maggie’s Farm”. Sappiamo come finì la storia, mista come sempre a leggenda: davvero nessuno si aspettava quella metamorfosi sonora? Fu solo il blasfemo voltaggio a indignare l’uditorio? E davvero Pete Seeger era così incazzato da provare a recidere i cavi con un’ascia? Si disse che Dylan aveva ‘elettrificato metà del suo pubblico, e fulminato l’altra’. È il primo tradimento. O forse, più semplicemente, le dimensioni del suo pubblico sono già troppo smisurate per allinearsi su un’unica corrente. E così, un anno dopo, lungi dal placarsi, l’eco delle contestazioni approda sull’altra sponda dell’Atlantico. Manchester, 17 maggio 1966. La prima parte del concerto è completamente acustica. Nella seconda, come ormai d’abitudine, la musica cambia: «Judas!» gli urla qualcuno dagli spalti della Free Trade Hall. Esita qualche secondo, il signor Zimmerman, prima di avvicinarsi al microfono: «I don’t believe you… You’re a liar!» Poi, prima di lanciare “Like a Rolling Stone”, si volta verso i suoi Hawks, che di lì a poco diventeranno The Band: «Play it fucking loud!» Durante i decenni successivi, pur scatenando reazioni meno plateali, il futuro Nobel persevererà con altri inevitabili adulteri. Inevitabili, sì, se si tiene conto di quanta parte della ricezione continui ancora ad aggrapparsi a non meglio precisati princìpi di autenticità, immancabilmente calibrati sulle prime espressioni degli artisti chiamati in causa. Artisti che poi vengono fatalmente accusati di aver rinnegato il proprio originario linguaggio, in una perniciosa equazione tra evoluzione e tradimento. Imputazioni che ancora oggi Dylan continua periodicamente a ricevere. Fregandosene alquanto, in verità: alla soglia degli ottant’anni egli rimane imprevedibile e inafferrabile, nella vita come sul palco. Ancor più lo sono le sue canzoni, puntuali nello spiazzare le aspettative del pubblico. È stato detto e ridetto. Dal vivo, la sua musica viene trasformata, sfigurata, sottratta a ogni plausibile esercizio della memoria da parte del pubblico. Dell’idea primigenia sopravvive tutt’al più l’ossatura armonica, nei casi migliori l’intenzione ritmica. Tutti gli altri parametri interpretativi, dalla melodia alla dinamica fino al soundgenerale, sono destinati a essere riformulati a ogni occorrenza. È vero, in quella serata fiorentina ci volle ben più di qualche secondo per riconoscere “Desolation Row”. E la sua chitarra, che fine aveva fatto? Perché si ostinava a suonare il piano? Che poi, cosa vai a dirgli, a Bob Dylan, «non suonare il piano»? È tutto un gioco di attese disattese. E la questione è sempre quella, l’annosa diatriba su originalità e riproduzione. Quali sono le ‘versioni originali” di “Blowin’ in the Wind”, di “Hurricane”, di “Not Dark Yet”? Quelle immortalate su disco, così come concepite in quel preciso momento? Quelle che rinascono ogni sera su un palco diverso, altrettanto legate al ‘qui e ora’? Non dimentichiamoci le origini di Dylan, la tradizione in cui si inserisce: quella del folksinger, dell’hobo, finanche del bluesman. Trasmissioni orali di forme e sostanze anch’esse inafferrabili, che rifuggono dal definitivo. Per il semplice fatto che in quelle culture non esiste un ‘definitivo’, tanto meno una editio princeps. Bob non fa che riportarci a uno stato in cui è l’esecuzione dal vivo a essere l’originale, peraltro mai unico, ma figlio ogni volta di una rinnovata autenticità, hic et nunc. Sono le sue incisioni, al contrario, a inseguire la freschezza espressiva del live, tentando di distillarne l’essenza, obiettivo che egli stesso giudicherà spesso mancato. Mai sovrabbondanza di arrangiamenti, né di sovraincisioni, tanto meno di editing. Puro e crudo, Bob, subito pronto a delegittimare in scena l’autorità di quelle tracce. Ma in questo suo approccio sconcertante, checché si continui a dire, l’ascoltatore non può accusarlo di tradimento né tanto meno di dispregio. Certo, Dylan non è mai stato prodigo di belle parole verso l’audience. Non ha mai osato oltrepassare la cosiddetta quarta parete, non ha mai flirtato col pubblico per ingraziarselo. Avrebbe ben potuto, accontentando le richieste di chi vorrebbe ancora ascoltare “Mr. Tambourine Man” nella stessa identica forma, magari con la voce – già tagliente – di cinquantacinque anni fa. Invece, con onestà e audacia ben maggiori di tanti suoi giovani epigoni, ha sempre riservato sorprese, negli arrangiamenti, nella voce, nel modo di suonare, nella calcolata improvvisazione e nella magistrale gestione della scena. Ogni suo spettacolo è uguale solo a sé stesso, ognuno dei suoi spettatori ha il diritto e il privilegio di assistere a un unicum. È in questo, che il signor Robert Allen Zimmerman mostra il suo vero rispetto per il pubblico. Anche se poi va via senza dire ‘grazie, buonasera’… Francesco Brusco L'articolo A proposito di Dylan: Amori e tradimenti in sessant’anni di live proviene da Fingerpicking.net.
Adoro Fernanda Pivano di Reno brandoni Adoro Fernanda Pivano, è stata la mia ispiratrice per tanti anni. Bastava che accennasse a una storia o a un personaggio, ed ecco che si scatenava in me la tempesta della curiosità. Quella fastidiosa curiosità che ti costringe a cercare, a capire, che ti accompagna in ogni momento della quotidianità, che non conosce né giorno né notte, ma si placa ed evapora solo dopo che la conoscenza ha sostituito la turbolenta ricerca con la competenza. Una volta, lontani dal mondo di Internet, questa metodologia di studio fatta di personaggi, riferimenti e incroci era molto faticosa. Bisognava cercare, parlare, condividere, per scoprire questo o quel dettaglio che poteva aiutarci nel delineare il profilo di un artista. Molto era suggerito anche dalla fantasia: le parti mancanti venivano infatti colmate da deduzioni, così che il personaggio si trasformava a nostra immagine e somiglianza, e si arricchiva di aneddoti che, anche se inventati, pian piano diventavano reali e credibili per via della perseveranza nella ricorrente esternazione. Certamente plausibili. Dovrei parlare di Dylan e del motivo di questo ‘speciale’ su di lui. Ma inizio con Fernanda Pivano, perché… tra tutte le cose belle che ha fatto, una mi è suonata come una nota stonata. Vi racconto il fatto così come lo ricordo: in una serata dedicata a Fabrizio De André, Fernanda fece un’affermazione – a mio modo di vedere – eccessiva e priva di fondamento. Disse che quando si celebrava De André lo si indicava spesso come ‘il Dylan italiano’, mentre sarebbe stato più giusto affermare che Dylan era ‘il De André americano’. Era un evidente tentativo di captatio benevolentiae nei confronti del cantautore genovese, con un complimento di cui credo che lo stesso De Andrè avrebbe fatto oltretutto a meno, visto quanto era intollerante verso i paragoni e le etichette. Certamente un’uscita ‘involontaria’, benevola, ma fuori luogo. Lo spunto serve a far capire come il mito Dylan abbia invaso non solo la cultura americana, ma anche quella di altri popoli, come la nostra per esempio, alimentando il desiderio di una canzone ‘colta’: quella di denuncia, quella che Woody Guthrie aveva professato per tanto tempo e che Dylan aveva raccolto trasformandola, grazie all’intenso carisma di cui è dotato, in un evento sociale, di massa, trascinando un pubblico sempre più vasto, totalmente conquistato dalla sua parola. L’influsso dylaniano ha coinvolto molti dei nostri cantautori più originali e interessanti, che mai si sarebbero sognati di fare un distinguo o di prendere le distanze tra loro e il cantautore americano. Anzi, tradurre un brano di Dylan o trarre ispirazione dalle sue canzoni viene spesso celebrato come un vanto. Anche De André ha tradotto un paio delle sue canzoni, “Desolation Row” e “Romance in Durango”, e De Gregori aveva trovato ispirazione in “Winterlude” per la sua “Buonanotte fiorellino”. Addirittura, Francesco si è spinto oltre realizzando un intero album, Amore e furto, dove traduce e interpreta diverse sue canzoni. La ricerca del linguaggio, l’adattamento della parola nel rispetto di cadenze e rime rendono il lavoro di De Gregori un capolavoro assoluto, fondamentale per chi ama e segue Dylan senza il beneficio di una fluida comprensione della lingua. Da lì si può partire alla ricerca del perché, del modo e dell’origine, del senso e del costrutto. Anche Luigi Tenco si era misurato più volte con la traduzione delle canzoni del mito americano, riuscendo più o meno bene nel suo intento. Ma da cosa è data tanta grandezza? Qual è la ragione di un così potente carisma, che invece di affievolirsi cresce sempre di più col tempo e con l’età? Probabilmente molto è legato alla modalità con cui l’artista realizza ancora oggi, a oltre ottant’anni, il suo percorso creativo: sfidando l’ovvio, per dare spazio all’autonoma e personale visione delle cose. Non c’è quindi da stupirsi se dopo anni di silenzio e quintali di musica che non dicono nulla, una delle novità più interessanti di quest’anno porta proprio la sua firma. Il singolo “Murder Most Foul”, poi anche l’intero album Rough and Rowdy Ways, rappresentano una novità assoluta in campo musicale e artistico. È ancora una volta lui, l’inaspettato premio Nobel, che ci stupisce con la sua franchezza e la sua freschezza compositiva. Posso affermare che tutto il resto è noia? In “Murder Most Foul”, il racconto della morte di Kennedy è lo spunto per narrare una storia, quella dell’America, ma anche quella di tutta una generazione. È un lungo elenco di fatti e misfatti, di sogni e di musica. È un invito alla coscienza e alla conoscenza, dove la storia segna la traccia e la musica ne scava il solco. C’è un grande senso di umiltà e rispetto, una riconoscenza interiore, che accompagna lo smarrimento che stiamo vivendo. Basti dire che la canzone è stata pubblicata proprio il giorno in cui Papa Francesco tenne il suo discorso più doloroso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca». E Dylan prosegue regalando la quiete, seminando consapevolezza e ricordando a tutti, smarriti per la perdita di un grande presidente, che nulla mai è perduto. A chi si dispera suggerisce di non piangere: «Tranquilli, bambini. Capirete / I Beatles tanno arrivando; vi terranno per mano». È un avviso alle generazioni. Dietro il buio c’è sempre una luce che ci attende. Robert Zimmerman, giovane ebreo nato a Duluth ma vissuto a Hibbing nel nord degli Stati Uniti, là «dove i venti soffiano forte sul confine», dopo la sua esibizione a Bologna durante l’incontro con i giovani organizzato in occasione del Congresso Eucaristico, si inchinò di fronte a Papa Wojtyla togliendosi il cappello, mostrando umiltà, rispetto e devozione. E il Papa stesso, in segno di riconoscenza e ammirazione, si alzò dalla sua sedia per stringergli la mano. Bob aveva già avviato la sua conversione al cristianesimo, sancita nel 1979 dall’album Slow Train Coming, ma con quel gesto rendeva onore al concetto di ossequio che nel tempo, tra i giovani artisti, si è perso lasciandosi sconfiggere e sopraffare dal potere della fama. Bob si è rimesso in discussione decine e decine di volte, cambiando posizione e modificando ogni percorso di successo, per non cadere mai nel banale, per non rischiare la noia del sedimento. Sin da ragazzo amava gli standard cantati da Frank Sinatra e gli sarebbe piaciuto replicarli. La sola idea fa sorridere: la sua voce nasale, roca, sgraziata, quasi stonata, non opportuna per cantare ‘alla Sinatra’. Eppure, grazie all’uso sapiente degli arrangiamenti, al nuovo suono delle sue chitarre e all’apporto di Charlie Sexton alla chitarra e Donny Herron alla steel guitar, che ritroveremo entrambi anche in Rough and Rowdy Ways, il sound diventa carismatico e la voce sgraziata di Bob diventa caratteristica e affascinante. Cinque dischi sfornati l’uno dietro l’altro per accontentare un sogno e regalarci un’altra impensabile folle avventura: Shadows in the Night (2015), Fallen Angels (2016) e il triplo Triplicate (2017). Non voglio raccontare la storia di Dylan. Molti degli amici che scriveranno di lui avranno modo di approfondire i vari aspetti. Citare “Blowing in the Wind” o “Like a Rolling Stone” potrebbe risultare quasi obsoleto rispetto alla figura di questo cantautore che ha accompagnato un’intera generazione. Allora, ecco che grazie a Fernanda Pivano possiamo almeno concretizzare una deduzione. La realtà non è che Dylan è il De André americano: Dylan è tutti noi, e tutti noi siamo in lui, perché di ognuno di noi conosce regole e abitudini, e le sa raccontare come neanche noi stessi siamo capaci di fare. Chapeau, Mr. Dylan! Reno Brandoni L'articolo A proposito di Dylan: Adoro Fernanda Pivano proviene da Fingerpicking.net.
Bob Dylan 80 Buon compleanno Robert di Reno Brandoni Dipinto di Franco Ori Ogni 24 maggio aggiungo 19 anni alla mia età. Una semplice somma che mi aiuta a ricordare quanti anni compie quel giorno Bob Dylan. «È una cosa stupida» penseranno molti di voi. Lo penso anch’io. Ma da quando avevo quattordici anni non riesco a sganciare la mia vita dalla sua, e mi piace pensare che mentre io nascevo lui stesse pensando a “Blowin’ in the Wind”. Di sicuro stava organizzando la sua fuga verso il Greenwich Village con la testa piena di canzoni di Woody Guthrie… Quel periodo, magico per tutti i dylaniani, ho avuto la fortuna di viverlo non solo attraverso i libri e le biografie, ma anche grazie al racconto di uno dei suoi maggiori protagonisti. Quand’ero ragazzo, la cultura non si assimilava attraverso il Web o YouTube, ma la si costruiva seguendo un percorso. Per esempio, leggendo la biografia di Dylan scritta da Anthony Scaduto (che poi su molte cose, compresa l’origine del nome Dylan, sarebbe stato contraddetto da Robert Shelton), si scoprivano personaggi come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Joan Baez… Ecco, ogni volta che s’incontrava un nuovo nome, subito si cercava tutto ciò che lo riguardava, iniziando un nuovo percorso di ricerca parallelo. Era molto faticoso, ma affascinante, perché bastava uno spunto, una semplice citazione, per entrare in un altro mondo e immergersi in milioni di altre storie. Tutti coloro che conoscono Dylan, sanno che uno dei nomi fondamentali presenti all’inizio della sua biografia è quello di Dave Van Ronk, il musicista che lo ospitò appena arrivato al Village e che lo introdusse nel circolo del folk. Il primo disco di Bob si può dire sia frutto di quella amicizia. Nel 1979 – all’età di 19 anni, strana coincidenza – il destino bizzaro, o forse solo i sogni che cercano di farsi strada per diventare realtà, mi portarono ad accettare il mio primo lavoro da musicista professionista: dovevo accompagnare e aprire i venti concerti italiani di Dave Van Ronk. Mi tremarono subito le gambe, per l’emozione del primo lavoro, ma anche perché avrei viaggiato in macchina con uno dei miti e delle leggende del Greenwich Village; e, soprattutto, colui che aveva dato l’avvio decisivo alla carriera di Bob Dylan. Con Dave diventammo molto amici, tant’è che da lui fui soprannominato ‘Brother Reno’. Avevo la stessa età che Bob aveva all’epoca, e attraverso Dave stavo vivendo ‘quasi’ la medesima esperienza. Imparai “Sportin’ Life Blues” durante una notte insonne a Ortisei, davanti a una bottiglia di grappa Williams, con Dave che mi spiegava gli accordi, le posizioni e il suo modo particolare di usare i bassi. Ecco, in quel momento mi sentivo anch’io un po’ Dylan. È inutile dirvi, anche perché forse l’ho raccontato più volte, che ho massacrato il buon Van Ronk di domande su Bob. E lui, sempre un po’ infastidito dal fatto che fossi interessato più alla leggenda di Dylan che alla sua, mi raccontava tutto pazientemente, fino a confessarmi che erano suoi gli arrangiamenti delle canzoni del primo album di Dylan e che li aveva insegnati a Bob esattamente come aveva fatto con me con “Sportin’ Life Blues”. Dovevano essere i brani del suo nuovo disco, ma Dylan – senza dirgli nulla – li aveva registrati per sé assumendosene la paternità. Un furto in piena regola… a suo dire. Capirete che, avendo vissuto con queste manie e fissazioni, se quel 19 sommato alla mia età dà come risultato 80, non posso far altro che comprendere come la vita viaggi veloce. E come il tempo sia un frammento dell’infinito. Non voglio omaggiare questo importante compleanno di Bob Dylan con un altro tributo alla sua storia. Voglio semplicemente condividere con voi l’importanza di avere, durante il proprio percorso di crescita, delle figure di riferimento. Cosa che ultimamente vedo mancare sempre più. Ora voglio farvi una confessione. Tra le varie biografie che ho scritto per raccontare la vita dei musicisti famosi ai ragazzi, mi sono cimentato anche in una narrazione ispirata alla vita di Dylan. Sono riuscito a mettermi in contatto con il suo manager, che ha visionato i miei libri precedenti; penso che anche Bob lo abbia fatto, e mi hanno dato il permesso di scrivere una nuova storia. Il mio modo di scrivere è particolare, non faccio il biografo, ma ispirandomi alla storia vissuta cerco di inventare un nuovo percorso, che possa essere aderente alla verità ma narrato in forma di ‘racconto’. Ho presentato il progetto più in dettaglio, ma visto che il mio personaggio ‘parlava’ e raccontava le sue storie, il manager di Dylan mi ha ricontattato dicendomi che Bob era ancora tra noi e che, se avesse avuto voglia di dire qualche cosa di nuovo rispetto a quanto aveva già detto, sarebbe stato giusto lasciargliela dire a lui. Il messaggio era strano e anche un po’ fastidioso, dopo otto mesi di lavoro. Ma lasciava una speranza per il dopo, al quale sinceramente non voglio né pensare né sperare. Ho riflettuto a lungo sull’argomento e ne ho compreso le ragioni. Ho anche capito perché Dylan continua a essere così amato e venerato dopo tutto questo tempo: penso per il suo essere sempre distante da ogni celebrazione di cui non possa assumersi la paternità. Così ho riposto il mio nuovo libro nel cassetto dei sogni, nella speranza di riaprirlo il più tardi possibile. Buon compleanno Robert! Reno Brandoni L'articolo Bob Dylan 80: Buon compleanno Robert proviene da Fingerpicking.net.
Bob Dylan 80 Portrait of the artist as an old man di Sergio Staffieri Dipinti di Franco Ori A rolling stone gathers no moss Dipinto di Franco Ori Nel medioevo i giullari erano condannati principalmente per tre ragioni: il giullare era gyrovagus, vanus e turpis. Gyrovagus perché ‘vagabondo’ (rolling stone, se volessimo usare una cara espressione inglese), certo, e al di fuori dell’organizzazione sociale. Vanus, poi: «intanto perché la sua pretesa arte è vuota di contenuto tecnico: egli è il cultore dell’uso, dell’empirismo, di fronte all’apprendimento determinato da norme e da regole fissate dalle autorità; e poi perché la sua attività nulla produce di utile. […] E ciò che è vano è mondano, e ciò che è mondano è diabolico». Turpis, infine: «E non è questo un termine genericamente spregiativo, ma significa proprio che il giullare, o il mimo, è colui che stravolge (torpet) l’immagine naturale» (cfr. Cesare Molinari, Storia del teatro, Laterza, pp. 57-58). Potremmo riferire questi termini a Dylan (in fondo è stato già fatto ampiamente in passato), pur con una lettura e valutazione di senso opposto, ancora oggi. Negli anni, e son tanti, Dylan ci ha abituati, confondendoci con un’apparente povertà di mezzi tecnici, a tanti cambiamenti, travestimenti e rappresentazioni in luoghi diversi dello spettacolo contemporaneo. Ed è stato il joker, lo scurra (il ‘buffone’), lo ‘spirito critico del corpo sociale’, il jester e il fool e tante altre cose: ogni volta usando il suo corpo e la sua parola ‘contro la norma naturale e sociale’, contraddicendo quel che ci si aspettava da lui e strappandosi di dosso il vestito cucitogli addosso da altri di volta in volta. Ci ha abituati a disorientarci, a interrogarci su di lui, conservando sempre quel ghigno e quella smorfia che aveva nella famosa e fumosa intervista a San Francisco nel 1965, quell’atteggiamento da bulletto di quartiere che la sa lunga e guarda sempre sfidando l’interlocutore. Chi è stato, chi è Bob Dylan? Dylan è stato, e ha dimostrato di essere ancora, il corpo e la voce non solo di una generazione o di un Paese (poiché ha travalicato generazioni e confini), è arrivato oltre: è un archetipo, uno schizzo sul muro, un lampo di elettricità in continua evoluzione e sempre pronto a una nuova definizione. Per questo uno dei ‘ritratti’ più fedeli di Dylan è I’m Not There, lo splendido film di Todd Haynes del 2007 in cui attori diversi – e che attori – interpretavano Dylan diversi. E fra una citazione e l’altra era tutta un’evocazione, una ‘impressione’ dei vari Dylan, non potendo darsi una fedele rappresentazione; perché Dylan aveva incarnato più di ogni altro artista la famosa formula di Rimbaud: «Je est un autre» (‘Io è un altro’). Osservo qui incidentalmente – e sarebbe il caso un giorno di tornarci su – che in un momento in cui Dylan era già Dylan ‘ma non troppo’, un grande contributo alla diffusione e maggiore accettazione della sua musica fu dato senza dubbio dalle quadrature ritmiche e armoniche, e piccole ma sostanziali modifiche melodiche, dei musicisti che reinterpretavano le sue canzoni: Joan Baez e Judy Collins, certo, ma soprattutto i Byrds di Roger McGuinn. Andiamo a riascoltare l’originale di “My Back Pages”, dimenticando una vita passata ad ascoltare la versione del gruppo: sembra di ‘rotolare’ giù per le scale e non c’è una strofa che sia uguale all’altra. Esistono certo versioni non memorabili ad opera altrui (e anche Dylan si è compiaciuto di maltrattare in ogni modo possibile le proprie canzoni), ma è notevole la messe di brani suoi ripresi da altri: perché per ognuno di buon orecchio e buona disposizione è possibile trovare pezzi in cui identificarsi e su cui dire qualcosa in più, una parola in più, una nota in più. Eppure, come recitava un cartellone pubblicitario della Columbia con i suoi primi album e un Dylan neo-elettrico con Stratocaster e occhiali neri d’ordinanza: «Nobody sings Dylan like Dylan», nonostante quella voce – «sand and glue» cantava David Bowie in “Song for Bob Dylan”: ‘sabbia e colla’ – lontana da qualunque canone di bellezza accettato all’epoca; e che Dylan stesso si è impegnato a rovinare a piacimento. Nel 2012 l’album Tempest sembrava dal titolo – apparente allusione all’ultimo dramma di Shakespeare – un commiato, e invece è stato il punto a capo di un nuovo inizio: di lì a poco Dylan avrebbe inciso i suoi dischi di standard del grande canzoniere americano, con un occhio di riguardo alle incisioni di Sinatra. Anche in questo caso Dylan, fedele al personaggio, raccontò una piccola, simpatica storiella, che una volta Sinatra gli avrebbe detto: «Tu ed io, amico, abbiamo gli occhi azzurri, veniamo da lassù [come a dire: il cielo, le stelle]… Questi altri tipi [in inglese il termine utilizzato, più sapido, è ‘bums’] vengono da quaggiù [cioè dalla terra, e di nuovo: l’opposizione sembra quasi creata ad arte e che i ‘bum’ siano i ‘men of mold’ dell’“Enrico V”]». Assurto all’empireo sinatriano, Dylan è poi ridisceso fra noi con l’ultimo Rough and Rowdy Days, nuovamente Prometeo fra i mortali. Che altro ci riserva Dylan per il futuro? Ci auguriamo che riprenda presto il suo Never Ending Tour (anche perché chi scrive disgraziatamente non lo ha mai visto dal vivo) e che continui a sorprenderci e tornare quando meno ce lo aspettiamo, quest’uomo un po’ giullare, un po’ fool, molto Ulisse (come lui polytropos, polymetis, polymechanos) teso verso il canto delle sirene. Beauty walks a razor’s edge, someday I’ll make it mine Quando aveva poco meno di cinque anni, in occasione della festa della mamma, il futuro cantante, poeta, premio Pulitzer e premio Nobel diede una delle sue prime esibizioni. Ricorda la madre che egli batté i piedi per attirare l’attenzione e disse: «Se le persone in questa stanza staranno zitte, canterò per mia nonna. Canterò “One Sunday Morning”». Nel freddissimo gennaio 1961 Robert Allen Zimmerman – già fan di Little Richard e del primo rock’n’roll elettrico – arrivò con una chitarra acustica e poco più a New York, dove iniziò a suonare nei folk club parlando e presentandosi con un’altra identità e un altro accento rispetto a quelli di origine. Di lì a poco sarebbe stato notato da John Hammond, e il resto è noto. Nel 1977 – circa un lustro e mezza vita sua fa – Bob Dylan diceva ad Allen Ginsberg di considerarsi come Leonardo Da Vinci: «Cerchiamo di rendere migliore quello che è reale. Se vogliamo avere successo come artisti, lo miglioriamo e diamo significato a qualcosa che non lo ha». E aggiungeva: «Si può fare qualcosa che resti, vogliamo vivere per sempre, no? Per vivere per sempre bisogna fermare il tempo». Dylan è questo ed è qui: curioso, insolente, dispettoso, nel suo continuo trasformarsi per restare fedele a sé stesso, nella sbruffoneria spicciola per camuffare alte intenzioni artistiche e non esser preso troppo sul serio all’inizio, ma molto sul serio dopo, una volta ottenuti i risultati, nel suo continuo tentativo di fermare il tempo e creare, piccolo e mingherlino sulle spalle dei giganti, arte che fermi il tempo e duri nel tempo. È ormai chiaro a tutti, anche ai detrattori, che Dylan è riuscito nel suo intento, non una ma mille e mille volte ancora. E a noi, appassionati ammiratori, ha regalato e continua a regalare infiniti momenti di piacere e soddisfazione emotiva e intellettuale: perché questo fa la vera arte, ci coinvolge in ogni modo, e questo ha fatto e continua a fare Dylan con la sua opera, anche a chi non si voglia interrogare sul perché avviene e come avviene. Fioccano e fioccheranno nel mondo nuove pubblicazioni su Dylan, Patti Smith metterà in piedi un ‘socially-distanced birthday party’ all’Outdoor Spring Festival a New York, e noi riascolteremo i suoi dischi, riguarderemo le sue esibizioni e rileggeremo le sue parole, e lo ringrazieremo in cuor nostro per essere arrivato a ottant’anni dispensando a piene mani la sua arte, la sua lezione e l’invito a trovare ed offrire sempre una nuova definizione di sé. Buon compleanno Dylan! «Ah, but I was so much older then I’m younger than that now» Sergio Staffieri L'articolo Bob Dylan 80: Portrait of the artist as an old man proviene da Fingerpicking.net.
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