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Voci dalla miniera Steve Earle sul suo nuovo album Ghosts of West Virginia , l’America e i maestri di Irene Sparacello Steve Earle è appena uscito con un grandissimo album. Non sappiamo se il migliore, ma i paragoni poco importano, dal momento che è caratterizzato da una forza unica e fresca. Dal suo esordio nel 1986, questo è il suo ventesimo disco in studio. La sua voce è più graffiante e preoccupata, ma è più chiara che mai. Chiede di parlarti anche se stai dalla parte opposta della barricata, perché siamo grandi ed è arrivato il tempo di capire ciò che davvero conta. Vuole raccontare in tutti i modi in cui è capace e vuole essere la voce di chi voce non ne ha più, attraverso la storia molto americana di un incidente nella miniera di carbone Upper Big Branch, uno scoppio che il 5 aprile di dieci anni fa uccise ventinove uomini. Da diversi anni Earle scrive per il teatro e Ghosts of West Virginia è stato composto per l’opera teatrale Coal Country di Jessica Blank ed Erik Jensen, che ha fatto appena in tempo a debuttare a New York prima che tutto si fermasse a causa del Coronavirus. Le canzoni, che rendono una fortissima testimonianza dell’accaduto, sono state definite da Earle stesso, sul palco newyorkese dove cantava muovendosi tra gli attori, «un coro greco con chitarra». Si tratta a tutti gli effetti di una tragedia ellenica, nata dagli incontri che il nostro barbutissimo cantastorie ha voluto realizzare con i minatori sopravvissuti all’esplosione e con le famiglie delle vittime, e messa in scena tra l’abisso oscuro del diavolo che ha infilato il carbone sottoterra e l’elevazione delle preghiere di chi ama, attende e spera. Accompagnato dalla sua fedelissima band The Dukes, in Ghosts of West Virginia Steve presenta dieci tracce tra ballate, rock, bluegrass e Woody Guthrie. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente presso la sua provvisoria dimora nel Tennessee, per avere la piacevole conferma che è un amabile chiacchierone e che è impensabile conversare con lui del suo lavoro senza parlare di tutto il resto che succede e che è successo nel mondo da cent’anni a questa parte. NEW YORK, NY – December 14, 2019 – Steve Earle and the Dukes, Electric Lady Studios. Prima di tutto una domanda non di cortesia, perché in questo periodo, se si chiede a qualcuno ‘come stai’, lo si chiede davvero. «Sto bene, non sono malato, ma penso di averlo probabilmente già preso. Sai com’è, vivo per lo più a New York, anche se adesso mi trovo in Tennessee da due mesi ed erano vent’anni che non passavo così tanto tempo in questa casa. Avrei dovuto fare una tournée quest’estate. Negli ultimi due anni ho fatto così: nove mesi a New York e il resto dell’anno in giro in tournée; inoltre mi sono occupato in gran parte di scrivere musica per il teatro. L’emergenza è partita mentre stavo lavorando nel musical Coal Country di Jessica Blank ed Erik Jensen, per il quale ho scritto le musiche e nel quale avrei dovuto recitare. Ma poi è esplosa questa cosa del virus e hanno chiuso tutto, così ho preso il mio aereo per il Tennessee e da qui non mi sono più mosso. Proprio stanotte avrei dovuto trovarmi a Dallas, il tour sarebbe dovuto partire la scorsa notte, il 26 maggio, a Oklahoma City.» Che mondo pensi ritroveremo dopo il COVID-19, da dove riprenderemo il filo? «C’è qualcuno che va dicendo che è arrivata la fine del mondo, ma io non ci credo. Penso che la gente sia molto più gentile con gli altri in questo frangente; e ci sono persone che si approfitteranno in qualche modo della situazione, questo succede sempre. Ma sono fiducioso che per l’estate le cose andranno meglio. Certodobbiamo essere pronti. Speriamo che il prossimo virus non venga ignorato. La causa di tutto questo è che nessuno gli ha dato veramente importanza, nonostante ci fossero delle avvisaglie. Al momento, ciò che stiamo tutti soffrendo è l’isolamento, perché il modo in cui normalmente gli esseri umani si comportano è unirsi in gruppo per fare qualcosa. Probabilmente, una delle cose più difficili è imparare a star soli. Non è nella nostra natura. Ma l’idea che le città saranno distrutte… naaah! Si diceva la stessa cosa dopo l’11 settembre, si diceva che era la fine di New York… Certo, bisogna inventarsi qualcosa. Parlo per coloro che dipendono dalla cultura, come me. Le chiamano ‘le discipline dell’artista’, per una ragione: devi trovare il modo di farle funzionare! Io mi sono trasferito apposta a New York quindici anni fa, perché avevo bisogno di un input. Volevo fare musica per il teatro e trasferirmi a New York è stata la soluzione. Là succede tanto, tutto. Hai l’input anche semplicemente camminando per la strada, come solo a New York puoi fare: là puoi camminare, mentre la maggior parte degli americani – altrove – non si rende conto che comunque passa la maggior parte del suo tempo in isolamento, girando in auto. Io vivo al [Greenwich] Village: conosco tutti, è un quartiere fantastico, il massimo per passeggiare. Ecco, ora questo mi manca molto. Dunque l’isolamento lo sto sentendo anche da questo punto di vista.» Ritieni possibile che possa nascere una nuova sensibilità politica ed ecologica da questa situazione? «Vedi, la mia politica è cambiata. Sono uno della sinistra hard-core, ma devo essere anche realista riguardo alfatto che vivo in un paese di centro-destra. Qui negli States abbiamo iniziato a praticare una forma di socialismo negli anni ’30, durante la Grande Depressione col New Deal. Ma questo è un paese di destra: è sempre stato così e probabilmente sarà sempre così. Non ho mai pensato di poterlo davvero cambiare, le buone idee hanno bisogno del loro tempo. Ma posso cambiare il modo in cui percepisco le cose. La questione smette di essere politica quando la domanda è: come do da mangiare alla mia famiglia? La maggior parte delle persone non sta seduta ad un caffè a parlare di politica. E poi ci sono le questioni ambientali, le cui risposte sono sempre più difficili di quanto la gente non dia a credere. Alcuni miei amici pensano addirittura che con questo disco io voglia sostenere le miniere di carbone, che recano molto danno all’ambiente:certamente, riconosco questo pericolo e non ho cambiato idea, ma la produzione del carbone si fermerà solo quando l’industria metallurgica o quella elettrica non ne avranno più bisogno, e non per una decisione politica. Finché c’è un mercato, la questione ecologica non ha potere né influenza.» Mi sembra evidente, però, che il tuo disco non metta in contrapposizione destra e sinistra, non parli in termini dualistici, che è il terreno sul quale noi esseri umani tendiamo a incontrarci e scontrarciabitualmente, ma che punti piuttosto sul dialogo. «Esattamente: in gran parte, la motivazione di questo disco è quella di parlare alla gente del West Virginia che non ha votato come me. Non hanno votato come me, ma restano comunque delle persone. Con questo disco ho cercato di iniziare il dialogo di cui tutti abbiamo bisogno. Gli intellettuali come me pensano di lottare per la classe operaia ma, in realtà, ne sono distanti e hanno dimenticato che cosa sia. Non è difficile capire perché in West Virginia le persone abbiamo votato per Donald Trump: questo non ha niente a che vedere con la destra o con la sinistra. Ha a che vedere con il fatto che Hillary Clinton, durante la sua campagna, è andata là a dire: “Farò chiudere le miniere di carbone!” Otto giorni dopo Donald Trump è andato là a dire: “Terrò aperte le miniere di carbone!” Per chi credi che abbiano votato? Il fatto è che entrambi stavano mentendo, perché nessuno dei due aveva il potere di fare né l’una, né l’altra cosa. Quasi tutti là lavorano con il carbone perché non ci sono molte alternative, e anche se le macchine hanno soppiantato l’uomo per gran parte del lavoro, il carbone e quelli che lavorano con il carbone rimangono un punto di riferimento per quella gente. Gli intellettuali dovrebbero capire che la gente in West Virginia, o nel mezzo del nulla in Michigan, fa dei lavori che noi non facciamo più. Finché non si ragiona in questi termini, il divario e le distanze si faranno sempre più grandi. E i potenti contano su questo per approfittarne e capitalizzare, perché vogliono tenerci divisi. Il mio disco vuole essere un inizio di dialogo. Ma è un processo lungo. Questo non è il gioco della dama, è il gioco degli scacchi. Per ciò che ho potuto sperimentare nella vita, capisco che il cambiamento è difficile e impiega moltissimo tempo per realizzarsi. Non è teoria politica. Se dobbiamo parlare di teoria politica, potrei dire che il capitalismo è fondamentalmente oppressivo perché si basa sulla sottomissione dei lavoratori; ma il punto è che questo non significa un cazzo per la gente in West Virginia, dove la questione è: lavorare o non lavorare. Ciò non vuol dire che quella teoria non significhi niente per me. Ma io ho girato il mondo, mentre loro hanno passato la maggior parte della loro vita nel ridotto perimetro intorno al posto in cui sono nati. Io sono stato fortunato, ho avuto molto più di tanti altri, e viaggiare mi ha permesso di avere una visione più ampia del mondo. Queste persone hanno una visione più ristretta… ma perché non dovrebbero averla? Non hanno avuto i vantaggi che ho avuto io. Pensa che là i minatori non hanno più nemmeno i sindacati. Sono rimasto abbastanza impressionato quando sono stato in Italia, perché un giorno sono andato alla stazione e il mio treno era stato soppresso per via di uno sciopero. La gente sembrava molto nervosa, ma io ammiravo il fatto che i sindacati avessero il potere di promuoverlo, anche se poi magari è durato solo due ore. Mi sono quasi divertito, perché negli Stati Uniti hanno sempre ostacolato i sindacati fin dalla loro nascita. Sopravvivevano nelle montagne del West Virginia, ma ora non ci sono più nemmeno là. La miniera Upper Big Branch, di cui parlo nel disco, è la prima miniera senza sindacato tra quelle montagne.» Il 2020 è l’anno delle elezioni presidenziali e non posso, a questo punto, non chiederti una previsione. «Voglio votare per Biden e penso che vincerà. Nel ciclo delle primarie per le passate elezioni ho sostenuto Bernie Sanders, ma poi lui non ha ottenuto la nomination, perciò alla fine ho votato per Hillary. Anche quest’anno hanno suonato le mie canzoni ai raduni per Sanders. Pensavo davvero che avesse delle possibilità: si era aperta una finestra, ma si è anche chiusa in fretta. Nonostante io pensi che Trump non vada sottovalutato, credo che Biden abbia più possibilità di vincere rispetto a quelle che poteva avere Sanders, semplicemente perché l’elettorato afroamericano non si fida troppo di lui. Lui non ha colpe, ma è rimasto ancorato alla teoria secondo cui ‘non è una questione di razza, ma di classe sociale’, teoria che lo ha reso perdente, perché questo è vero soltanto se sei bianco.» Torniamo al disco. In “It’s About Blood” fai l’elenco dei nomi di coloro che hanno perso la vita nell’incidente della miniera Upper Big Branch. Non si percepisce solo come un atto di rispetto, ma come volontà di far capire all’ascoltatore che quel fatto è davvero successo e che quelle persone sono davvero esistite. «Sì, è così! La canzone vuole proprio ottenere quello scopo. Anni fa sono andato a visitare il Vietnam Veterans Memorial a Washington e, nonostante sapessi benissimo che c’erano incisi tutti quei nomi sul muro, quando sono stato abbastanza vicino da leggere il primo nome ho avuto una sensazione molto forte: improvvisamente quei 58.000 nomi mi sono esplosi negli occhi, mi hanno travolto. Ho dovuto fermarmi mentre tutta la gente mi passava davanti. Mi ci è voluto qualche minuto per riavermi. Così ho pensato che nominare uno per uno i ventinove uomini pubblicamente, in una canzone, fosse la cosa giusta da fare. Mi è venuto in mente durante le prove dello spettacolo e sono contento di aver avuto questa idea.» “Time is Never on Our Side” è una canzone che mi ha commosso particolarmente. Il testo contiene momenti lirici molto belli, come la prima strofa: ‘Il mattino in cui il mondo ebbe inizio / Dio ha teso e poi richiuso la sua mano / E quando l’ha riaperta / un momento è svanito nel vento’. Quando hai realizzato per la prima volta che il tempo non è mai dalla nostra parte? «“Time is Never on Our Side” è forse la mia canzone preferita dell’album. Ma non ci leggere oltre: è stata scritta per un momento specifico del musical. Parla di quattro giorni e quattro uomini. Il giorno dell’incidente furono trovati e identificati i corpi di venticinque uomini, nell’arco di ventiquattr’ore. Ma di quattro ragazzi non v’era traccia. Nessuno poteva calarsi nella miniera per fare delle ricerche, se non le autorità. È la procedura: in questi casi è vietato l’accesso persino ai dirigenti, fino a che non arrivano le squadre preposte. Quando queste arrivarono, trovarono delle impronte. Si pensò dapprima che quelle impronte appartenessero ai quattro dispersi, dunque si rafforzò la speranza che fossero ancora vivi. In realtà, molto probabilmente, si trattava delle impronte di alcuni dirigenti entrati illegalmente nel tentativo di insabbiare qualche cosa, perché effettivamente, poi, i ragazzi vennero trovati morti anch’essi. Pensa a quelle famiglie che per quattro giorni sono state lì, presso la miniera, aggrappate alla speranza di poter riabbracciare i loro cari, mentre qualcuno sapeva benissimo quanto quelle speranze fossero perfettamente inutili! Che il tempo non sia mai dalla nostra parte è un modo di dire che non ritengo sempre vero, ma è stato vero per quelle persone ed è a quella esperienza che mi riferisco.» “If I Could See Your Face Again”, è splendidamente interpretata da Eleanor Whitmore dei Dukes. Nei tuoi album è sempre presente una voce femminile. Quanto è importante per te? «È una sorta di esercizio, perché è dura per uno scrittore e un uomo scrivere di personaggi femminili, ma è anche un privilegio poter creare una canzone del genere, perché questo tipo di canzoni che scrivo mi permettono di avere un punto di vista femminile sulle cose, o almeno di provarci. In un momento cruciale della mia vita, anni fa, ho dovuto iniziare tutto da capo; e decidere di dedicarmi alla prosa è stato importantissimo. A un certo punto, mi sono ritrovato a inserire sempre più personaggi femminili e ho realizzato che era una necessità al di là dell’esercizio specifico dello scrittore. Ho cominciato a scrivere dei pezzi per me e Lucinda Williams, poi per Emmy [Emmylou Harris], per mia sorella [Stacey Earle] e per Iris DeMent. Avevo incontrato Iris a un festival bluegrass e lì ho pensato: ecco la mia prossima partner per il disco The Mountain [1999], che ho fatto con la Del McCoury Band. “If I Could See Your Face Again” è la prima canzone che ho scritto per Ghosts of West Virginia e parla di Patti Stover, che ha perso il suo fidanzato nell’incidente della miniera. Non erano ancora sposati e l’ex moglie di lui aveva la custodia del figlio, dunque a Patti non è rimasto nulla, non ha ricevuto nemmeno un indennizzo. Questa è la storia di Patti, che ha perso il suo amore. Nello spettacolo è interpretata da una fantastica attrice, Mary Bacon. Eleanor Whitmore è una grande cantante, una grande violinista ed è senz’altro la migliore della band!» Dunque le donne, grande punto di riferimento. Ma anche i maestri, naturalmente: è notorio il tuo amore per Townes Van Zandt e Guy Clark. Amore che senz’altro condivido, assieme a quello per WoodyGuthrie, che sento particolarmente presente in questo disco e per il quale la musica non è mai il fine, ma il mezzo per arrivare alla gente… «Ho sempre inteso fare ‘alla maniera’ di Guthrie! Lui è stato il fautore di una tradizione. La gente mi chiede sempre perché faccio canzoni politiche. Io non faccio canzoni politiche. Io non sono politico, scrivo più di donne che altro. Ma sono una persona politica, che è nata durante la guerra del Vietnam ed è cresciuta in un tempo in cui musica e politica non erano separate; e nessuno mi ha mai detto che questo non andasse bene. È così che ho imparato a comporre e Woody Guthrie è stato davvero importante in questo processo. Conosco Nora, figlia di Guthrie, e ho fatto tante cose con lei. Ho partecipato anche ai festeggiamenti per il centesimo compleanno di Woody nel 2012, che sono avvenuti in forma privata assieme a lei, alla sua famiglia e a Billy Bragg. Ci siamo riuniti sulla spiaggia di Coney Island, che era il posto preferito di Woody, e Nora ha ricordato di quando le sue ceneri furono sparse, dopo la sua morte avvenuta il 3 ottobre del 1967, da uno dei pontili dell’isola. Ci trovavamo lì e, a parte raccontarci delle storie, non sapevamo bene cosa fare, non avendo nessuno di noi una formazione religiosa: non siamo certo i tipi da metterci lì a pregare, così ci siamo chiesti: “Che cosa avrebbe fatto Woody?” E ci siamo risposti che lui sarebbe andato a prendere un hot dog e una birra da Nathan’s. Così abbiamo fatto e ci siamo seduti sul marciapiedi. Io, in realtà, non ho preso la birra, perché quando la gente beve… si toglie i vestiti e io non faccio più quel genere di cose! Ma mi sono fatto solo gli hot dog e le patatine. Si impara, sai, impariamo con il tempo. E io sono un po’ lento a imparare [ride]!» A proposito di chi non c’è più, volevo chiederti un ricordo di John Prine. Ma ho appena saputo che Bucky Baxter ci ha lasciati l’altro ieri, 25 maggio, a soli sessantacinque anni [la notizia è stata data su Istagram dal figlio. Baxter era un virtuoso della steel guitar e membro fondatore dei The Dukes, band di Earle. Incontrò Bob Dylan nei primi anni ’90, in occasione di un concerto di Steve, e Dylan gli chiese lezioni per imparare il suo strumento. In seguito suonò nell’album di Dylan Time Out of Mind e nel suo Never Ending Tour dal 1992 al 1999]. «Già, è molto triste. È un po’ che non ci sentivamo con lui, so che aveva dei problemi di pressione. Penso sia stato quello. Dovevo sentirlo per un programma che faccio alla radio, ma a questo punto credo che metterò su qualche pezzo che abbiamo suonato assieme e cercherò di coinvolgere Ryan Adams, con cui Bucky ha collaborato. John Prine, che dire… era John Prine! È stata veramente dura per tutti e lo è ancora. Lui è insostituibile. I cantautori cercano di fare quello che lui faceva, ma è una missione difficilissima mettere profondità e humor nello stesso verso: solo lui riusciva a farlo.» C’è qualcuno tra le nuove leve di cantautori che ti piace particolarmente? «Non è che abbia ascoltato molti cantautori, ultimamente. Ho la fortuna di occuparmi di musica per il teatro ed è un’attività che mi tiene molto occupato, ma tra i nomi che mi vengono in mente, ecco, penso che Joe Pug sia uno di valore. Lo sapevi che il suo vero nome è Joe Pugliese? Sì, è di origini italiane e ha fatto questo divertente gioco di parole col suo nome d’arte [il pug è il ‘carlino’, curiosa razza canina originaria della Cina]. Un altro che mi ha colpito è Jason Isball. Poi Logan Ledger: ha un album d’esordio che è appena uscito; davvero un grande autore e un grande cantante. Ho scritto anche una canzone per lui.» Ritornando a Townes, mi perdonerai, ma non posso non chiederti di quella famosa frase che è ormai un aforisma storico, in cui dicevi che avresti messo gli stivali sulla scrivania di Bob Dylan dicendogli che Townes Van Zandt era il più grande di tutti. Immagino poi tu non l’abbia fatto davvero… ma vorrei sentirlo dalla tua voce. «Ah, ah, ah… no, non ho detto questo a Dylan! È andata così: a quel tempo ero diventato diciamo ‘famoso’, parliamo dell’87, e Townes era uscito con un disco dopo tanto tempo. Mi avevano chiesto di dire qualcosa da mettere su un adesivo promozionale per il disco, e così dissi quella frase [negli USA venivano attaccati degli adesivi sulla confezione dei dischi in uscita, che riportavano slogan personalizzati]. Nell’88 feci un tour con Bob: non è che mi parlasse, ma nella seconda data suonò “Pancho & Lefty” di Townes, dunque credo che avesse saputo di quella mia frase e che questa canzone fosse in qualche modo la sua risposta. Penso che Townes sia stato davvero uno dei più grandi, ma non penso che fosse meglio di Bob Dylan; nessuno è meglio di Bob Dylan! Bob però non aveva certo problemi di promozione, mentre Townes sì, perché non si curava molto di certe cose e io stavo solo cercando di aiutarlo.» Lo sapevi che c’è un festival in onore di Townes in Italia, il Townes Van Zandt International Festival, in un piccolo paese vicino al Lago di Como? Quest’anno è giunto alla sedicesima edizione, ma per via del COVID-19 è stato rimandato. Sarebbe il massimo se tu potessi partecipare non appena si ripartirà con gli eventi dal vivo! «Sì, conosco quella gente! Non ho ancora suonato al festival Townes Van Zandt, ma mi piacerebbe. Ho suonato al festival del Buscadero. Mi piace proprio quel gruppo e poi hanno il miglior cibo del mondo e verrò senz’altro se non ci sono impedimenti!» Che dire, la conclusione migliore per un’intervista! Steve Earle che ricorda e ha nel cuore questo gruppo di musicisti di Figino Serenza e che ci dà l’arrivederci al prossimo festival Townes Van Zandt! Decisamente un motivo in più per essere impazienti del suo arrivo, pronti ad ascoltare le sue storie narrate e cantate. Irene Sparacello Foto di: Jacob Blickenstaff – Tom Bejgrowicz – L'articolo Steve Earle: Voci dalla miniera proviene da Fingerpicking.net.
Scarlet Rivera: Una regina al pub di Irene Sparacello Ho un grande nome qui, ho un personaggio al quale fare riferimento. Dunque il pezzo dovrebbe scriversi da solo. Di sicuro verrebbe anche scritto meglio, ma vorrei intervenire per sfidare la perfezione del foglio e la perfezione di ciò che ho visto non su di uno schermo, ma dal vivo, dietro il bancone di un bar, il 18 novembre dell’anno scorso. Scarlet Rivera è il suo nome, e ‘Queen of Swords’ è il personaggio che Martin Scorsese, con il suo docufilm Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story, ha fatto riscoprire lo scorso giugno su Netflix alla non discepolanza di ‘His Bobness’. La Rolling Thunder Revue fu il ‘Magical Mystery Tour’ di Bob Dylan e – al netto delle balle inserite – il documentario conserva tutto il magic e il mystery. Guardarlo è un viaggio inclusivo, su e giù da un furgone di ‘guitti on the road’ per anonime città, che Dylan volle intraprendere per andare a sorprendere e incontrare i giovani in un contesto intimo di musicisti, roadie e ascoltatori. Era il 1975 e giovani lo erano anche loro: Dylan trentaquattrenne, e nove anni in meno l’enigmatica Scarlet che, l’estate prima, era stata da lui intercettata per strada col violino in spalla. Dylan per Dylan, lei ci pensò qualche secondo prima di accettare di salire in macchina per andare a suonare nel suo studio. E poi lo fece. Tipico caso di serendipità al Greenwich Village. La collaborazione si sancì con l’album Desire, al quale la Rivera portò ‘quel suono’. Pensiamo a “One More Cup of Coffee”, “Romance in Durango”, e “Hurricane” su tutte. Senza Scarlet ci sarebbe stata la chitarra di Clapton. Senza Scarlet sarebbe stata tutta un’altra storia. ROLLING CERMENATE REVUE Ora, il lato succulento della questione è che la storia può essere rivissuta. Naturalmente senza volerla ripetere come allora. Tutto ciò che serve, come in tutte le cose buone e giuste, è crederci, muovendosi nell’ordine della conoscenza con amore, come piccolo atto di riproduzione. Che, detta così, sembra tanto più complicata, sdolcinata e anche un po’ ‘zozza’, ma che per Andrea Parodi, invece, è semplicemente naturale. È il cantautore e produttore di Cantù ad aver portato Scarlet Rivera in Italia lo scorso 25 ottobre. Andrea, prima di essere un promoter visionario, è una persona fatta di musica, per la quale cerca sempre di trovare talenti, spazi e aggregazione, prima di tutto. Il nostro ha portato Scarlet in Italia con Eric Andersen (qui ci si genuflette e si fa una breve pausa), leggenda del songwriting americano, figlio della Beat Generation e icona del Village: che mi viene da singhiozzare solo ad accennarne, figurati se dovessi continuare e nominare gente tipo Lou Reed e Joni Mitchell, cosa che di seguito farò. Assieme a loro sul palco, Cheryl Prashker alle percussioni e il bravissimo dobroista Paolo Ercoli, italiano di un paese in provincia di Monza e Brianza che Andersen, in una piccola gag, ha detto una sera al pubblico di non poter nominare: do your math, ma pensa te se il prezioso cervello di Eric Andersen deve essere attraversato anche solo per un istante dall’immagine di Silvio! Che dolore ‘ar core’, Ramón… Il tour, di quattordici date, ha toccato otto città italiane da Torino a Como, Bolzano e Catanzaro con due deviazioni straniere a Zurigo e Innsbruck. Ma io, tutto questo, me lo sono persa. Mi sono però trovata in qualche modo indegnamente inclusa in un fortunato meandro spaziotemporale, che mi ha ancora una volta confermato che la storia può essere rivissuta anche da un comune mortale (non quello in provincia di Monza e Brianza). Lo spazio è un pub, l’Amandla, a Cermenate su su vicino a Cantù. Il tempo non è un lunedì qualunque, è un ‘lunedì messicano’. Lunedì 18 novembre, per la precisione. Il posto è fichissimo e accogliente e poi, come recita l’adagio, dove c’è birra c’è casa. Ma, per intenderci, non è un luogo dove ti aspetti di trovarci una musicista del calibro di Scarlet Rivera. Certamente chi è familiare con il luogo e con Andrea Parodi sa che tutto può succedere lì, e – cosa altrettanto certa – è che la notizia dell’evento Tex-Mex gratuito fosse stata diffusa. Ma l’idea che anche solo uno tra gli avventori potesse trovarsi lì a passare una serata tra amici, inconsapevole di chi fosse quella violinista dall’aria dolce e senza un filo di trucco, con una spada per ciondolo, mi elettrizzava tantissimo. Un po’ come quando da piccola fantasticavo di arrivare a scuola su ‘Furia cavallo del West’, per poi rivelare platealmente la sua identità davanti a tutti i compagni (ora, non vi sembri azzardato l’accostamento, ché Scarlet ha particolarmente a cuore gli animali: vedi, tra l’altro, il suo album Voice of the Animals del 2003). Perciò, ho deciso di assistere al concerto da una postazione che mi permettesse di sentire e vedere i musicisti, ma al tempo stesso di poter facilmente osservare le reazioni del pubblico. E qui ritorniamo al bancone di cui parlavo all’inizio, posto dietro al piccolo palco allestito. Al fianco di Scarlet e Andrea c’erano i Borderlobo: Alex ‘Kid’ Gariazzo, voce e chitarre; Raffaele Kohler alla tromba e al sorriso; Flaviano Braga alla fisarmonica e la giovanissima Angie, una fatina rock al basso, che si è esibita seduta sul bancone per lasciare spazio alla pedal steel e ai due metri di altezza di Paolo Ercoli, che ha suonato anche il mandolino. Il pubblico era divertito e partecipe a un repertorio vasto e trascinante, in inglese, spagnolo e italiano, dalle cover dei Los Lobos al De André della dylaniana “Avventura a Durango”, a “Fiume Sand Creek”, per poi passare ad alcuni pezzi originali, durante i quali sono quasi certa di aver visto Parodi lievitare di un paio di centimetri per l’estasi di sentirsi accompagnato dalle note perfette della Rivera nella sue canzoni. L’estasi, naturalmente, si è estesa e moltiplicata nell’esecuzione dell’attesissima “Hurricane”, dove il violino di lei si libra. Che serata, ragazzi, che emozione! Avevo un tuono rotolante nel torace, vibrante dalle correnti di due mondi così lontani che si incontrano e che tintinnano, come brindisi in una serata tra amici. Ho provato ad avvicinare la ‘Regina di Spade’, perché insomma, se ho in mano un biglietto per l’Olimpo, mica scendo prima! Mi sono subito giocata la carta di un amico comune, un talentuoso e amorevole pianista che vive a Los Angeles e che le è molto caro, Mike Russeck. Le è sembrata una coincidenza incredibile. Ho prontamente realizzato che mi avrebbe accolta comunque, anche senza bisogno di ‘barbatrucchi’, così abbiamo parlato degli incendi che hanno colpito l’area di Los Angeles dove vive, di alcuni suoi amici che hanno perso ogni ricordo, degli animali in pericolo. Mi ha detto di voler imparare l’italiano e di voler visitare un giorno la Sicilia, di cui è originaria per metà. Mi ha chiesto se conoscessi delle canzoni siciliane e lì per lì ho pensato a “Vitti ’na crozza”, che parla di un teschio implorante degna sepoltura dopo una vita di stenti, passata troppo velocemente: «Perfetta per me, mi appunti il titolo qui?» La Rivera, il fulcro mistico attorno al quale ruotava l’alchimia della Rolling Thunder Revue, è rimasta una dea anche senza tutto il carrozzone attorno. Nessuna smitizzazione da dietro il bancone di un bar. Era lei, è sempre lei, pure i capelli, vi giuro, c’erano ancora tutti, uno per uno e uno più di Parodi! Riflettevano luce di quei vecchi riflettori e parevano vibrare, nel comasco piovoso, come crini di violino. L’INTERVISTA Prima di tutto, congratulazioni per il tuo nuovo EP All of Me, che è anche il tuo debutto vocale! Cosa ti ha spinto a scegliere per la prima volta la tua voce? Ha forse qualcosa di nuovo da dire rispetto al passato? «Per la maggior parte della mia carriera mi sono considerata principalmente una strumentista Non avevo ambizione, né desiderio di essere la classica cantautrice al centro della scena. È già abbastanza fico essere un grande strumentista. Ma le cose sono cambiate un giorno, alla morte improvvisa di qualcuno che amavo. D’un tratto ho sentito affiorare in di me la passione per lo scrivere e il cantare. Sapevo che avevo una canzone da cantare e una storia da raccontare.» Com’è è andata la fase di registrazione? Ho letto che in parte è stata realizata a Martha’s Vineyard. «Sì, il mio produttore Tim Goodman vive e ha uno studio a Martha’s Vineyard, anche se l’inverno lo passa a Los Angeles. Dunque l’album è stata un’impresa ricamata tra le due coste. Sulla East Coast, cioè a Martha’s Vineyard, ho registrato la mia voce solista. Sulla West Coast abbiamo registrato le parti musicali più impegnative, come le percussioni di Steve Ferrone – batterista, tra gli altri, di Tom Petty – e le tastiere di Mike Finnigan, che ha letteralmente lavorato con tutti i grandi, a partire da Jimi Hendrix.» “Dust Bowl”, che è il brano di apertura, mi è piaciuta molto. È una ballata incisiva, la traccia è vivace, ma sbaglio se la definisco ‘polverosa’ e ‘oscura’? Da dove nasce un pezzo così? «Ero in tour con Eric Andersen per gli Stati Uniti e abbiamo deciso di prenderci un giorno libero per andare a Tulsa, in Oklahoma, a visitare il Woody Guthrie Center. Sapevo naturalmente che il Dust Bowl è stato il più grande disastro ambientale causato dall’uomo in America [Dust Bowl significa ‘conca di polvere’ e sta ad indicare un periodo di forti tempeste di polvere, alte fino a sei metri, che negli anni ’30 danneggiarono l’ecologia e l’agricoltura, facendo praticamente sparire quelle iconiche praterie per lunghi anni, anche a causa del malaugurato sfruttamento del terreno durante la siccità], ma una volta lì, al Guthrie Center, la magnitudine del fenomeno, reso magistralmente dalla realtà virtuale, mi ha veramente colpita. Fu un disastro di proporzioni elevatissime, che devastò milioni di vite umane e animali attraverso sei stati per un periodo di ben dieci anni. Non potevo non scriverne. Ne ho sentito il bisogno.» Il tuo più recente tour in Italia con Eric Andersen, nell’autunno scorso, ha avuto molto successo. Cosa ti ha lasciato questa esperienza italiana? «La gente che ho incontrato e gli amici che mi sono fatta in lungo e in largo per l’Italia mi hanno fatto sentire come una regina. Davvero! È emozionante quando la gente si riferisce a me come a una ‘regalità’ del rock… E siccome mi sento di appartenere alla gente – ecco – essere una ‘Regina’ nei cuori delle persone, penso sia il più alto e gratificante grado di regalità raggiungibile.» È facile associare il tuo nome al concetto di mitologia, una volta che sei stata scoperta da Dylan [in quello schema mitologico in cui Dylan – figura mitologica egli stesso – si muoveva, per scegliere, conoscere, comporre]. Sei stata letteralmente catapultata nel ‘grembo degli Dei’ e hai conquistato quel posto per il tuo innegabile talento. Dylan ti vede camminare spedita con una custodia di violino in mano e conosciamo tutto il resto. Be’, potrei chiederti all’infinito di tutta l’incredibile storia e fare centinaia di domande, ma forse anche per te questo è in parte ancora un mistero. Ad esempio, nella copertina dei Basement Tapes [1975], Bob tiene in mano un mandolino come fosse un violino. Credi che stesse già pensando di usare il violino e successivamente, quando ti vide, pensò: «Lei potrebbe essere quello che sto cercando»; oppure, al contrario, è stata la tua ‘apparizione’ a ispirarlo? «Ottima domanda e sei molto perspicace. Me lo ero chiesta anch’io, una volta vista quella copertina. L’immagine del mandolino stretto come un violino era un Desire inconscio di introdurre un solista in un futuro? Un solista di uno strumento che non aveva mai presentato prima? Anch’io mi sono fatta quella stessa domanda su The Basement Tapes. Forse Bob stava inconsciamente immaginando con sé un violinista, che ancora non esisteva? Questo fa parte del ‘mistero’ che non sapremo mai… Ma ecco che la mano del destino lo ha fatto accadere. Non avrei mai e poi mai sognato di essere la prescelta, ma dal momento in cui ci siamo incontrati, qualcosa è scoccato. Abbiamo fatto proprio ‘click’. Ci siamo capiti l’un l’altro sul piano musicale e personale e su molti altri piani… Il che è raro: lui è noto per essere estremamente guardingo, e raramente lascia che qualcuno entri nel suo spazio personale.» Come suggerisci tu con il gioco di parole che hai appena fatto, con il titolo dell’album successivo a quello dove hai esordito tu in tutto il tuo splendore, quello di Dylan era appunto un Desire. Era nell’aria. E tu, tra bravura, carisma e una sana botta di congiunzione astrale, hai saputo realizzarlo. È giusto così, che rimanga un Mistero con la ‘M’ maiuscola. Ma continuiamo a giocare il gioco delle possibilità, se ti va. Immaginiamo una situazione simile, ma a parti invertite. Credi di avere o hai mai avuto un’intuizione così potente da ‘riconoscere’ qualcuno senza averlo mai conosciuto? «No, non mi è mai successo niente di simile… Anche se incontrai il figlio di Duke Ellington, Mercer Ellington, in una maniera molto bizzarra, chiaramente dettata dal caso, che mi portò poi a diventare una solista con la Duke Ellington Orchestra e a suonare con loro alla Carnegie Hall, al Kennedy Center e anche al Carnevale di Venezia.» Com’è stato essere una presenza, un’energia e una forza femminile accanto a Dylan? «Bob Dylan mi diede enorme riconoscimento, annunciandomi per nome sul palco ogni sera. Mi ha scoperta lui stesso e ci teneva che il mondo sapesse che era orgoglioso di condividere i riflettori con me. È stato travolgente sperimentare il suo apprezzamento personale, così come quello del pubblico di tutto il mondo.» Con quale tra le donne di quell’entourage hai legato maggiormente? «Senza dubbio Joni Mitchell: il nostro è un legame che continua tutt’oggi. Siamo ottime amiche. Sono anche orgogliosa di essermi esibita al Joni 75, un concerto che ha avuto luogo nel 2018 per celebrare questa enorme artista. C’erano tra i più grandi al mondo: James Taylor, Emmylou Harris, Seal, Norah Jones, Rufus Wainwright, Kris Kristofferson e tanti altri. Sono altrettanto felice di essermi esibita in un altro tributo a Joni e al suo album Blue del ’71, evento voluto da Brandi Carlile alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles nel 2019. Poi, la traccia che chiude il mio EP, “Songbird”, è un omaggio a Joni.» Il tuo nome all’anagrafe è Donna Shea. Parafrasando due grandi maestri: qual è l’importanza di essere Scarlet? Forse quella che chiamiamo ‘rosa’ cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? «Il perché e il come ho scelto il nome Scarlet è una storia lunga e intrigante. Ma per farla breve, quando vivevo nel Village a New York, un giorno ho avuto una visione potente: non tanto sul cambiare il mio nome… ma sul fare un passo verso la vera me stessa, per entrare dentro il mio vero nome, quello che mi rappresenta veramente: proprio come un bruco che emerge dal bozzolo in un nuovo stato del suo essere. È stata una trasformazione, come diventare farfalla. E il nome che mi è venuto in mente è stato Scarlet. Forse non è stato un caso che nella Rolling Thunder ho dipinto ali di farfalla sul mio viso. Avrei ancora dei dettagli da aggiungere al riguardo, ma spero che la mia risposta ti dia un’idea di quello che fu un momento di svolta nella mia vita. » Nomi, simboli e titoli. Quanto allora Queen of Swords, ovvero la ‘Regina di spade’ della Rolling Thunder Revue, ti rappresentava o ti rappresenta? Indossi ancora un ciondolo a forma di spade… «Erano state pubblicate alcune foto mie durante il tour Rolling Thunder Revue con una spada dipinta sul viso, e talvolta portavo anche un pugnale alla vita. Era tutto simbolico: la farfalla, la ragnatela, la spada e anche il serpente che ho dipinto sul mio viso. Ogni simbolo aveva un significato: la farfalla è trasformazione, la ragnatela è un antico simbolo di mistero, potere e crescita, e la spada era potere spirituale, come la mia Excalibur personale: questo mi ha dato la forza di stare accanto a Bob Dylan e giocare con il potere.» I tuoi capelli stessi sono diventati un simbolo. I tuoi capelli sono qualcosa di straordinario [con il suo permesso, li ho persino toccati, sono una rarità!] Capelli e violino. C’è una fiaba in cui mi sono imbattuta qualche tempo fa e che mi ha subito fatto pensare a te: La creazione del violino, una fiaba dei nomadi della Transilvana, trascritta da Heinrich von Wlislocki. C’è un povero ragazzo innamorato della figlia del re, che farebbe di tutto per poterla sposare. E allora gli appare la regina delle fate, che gli dà una scatola e una bacchetta e suggerisce al ragazzo di strappare alcuni capelli dalla testa della principessa, avvolgerli attorno alla scatola e farli vibrare con la bacchetta. Così, dice la fiaba, sarebbe venuto al mondo il violino. Non potevo non pensarti. Parlaci invece della ‘tua fiaba’: com’è venuto al mondo il tuo violino? «Mi piace molto la fiaba dei rom della Transilvania. Amo come la fantasia aiuti a descrivere la nascita di uno strumento come il violino. Io non escludo che vi sia una connessione con gli angeli, perché immagino la voce del regno angelico proprio come quella del violino. È uno strumento che attinge dal piano terrestre a una frequenza superiore. Sopra come sotto. Sento di aver catturato parte della mia musica originale da ‘quel luogo’, specialmente nel mio album Journey With an Angel [1988].» Ti consideri una pioniera per aver portato il violino elettrico nel rock? «Portare il violino nel rock negli anni ’70 era quello che volevo. Ma i violini allora venivano usati solo nelle sezioni di archi. Non esisteva una cosa come il violino presente come una chitarra rock in un disco, e io volevo fortemente che le cose cambiassero ed ero conscia che il modo in cui suonavo il violino rock poteva competere con la chitarra rock. È successo nella maniera più eclatante possibile. Ho sostituito Eric Clapton nell’album Desire di Bob Dylan. Eric avrebbe dovuto essere il solista e aveva già registrato le tracce. Era come una resa dei conti tra pistoleri. E ho vinto io.» So che lo insegni anche, il violino. Cosa ti piace nel trasmettere questa conoscenza? «Mi piace condividere con i miei studenti diversi stili e generi musicali, anche con gli studenti alle prime armi. Voglio esporli a valorizzare non solo uno stile, ma ad apprezzarne diversi. Il modo migliore per imparare a rispettare altri stili è imparare a suonarli. A ogni lezione dedico del tempo a canzoni classiche, celtiche, americane e popolari di varie provenienze internazionali. Gli studenti più piccini particolarmente abili mi danno naturalmente più soddisfazione. Aver contribuito alla parte fondamentale del loro apprendimento, mi fa sentire bene.» So che sei per metà di origine irlandese e per l’altra metà siciliana. Trovo questa combinazione molto interessante, una miscela esplosiva del tuo DNA! Le due isole sono molto diverse e distanti, ma hanno anche qualcosa in comune allo stesso tempo. Hai esplorato molto il mondo e la musica celtica, ma cosa mi dici della Sicilia? Pensi di manifestare mai il lato siciliano che è in te? «A volte scherzo dicendo che il mio lato sinistro è irlandese e il mio destro italiano. Se posso provare a semplificare la risposta, direi che il lato irlandese è quello che mi fa sentire connessa all’antico misticismo druidico e il lato siciliano quello in cui ho trovato la mia passione e il fuoco; quindi entrambi sono una grande risorsa per il mio modo di suonare e di esibirmi dal vivo.» Sei un’amante degli animali e dell’ambiente, e sei anche impegnata come attivista. Il cambiamento climatico è ormai una questione di fondamentale importanza, e riconoscere uno scenario così preoccupante è nell’interesse dell’umanità per la sua stessa sopravvivenza. Ma per quanto riguarda gli animali è più difficile diffondere questa sensibilità. «Vivo in California dove ignorare il cambiamento climatico significa rischiare la vita. C’era Paradise, una città di una squisita bellezza naturale, fino a quando un incendio l’ha rasa al suolo interamente. Altro esempio, Montecito, uno dei luoghi con ricchezza pro capite più alta negli Stati Uniti. I residenti pensavano forse di essere troppo ricchi perché qualcosa potesse loro accadere e invece, due anni fa, l’area è stata disastrata da incendi e smottamenti che ne hanno deturpato il paesaggio e ucciso numerosi abitanti. Io stessa sono stata evacuata due volte da aree vicine a Los Angeles a causa di incendi. Una volta, mentre mi trovavo in tour in Italia, hanno evacuato la mia famiglia. La realtà è chiara: le cose che accadono non sono normali. Le balene muoiono ingoiando plastica, non è normale; l’allarmante tasso di estinzione degli animali non è normale. Gli incendi e la deforestazione distruggono terre e habitat naturali. Spetta a ciascuno di noi essere difensore del bellissimo pianeta su cui viviamo e resistere alla distruzione sistematica attuata da chi ha troppi interessi economici in ballo.» Scarlet, sei una vera fonte di ispirazione per molti, ma quale persona ti ha ispirato di recente? «Jane Goodall, nominata Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. Ha dichiarato recentemente che il COVID-19 è il risultato del disprezzo e della noncuranza degli esseri umani verso la natura e gli animali. Il virus ha avuto origine in uno dei tanti wet market, mercati della Cina dove gli animali esotici vengono abitualmente catturati e venduti senza alcuna precauzione e rispetto per gli standard di salute e sicurezza. Era una ricetta per il disastro ed è successo. L’umanità può fare di meglio, vivendo nel rispetto della nostra bella terra che non possiamo più dare per scontata.» ALL OF ME Non sappiamo quando sarà possibile rincontrarci, ma nell’attesa di un suo prossimo tour nel nostro paese, evento del quale Scarlet Rivera è impaziente, ascolto la sua voce e immagino nuovi e migliori scenari. All of Me è uscito lo scorso aprile, è il suo dodicesimo lavoro, dove si presenta oltre che come musicista e leader di una band anche – per la prima volta – come cantante. Se quello che vi aspettate è una dolce voce folk per cullarvi, siete fuori strada. La sua voce porta una saggia raucedine blues e rock, un ardore di gioventù combattiva, e una passione gitana a volte oscura, a volte ai riflessi di miele. La voce l’ha tirata fuori perché i sei pezzi non sono solo canzoni, ma storie che voleva raccontarci personalmente. Quando in “50/50” canta «Non sono tua proprietà, non sono tua schiava», ci fa sentire quanto sia importante per lei che passi questo messaggio. Quando è amara in “Lady Liberty”, la sua voce si fa sobria, ma sappiamo che è carica di lacrime per la sua nazione, che negli ultimi anni sembra negare la libertà a chi ne è in cerca. Ad accompagnarla il produttore Tim Goodman (chitarra, mandolino, organo e percussioni), Steve Ferrone (batteria), Mike Finnigan (tastiere), Jimmy Haslip (basso), Andrew Kastner (chitarra), Bill Bergman (fiati), Delanie Pickering (chitarra), con il contributo aggiuntivo di Kevin Medeiros e Nick Vincent (batteria), Johnny Hoy (armonica) e diversi coristi. Questo suo lavoro ha i doni essenziali e necessari per portarla sotto riflettori tutti suoi, dove noi andremmo ad ascoltarla e – dove e quando possibile – a vederla. E Non vediamo l’ora. Irene Sparacello L'articolo Scarlet Rivera: Una regina al pub proviene da Fingerpicking.net.
Molly Tuttle …But I’d Rather Be With You Compass Records …But I’d Rather Be With You è il suo terzo album da solista. Insignita come ‘Guitarist of the Year’ agli International Bluegrass Music Awards nel 2017, prima donna a ricevere il prestigioso titolo, ripete l’anno successivo assieme ad altri numerosi premi, tra i quali il riconoscimento da parte dell’Americana Music Association come ‘Instrumentalist of the Year’. Molly Tuttle è una polistrumentista, un’abile cantautrice, ma soprattutto una ‘guitar beast’ che si distingue per la sua maestria negli stili flatpicking, clawhammer e crosspicking. Uscito ad agosto, …But I’d Rather Be With You è un ‘cover album’, non convenzionale, una scelta di canzoni altrui che l’hanno aiutata ad affrontare l’angoscia dovuta alla pandemia e ai danni del potente uragano che ha travolto Nashville, dove ora vive. Assieme al produttore Tony Berg (Andrew Bird, Phobe Bridges) ha confezionato una gamma di cover piuttosto eclettica di dieci brani, almeno tre dei quali sono già stati pubblicati come singoli. All’interno della copertina, troviamo una nota di Molly per ogni canzone, in cui ci racconta la storia che la lega a quel pezzo attraverso aneddoti della sua vita, come se volesse dedicare una serenata a tutti noi che condividiamo questi giorni di incertezze e paure. Apre l’album “Fake Empire” dei The National, che è stato anche il primo singolo e video di accompagnamento, nonché una scelta che si è rivelata adattissima ai tempi che stiamo vivendo. Nella nota che Molly scrive su questo pezzo c’è tutta la sua propensione alla sfida: «Questa canzone ha una fantastica poliritmia 3 su 4 lungo tutta la sua durata. È super divertente suonare la parte del piano con la chitarra, se riesci ad allenare il pollice a suonare su tre e l’indice e il medio a suonare su quattro!» La collezione attraversa decenni di generi, da artisti iconici come FKA Twigs con “Mirrored Heart” ad artisti meno conosciuti come Karen Dalton con “Something on Your Mind”. L’approccio unico di Molly, probabilmente, incoraggerà coloro che non hanno familiarità con nomi per niente mainstream, come il suo o come quello di Arthur Russell che omaggia con “A Little Lost”, cosa che – qualche anno fa – aveva fatto anche Yusuf/Cat Stevens con il medesimo pezzo. Arthur Russell era un violoncellista e compositore newyorkese dalle delicatezze alla Nick Drake, come lui prematuramente scomparso. Da Russel, Molly sembra prendere ispirazione nella ricerca di nuovi suoni e nel rimanere concentrata su una composizione che non intende compiacere nessuno. Con Tony Berg, di base a Los Angeles, Molly ha infatti trovato delle nuove sonorità e non esclude future collaborazioni, anche se non tende a programmare niente – dice lei – ma rimane semplicemente aperta a nuove possibilità. La scelta di includere “Standing on the Moon” dai Grateful Dead – come pure il tema lunare del video e della copertina dell’album – è stata inspirata dal fatto che la registrazione è avvenuta durante il lockdownscambiando con Berg i file avanti e indietro a distanza: proprio come fanno gli astronauti. Ma pure dal fatto che, anche se Molly ama Nashville, la sua città di adozione, a volte si sente come se si trovasse sulla luna, distantissima dai suoi amici e dalla sua famiglia a San Francisco, che le mancano parecchio. I versi «Una bella vista del paradiso / Ma preferirei stare con te» sono i suoi preferiti ed è per questo che ha voluto intitolare l’album …But I’d Rather Be With You. Tuttle ha trasformato questa traccia di Garcia e Hunter nel proprio stile, grazie alle sue personalissime e aggraziate armonie. “She’s a Rainbow”, degli Stones, la interpreta da un punto di vista tutto femminile e l’ha infatti dedicata a tutti gli esseri femminili. I versi «She comes in colours everywhere / She combs her hair / She’s like a rainbow»assumono con lei un significato di libertà e autoaffermazione. “Zero” degli Yeah Yeah Yeahs è una vivace melodia acustica e “Olympia, WA” dei Rancid un inno ribelle, che ha tutta l’atmosfera di un roadtrip con Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show sul sedile del passeggero che canta. Le ha scelte perché le ricordano gli anni della scuola, di quando ha iniziato a suonare con la sua band in California. “Sunflower, Vol. 6” di Harry Styles ha tutta la magia acustica folk e comunica chiaramente quanto Molly si sia divertita nell’interpretarla. A concludere “How Can I Tell You” di Yusuf/Cat Stevens, che a Molly ricorda il dolore per la perdita del suo amato cane. Con la sua chitarra accompagnata da violino, viola e violoncello, che la tecnologia ha assemblato abilmente pur se suonati a centinaia di chilometri l’uno dall’altro, il pezzo conclude in maniera dolcissima e perfetta questo album, a testimonianza di quanto – pur se separati fisicamente in tempo di pandemia – possiamo comunque riuscire a fare cose grandi assieme. La ventisettenne californiana sta abbattendo molte barriere, a cominciare dal parlare apertamente della sua malattia autoimmune, l’alopecia, che l’ha portata sin da piccola alla perdita dei capelli. Per lei, il più bel concerto finora è stato quello alla National Alopecia Areata Foundation, nell’estate del 2017. Da ragazzina faceva di tutto per nascondere la sua condizione, ma – giunta alla maturità – ha cominciato a sentire come un dovere il fatto di parlarne e di mostrarsi per come è, per un dovere verso sé stessa e per aiutare e ispirare gli altri ad acquisire sicurezza. Lo fa anche attraverso i social, per lei terreno di battaglie sociali (come questa o l’incoraggiare a votare per le scorse elezioni presidenziali americane) più che di concerti, perché – ci confessa – teme di stancare il pubblico con troppi streaming, così cerca di centellinarsi intelligentemente con apparizioni significative, come quella di settembre con i mitici Old Crow Medicine. In questa sua ultima fatica, la sensibile produzione di Tony Berg aggiunge abbastanza carne al fuoco e validi musicisti alle performance di Molly, da fare letteralmente saltar fuori i pezzi dagli altoparlanti con quel carattere, quella marcia in più. La voce morbida e chiara della Tuttle, dall’ampia estensione vocale, i suoi agili virtuosismi alla chitarra e l’evidente amore per il materiale rivisitato ci emozionano forse più di quanto dovremmo, tanto da farci dire… But We’d Rather Be With You, Molly! Irene Sparacello L'articolo Molly Tuttle: …But I’d Rather Be With You proviene da Fingerpicking.net.
Joachim Cooder Il suono del passato è ancora vivo di Irene Sparacello È uscito lo scorso ottobre l’album dal titolo Over That Road I’m Bound, debutto con la Nonesuch Records. Joachim Cooder, californiano classe ’78, polistrumentista e ricercato percussionista, può vantare nella sua ventennale esperienza la partecipazione alle famose session del Buena Vista Social Club e al tour che ne seguì. In questo suo terzo album dopo Love on a Real Train (2012) e Fuchsia Machu Picchu (2017), ha rielaborato alcune canzoni di Uncle Dave Macon – figura chiave nell’evoluzione della musica americana del secolo scorso, suonatore di banjo, cantante, compositore e comico – accompagnandosi con una mbira elettrica sviluppata su cinque ottave dalla Array Instruments. Ha suonato con lui la sua band, il cui elemento di rilievo è il padre, il grande chitarrista Ry Cooder, che qui suona anche il banjo, il basso e fa pure da backing vocalist. Abbiamo raggiunto Joachim telefonicamente nella sua casa nel cuore della California. Come stai, Joachim? Tu ti trovi in California, in uno degli angoli del mondo che preferisco. Luoghi dell’anima, lontano dalla frenesia turistica. «Sto bene, grazie, e mi fa piacere sentire questo tuo apprezzamento. Tu in che parte dell’Italia ti trovi?» Vicino Modena. Guardo fuori e vedo solo nebbia. «Oh, deve essere meraviglioso! Non appena si potrà ricominciare a viaggiare mi fiondo lì!» Anche a me fa piacere sentire questo, e nonostante fosse una domanda che avevo preparato per la fine dell’intervista, te la faccio ora: qual è il tuo rapporto con l’Italia? «Prima di tutto, ho lontane origini italiane. Da parte di mio padre. Sua madre, mia nonna paterna, è arrivata in California da bambina, assieme ai suoi genitori e a mio zio, e si stabilirono a Santa Barbara.» Di quale parte dell’Italia sono originari? «Oddio, non ricordo esattamente… Sai cosa faccio allora? Aspetta un attimo che mando un messaggio a mio padre e glielo chiedo. Ecco. Ora aspettiamo che risponda… Sai, tempo fa, alcuni fan di papà ci avevano anche spiegato come ottenere i documenti italiani, ma poi purtroppo… Sai come sono queste cose, si perdono per strada e non se ne è fatto più niente.» Tua mamma invece? «Il cognome di mia madre da ragazza è Titleman: ha origini russo-ebraiche, da qualche parte, non so bene… [ride]» Insomma non hai studiato, non sei pronto… «[ridiamo] Hai ragione! Però so che il fratello di mia madre è un produttore musicale e lui e mio padre per un periodo erano coinquilini. E un giorno la sorella del produttore lo venne a trovare e fu così che i miei genitori si incontrarono. C’è musica nelle mie origini, sia da parte di padre che da parte di madre. Una bella connessione, eh?» Fantastico. Ti invidio! Ecco, possiamo entrare ora nel vivo dell’intervista, vedo di assumere un tono più formale… «No, aspetta, che è arrivata la risposta di mio padre: è Parma. La famiglia di mia nonna ha origini dalla zona di Parma.» Ma è qua vicino! Perfetto, magari c’è Giuseppe Verdi tra i tuoi antenati, non mi stupirei! [ridiamo] E sono felicissima della risposta in diretta di tuo padre, così è come se avesse preso parte all’intervista anche lui. Sai che la prima cosa che ho fatto, quando ho messo piede a Los Angeles per la prima volta, è stata quella di andare in libreria a comprare Los Angeles Stories di Ry Cooder? Era appena uscito. «Ah, è un bel ricordo!» E una bella lettura! E ora sono qui a intervistare suo figlio! Bene, dunque, tornando a te, parliamo del tuo disco. So che tua figlia è stata importante nel processo di creazione. Mi affascina il fatto che qualcuno che hai creato possa aiutarti, a sua volta, a creare qualcosa. Gli album, del resto, dicono siano quasi come dei figli. Puoi dirci di più al riguardo? «Il tutto ha avuto inizio una volta che ho portato i miei figli a far visita a mio padre. Paloma avrà avuto due anni e mezzo, e il maschietto era appena nato. Papà si era messo a suonare il banjo per loro. Lo faceva proprio nella maniera in cui suonava per me quando ero piccolo. Mi suonava le canzoni per bambini di Woody Guthrie, che sono sempre senza tempo; infatti le amo ancora. Mi trovavo in un’altra stanza e, ad un certo punto, l’ho sentito suonare qualcosa di familiare. Così gli ho chiesto da lontano: “Cos’è che stai suonando?” E lui: “‘Morning Blues’ di Uncle Dave Macon!” E allora li ho raggiunti nella stanza e ho visto i miei figli come ipnotizzati, in maniera evidente! Ho preso la mbira e ho iniziato a suonare assieme a papà. Poi ho imparato bene la canzone e da allora ho cominciato a suonarla sempre per i miei bimbi. L’ho inserita anche nei miei live, ed è successo che la gente continuava a venire nei camerini per chiedermi di quella canzone e a ripetermi quanto fosse bella. Ho sentito come se fosse scattato qualcosa di speciale, così ho comprato un cofanetto di dieci CD di Uncle Dave. E mia figlia si è fissata con il CD numero 5, tanto che ogni mattina, appena sveglia, si sedeva a tavola e – prima ancora della colazione –chiedeva di ascoltarlo. Perciò era Uncle Dave tutte le mattine, e in un ordine specifico che decideva lei. Presto ho imparato a suonare altre sue canzoni, specialmente quelle preferite da mia figlia, e a quel punto ho pensato che sarebbe stato bello registrarle. E così è stato.» Pensi di aver avuto, a un certo punto, questo tipo di influenza nelle scelte musicali di tuo padre, come tua figlia ha avuto per te? «Sai che non ci ho mai pensato? Vediamo… Il periodo in cui gli sono stato particolarmente attorno, da piccolo, è stato quello in cui componeva colonne sonore per il cinema. Mi sedevo e lo guardavo suonare davanti alle stesse scene, ripetutamente più e più volte, ed ero affascinato da tutto il processo. Ma anziché il fatto di aver influenzato in maniera specifica le sue scelte, credo si sia trattato di un divertente viaggio musicale, in cui certamente la connessione familiare deve aver avuto un peso nel corso di queste decadi condivise, dove evidentemente è esistito un parallelo fra il rapporto tra me e lui e quello tra mia figlia e me. È stato solo un po’ diverso.» Possiamo dire che tu hai realizzato quest’album anche a beneficio di tutte le nuove generazioni, che altrimenti difficilmente si sarebbero mai imbattute nelle canzoni di Uncle Dave Macon: hai sempre avuto questa riverenza, questo legame con la vecchia musica e i vecchi musicisti? «Sì, è stato così sin da quando ero molto piccolo e mio padre mi portava in giro con sé, intendo prima che iniziassi a suonare con lui. Ricordo quando faceva concerti con John Lee Hooker: John doveva avere più o meno ottant’anni in quel periodo. Oppure quando mi portava a sentire del rhythm & blues: si trattava sempre di persone di una certa età. E pensa ai musicisti del Buena Vista Social Club, negli anni ’80! Ho imparato a stare accanto a persone molto più grandi me, non parlo solo di musicisti, ma di quelle persone che hanno vissuto abbastanza da esprimere una certa grazia e conoscenza, una certa tranquillità… Sono sempre stato in qualche modo cosciente di quanto fosse importante, fin dalla giovane età, dagli otto anni all’incirca. Ricordo che sentivo John Lee Hooker inventare delle parole, per non parlare di quelle che pronunciava alla sua maniera. Era proprio un linguaggio molto diverso rispetto a quello che ero abituato a sentire. E credo che oggi i giovani si perdano un po’ tutto questo. Forse anche per colpa di Internet, che ci connette prettamente con ciò che va per la maggiore; e ciò che va per la maggiore è fatto da gente molto giovane. Dunque mi sento molto fortunato per essere stato esposto a queste cose da piccolo, grazie a un periodo e a un ambiente favorevoli. È stato formativo sia per quanto riguarda la musica, sia in generale, nella vita.» A proposito del Buena Vista Social Club, la collaborazione è iniziata grazie tuo padre, che si è avvicinato a un gruppo di cantanti e musicisti cubani. In una concezione politicizzata e polarizzata della società, la commistione di americani e cubani assieme la trovo meravigliosa, anche per il fattore età di cui parlavamo. Che cosa pensi che abbia significato per loro? «La loro esperienza deve essere stata qualcosa di incredibile, di unico. Immagina di vivere qualcosa di simile venendo da Cuba, che era tagliata fuori da tutto, non solo per il grande riconoscimento che finalmente ottennero, ma anche per l’immensa popolarità che ne conseguì. Penso in particolare a Ibrahim Ferrer, che era così con i piedi per terra, ma al tempo stesso così spirituale. Era rimasto orfano a dodici anni e portava sempre con sé questa cintura del padre con dei cimeli dentro, che per lui era la cosa più potente del mondo. Era il suo talismano, che gli dava forza, diceva. La sua casa era sempre piena di gente, ammiratori o viaggiatori che si fermavano, che arrivavano a qualunque ora del giorno e della notte, anche solo per stare vicino a lui. Ebbene, io sono già stanco se devo badare ai miei figli che giocano per due ore, mentre lui – alla sua età – non importava quanto fosse stanco: lui accoglieva sempre tutti e dava loro ascolto.» Tuo padre è un famoso chitarrista e tu sei un polistrumentista che ha iniziato con la batteria. Com’è andata? «Da quando io posso ricordare – avevo quattro anni per la precisione – mi ero fissato con Jim Keltner, il batterista con il quale mio padre suonò per gran parte della mia gioventù. Infatti Jim ha suonato in quasi tutti i dischi da solista di mio padre. La chitarra d’altra parte non mi diceva niente, non ho mai provato a suonarla, mentre la batteria sì, grazie a questo batterista in modo particolare. Erano i primi anni ’80 e Jim aveva tutta quella strumentazione elettronica, i drum pads e quelle lucine a intermittenza: era tutto talmente eccitante per me, che mi arrampicavo sul set mentre lui suonava. Una volta stavano provando o registrando a casa mia, e durante una pausa mi misi al suo posto a suonare: Jim rimase così impressionato, da regalarmi poco dopo la mia prima batteria. Questo mi ha dato poi la possibilità di suonare con mio padre. Papà non è che mi avesse mai incoraggiato a suonare la chitarra e, se ci pensi, non avrebbe avuto molto senso: sarebbe stato molto deprimente essere il figlio chitarrista di Ry Cooder che non può competere con il padre! [ride] Come percussionista, invece, potevo avere un vero ruolo. E l’ho avuto, ha funzionato!» Se non sbaglio, hai detto che “Morning Blues” di Uncle Dave ha una qualità vagamente ultraterrena: devo dire che ho la stessa sensazione ascoltando il tuo album, e non è qualcosa che normalmente direi di un album in una recensione. È forse la mbira elettrica a cui facevi riferimento prima? «Quando suono la mbira, mi metto seduto, la prendo in grembo e le mie dita iniziano a muoversi, iniziano come a formare delle sequenze, degli schemi, senza un’intenzione precisa da parte mia. Ogni volta che la suono mi dico: “Ora vediamo cosa succede…” Entro in uno stato che possiamo chiamare meditativo e lascio andare la mia mente. Non so più quale canzone di Uncle Dave andrò a suonare dopo, mi lascio semplicemente trasportare. È come andare in trance e tutti seguono. Ma c’è anche una qualità propria delle canzoni di Uncle Dave, che sono semplici e molto orecchiabili: approcciare la sua musica in quel modo è così affascinante. Ed è stata una scoperta casuale, sentendo quelle melodie fluttuare. A volte, se i pezzi sono troppo veloci da seguire insieme al banjo, li rallentiamo ed entriamo in questa zona ‘magica’.» Uncle Dave fu anche considerato la prima star del Grand Ole Opry [programma radiofonico di musica country, nonché il più antico programma radiofonico americano trasmesso ininterrottamente dal 1925 – ndr]. Qual è il tuo rapporto con la radio? «Io amo la radio… Attualmente, con i podcast, puoi ascoltare contenuti diversi sul tuo cellulare o sul tuo laptop, il che va benissimo. Ma poi sono in tantissimi a fare i curators di questi podcast, come si dice oggi. E io odio questa parola, perché la usano tutti; è un tipo di espressione che mi fa andare in bestia, perché è prevalente in ogni discorso. Tornando a noi, la radio invece ha ancora questa grande qualità di essere un semplice segnale, che viene trasmesso nel mondo e la gente vi si connette. Ed è una cosa così antica, che trovo sia romantica e misteriosa. I podcast possono essere certamente di qualità, ma non hanno quel mistero. A me piace l’idea di guidare attraverso il paese e di ritrovarmi in certe zone, dove puoi sentire solo Top Pop Country e incroci i camion Chevy, dai quali senti arrivare la stessa musica e ci si saluta a vicenda. Oppure in certe altre zone dove, soprattutto di notte, si ascolta della roba rarissima e tante cose nuove da scoprire. Alcune stazioni suonano cose che nessun’altra stazione passa. Io amo tutto questo!» È importante mantenere la tradizione. C’è il villaggio globale sì, ma abbiamo ancora queste magnifiche differenze e tradizioni che dobbiamo preservare. Secondo te, il vecchio country e il blues sono ancora vivi? «Molto spesso andiamo a Nashville per suonare su dei dischi o per fare un concerto. E i giovani lì sono più orientati verso la vecchia musica. Da qui nasce l’Americana music che, come sai, è una definizione recente. Non vuol dire che sia tutta musica di alto livello, ma vuol dire che c’è un sentimento di appartenenza a qualcosa che è datato e che si ha voglia di mantenere vivo. Io amo buttarmi sulla vecchia musica, per tanti motivi: il linguaggio, il modo diverso di suonare… Sento che non è di questo tempo e ha una qualità unica che mi dà una certa emozione. Ecco perché mi ha colpito il fatto che mia figlia ascoltasse Uncle Dave come se fosse ancora vivo. Non si rendeva conto che stava ascoltando qualcosa di cent’anni fa. Per lei, era un personaggio vivente che la faceva ridere. Era come se si aspettasse di vederlo entrare dalla porta da un momento all’altro. Forse è anche per il fatto che noi in casa non suoniamo musica della Disney e tutto quello che fanno ascoltare ai bambini oggi. Cerchiamo di ‘preservarli’ il più possibile, finché ci riusciamo. Così non storcono il naso se sentono il fruscio di un vecchio disco. Noi facciamo così.» E autori emergenti, c’è qualcuno che ti piace in particolare e che vorresti suggerirci? «Musica nuova? [lunga pausa, poi ride]» “No” è una risposta accettabile… «Non vorrei dire di no, sto pensando… Non ne sto alla larga in maniera aggressiva. Per esserci, qualcosa c’è: ascolto delle novità, ma a pensarci bene non è roba tanto nuova. Metto qualche CD relativamente nuovo in macchina, quando mio figlio non dorme e uso l’espediente della macchina – come fanno in molti, come farete anche voi in Italia, no? – per fargli fare un sonnellino. A volte andiamo così lontano che non voglio neanche pensare a quanta benzina consumo! Ma tra un po’ questi giretti notturni non saranno più necessari, e mi mancheranno. I figli crescono così in fretta, che mi mancheranno anche le parole dette alla loro maniera. Fra un po’ useranno parole tipo curator… [ride]» A proposito di girare, qual è il tuo ricordo preferito nella tua lunga esperienza in giro per il mondo? «Ho un bellissimo ricordo di tre concerti di fila ad Amsterdam. Avevamo affittato quelle tipiche bici con il cestino di legno e, con tutta la band, sotto una leggera pioggerellina d’atmosfera, pedalavamo dall’hotel per andare a suonare.» Over That Road I’m Bound, mi piace questo titolo! Su quale strada sei diretto? «Italia, naturalmente! Se potessi verrei subito. Mi hanno appena detto che c’è in programma qualcosa per l’anno prossimo. Non vedo l’ora di tornarci a suonare, ma anche per restare un po’ dopo i concerti, per riconnettermi con le mie radici e imparare a cucinare bene. Tra l’altro c’è stato un periodo in cui non pensavo che la musica potesse diventare veramente il mio lavoro, non ci vedevo ancora un futuro. Così un mio amico, che aveva un ristorante, mi suggerì di provare a fare il cuoco, e lì ho imparato tante cose. Sono un cuoco mancato! Ho imparato anche a fare la pasta alla Norma da un amico siciliano. Preparatevi, perché sarò prontissimo!» Irene Sparacello L'articolo Joachim Cooder proviene da Fingerpicking.net.
Ho trovato la mia voce tra le voci dell’Olimpo del Blues di Irene Sparacello Ha vissuto gli anni migliori del blues e di tutta la scena musicale fervente di Austin degli anni ’80, condividendo il palco con dei veri giganti, da John Mellencamp alle Dixie Chicks, da Joe Ely a James McMurtry e Stevie Ray Vaughan. Ha assorbito le emanazioni tattili, uditive, spirituali, ha imparato sul campo, dov’è è sceso a giocare senza tentennamenti, ma anche con tanto rispetto e umiltà, fino a incorporare quella musica e farne il suo primo linguaggio. Il suo nuovo Trio Live 2020 per la Wide Lode Records è un disco principalmente strumentale, eloquente e trascinante, che cattura alla perfezione ciò che David Grissom e la sua band, insieme con il proprio pubblico, hanno costruito nel corso degli anni. Lo raggiungiamo telefonicamente nella sua casa nel capoluogo texano. Ciao David, volevo congratularmi innanzitutto per il tuo nuovo album: ascoltarlo mi ha messo di buon umore, ha riempito lo spazio con buona energia. La tua chitarra mi parla a tal punto da domandarmi cosa ci fosse nella tua testa quando l’hai registrato. Questa è una cosa che mi fa piacere sentire, ma non è il mio ego a parlare: ho avuto la fortuna di fare molte belle cose, a questo punto della mia vita. La più grande gioia mi arriva dalla comunicazione che riesco ad avere con il pubblico. È bello quando riesci a far stare bene le persone. Non si possono certo raggiungere alla stessa maniera tutti coloro per cui suoni, ma la mia intenzione – con questo disco – era di creare qualcosa che andasse al di là dell’ego, appunto. Ho avuto la fortuna di poter suonare in un locale, dove mi esibivo tutti i martedì, che si chiama Saxon Pub ed è il mio posto preferito per suonare ad Austin: il novantotto per cento delle volte in cui suono lì, vivo un’esperienza che definirei spirituale. È come se, a un certo punto, avessi un’esperienza extracorporea. Ho registrato cinque o sei sere lì, perché volevo catturare e documentare il più possibile. Per tre sere abbiamo avuto problemi tecnici perché, sai, ad Austin non usa fare il soundcheck: ti alzi e vai a suonare. Però fa lo stesso, è stato un po’ un casino, ma ho comunque registrato tanto buon materiale. Probabilmente è l’unico disco in cui sento di aver raggiunto il livello che mi ero prefisso, di avercela fatta. Quando registri in studio, devi avere la strumentazione migliore, i microfoni, gli amplificatori. Qui abbiamo fatto con uno ‘stomp’ ecomico che attaccavo al mixer e poi, di volta in volta, andavo a scaricare la registrazione a casa per riportarlo. Questo è un tipo di musica fatta di improvvisazione strumentale, che non può piacere a tutti. Ma è un filone e uno spazio che ho cercato di ritagliarmi: consiste nell’essere in grado di improvvisare e suonare degli assoli, mantenendosi al tempo stesso connessi con gli altri musicisti e soprattutto con coloro che non sono musicisti. Credo che questo disco abbia raggiunto lo scopo e mi sento molto soddisfatto. Sono anche contento che ti abbia fatto sentire bene. Come vivi questo periodo di distacco forzato dal Saxon Pub e dai concerti dal vivo? Io sono molto fortunato, perché ho il mio studio e da quando tutto questo è iniziato, visto che gli altri studi non erano aperti, sono stato sempre molto impegnato. Per cinque mesi non ho quasi mai avuto un giorno libero. Ho suonato le mie parti di chitarra per musicisti in qualunque parte del mondo, e questo è il bello di Internet e della tecnologia che lo permette. Ho avuto anch’io qualche momento in cui mi sono sentito giù, però mi sono tenuto occupato il più possibile, anche scrivendo canzoni in collaborazione con altri. E ho fatto più concerti streaming in diverse piattaforme. C’è un giovane che ha messo su un sito chiamato Together, il cui indirizzo è scritto 2gthr.co, e sembra che abbia trovato un modo per migliorare l’audio, così che non sembri venir fuori da un tunnel, come anche la qualità del video. Il problema con Zoom, per gente come me, è che dopo aver passato una vita per ottenere un certo suono, attraverso quel mezzo perdi tutte le sue sfumature. E questo ragazzo ha trovato un sistema che sembra essere davvero migliore. Sabato prossimo farò il mio primo streaming con loro, non vedo l’ora. Mi sento molto solo, sento un vuoto nel cuore per non riuscire a suonare con altri musicisti. Per me suonare con altri è un’esperienza spirituale, specialmente quando suono con la mia band: l’improvvisazione, per esempio, variare la scaletta, quel tipo di intesa… mi mantenevano vivo. Cerco di tenermi allenato, ma non è facile, perché suonare dal vivo è un altro paio di maniche. Così, quando suono, lo faccio sempre in piedi e ci do dentro come se stessi suonando dal vivo. Per il resto, faccio del mio meglio per restare positivo. Faccio le mie lunghe passeggiate fuori, il contatto con la natura è importantissimo. Cosa vuol dire fare blues ad Austin, oggi? La città riesce ancora a influenzare il tuo processo creativo? Sì, ma adesso è completamente diverso. Al tempo, Austin era una città molto più piccola. Mi sono trasferito qui per la musica, perché tutto ciò che ascoltavo veniva da qui. Sono stato molto fortunato, perché ho iniziato a suonare da subito. Pensa che, dopo appena due settimane dal mio arrivo, ho suonato addirittura con Lucinda Williams. E poi, quattro mesi dopo, ho suonato con Lou Ann Barton, che era ed è una delle più grandi interpreti del blues. Questo mi ha permesso di suonare tutte le sere all’Antone’s Club, che era il jazz club per antonomasia. Mi sono trovato lì con Jimmy Rogers, Albert Collins, Otis Rush: ero sempre lì e tutti si facevano vedere all’Antone’s, se non erano in tournée. Era una vera e propria oasi del blues. Doveva essere davvero pazzesco per un musicista. L’idea di Austin all’epoca ha sempre nutrito la mia fantasia. Ma non era solo la città del blues… Esatto, c’erano i Cosmic Cowboys, i cantautori, nomi come Guy Clark e Townes Van Zandt. Una volta ho visto Townes suonare all’Emma Joe’s e c’erano tipo solo dodici persone a sentirlo. Era un tempo magico. Poi negli anni la città si è ingrandita, lo scenario musicale si è ampliato e adesso il blues ne rappresenta una piccola parte. Cerco comunque sempre di stare in contatto e di seguire le nuove band, per sapere cosa sta succedendo tra i diversi stili musicali, sono molto curioso. E i ragazzi delle giovani band mi dicono che, quando vanno in tour per l’America, incontrano altri giovani musicisti che dicono di volersi trasferire a Austin. Insomma, continua a succedere molto qui, il blues, il rock, la scena è elettrizzante. Mi piace questa città. Abbiamo la nostra tradizione culinaria, il tempo è bello, è un posto che riesce a ispirare. E poi Austin si distingue dal resto del Texas… Sì, abbiamo un detto qui, cioè che ci sono due tipi di texani: quelli che vivono ad Austin e quelli che vorrebbero viverci. Poi magari, nell’Ovest del Texas hanno da ridire al riguardo. Sai, è molto conservatore il resto dello stato. Tu sei nato nel Kentucky, anche lì seguivi la scena musicale? Sì, sono cresciuto ascoltando un sacco di bluegrass, perché lì è il suo territorio. Non facevo altro che ascoltare Norman Blake e Doc Watson quand’ero alle superiori, li ho anche visti dal vivo. E una delle band che ho visto di più era quella di J.D. Crowe, poi Ricky Skaggs, Tony Rice. Sono cresciuto a Louisville, e nonostante fosse la città più grande del Kentucky, i concerti li dovevi andare a cercare col lanternino. Non c’era Internet, naturalmente… Poi ascoltavo B.B. King, Albert King e il rhythm & blues con gli Earth, Wind & Fire, i Crusaders e cose più jazzistiche, come Wess Montgomery. Ma erano i musicisti che mescolavano i generi quelli che mi attraevano di più. Allora non c’erano i forum dove ti indicano cosa sia cool o meno: ho semplicemente imparato a seguire il mio istinto. So che posso apparire un po’ come un’anziana borbottona, cosa che non credevo fino a qualche giorno fa, ma oggi su Internet ci sono tutte le guide, appunto, tutte le indicazioni: cosa si perdono i giovani, come fanno a trovare la loro voce? Non ti preoccupare per il fatto di apparire anziana: io sono passato in una notte da essere il più giovane della band a essere chiamato ‘signore’! Capita a tutti così. Quello che succede oggi è che tutto viene mostrato visivamente; viene mostrato in video anche come imparare a suonare. Noi dovevamo ascoltare e dovevamo sviluppare il nostro orecchio. Ma credo che la questione principale, di questi tempi, è che i giovani non suonano dal vivo come facevamo noi. Io a diciotto anni sono riuscito ad avvicinare Pat Metheny e gli ho chiesto: «Qual è il segreto? Come sei diventato così bravo?» E lui mi ha detto: «Fai concerti!» Io ho seguito il suo consiglio e ho suonato in tutti i concerti che mi sono stati proposti, rock, jazz, blues, country. Ho fatto anche l’esperienza di suonare in quei concerti dove si suonava dietro a una rete per polli, perché il pubblico tirava le bottiglie. Credo fermamente che si possa imparare di più in un singolo concerto che in tre settimane di pratica in casa, perché si impara a comunicare con il pubblico. La musica è espressione, e ne va comunicata la profondità. Oggi non c’è più mistero. Quand’ero alle superiori e una band veniva in città, quello che avevamo a disposizione era soltanto la copertina del disco. E ci domandavamo: «Che chitarra suoneranno?» Era tutta immaginazione. Per esempio, io preferisco quei testi che ti invitano a interpretarne il significato; non quelli esageratamente criptici, ma quelli che ti invitano a svelarne in mistero. Non amo il palese, il nero su bianco. Ho bisogno di visualizzare le cose. E ora sembra non esserci più mistero, in tutti i campi. Il lato positivo di Internet è che ti permette di conoscere band che altrimenti non avresti mai conosciuto. Ma al tempo stesso aumenta il rischio di copiare, mentre il più grande dono che possiamo ricevere è la nostra voce unica. Hai collaborato con tanti musicisti. C’è mai stato spazio per la competizione? No, non per me. A volte i chitarristi sul palco si esibiscono in una gara, in quello che si chiama cutting contest, ma io non lo faccio e non mi piace. La competizione può essere una cosa divertente se è nell’ambito dello humour, ma non fa presa su di me. Non ho nemmeno mai paragonato un musicista all’altro e non amo le classifiche. Io traggo ispirazione da coloro che ammiro, non mi sento in competizione. Ho imparato da chi suonava meglio di me. A proposito di grandi, vuoi condividere con noi un ricordo di Stevie Ray Vaughan? Ho molti ricordi con lui, eravamo anche vicini di casa. Suonavamo assieme a Joe Ely e lo ricordo come una persona dolcissima e senz’altro non competitiva: un anno vinsi l’Austin Guitar Awards e lui era felicissimo e non la smetteva più di congratularsi. Oggi molti cercano di imitarlo, ma non sono la stessa cosa. Il suo senso del tempo era qualcosa di incredibile, non aveva nemmeno bisogno di una batteria, non faceva mai errori e veniva tutto fuori perfettamente da quel… posto magico dentro di lui. L’ho ammirato sia come musicista, sia come la dolcissima persona che era. Qual è stata la tua prima chitarra? Avevo circa dodici anni e ho iniziato prendendo a noleggio una terribile Harmony acustica e seguendo delle lezioni, ma non andò molto bene. Poi un giorno ascoltai i Beatles, in particolare Revolver, e allora presi a noleggio una Harmony elettrica. Più tardi, finalmente, mio padre mi comprò una Fender Mustang e l’amplificatore Fender Vibro Champ: quello fu l’inizio di tutto e da lì non c’è stato più ritorno. Dunque dobbiamo a George Harrison se sei diventato un chitarrista? In “Got to Get You Into My Life” George eseguiva un bending, che quando l’ho sentito mi sono detto: «Ecco qui!» Poi ho cercato di incorporare nel mio stile quello che lui faceva: tutto il panorama sonoro di Revolver è grandioso e io ancora cerco quel suono. Rubber Soul è uscito più o meno in quel periodo, un anno prima, ma io sono decisamente un fan di Revolver. Mio nonno era un batterista amatoriale e all’inizio avevo pensato di diventare un batterista, ma con Revolver ho cambiato definitivamente idea. Tra le tue collaborazioni c’è anche James McMurtry. So che lui sta preparando un nuovo disco, ci sarai anche tu? Ho suonato con lui nei suoi due primi album, e in questo ci sono in tutto il disco, ci sono anche troppo! Mi ha contattato per aiutarlo a finire di comporre e arrangiare i suoi nuovi pezzi. Si tratta proprio di un album chitarristico, è quasi finto. Non ci resta che mixarlo. James è uno dei miei preferiti: nessuno scrive come lui, ha uno stile unico ed è un mio grande amico. Hai suonato con i più grandi. Domanda classica: chi ti manca nel curriculum? Con chi vorresti o avresti voluto suonare? Effettivamente ho suonato con i più grandi: gli Allman Brothers, James Taylor… Moltissimi rientrano nella categoria dei sogni divenuti realtà. Mi mancano, ad esempio, Joni Mitchell, Eric Clapton… E sarebbe stato fantastico suonare con Tom Petty. Ma se devo essere onesto, giunto a questo punto, non penso più a coloro con cui vorrei suonare, ma a come migliorare la mia musica. Sempre avanti, allora! Non appena riprenderanno i concerti, ti aspettiamo in Italia… Solo a sentire il tuo accento mi è venuta una grande nostalgia dell’Italia! Ci sono stato spesso. Le prime volte con Joe Ely alla fine degli anni ’80, ero proprio un ragazzino. Poi ho anche suonato lì nei primi anni 2000, ed è stato in quel periodo che ho conosciuto dei musicisti italiani veramente validi, di grande professionalità e con cui mi sono tanto divertito. C’è tanto rispetto per i musicisti da voi. Poi il caffè, la bellezza, il ritmo, tutto è così… ‘ristoratore’, direi. Amo la vostra cultura, così antica rispetto alla nostra. E non ho niente di negativo da riportare, a parte una volta negli anni ’80 in cui siamo rimasti bloccati alla frontiera per dodici ore; ma era un altro paese allora. Due anni fa sono venuto per un festival e il pubblico era molto appassionato e aperto. Inoltre sono anche tornato tre volte per conto mio e non vedo l’ora di poter visitare l’Italia di nuovo, al più presto. Anche noi non vediamo l’ora. Grazie di cuore della chiacchierata. Cosa andrai a fare ora, a suonare? Andrò a fare una passeggiata: ho una pitbull di sedici anni, Jules. Un amico me l’ha affidata prima di morire: uno dei suoi ultimi desideri è stato che ci prendessimo cura di lei. E sono contento di averlo fatto, è dolcissima. Irene Sparacello L'articolo Intervista a David Grissom – Ho trovato la mia voce tra le voci dell’Olimpo del Blues proviene da Fingerpicking.net.
Wandrè L’artista liutaio per John Lennon a Piombino di Irene Sparacello Tra tutti i marchi di chitarre eccentriche che emersero durante la mania degli anni ’60 a livello mondiale, il marchio Wandrè occupa un posto a parte. Non per ultimo, per quanto ci riguarda, proprio perché si tratta di un marchio italiano, dal genio incredibilmente poco conosciuto nel nostro paese di Antonio Vandrè Pioli. Da Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, le chitarre Wandrè erano in anticipo sui tempi per diversi aspetti: sono state tra le prime chitarre ad avere manici in alluminio – anticipando Travis Bean di oltre un decennio e producendo comunque un suono diverso – e in genere raffiguravano parti del corpo umano, intarsi altamente stilizzati, verniciature vivaci e altre finiture di design che non si vedevano da nessun’altra parte. Non si vedevano allora, non se ne vedono oggi. In tutto il mondo. Le più bizzarre, le più pionieristiche, le più lontane dai canoni classici, da suscitare un senso di vertigine al collezionista più incallito, a quell’esperto di liuteria che credeva di saperla lunga… fino a che non si è trovato sotto agli occhi un trafiletto su un giornale locale, dove si vendeva una Wandrè. Di queste ‘sculture sonore’ pop, ogni creazione rappresenta un approccio artistico unico. Pioli ha chiaramente pensato a queste chitarre come creature dotate di personalità e lontane galassie dai modelli mainstream come le Gibson e le Fender. Benché si possano paragonare oggi alle Luthiers, Teuffel, Pagelli, Spalt, le chitarre Wandrè portano una visione. Per catturare questa visione, è necessario sapere che, per quanto rappresentative, importantissime e frutto della creatività di almeno un decennio della vita di Pioli, esse erano uno dei tanti progetti e delle epiche imprese di quest’uomo, possiamo dire, alquanto misterioso. Fino a che un medico modenese –l’esperto di liuteria citato ad esempio sopra – non incappò in quel trafiletto, comprò un modello B.B., che scoprì essere il modello dedicato a Brigitte Bardot, e volle saperne di più sull’autore: riuscì a conoscerlo, a intervistarlo sul finire dei suoi giorni e a pubblicarne una biografia (Wandrè. L’artista della chitarra elettrica, 2014) dopo un minuzioso lavoro durato dodici anni di ricerca e dedizione. E di stima infinita. Marco Ballestri, questo è il suo nome, ha il merito di aver raccolto ogni articolo esistente sulla Nuova Gazzetta di Reggio dal 1958 al 1968, oltre 200 ore di interviste, filmati storici e migliaia di fotografie. «A parte quello reperito negli archivi pubblici e privati italiani, non esiste continente dal quale non abbia ricevuto materiale; ho rotto le scatole persino alla Camera di Commercio di Parigi!» ha dichiarato in una recente intervista. Naturale chiedersi come mai tanto mistero. Le chitarre Wandrè sono rare rispetto ad altri marchi, perché la produzione era ridottissima rispetto ai brand più famosi. E questo faceva sì che anche il loro prezzo fosse abbastanza elevato. Le prime Scarabeo costavano 338.000 lire. Sono strumenti dotati di dispositivi particolari, come il ponte a corde sospese creato nel 1963, che richiede a chi li suona di modificare appena l’impostazione della mano destra. Sono però in generale chitarre largamente tra le più leggere, con una action che non ha eguali. Come scultore, Pioli fabbricava le sue chitarre utilizzando una ‘copertura’ in bachelite e fasce in legno. Ballestri non ha dubbi nel considerare Wandrè come il padre della chitarra elettrica italiana, dal momento che nel 1957 – quando iniziò il suo lavoro di liutaio – le uniche chitarre ‘elettriche’ in commercio in tutta Europa erano strumenti acustici, o semi-acustici jazz, collegati con un microfono a un amplificatore. A partire dal 1959 Wandrè trasferisce la sua produzione a Cavriago e collabora con l’esperto di elettronica Athos Davoli. L’azienda di Davoli all’epoca faceva parte di un gruppo noto come Radio Elettromeccanica Krundaal, con sede a Parma. I due lavorarono assieme allo sviluppo dell’elettronica, dotandola di un suono distintivo grazie ai loro manici in alluminio e pickup montati sul battipenna da Athos Davoli. L’impronta della copertina del pickup Davoli era spesso l’unica identificazione trovata sulle chitarre Wandrè, contribuendo alla disinformazione che si trattasse di chitarre Davoli. Wandrè fece uso sperimentale di materiali come la formica e appunto l’alluminio, e di tecniche di verniciatura innovative, uno stacco cromatico shock rispetto ai marchi classici. Secondo Electric Guitars: The Illustrated Encyclopedia (Teja Gerken et al., 2018, p. 302) le Wandrè sono «tra le più eccentriche chitarre europee di qualsiasi periodo della storia della chitarra». Quella che è la loro vera visione, anzi rivoluzione, è che non furono ideate come un attrezzo di lavoro, ma come una vera e propria protesi del chitarrista, trasformando così il rapporto tra il musicista e il suo strumento in maniera radicale. Azzardando, possiamo dire in maniera biologica. Fino ad influenzare il look dello stesso musicista e perfino a provocare una maggiore o comunque diversa spinta creativa. E questo nuovo rapporto è poi in grado di comunicare e suscitare un impatto emotivo con il pubblico, ad accompagnare quello palesemente scenico. Ognuno di questi oggetti prende vita anche dal fatto che è nato come precisa nota autobiografica del suo creatore, con allusioni erotiche, riferimenti politici e sociali di un decennio alquanto movimentato. Ognuna di queste chitarre è stata plasmata nella famosa ‘fabbrica rotonda’ di Cavriago, dove a ogni operaio veniva lasciata la libertà di lasciare un contributo personale all’opera. A tutti gli effetti la Round Factory di Wandrè anticipò di quattro anni la Factory di Andy Warhol. Anche se fa strano pensare che nel Reggiano si possa anticipare New York. Eppure. A Wandrè fu dato del pazzo – in molte occasioni, a dire il vero, come spesso accade ai geni e ai precursori – quando utilizzò cemento precompresso per la copertura di un edificio per la prima volta al mondo. Bene, nove anni dopo, con quella tecnica ci fecero il Madison Square Garden, guarda un po’ sempre a New York. Wandrè fu anche partigiano, e dopo la guerra si guadagnava da vivere supervisionando i progetti di muratura come capomastro. Era un appassionato di moto, che rimetteva a nuovo. Era visto spesso a cavallo di una delle sue moto per le campagne. Il suo interesse per le moto si rifletteva sia nel design che nella lavorazione del suo sistema di vibrato per chitarra. Un po’ come Paul Bigsby, anch’egli appassionato di moto, che negli Stati Uniti inventò la sua famosa versione del vibrato per chitarra realizzato utilizzando una molla da moto. Tuttavia, su alcuni dei vibrati di Wandrè, c’era un aggeggio triangolare o a forma di diamante attaccato al nucleo di alluminio e rivolto verso l’esterno, con una ‘W’ di metallo fuso che lo rendeva molto simile a uno stemma di moto. Soleva tenere la porta di casa sempre aperta e lasciava che entrasse chiunque, perché voleva e riusciva a comunicare con tutti. Era una persona molto libera, che si finse demente negli ultimi giorni della sua vita perché, al contrario di quello che avveniva in gioventù, non si fidava più degli estranei. Fece un’eccezione per dottor Marco Ballestri quando questi lo andò a trovare in struttura, perché ne capì le buone intenzioni. Si definiva un ‘artista della vita’. Le chitarre Wandrè sono famose all’estero, dove vantano dei collezionisti che arrivano a pagare ogni pezzo a peso d’oro. Tra i modelli più conosciuti c’è la Scarabeo ispirata al volto di John Lennon e posseduta dal figlio Sean, di cui Ballestri è diventato amico. I più grandi hanno condiviso il palco con una Wandrè. Tra il 1959 e il 1960 Celentano usò una Rock Oval, probabilmente la più iconica tra i vari modelli, che fu pure la prima elettrica di Francesco Guccini. E la Rock Oval è presente nel cult movie di Bob Dylan Don’t Look Back del 1967, mentre si narra che il chitarrista di Nashville Buddy Miller acquistò la sua prima Wandrè da un banco dei pegni per 50 dollari. Chi scrive ha realizzato per la prima volta l’esistenza delle Wandrè proprio con lui e la sua interpretazione dal vivo di “Deeper Well” di Emmylou Harris. E le ha potute ammirare lo scorso agosto a Piombino, in occasione di una meravigliosa serata dedicata a John Lennon (tutto torna anche qui) per la rassegna 20Eventi, in cui ognuno dei partecipanti ne ha felicemente imbracciata una, divertendosi molto. Inoltre, è stato possibile ammirare le chitarre Wandrè da vicino grazie a una mostra, una delle tante mostre itineranti organizzate dall’instancabile passione di Marco Ballestri al quale siamo tutti molto grati. Piombino incontra Wandrè «Solo la musica è all’altezza del mare.» Sono le parole del vice sindaco rock nonché assessore alla cultura,Giuliano Parodi, che ha intrapreso un percorso di rinascita e promozione del territorio anche attraverso il festival 20Eventi. Un festival che ha luogo nello splendido scenario del porticciolo di Marina a picco sul mare, con le luci dell’isola d’Elba che ammiccano da non troppo lontano, come le stelle e la luna a creare un’atmosfera di rara bellezza, che non manca di sorprendere i tanti artisti che vi si esibiscono. Quest’anno si sono esibite icone come Francesco De Gregori, Stefano Bollani ed Eugenio Finardi, che ha condiviso il palco in un memorabile concerto con il cantautore ‘americano di frontiera’ Thom Chacon, già intervistato da Chitarra Acustica nel marzo scorso, e Tony Garnier, il contrabbassista di Bob Dylan, che ha suonato con l’Olimpo della musica e porta con sé il tesoro di mille preziosi aneddoti che si diverte a raccontare. Wandrè for John Lennon Tribute è frutto di una promessa fatta da Parodi lo scorso 8 dicembre quando, nel momento di stasi e difficoltà che ben sappiamo, si organizzò un evento streaming dedicato a John in occasione di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno, nell’anno che segnava pure il triste quarantesimo anniversario dalla sua scomparsa. Si chiamarono a raccolta diversi artisti che risposero con entusiasmo. L’evento ebbe un successo talmente grande che l’assessore fece una promessa: una volta terminato il lockdown avrebbe riportato la musica dal vivo a Piombino alla grande, e riproposto l’omaggio a Lennon con quegli stessi artisti, ma questa volta – appunto – dal vivo. La promessa è stata mantenuta il 22 agosto. Si apre a gonfie vele con “A Hard Days Night”, “Instant Karma!” e “Cold Turkey” interpretate dagli Smallable Ensemble, band torinese guidata dalla chitarra e dalla splendida voce di Alex ‘Kid’ Garriazzo, per l’occasione con una Wandrè Soloist 1964, con il bassista Michele Guaglio alle prese con un Wandrè Waid 1959. Testimoni più che meritevoli, vista l’uscita recentissima del loro album Smallable Ensemble – Plays John Lennon, più che ben riuscito omaggio che presto recensirò su queste pagine, e conduttori della serata assieme al talentuosissimo duo Slide Pistons, ovvero Luciano Macchia e Raffaele Kohler. Quest’ultimo trombettista d’eccezione con un cuore grande, che ha colpito persino Joan Baez per via dei suoi concerti da dietro le inferriate della sua finestra di casa a Milano in pieno lockdown, tutti i giorni alle 18. Segue la giovanissima Roberta Finocchiaro, cantautrice e chitarrista catanese, la scorsa estate sul palco con Alex Britti sempre per 20Eventi. Roberta, che si è esibita con “All I Got to Do” e con “Jealous Guy”, è prodotta da Simona Virlinzi che segue le orme del fratello, il compianto Francesco ‘Checco’ Virlinzi, uno dei più grandi produttori della scena rock italiana di sempre. Joe Bastianich, uno dei personaggi più eclettici del nostro panorama televisivo: gli chiedono spesso quale sia il ruolo che preferisce, ma lo si vede non appena imbraccia la chitarra cosa preferisca questo ragazzo newyorkese, cresciuto con i Beatles come colonna sonora della vita, che – come dice – non sono facili da suonare e non sono per niente scontati. Joe divide il palco con La Terza Classe, gruppo di Napoli con il quale è tutt’ora impegnato in tour per tutta Italia, e ci propone “Across the Universe”, incantandoci con il mantra «Jai guru deva OM», per poi coccolarci con un classico pezzo bluegrass, “Will the Circle Be Unbroken”. Edoardo ‘Edo’ Ferragamo, che alla moda ha preferito la musica e si è trasferito a New York, è stato – con la sua chitarra Wandrè Polyphon Reverbero 1964 e l’ampli Davoli Lied TD100 – la rivelazione della serata, eseguendo col suo amico Joe, tutti e due emozionatissimi, l’enigmatica “I’m Only Sleeping” nata dall’amore di John per il mondo dei sogni. Bocephus King, il canadese fedelissimo al brand Wandrè, reduce da un travolgente tour in Turchia, travolgente come lui, ha condiviso con una Wandrè Doris 1965 e un ampli Davoli Lied TD160 “Watching the Wheels” e “Starting Over” due pezzi da Double Fantasy del 1980, quinto album di John & Yoko. Filippo Graziani con “Dear Prudence”, “Yer Blues” e “How Do You Sleep?”, eseguite magistralmente con una Wandrè Polyphon 1964 e un ampli Davoli Lied TD160, ha il merito di infondere una dolcezza infinita e una commozione resa ancor più tangibile dal paesaggio, coronato dalla luce della luna piena nel cielo e sulle onde. Non appena intona “Lugano addio”, il pubblico non trattiene l’applauso e le lacrime: la voce di Filippo ricorda molto quella di Ivan e non poteva esserci omaggio migliore al padre, al quale vogliamo tutti sempre molto bene. Francesco Baccini: John Lennon era un ribelle, un po’ a causa delle circostanze della vita, come la morte prematura della madre, e molto per indole, come mostrò già dai tempi di Revolution; Baccini è la nostra bocca della verità contro ogni forma di ipocrisia e censura, più volte da lui subìta, e in questo spirito ci suona“Come Together”, “Crippled Inside” e “Woman”, per concludere con la sua celeberrima “Le donne di Modena”. Gran finale tutti insieme – o meglio dire «All together now» – con “Imagine”, “Twist and Shout” e “All You Need is Love”. Innegabile, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore, che include la buona musica, gli amici e le promesse mantenute. Grazie John Lennon! Irene Sparacello L'articolo Wandrè: L’artista liutaio per John Lennon a Piombino proviene da Fingerpicking.net.
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