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Miriam Foresti esordisce con il CD Il giardino segreto, pubblicato con l’etichetta Isola Tobia Label, una bella opera prima che ripone nella gentilezza musicale e vocale, nella scrittura elegante, nella poeticità e leggerezza delle immagini letterarie la sua identità artistica. Si può sempre ricominciare, non è mai troppo tardi per recuperare o riparare ad un errore: è questo il messaggio nascosto in quel ‘giardino segreto’ che, parafrasando il titolo di un romanzo per ragazzi di inizi ’900 di Frances Hodgson Burnett, la cantautrice romana e aquilana d’adozione ha eletto a suo luogo dell’anima. Così come le piante di un giardino trascurato possono rinascere grazie all’amore e alla dedizione, altrettanto può rifiorire un animo ferito con la cura delle piccole e preziose cose. Non a caso il disco inizia con una traccia che ha per titolo “L’odore delle piccole cose”, quel bisogno profondo di riacquistare fiducia in sé stessi e nella vita godendo di piccole cose, per rinascere dopo un grande dolore, il terremoto de L’Aquila. Il disco contiene dieci brani originali, dei quali Miriam ha scritto musica, testi e arrangiamenti. Dieci tracce che attraverso sonorità folk, pop e jazz riassumono un percorso musicale con omaggi e citazioni, da Joni Mitchell in “Persa nel blu” a Nick Drake, cui è dedicata “I Know a Place”, uno dei due brani in inglese; l’altro, “Father”, è un toccante gospel. L’universo jazz – Miriam è diplomata appunto in canto jazz – è omaggiato con un’interessante rivisitazione sul giro armonico del noto standard “There Will Never Be Another You”, intitolata “Quella sera”, in cui la Foresti libera la sua voce educata, espressiva, e soprattutto molto convincente. Il disco è stato registrato alla Casa del Jazz di Roma praticamente in presa diretta, con pochissime sovraincisioni e suonato da ottimi musicisti. A cominciare dalla stessa Miriam Foresti alla chitarra acustica, con il suo stile ispirato al fingerstyle e alle accordature aperte dei sopracitati Mitchell e Drake, che assume un ruolo centrale in tutti i brani, per arrivare all’ospite di lusso, Javier Girotto, che con il suo sax soprano è presente su due tracce: la già menzionata “I Know A Place” e “Domani ricomincio”, un delicato funky dal testo autoironico, che invita a sostituire alla noiosa e irraggiungibile perfezione la bella e umana imperfezione. Miriam Foresti è una brava cantante e autrice di canzoni, e Il giardino segreto un disco d’esordio in cui sensibilità, maturità e freschezza trovano un invidiabile equilibrio. Gabriele Longo L'articolo Miriam Foresti “Il giardino segreto” proviene da Fingerpicking.net.
Jacques Stotzem è arrivato a un punto tale della sua carriera di globe-trotter della chitarra acustica, da potersi permettere… un grande futuro alle spalle! Con questo Places We Have Been è giunto infatti al suo diciottesimo album, e durante questo lungo arco di tempo ha avuto modo di portare la sua musica in giro per lEuropa, l’Asia, il Canada, moltissimi posti per i quali fermarsi un momento, per ripercorrerli a livello emotivo, artistico. Ne è scaturito, appunto, una sorta di diario sonoro le cui memorie si manifestano in nove composizioni, in nove brani di stampo romantico, meditativo, dove la melodia ti prende per mano e ti accompagna con garbo e sentimento. Ogni brano prende ispirazione da un luogo, un teatro, una stazione, una strada, un paesaggio che – essendo anonimi – hanno un carattere più universale e meno didascalico. Per cui l’ascoltatore può farli suoi senza la mediazione dell’autore. Ecco perché Stotzem ha inserito nel titolo quel ‘Noi siamo stati’, Places We Have Been: parlando di luoghi visitati, descrive momenti della musica che potrebbero durare per sempre (“It Could Last Forever”), racconta della partenza (“Morgen Geht’s Weiter”, ‘Domani si ricomincia’) e dell’arrivo nel nulla (“Middle of Nowhere”), di momenti di tranquillità (“La tranquillité des jours simples”) e ricordi nostalgici di una serata (“Nostalgie d’un soir”). Questo lo Stotzem compositore. L’altro, il chitarrista, continua a riempire le nostre orecchie con la corposità del suono, il veemente ardore delle sue ‘bordate’ melodiche, ma anche del suo tocco gentile, nostalgico, il tutto inserito in una cornice armonica di ampio respiro ‘jazzistico’, non dimentica dei trascorsi blues rock. La Martin OMC Jacques Stotem Custom Signature e la Martin OMC-15 i fedeli ‘ferri del mestiere’. E di mestiere, accompagnato da cuore e anima, Jacques Stotzem ne ha da regalare in abbondanza. Gabriele Longo L'articolo Jacques Stotzem “Places We Have Been” proviene da Fingerpicking.net.
La campagna promozionale per il nuovo disco è partita diverse settimane fa, prima dell’uscita ufficiale del 28 febbraio scorso, con la discrezione e la classe che lo contraddistinguono, ma anche con la tranquilla determinazione che lo accompagna da circa mezzo secolo. American Standard è il diciannovesimo disco di James Taylor, della sua lunga e nutrita carriera artistica, un progetto che raccoglie una serie di classici della canzone americana, divenuti appunto degli standard, composti tra la fine degli anni 1920 e gli inizi degli anni ’60. Se non avesse questo titolo, il disco potrebbe essere il ‘nuovo lavoro di inediti’ di James Taylor, tanto le canzoni – così come sono arrangiate e prodotte – risultano ‘taylorizzate’, meravigliosamente ‘piegate’ allo stile del cantautore di Boston, senza che ne venga meno la loro essenza e il loro mood di pezzi calati nei rispettivi periodi storici di riferimento. Il Nostro comunica quella levità e al tempo stesso quella profondità tipiche della sua cifra, giuste per far apprezzare ogni canzone per il valore che ha in sé, conservandone intatta l’anima. Le quatordici tracce inserite nel disco facevano parte degli ascolti abituali della famiglia Taylor negli anni formativi di James. Ed erano appunto grandi canzoni della popular music americana, ma anche brani tratti da alcune classiche commedie musicali come Guys and Dolls, Oklahoma!, Brigadoon, Peter Pan, Show Boat, South Pacific. American Standard è stato prodotto con l’aiuto di David O’Donnell e del raffinato chitarrista John Pizzarelli, figlio del grande Bucky, leggenda vivente della chitarra jazz e swing. Il cuore del progetto sta proprio qui, in questo meraviglioso equilibrio tra le due chitarre di James e John, che costruiscono degli arrangiamenti semplici e raffinati producendo un suono intimo, non orchestrale, e cionondimeno a tratti frizzante, scanzonato. Il tipico stile ‘pianistico’ di James, in quest’avventura, accentua l’aspetto jazzy per meglio accogliere gli abbellimenti armonici e ritmici che gli offre il chitarrismo di John, arrivando a una tessitura sonora di altissimo livello. Su questa base i magnifici collaboratori di sempre, con qualche pregevole new entry, hanno gioco facile – si fa per dire – nell’inserire i propri interventi. Stiamo parlando del gotha dei musicisti dell’area pop-jazz americana, come il bassista Jimmy Johnson, il batterista Steve Gadd, il percussionista Luis Conte, il pianista-tastierista Larry Goldings, i fiatisti Lou Marini e Walt Fowler e i vocalist di supporto Kate Markowitz, Caroline Taylor, Andrea Zonn, Dorian Holley e Arnold McCuller. Con in più, dicevamo, il virtuoso del dobro Jerry Douglas, Viktor Krauss al contrabbasso e Stuart Duncan al violino. Su tutto ciò – ed è già tanto – svetta la magnifica voce di James Taylor, che ha guadagnato qualcosa in più con l’età, e cioè sul piano dell’interpretazione, delle note basse piene, di quelle più alte deliziosamente ‘sporche’ e bluesy, perfettamente fedele a sé stessa e al progetto cui si è dedicata. A questo punto vale la pena fare un cenno didascalico traccia per traccia, perché la conoscenza della storia dei brani originali possa arricchire e meglio contestualizzare l’ascolto del disco nel suo complesso. “My Blue Heaven”, scritto da Walter Donaldson e George A. Whiting nel 1924, fu utilizzato per la prima volta nelle Ziegfeld Follies del 1927. Le Ziegfeld Follies erano una serie di elaborate produzioni teatrali a Broadway tra il 1907 e il 1931. Nel 1928, “My Blue Heaven” divenne un grande successo per il crooner Gene Austin, in vetta alle classifiche per 26 settimane, di cui 13 al primo posto, e vendette oltre cinque milioni di copie diventando uno dei singoli più venduti di tutti i tempi. “Moon River”, scritto da Henry Mancini e Johnny Mercer, è stato originariamente cantato da Audrey Hepburn nel film del 1961 Colazione da Tiffany. Johnny Mercer, l’autore del testo, raccontò che alla prima del film uno dei produttori esclamò: «Non mi pronuncio sul film, ma quella canzone avrà sicuramente successo!» “Moon River” vinse l’Oscar per la migliore canzone originale e il Grammy Awards del 1962 come canzone dell’anno e disco dell’anno. “Teach Me Tonight”, scritto da Gene De Paul e Sammy Cahn, è diventato uno standard jazz riproposto in dozzine di versioni. Quella di Dinah Washington del 1954 è stata introdotta nella Grammy Hall of Fame nel 1999. “As Easy as Rolling Off a Log” apparve per la prima volta nel film commedia Over the Goal della Warner Bros. nel 1937. James Taylor scoprì la canzone da bambino vedendo il cartone animato Katnip Kollege della serie Merrie Melodies, con protagonisti due gatti e apparso per la prima volta nel 1938. La cover di James è la prima in assoluto. “Sit Down, You’re Rockin’ the Boat” è stato scritto da Franck Loesser nel 1947 e inserito nel musical di Broadway Guys and Dolls, che debuttò il 24 novembre 1950 e da cui fu tratto l’omonimo film nel 1955, programmato in Italia con il titolo di Bulli e pupe. Il brano è stato reinterpretato, tra gli altri, dalla band pop americana Harpers Bizarre e dal batterista e vocalist Don Henley degli Eagles. Nella cover di James, da segnalare i pregevoli interventi di Jerry Douglas al dobro, grande protagonista, e l’arrangiamento delizioso che anima il brano di improvvise accelerazioni vocali di James e dei coristi. “Almost Like Being in Love”, scritto da Frederick Loewe e Alan Jay Lerner nel 1947, faceva parte della colonna sonora del musical di Broadway Brigadoon. Successivamente, il brano è stato interpretato da Gene Kelly nella versione cinematografica del 1954. “The Nearness of You”, scritto nel 1938 da Hoagy Carmichael e Ned Washington, ha fatto la sua prima apparizione in una registrazione del 1940 dell’Orchestra di Glenn Miller con la voce di Ray Eberle. Quella registrazione raggiunse per la prima volta la classifica dei best seller di Billboard il 20 luglio 1940 e vi rimase per otto settimane, raggiungendo il picco al numero 5. “You’ve Got to Be Carefully Taught”, scritto da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, è una canzone del musical South Pacific del 1949 che affrontava per la prima volta, anche se blandamente, temi razziali, per i quali ricevette critiche dai benpensanti dell’epoca. Cantata dal personaggio Lieutenant Cable, la canzone è preceduta da una battuta nella quale egli dice a proposito del razzismo: «Non è nato in te! Si presenta dopo la tua nascita». “God Bless the Child”, famosissimo brano scritto dalla sua interprete Billie Holiday insieme con Arthur Herzog Jr., è stato registrato il 9 maggio 1941 e pubblicato nel 1942. Nella sua autobiografia Lady Sings the Blues scritta insieme a William Dufty e pubblicata nel 1956, Billie Holiday ha indicato come spunto per la scrittura del brano una discussione con sua madre sul denaro, nella quale sua madre disse: «Dio benedica il bambino che ha il suo [denaro]». La versione di Billie Holiday è stata premiata con il Grammy Hall of Fame Award nel 1976. È stata anche inclusa nell’elenco delle Songs of the Century dalla Recording Industry Association of America e dal National Endowment for the Arts. La versione di James Taylor vira su un approccio country blues, dove Jerry Douglas al dobro e lo stesso James alla voce disegnano passaggi di assoluta bellezza formale ed emotiva. “Pennies From Heaven”, scritto da Arthur Johnson e Johnny Burke, è un brano cantato da Bing Crosby e realizzato per la prima volta con Georgie Stoll e la sua Orchestra per il film omonimo del 1936. Nello stesso anno fu registrato anche da Billie Holiday, e successivamente da molti interpreti tra cui Jimmy Dorsey e la sua Orchestra, Tony Bennett, Dinah Washington, Clark Terry, Frances Langford, Big Joe Turner, Lester Young, Dean Martin, Gene Ammons, The Skyliners (un successo nel 1960), Guy Mitchell e Harry James. La registrazione del 1936 di Bing Crosby con la Georgie Stoll Orchestra rimase in cima alle classifiche per dieci settimane e fu inclusa nella Grammy Hall of Fame nel 2004. “My Heart Stood Still” è un bellissimo brano romantico di Richard Rodgers e Lorenz Hart scritto per la rivista musicale One Dam Thing After Another, che debuttò al London Pavilion il 19 maggio 1927. “Ol’ Man River”, scritto da Jerome Kern e Oscar Hammerstein II nel 1927, è una melodia memorabile del famoso musical Show Boat, che contrappone le lotte e le difficoltà degli afroamericani al flusso infinito e indifferente del fiume Mississippi. L’interpretazione vocale di James Taylor è da pelle d’oca. “It’s Only a Paper Moon” è una canzone scritta per una commedia di Broadway del 1932, intitolata The Great Magoo, dal team di autori Harold Arlen, Yip Hardburg e Billy Rose, gli stessi di “Over the Rainbow”. È stata utilizzata anche nel film Take a Chance nel 1933. Nello stesso anno Paul Whiteman con la sua Orchestra ne registrò una versione di successo cantata dalla voce di Peggy Healy. La fama duratura della canzone deriva dalle registrazioni di artisti famosi durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, tra cui spiccano le versioni di Ella Fitzgerald, Benny Goodman con alla voce Dottie Reid, e in particolare Nat King Cole. Nel 1943 Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II si unirono per scrivere il musical Oklahoma!, il loro primo spettacolo insieme. Per una canzone nel primo atto, “The Surrey With the Fringe on Top”, Rodgers elaborò in musica un testo di Hammerstein le cui parole gli avevano suggerito un clip-clop (il rumore degli zoccoli dei cavalli) e ispirato una melodia che si basava sulla ripetizione di una nota. Lo spettacolo divenne un successo, così come la canzone. Anni dopo, il pianista jazz Ahmad Jamal trasformò quella nota ripetuta in un pezzo strumentale nel suo album di debutto Original Jazz Sound: Live at the Pershing Lounge del 1958. Anche Miles Davis con il suo storico quintetto ne registrò una sua versione. Altre due belle versioni, negli anni ’50, vengono da due cantanti jazz, Beverly Kenney e Blossom Dearie, che ne rallentarono il clip-clop. Quella di James Taylor omaggia, forse, una di queste due interpreti affidando la parte femminile alla grazia della brava Caroline Taylor, sua terza moglie. James Taylor ci regala ancora una perla: un disco di standard americani che suona come un disco di canzoni cantautorali americane. Gabriele Longo L'articolo James Taylor “American Standard” proviene da Fingerpicking.net.
Baritune è il nuovo disco fresco di stampa di Filippo Cosentino, chitarrista che suona la chitarra standard e la baritona, appunto. Filippo è forse il primo chitarrista in Italia ad aver ‘sdoganato’ la chitarra baritona, sia acustica che elettrica, da strumento complementare a strumento principale su cui esprimere un mondo musicale a trecentosessanta gradi. Cosa che ha fatto in particolare con Tre – Baritone Guitar Solo del 2016, il suo primo disco di chitarra baritona sola. E che fa nuovamente con Baritune, dal sottotitolo A Baritone Guitar Journey, dove compaiono dodici tracce, tra brani originali e non, tutte arrangiate per essere eseguite espressamente su questo strumento affascinante. Tra i molti brani presenti spiccano la brillante “Old Boy”, un suo omaggio a J.D. Salinger e al Giovane Holden, e “CDMX” – con il pensiero rivolto a Città del Messico, luogo che ha stregato l’artista con i suoi colori e contrasti – dove appare a sorpresa una sezione vicina ai ritmi caraibici inserita in un contesto più meditativo. C’è anche il giusto riconoscimento ai grandi maestri dello strumento: con “One Quiet Night” di Pat Metheny, confrontandosi con uno dei brani più rappresentativi scritti per chitarra baritona, Cosentino sceglie una propria via interpretativa convincente e matura. Non mancano un paio di standard jazz incisi per la prima volta con la chitarra baritona sola, e anche qui la selezione non è scontata: “Beautiful Love” di Victor Young, reso celebre dall’interpretazione di Bill Evans, ed “Estate”, il famoso brano di Bruno Martino, fra i più eseguiti al mondo. Nel disco sono presenti anche due nuove versioni di “Quiet Song” e “Family”, due composizioni originali che Cosentino aveva già inciso in Tre, qui risuonate e con un nuovo arrangiamento. In questo nuovo disco, quindi, la prima trova maggior respiro divenendo una walking ballad, mentre nella seconda si fanno più evidenti i riferimenti alla musica dance degli anni ’70 con l’inserimento e l’arrangiamento di una seconda parte per chitarra elettrica, anch’essa baritona. Il disco, che bene esalta i suoni profondi e caldi della chitarra baritona, è stato registrato, missato e masterizzato dallo stesso Filippo Cosentino con l’aiuto di Federico Mollo presso il Dragonfly Studio di Alba. Gabriele Longo L'articolo Filippo Cosentino “Baritune” proviene da Fingerpicking.net.
«C’è uno spazio silenzioso nell’occhio dell’uragano, la pace nel caos. Se ascolti, sentirai, il silenzio sta sorgendo». Con queste parole di raccoglimento interiore, in cui coltivare l’ascolto del silenzio come anelito a una rinascita, la cantautrice americana Elisabeth Cutler, da anni residente in Italia, invita il proprio pubblico all’ascolto del suo settimo lavoro discografico, Silence Is Rising. Il suo background è l’ascolto e la frequentazione del folk, del jazz e del rock d’autore, in testa Joni Mitchell e David Crosby. Una lunga permanenza a Nashville le ha dato l’opportunità di collaborare con colleghi musicisti famosi e di lavorare come cantautrice freelance. La chitarra che si trasforma in uno strumento di esplorazione sonora, l’approccio a ritmi complessi, le progressioni armoniche sofisticate grazie ad ‘accordi senza nome’, sono gli elementi che contribuiscono a quel mondo espressivo che la stessa Elisabeth definisce «My World Music». Silence is Rising raccoglie l’eredità di tutto ciò, con il suo suono caldo, dettagliato, con sapori jazz, impreziosito da un uso sognante dell’elettronica mista sapientemente a strumenti percussivi etnici e a corde come il Chapman Stick, la Banjola (una sorta di banjo-mandola), il fusion tar (una sorta di sitar con un corpo di chitarra). La voce pacata e profonda – a tratti trasognata – della Cutler, ben sottolinea i testi d’alto spessore esistenziale. Bella e ricercata la produzione ad opera del chitarrista-polistrumentista Filippo De Laura, sostenuta da un team di ottimi musicisti che fanno capo al Delta-Top Studio di Roma. Gabriele Longo L'articolo Elisabeth Cutler “Silence Is Rising” proviene da Fingerpicking.net.
Un inedito Chopin sulla chitarra acustica con il plettro Intervista ad Adam Palma di Gabriele Longo Quella che leggerete non è una normale intervista. Col senno di poi la leggerete, ne siamo sicuri, con un atteggiamento emotivo molto particolare, quale solo certe vicende umane possono suscitare in chi le ascolta. Penso che tutti, compreso chi scrive, saremo mossi da un forte senso d’empatia riguardo a questo formidabile musicista che, grazie alla musica, al credere in sé stesso e all’affetto dei tanti che gli vogliono bene e lo stimano, ha superato una grandissima prova che avrebbe potuto annientarlo. Sì perché Adam Palma, pochi giorni dopo l’intervista che ci ha rilasciato, è stato gravemente colpito dal Coronavirus a Manchester dove vive. Quasi subito il suo quadro clinico è apparso molto compromesso, tanto che gli stessi medici gli davano solo il venticinque per cento di possibilità di sopravvivere. Dopo sette settimane tra la vita e la morte, Adam ha sconfitto la bestia ed è tornato dalla moglie e dal figlio. Ed è dopo questa dolorosissima esperienza che Adam ha fatto suo, ancor di più, il motto «credi in te stesso», come ha tenuto a farci sapere in un breve scritto di ringraziamento per la nostra partecipe vicinanza. Ha aperto il suo cuore, e non dev’essere stato facile, rivelandoci che i medici hanno pensato alla sua guarigione come a un miracolo, e lo ha pensato anche lui da uomo credente. Per la scienza lui era spacciato… Nei giorni più drammatici, sulla sua pagina Facebook si sono espressi centinaia e centinaia di fan, amici, semplici appassionati di musica e di concerti dal vivo, che magari lo avevano ascoltato solo una volta, tutti per manifestargli amore, affetto, vicinanza. Un’onda positiva che deve avere in qualche modo raggiunto Adam, sebbene spesso sedato dalla morfina. Ed è questo esercito silenzioso che il chitarrista polacco ha voluto ringraziare di cuore: tutti coloro che hanno pregato, pensato o desiderato una sua pronta guarigione. Oltre la sua famiglia, per essere stata forte e solidale in ogni fase del cammino. E per ultimo, e non ultimo, lo staff del Wythenshawe Hospital di Manchester, che si è preso cura di Adam e che il chitarrista non potrà mai ringraziare abbastanza! Nei suoi ringraziamenti ha incluso ovviamente i suoi amici musicisti Tommy Emmanuel e Leszek Cichoński, chitarrista blues e compositore polacco, particolarmente vicini con il loro toccante supporto online. Felici di avervi potuto raccontare una storia a lieto fine, abbiamo pensato di lasciare la vecchia introduzione all’intervista così com’era, per riportarvi alla dimensione originale dell’articolo. Abbiamo realizzato un’intervista con il talentuoso Adam Palma, che ha registrato il primo disco in assoluto con musica di Chopin suonata alla chitarra acustica con il plettro. Del disco abbiamo parlato nel numero di ottobre 2019 e, visto l’altissimo livello del progetto, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di farci una chiacchierata con il suo ideatore. Dalle parole di Adam abbiamo appreso che ha iniziato a studiare musica suonando il contrabbasso, anche se il suo interesse era per la chitarra, e che grazie a quella pratica ha rinforzato particolarmente le sue dita, a tutto vantaggio del suo particolare approccio ritmico. La grande determinazione gli ha fatto superare la delusione iniziale di non essersi potuto dedicare fin da subito all’amata sei corde, delusione che ben presto si è trasformata in amore per la musica classica e il suo repertorio. Nel 2014 ha vinto il titolo di ‘miglior chitarrista acustico’ in Polonia. Trasferitosi in Inghilterra, Adam è ora considerato anche un chitarrista britannico di altissimo livello ed è tutor di chitarra all’Università di Salford. Il resto, e molto altro, ce lo dice lui stesso nell’intervista che segue. Puoi dire ai nostri lettori quando e come hai iniziato a suonare la chitarra? Ho iniziato a suonare la chitarra elettrica a dodici anni. Volevo diventare un chitarrista rock, ma era molto difficile trovare musica rock alla radio o in TV a causa del regime comunista a quel tempo in Polonia. Non c’era YouTube, niente Internet e nessuno in giro che potesse insegnarti a suonare la chitarra, a parte alcuni accordi di base. Così sono andato alla scuola di musica classica locale in una piccola città della Polonia, Włocławek. Con mia grande delusione, non erano previste lezioni di chitarra e quindi, durante l’audizione, mi hanno offerto lezioni di contrabbasso. Insomma, invece di vivere la vita come una rockstar, ho finito per suonare musica classica sul contrabbasso con l’arco! A quel tempo ho pensato che fosse il momento peggiore della mia vita, invece si è rivelato il modo migliore per entrare nella musica che sarei andato a esplorare e suonare più tardi nella mia vita. Grazie alla scuola leggo a vista, ho imparato la teoria e molto sulla musica classica in generale. Inoltre, le mie dita sono diventate più forti suonando il contrabbasso, al punto che non sarei stato in grado di suonare la chitarra acustica come faccio ora se non fosse stato per gli otto anni in cui ho suonato quello strumento! In conclusione, suonavo musica classica durante il giorno, e mi scatenavo la sera… Raccontaci della tua passione per la musica rock, i tuoi chitarristi preferiti e la chitarra elettrica come strumento. Sì, in effetti la chitarra rock, i riff e gli assoli improvvisati erano qualcosa che mi ha attratto tantissimo quand’ero giovane. Mi hanno offerto la libertà di esprimermi suonando ciò che volevo suonare, e mi hanno anche permesso di essere creativo scrivendo la mia musica; a differenza delle cose classiche studiate a scuola, dove non c’era spazio per l’improvvisazione. Ho adorato Yngwie Malmsteen, Eddie Van Halen e Randy Rhoads. E ho anche formato la prima tribute band di Ozzy Osbourne in Polonia. Ascoltando quei musicisti ho potuto verificare il loro approccio ‘classico’: tutti suonavano voci e progressioni di accordi che avevo ascoltato nella musica di Bach, Chopin, Mozart, Beethoven. Ma lo facevano dando anche spazio all’improvvisazione, e questo era qualcosa che desideravo esplorare. A quel tempo ho anche ascoltato gli AC/DC e Jimi Hendrix. Dieci anni dopo ho scelto come argomento della mia tesi magistrale l’album Band of Gypsys di Hendrix, e sul mio album Palm-istry del 2017 ho registrato un medley acustico di tre sue hits, “Little Wing”, “Hey Joe” e “The Wind Cries Mary”. Inoltre, quando avevo quattordici anni, un mio amico mi ha fatto conoscere il jazz, e sono rimasto stupefatto dal modo di suonare dei musicisti jazz: Django Reihardt, Al Di Meola, Pat Metheny, John Scofield creavano talmente tanti colori durante i loro assoli, che stentavo a crederci! Dovevo imparare quelle cose il prima possibile… Cosa ti ha fatto cambiare direzione e passare dalla chitarra elettrica alla chitarra acustica? Ho iniziato a pensare ai concerti da solista, e se suoni la chitarra elettrica hai bisogno di una band; a quel tempo nessuno suonava ancora con le basi o i looper. Ora, come membro di una band, era difficile sopravvivere sul mercato, mentre la carriera solista mi ha offerto molte più possibilità. È stata anche l’occasione per costruire la mia immagine e mettere in evidenza il mio nome, una cosa che è stata fondamentale per rimanere nel mondo della musica. Ma c’era anche qualcos’altro che mi ha portato alla chitarra acustica: il suono naturale dello strumento, senza dispositivi elettronici, amplificatori e pedali; era come ascoltare l’anima dello strumento! È proprio vero, Adam. Puoi parlarci adesso dei tuoi ascolti musicali e degli stili che ti hanno fatto sviluppare la tua passione per la chitarra acustica e il fingerstyle? C’erano diversi artisti che suonavano la chitarra acustica, dai quali ero sicuramente attratto quand’ero un adolescente. Django e Al Di Meola mi hanno lasciato senza fiato quando ho ascoltato i loro dischi. Adoravo le loro sonorità, ma negli anni ’90 non avevo modo di imparare da solo la musica complessa che suonavano. Non c’era nessuno in giro che potesse mostrarmi gli accordi che usavano, il loro approccio. E non potevi vederli dal vivo o su YouTube, non c’era Internet! La conoscenza del gypsy jazz è circolata solo all’interno della comunità gypsy, e le cose di Al Di Meola erano troppo avanzate per me in quel momento. Senza nessun insegnante in giro e nessuna fonte d’informazione, ho dovuto rinunciare. Continuavo a suonare musica rock con la chitarra elettrica, ma sapevo che un giorno sarei tornato alla musica di Django e Al. Intorno ai trent’anni, poi, mi sono appassionato alla musica country e al fingerpicking quando ho scoperto Tommy Emmanuel. Penso sia stato l’album The Day Finger Pickers Took Over the World inciso da Tommy e Chet Atkins a farmi decidere di scegliere davvero la chitarra acustica. Ho iniziato imparando tutti i brani di quell’album, ma non conoscevo il thumbpick, quindi suonavo tutto a mani nude. Tommy mi ha dato il mio primo thumbpick quando l’ho incontrato in Polonia. Hai avuto il piacere e la soddisfazione di suonare sul palco con mostri sacri come Al Di Meola, Tommy Emmanuel e Biréli Lagrène. Puoi parlarcene? Al, Tommy e Biréli hanno sicuramente avuto l’impatto maggiore sul mio modo di suonare la chitarra acustica. Li chiamo la ‘santissima trinità’ della chitarra acustica! Ho deciso di studiare la loro musica perché sentivo nel mio cuore che era semplicemente ‘bellezza pura’. Ma non avrei mai immaginato che un giorno ognuno di loro mi avrebbe invitato sul palco per suonare insieme: se vent’anni fa qualcuno mi avesse detto che sarei stato invitato sul palco da Al Di Meola a suonare “Mediterranean Sundance”, da Tommy a suonare “Guitar Boogie” o da Biréli a suonare “Sunny”, avrei pensato che fosse matto! Ma, credimi, ho lavorato follemente per raggiungere questo obiettivo. Ho studiato e imparato meticolosamente la loro musica. Ma penso che mi abbiano invitato sul palco perché hanno visto che non li stavo solo copiando, e che stavo usando la loro musica e le loro tecniche come veicolo per muovermi nella mia direzione. Li amo molto per quello che hanno fatto per me e per la musica che ci hanno regalato. Sono anche molto felice di poter dire che posso sempre chiamarli e chattare con loro. Qual è il tuo rapporto, se c’è o se c’è stato, con la chitarra classica? Non c’è mai stato. Non ho mai suonato con le unghie, quindi non potevo suonare il repertorio della chitarra classica. Mi piace ascoltare i chitarristi classici, ma non sono mai stato ispirato dalla loro ‘pronuncia’. Penso che quando cresci circondato dal tocco plettrato e articolato di Di Meola, Malmsteen e Rhoads, hai un’idea precisa del suono che stai cercando. Della chitarra classica ho studiato l’armonia, i procedimenti di arrangiamento, ma sicuramente non il timing, il groove o la tecnica del pizzicato. Tornando al fingerstyle, dai tuoi video su YouTube ho notato che lo suoni con la tecnica ibrida ‘plettro-dita’. Puoi parlarcene? Ad essere sincero, non so veramente se ciò che suono adesso o su Adam Palma Meets Chopin possiamo ancora chiamarlo fingerstyle. Se la definizione di fingerstyle significa suonare la chitarra acustica in un modo non classico, allora forse suono ancora il fingerstyle. Ma penso di essere più un ‘chitarrista acustico’ che un ‘chitarrista fingerstyle’. Oggi suono maggiormente con il solo plettro o in hybrid picking, che prevede anche l’utilizzo delle dita. Penso di aver ereditato questa tecnica da chitarristi country come Albert Lee, ma ho visto che anche Al Di Meola e Tommy Emmanuel la usano molto. A differenza della tecnica con il thumbpick, l’hybrid picking ti consente di ottenere un attacco più deciso quando passi a suonare frasi solistiche o quando suoni frasi veloci sulle corde basse. In particolare, nel tuo album Palm-istry c’è il brano “Gondolier”, che penso dia l’opportunità di illustrare i tuoi vari approcci tecnico-stilistici sulla chitarra acustica: vi ho trovato l’uso dell’hybrid picking, del solo plettro in arpeggio, del fingerstyle, dello staccato, del palm muting e dello strumming… Puoi parlarci di questi diversi aspetti del tuo chitarrismo? Sì, dici bene, perché “Gondolier” è stato una delle mie prime composizioni in cui ho iniziato a fondere tutte le idee e le tecniche che avevo imparato nel corso degli anni. Più tardi, ho esplorato questo approccio in modo molto più dettagliato, fino ad arrivare ad Adam Palma Meets Chopin. Come hai notato, quella melodia conteneva un po’ di tutto, tranne il fingerpicking boom-chick. E non ho sentito il bisogno di includere il boom-chick nel nuovo album, anche se indubbiamente adoro ascoltare Chet o Tommy che lo usano nei loro dischi. Veniamo quindi al tuo ultimo album Adam Palma Meets Chopin. Prima di tutto: quanto ha influito il fatto di essere polacco come Chopin? Molto. Al Di Meola e Tommy Emmanuel mi hanno esortato a seguire questa idea, dicendomi che un musicista con un cuore polacco avrebbe saputo come realizzarla correttamente. Crescere in Polonia e studiare musica classica ti dà una duratura familiarità con Chopin. Ho sempre ascoltato questa musica con le orecchie e con il cuore, anche se non l’avevo mai suonata sulla chitarra. C’è anche un’altro aspetto, analogo in Chopin, e cioè il fatto che da molto tempo non vivo nella mia patria: negli ultimi quattordici anni ho vissuto a Manchester, nel Regno Unito, e posso capire quello che lui aveva provato: il desiderio di casa, della famiglia, degli amici. Questa nostalgia ha giocato un ruolo chiave nella musica di Chopin. Insomma, per me era solo una questione di tempo… Che ruolo hanno avuto le tue molteplici influenze – blues, rock, country – nell’affrontare la complessa materia sonora presente nelle composizioni di Chopin? Un grande ruolo. Tutta l’esperienza fatta suonando rock, jazz, country è stata essenziale per questo progetto, e mi ha dato fiducia per suonare la musica di Chopin a modo mio. Sapevo di non voler registrare la musica di Chopin sulla chitarra acustica come avrebbe fatto un chitarrista classico, semplicemente trascrivendo gli spartiti di piano. Ho cercato invece di ‘immaginare’ come Chopin avrebbe scritto e suonato quelle composizioni se fosse stato un chitarrista che suonava la chitarra acustica con il plettro. Nessuno l’ha mai fatto prima, e quindi ho dovuto fare attenzione a non superare la soglia oltre la quale la gente non avrebbe riconosciuto i brani originali. D’altra parte, adoro improvvisare e suonare i brani a modo mio e, come ho già detto, nell’approccio classico tradizionale non c’è spazio per questo. Perciò è stata la lezione che ho imparato suonando musica improvvisata a permettermi di incorporare un po’ di me stesso in quelle belle composizioni. Puoi dirci come si è sviluppata la collaborazione con i pianisti che ti hanno dato una consulenza? Come hai tradotto le loro indicazioni in passaggi chitarristici? Sì certo. Ho avuto diversi incontri con eminenti pianisti, profondi conoscitori della musica di Chopin, al fine di conoscerla meglio. È stato molto utile e mi ha davvero aperto gli occhi. Ho anche letto la maggior parte delle biografie di Chopin, tutte le sue lettere, appunti e persino i ricordi dei suoi studenti. Quando ho realizzato gli arrangiamenti e registrato questo album, credimi, ero ben preparato. Ma, naturalmente, convertire il linguaggio del pianoforte nel linguaggio della chitarra è estremamente difficile. Un pianista può suonare un accordo composto di dieci note, spaziare su sette-otto ottave. Noi chitarristi possiamo suonare solo sei note alla volta, ma spesso ridotte a cinque o quattro a seconda della lunghezza delle dita. Ogni cosiddetta ‘vera trascrizione’ è quindi già un compromesso. Ma comunque, come ho detto, non mi interessava veramente suonare la musica di Chopin nota-per-nota sulla chitarra. Ho aggiunto assoli di chitarra (in “Prelude in E minor” e “Mazurka in F Major”), improvvisato l’intera melodia (in “Prelude in C minor”), cambiato il ritmo (in “Polonaise in A Major”), allungato gli accordi con arpeggi sincopati (in “A Maiden’s Wish”) e così via. Leszek Możdżer – uno dei migliori pianisti, compositori e arrangiatori jazz polacchi – è presente nell’album e ha suonato una parte bellissima nel mio arrangiamento del “Waltz in B minor”. Aggiungendo il piano nel disco, ho anche reso omaggio allo strumento originale. Molto interessante, Adam. In parte hai già risposto a quanto pensavo di chiederti riguardo alle libertà che ti sei preso nell’affrontare questo progetto. In particolare avevo letto che volevi ‘espandere’ alcuni passaggi, specialmente sul fronte del ritmo. Vuoi approfondire questo aspetto? Volevo stare vicino allo strato armonico e melodico della musica di Chopin, così ho fatto esperimenti sul ritmo e aggiunto un elemento di improvvisazione. Il modo in cui modifico il ritmo attraverso le sincopi è ampiamente influenzato da Al Di Meola. Ho sempre amato il modo in cui scandisce gli arpeggi, gli accenti in levare. E mi sono sentito al settimo cielo quando Al mi ha inviato questa citazione per promuovere il mio disco: «Chopin mai come prima d’ora, nell’interpretazione del chitarrista Adam Palma, con un approccio ritmico più moderno come esemplificato lungo tutto il disco, è sorprendentemente originale! Chopin, nella visione di Palma alla chitarra, è molto insolito nel senso migliore del termine, sia dal punto di vista sonoro che della bellezza! Chi ha mai detto che Chopin deve limitarsi al piano? Qui Adam Palma fa un coraggioso balzo in avanti per espandere la sua interpretazione con uno strumento mai associato a un compositore come Chopin! Un’opera appassionata! Bravo!» Parole come queste, da un tale maestro e leggenda vivente, ti danno una grande gioia, ma soprattutto ti dicono che sei sulla strada giusta per creare un linguaggio musicale unico. Un grande riconoscimento, Adam. Quanto tempo dedica al giorno un virtuoso come te allo studio della chitarra? Per quanto posso, oggi come oggi direi tre ore al giorno. Una parte della mia pratica di routine consiste semplicemente nell’ascoltare musica, trascrivere, adattare parti di altri strumenti per renderli suonabili sulla chitarra. Inoltre, devo spendere una-due ore al giorno solo per allenare i muscoli delle mani. Suonare la musica che suono adesso, richiede molta forza nelle mani: la chitarra acustica è molto impegnativa, hai davvero bisogno di molta potenza nelle dita per premere le corde in tutti quegli accordi estesi. L’action della mia chitarra è regolata alta, per ottenere il miglior suono possibile, ma questo raddoppia la difficoltà nel suonare. Adam, vorresti parlare delle tue chitarre? Quale scalatura di corde usi? Sei interessato all’elettronica applicata al tuo strumento? Suono chitarre Fylde da otto anni. Roger Bucknall, costruttore di chitarre e fondatore di Fylde, è un buon amico e una persona davvero adorabile. Possiedo cinque Fylde: tre sono dei modelli Falstaff identici con spalla mancante e ‘tasto zero’, una ha un corpo più piccolo e una ha corde di nylon. Suonano tutte alla grande in ogni genere. La cosa più importante che offrono è un fantastico suono compatto quando eseguo assoli nelle posizioni più alte. È così difficile trovare una chitarra acustica che ti dia lo stesso volume e la stessa dinamica su ogni tasto. Adoro Fylde! Queste chitarre mi permettono davvero di esprimere pienamente la mia visione artistica. Per quanto riguarda l’amplificazione, uso un ampli AER Compact 60. Se qualche volta mi vedi sul palco con effetti a pedale, si tratta del TC Electronic Tuner/Reverb. E viaggio sempre con il mio ingegnere del suono Piotr Matuszkiewicz: ha un orecchio perfetto ed è anche un insegnante di piano; non puoi aspettarti di più da un tecnico del suono, non pensi? Piotr è proprio la persona che lavora instancabilmente dietro le quinte per garantire la migliore performance possibile. Ha anche registrato e mixato i miei due ultimi album. Non posso sottolineare abbastanza il suo talento. Per quanto riguarda i plettri, qualsiasi marca tra 0.88 e 1.20 mm va bene. Più di recente utilizzo i Flex Tortex della Dunlop. Quanto alle corde, negli ultimi otto anni ho usato esclusivamente le DR Hi-Beam 80/20 scalatura .012-.054. Com’è andata la promozione del tuo album? Anche se il drammatico momento che stiamo vivendo non promette nulla di buono, potremo nel prossimo futuro ascoltarti dal vivo in Italia? L’album è stato pubblicato a settembre 2019 e ha ottenuto molte recensioni fantastiche su riviste di chitarra di tutto il mondo, su riviste di jazz (compresa la famosa JazzWise del Regno Unito), e anche da critici e musicisti di musica classica! Janusz Olejniczak, uno dei più grandi interpreti della musica di Chopin al pianoforte, mi ha telefonato per dire quanto abbia amato l’album e mi ha invitato al suo programma radiofonico. Ho partecipato anche a numerosi spettacoli televisivi e concerti. L’album è ora sia su CD, sia su vinile, e le vendite stanno andando molto bene. Nelle mie recenti esibizioni, ho suonato la musica di Adam Palma Meets Chopin con un quartetto d’archi e un’orchestra d’archi. Avevamo già pianificato molti concerti in Polonia e in Europa per l’estate prossima, ma sfortunatamente abbiamo dovuto rimandarli all’autunno e all’inverno prossimi a causa del Coronavirus. Mi piacerebbe suonare per il pubblico italiano. Sono attualmente in trattative con l’Istituto Polacco in Italia per suonare un paio di concerti nel vostro bellissimo paese. Ho suonato diverse volte in Sicilia. Un mio caro amico e grande chitarrista, Francesco Buzzurro, mi ha invitato a suonare in concerto con lui insieme con il grande chitarrista jazz Fabio Mariani. L’atmosfera che offre l’Italia è affascinante e il cibo e il paesaggio sono assolutamente unici. In effetti, polacchi e italiani hanno molto più in comune di quanto pensassi inizialmente. È una nazione bellissima, con delle persone e una cultura meravigliose. Sapevi che il testo dell’inno nazionale polacco “Mazurek Dąbrowskiego” è stato scritto nel 1797 da Józef Wybicki a Reggio Emilia? Gabriele Longo photo 1: by Grzegorz Lorenc photo 2: by Maciej Margielski L'articolo Un inedito Chopin sulla chitarra acustica con il plettro – Intervista ad Adam Palma proviene da Fingerpicking.net.
Il tempo dell’empatia Luca Francioso di Gabriele Longo L’INTERVISTA A LUCA FRANCIOSO Abbiamo intervistato Luca Francioso, un artista che da diverso tempo si è preso la briga di dialogare con l’Arte, in particolare quella della musica e della scrittura. L’Arte concepita come emozione decodificata attraverso un linguaggio artistico e poi lanciata nello spazio senza una direzione ben precisa. Con questa precondizione emotiva, Luca Francioso ci ha raccontato dei suoi primi passi nell’insegnamento della chitarra visto come l’indicazione di un metodo di studio, cosa preziosissima nel nostro contemporaneo pervaso da un’iperofferta di contenuti didattici avulsi da un razionale percorso didattico. Si è parlato di dischi, concerti, manuali didattici, videoclip, del suo amico e collega Trevor Gordon Hall con cui condivide sensibilità e gusti, di chitarre concepite come ‘strumenti’ – appunto – necessari all’esercizio di un linguaggio artistico, quello della musica, e non come oggetti fine a sé stessi, pena la… fine dell’Arte. Princìpi in bilico tra Musica, Letteratura e Grafica – altra grande passione di Luca – sostenuti da un’idea, quell’idea che spesso suggerisce essa stessa il linguaggio artistico attraverso cui esprimersi. E Luca sa di non sapere se vorrà esprimersi in musica o con parole. Hai imparato i linguaggi della musica e della scrittura, come hai dichiarato in un’intervista dell’ottobre 2008 per il mensile Chitarre, attraverso i quali soddisfare il tuo profondo desiderio di condivisione, soprattutto emotiva. Anzi, hai detto che per te l’Arte è condivisione emotiva. Puoi riprendere questo argomento alla luce dei tuoi attuali traguardi? «Quanto affermato in quell’intervista continua a essere il mio pensiero. Oggi più che mai. Credo fermamente che l’Arte sia la condivisione di un’emozione decodificata attraverso un linguaggio artistico e poi lanciata nello spazio intorno a noi, senza una direzione ben precisa, anche quando supponiamo di avere coordinate di lancio calcolate con cura, pronta a essere colta da chissà quali e quante persone. Non importa il numero della gente che questo processo coinvolge, è comunque un’evoluzione di per sé meravigliosa! Dopo tutti questi anni trascorsi dietro la sua scia luminosa, ho capito che l’Arte non va compresa ma vissuta e che in un modo o nell’altro, così come la vita, è generosa, poiché sa ripagare con grande gratificazione tutti gli sforzi necessari a viverla appieno. O prima o dopo.» Un altro tuo vecchio ‘cavallo di battaglia’ era – o è ancora – quello di autodefinirti un cantastorie più che un chitarrista. Il tuo trattare la chitarra come ‘strumento’, come mezzo per raccontare, mi sembra che ti collochi nell’ambito di chi faccia ricerca con la chitarra, non sulla chitarra e di conseguenza la sua tecnica. È ancora così? «Sì, certo. Ogni oggetto necessario all’esercizio di un linguaggio artistico – che sia una chitarra, uno scalpello, una matita, una penna, un computer, una cinepresa, una macchina fotografica – è semplicemente e magnificamente uno ‘strumento’. Quando uno di questi strumenti diventa il fine, e accade spesso, è la fine. E comunque non mi interessa. Qualsiasi siano le cose che so fare, che siano giudicate dal mondo ordinarie o straordinarie, rimangono unicamente un mezzo per esprimermi, nulla di più. Non credo si tratti di fare ricerca o meno, piuttosto credo nell’importanza di definire le cose, dare loro un nome e viverle per quello che sono veramente, altrimenti è davvero molto semplice cadere in un gioco di cui non mi sono mai curato, ovvero: fare a gara a chi è più bravo.» Luca, aprirei una finestra sul tuo essere scrittore, utilizzatore di parole… quando non può o non sente di raccontare con le note il proprio mondo interiore. Che ti senti di dire in proposito? «Mi è capitato più volte di dirlo: non sono io a scegliere il linguaggio artistico con cui sviluppo un’idea, ma l’idea stessa. Esistono diversi fattori che favoriscono questo processo, tuttavia quello che più frequentemente entra in gioco è la natura dell’idea, che il più delle volte fornisce con una certa precisione informazioni in merito alla tecnica esecutiva più efficace per trattarla. Accade infatti che un’emozione sia così forte e densa di storia che la musica non sarebbe sufficiente a raccontarla oppure, viceversa, che un’idea sia così esplosiva che le parole la renderebbero logorroica. È un discorso di sintesi. A ogni modo, dopo tanti anni di storie suonate e scritte, posso affermare che provo molta più gratificazione nel leggere le parole che ho scritto piuttosto che ascoltare le note che ho suonato.» Luca, ci sono su YouTube delle tue videolezioni che si rifanno a tuoi manuali, come la trilogia A dita nude completata nel 2015. Qual è la tua concezione di insegnamento della chitarra? Hai anche avuto esperienze di insegnamento diretto con allievi? «Il mio rapporto con la didattica inizialmente è stato travagliato. Ho cominciato a insegnare molto giovane, prima nel patronato del mio paese e poi ricevendo le persone a casa dei miei genitori, lì dove ancora vivevo, ma sono sempre stato combattuto nel farlo, perché temevo che insegnando musica ne avrei ridimensionato la poesia e intaccato in qualche modo l’aspetto spirituale, in cui credo molto. Che ingenuo! Pensa che, a causa di questa convinzione (o illusione), una volta pubblicati i miei primi due album non ho voluto neppure pubblicarne gli spartiti! Per non parlare dell’idea di scrivere dei manuali: non volevo proprio saperne! Poi, nel tempo, dopo tante esperienze e diversi confronti, ho capito non solo che non era affatto così, ma anche che insegnando avrei potuto celebrare con più forza la bellezza di questo linguaggio. Ho iniziato allora una lunga ricerca per dare il meglio di me, perché sono convinto che insegnare non voglia dire soltanto creare buoni contenuti didattici, contenuti di cui in effetti oggi il Web è saturo, ma più di ogni cosa conta dare un metodo. È questo il mio obiettivo: fornire un metodo di studio. Da quando ho maturato tali convinzioni non mi sono più fermato, insegnando a tantissime persone e scrivendo cinque manuali didattici a mio nome e tre in collaborazione con l’amico Daniele Bazzani. Adesso sto lavorando a un manuale per bambini dai sei ai dieci anni e a una nuova trilogia fingerstyle, che presto saranno pubblicati.» Luca, vogliamo entrare nel vivo dell’attualità? Parliamo allora delle tue ultime due produzioni: l’EP With Closed Eyes and Open Hands ed Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte) che abbiamo recensito sul numero di maggio di Chitarra Acustica. L’EP è un unico brano della durata di 14 minuti diviso in cinque momenti musicali, scritto e suonato con una chitarra baritona. Ci vuoi raccontare come si è svolto il processo compositivo e perché hai utilizzato la baritona? «L’EP è nato dopo un momento di grande difficoltà personale, per superare il quale è stato necessario un intenso viaggio introspettivo, uno di quei viaggi cioè che fai a occhi chiusi, che ti mette a nudo e che, una volta terminato, ti cambia per sempre. Il lungo brano dell’EP rappresenta proprio questo viaggio, la cui profondità di intenti poteva essere espressa soltanto dal suono profondo di una baritona, e che nella forma cerca di sfuggire alla fretta e alla superficialità a cui questo tempo ci ha abituato, per cui bastano una manciata di secondi per conteggiare una visualizzazione ai contenuti digitali. Addirittura 3 secondi per Facebook. Oltre che essere assurdo e mortificante, trovo che questo criterio falsi e non poco l’attendibilità del consenso che i numeri attestano. Allora, in fase compositiva, ho puntato la direzione opposta e non mi sono voltato mai. L’obiettivo era fare durare il brano 15 minuti, ma sono arrivato ‘soltanto’ a 14.» La tua esecuzione dal vivo, immortalata nel video fruibile dal tuo sito [lucafrancioso.com], è molto intensa, partecipata, grazie alla tua interpretazione, alla tua tecnica (non sfoggiata ma solida) e ai suoni molto curati. Puoi approfondire questi aspetti? È stata registrata in tempo reale? Com’è avvenuta la ripresa del suono? «Io distinguo ‘video’ da ‘videoclip’. Per ‘video’ intendo un video in cui suono realmente, che generalmente registro nel mio studio, e la cui registrazione è finalizzata alla realizzazione di un video e non di un album. Per ‘videoclip’ invece intendo un video in cui suono in playback poiché viene girato in una location diversa dal mio studio (e a volte più di una) con l’utilizzo di più riprese poi montate sull’audio del master originale. Quello dell’esecuzione dell’intero EP è un videoclip. Ho suonato l’intero progetto una ventina di volte consecutive sopra la base per avere il materiale necessario al montaggio: è stato davvero estenuante, ma bellissimo!» Ci vuoi parlare della produzione di Massimo Varini? «Max è una bellissima persona e un artista straordinario. Con lui c’è un rapporto di amicizia e di stima reciproca. La nostra collaborazione va oltre i due dischi che mi ha prodotto, ovvero Bausatz e With Closed Eyes and Open Hands, poiché da dicembre dell’anno scorso abbiamo iniziato a lavorare su due progetti che esulano dal mondo musicale in senso stretto: ho curato infatti la revisione, l’editing e l’impaginazione del suo recente libro Come la pastura per il pescatore e il vento per l’aquilone, per cui ho scritto anche la prefazione, e attualmente sto curando la grafica del suo Laboratorio Musicale. Inoltre sono un felice endorser di Eko Guitars, brand per il quale Max è project leader. Insieme lavoriamo bene e non escludo che la collaborazione possa continuare anche in futuro. Ne sarei naturalmente felice.» Hai utilizzato una chitarra baritona della Eko. È una chitarra che già conoscevi o l’hai scoperta proprio per questo progetto? «Era da tempo che desideravo possedere una baritona. Sapevo che una volta abbracciata sarebbero nate melodie e progetti con una certa facilità, considerato il fascino di questo strumento. Appena ho saputo che il catalogo di Eko Guitars ne prevedeva una ho chiesto di poterla provare, e il giorno che è accaduto ho subito scritto un brano, sul letto dell’hotel poco distante dal quartier generale Eko. Ero certo che sarebbe stato amore a prima vista e così è stato. Poi, pochi mesi dopo, ho iniziato a comporre i brani di With Closed Eyes and Open Hands.» Bene, Luca. Passiamo ora a Empathy, il tuo secondo progetto uscito a dicembre del 2019 a ridosso del primo, che è stato pubblicato a novembre dello stesso anno. È l’album del live che tu e Trevor Gordon Hall avete registrato il 24 settembre 2019 in una piccola chiesetta in provincia di Padova, una chiesetta sconsacrata che adesso è uno studio di registrazione. Ce ne vuoi parlare, cominciando magari dall’antefatto che ha portato all’incontro con Trevor? «Conosco Trevor dal 2014, quando sono andato per la prima volta in America in occasione del NAMM. La prima notte che ho trascorso ad Anaheim abbiamo condiviso la camera in hotel da perfetti sconosciuti e già il giorno dopo parlavamo come se ci conoscessimo da tempo, nonostante il mio pessimo inglese. C’è stata subito una forte empatia e quell’empatia l’abbiamo messa in gioco ogni volta che abbiamo suonato insieme. Abbiamo fatto diversi concerti qui in Italia e non appena si è presentata l’occasione di suonare in una splendida location come quella della chiesa sconsacrata di San Giacomo ad Albignasego, luogo in cui avevo già registrato il mio singolo “Dodici sieri”, ho pensato che sarebbe stato bellissimo fare un disco e un video del live. Cristiano Zatta e Michele Zangrossi, i proprietari dello studio di registrazione San Giacomo – Spazio d’Arte, costruito proprio dentro questa affascinante chiesetta carica di storia, hanno accolto l’idea con grande entusiasmo. È stata davvero una bellissima esperienza.» Trevor Gordon Hall è un chitarrista acustico molto diverso da te, con questo suono riverberato, con queste cascate impetuose di note, con queste sue composizioni dalla sintassi musicale molto ricca. Eppure la chimica fra voi due funziona. A cosa lo dovete, secondo te? «Forse musicalmente esprimiamo il nostro linguaggio in modi differenti, ma Trevor ed io siamo persone molto simili, così come sono simili la nostra sensibilità e il nostro gusto. Per il concerto a San Giacomo, oltre al brano che abbiamo scritto insieme, ovvero “My Favorite Mistakes”, tratto dal mio album Towards the Other, desideravo suonare anche qualcos’altro con lui. Così gliene ho parlato, confidandogli quanto mi annoino le jam improvvisate alla fine di un concerto condiviso, in cui i due artisti improvvisano e si suonano addosso senza avere la minima idea della direzione da prendere e di quanto durerà il lunghissimo solo di entrambi; e Trevor mi ha confessato di pensarla allo stesso modo. È così che è nato il brano “Time for Empathy”, da questa medesima intenzione: non è una jam alla fine di un concerto, ma un momento creativo condiviso con l’unico scopo di raccontare una storia non ancora scritta. È stato davvero un momento ricco di emozione.» Un’altra finestra che mi piacerebbe aprire con te è quella che affaccia sull’idea del bello, sulla sua ricerca e – perché no – su una tua abilità professionale che ha a che fare con questo: quella della grafica. Cosa hai da dire in proposito? «Ho sempre lavorato con la grafica, sia per le mie produzioni sia per altri artisti. Aver frequentato il liceo artistico e aver condiviso moltissimo tempo con il mio fraterno amico Lorenzo Castelli, un vero genio dei computer e un grande talento, sia musicale sia grafico, mi ha aiutato e non poco a sviluppare le competenze necessarie: è una passione che non ho mai trascurato e che viaggia parallelamente all’amore per la musica e per la scrittura.» Luca, abbiamo parlato di passato, presente… Il tuo mondo emotivo e creativo cosa ti suggerisce e dove ti porterà in un prossimo futuro? «Oggi più che mai il futuro è nebuloso. Non so che dire al riguardo. So soltanto che finché potrò continuerò a fare ciò che amo e a farlo con tutto me stesso.» Gabriele Longo L'articolo Il tempo dell’empatia – Intervista a Luca Francioso proviene da Fingerpicking.net.
L’INTERVISTA A TREVOR GORDON HALL L’intervista che segue a Trevor Gordon Hall, il chitarrista di Philadelphia considerato tra i trenta migliori chitarristi al mondo sotto i trent’anni dalla rivista Acoustic Guitar, ci racconta di un innovatore della chitarra, un ricercatore di nuove sonorità che ha saputo raggiungere, tra l’altro, con l’ideazione della Kalimbatar. È con questo strumento – che unisce la sei corde con la kalimba, il tradizionale lamellofono a pizzico o ‘piano da pollice’ africano – che Trevor ha arricchito i colori del suo chitarrismo già di per sé molto espressivo. Per lui, come anche per Luca Francioso con cui ha collaborato più volte, il centro intorno a cui far ruotare la propria musica è la canzone, l’idea compositiva e non il solismo esasperato per mostrare la perizia tecnica sullo strumento. La sensibilità, la condivisione con i musicisti è sempre al centro della propria arte, anche quando si tratta di trasmettere il proprio sapere nella didattica, altra grande passione di Gordon Hall. La nostra chiacchierata si è poi concentrata sulla recente esperienza dal vivo condivisa con Luca Francioso e concretizzatasi nel disco Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte) per la quale il chitarrista americano ha manifestato piena soddisfazione. Ciao Trevor, grazie di aver accettato quest’intervista per il nostro mensile Chitarra Acustica, che tu già conosci avendoci incontrato nel 2015 in occasione di un tuo concerto a L’Archivio 14 di Roma. «Sì, lo ricordo, grazie per le gentili parole di allora [v. Chitarra Acustica, gennaio 2015] e per avermi invitato nuovamente!» Per cominciare, vorrei concentrarmi sul disco Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte, che hai condiviso con Luca Francioso. Ci vuoi raccontare come vi siete conosciuti tu e Luca, e come siete arrivati alla decisione di registrare questo disco? «Questo è un disco davvero speciale, che conserverò per molti anni. Ho incontrato per la prima volta Luca Francioso a Los Angeles in California, molti anni fa in occasione del NAMM Show. Diventammo subito amici e mi disse che se avessi mai fatto un tour in Italia avremmo potuto esibirci insieme. Amo il senso della composizione e della melodia di Luca e non vedevo l’ora di suonare con lui. Sono stato in Italia diverse volte e ho sempre cercato di organizzare un incontro amichevole con Luca e un concerto. Una di queste volte è stata quando Luca mi ha proposto di fare una sorta di concerto intimo ‘in studio’ a San Giacomo, e ho pensato che la cosa potesse funzionare alla grande! Avevamo già tenuto molti concerti insieme e sapevo che sarebbe stata una serata speciale. Tutto è partito dall’idea di avere un pubblico raccolto in studio, registrare l’intera serata in audio e video ed eventualmente pubblicare la registrazione in un album. Ricordo che ero nervoso, perché in situazioni normali di registrazione puoi prenderti il tuo tempo per mettere a posto tutti i pezzi e le parti, ma in questo caso c’era solo da suonare e sperare nel miglior risultato possibile! Comunque alla fine la sala, il pubblico, il fonico Cristiano Zatta, lo staff dello Spazio d’Arte, la storia dell’edificio e soprattutto la straordinaria capacità di Luca di rasserenare l’uditorio con la sua musica e intrattenerlo con battute simpatiche, tutto ha contribuito alla riuscita di una serata meravigliosa con tanti momenti speciali!» Quali sono i punti di forza dei vostri stili chitarristici su cui avete puntato per esprimere al meglio i due brani che avete suonato insieme? «Quello che penso possa rendere così facile e così divertente suonare con Luca è che entrambi siamo innamorati delle ‘canzoni’, e non di fare assoli l’uno sopra l’altro. Si tratta di creare una sorta di danza sacra attorno allo spazio centrale di un brano, che entrambi cerchiamo di sostenere senza che nessuno prenda il sopravvento. Ciò aiuta a mettere da parte l’ego e a concentrarsi sulla musica e su come servirla al meglio, invece di improvvisare su una data tonalità snocciolando riff infuocati! Luca è un musicista molto sensibile, mi ispira fiducia e sento che la mia amicizia con lui si riflette nel modo in cui suoniamo insieme.» In particolare, nel brano “My Favorite Mistakes”, avete suonato percuotendo le corde delle chitarre con uno speciale martelletto. Ci vuoi parlare di questo modo originale di suonare? «Ah, sì! Quello strumento si chiama The Engle Guitar Hammer ed è costruito da un nostro amico comune di nome Mark Engler. È stato proprio attraverso Mark che ho incontrato Luca per la prima volta al NAMM, come ti dicevo, e in seguito abbiamo scritto insieme e registrato una versione in studio di “My Favorite Mistakes”, che è apparsa su un album precedente di Luca [Towards the Other]. Ma l’idea di realizzarne una versione dal vivo ci è piaciuta, così abbiamo fatto del nostro meglio per essere all’altezza della nostra registrazione originale! L’Engle è fatto di un materiale che rimbalza sulle corde, un po’ come se si suonasse un hammer dulcimer. Ciò apre a nuove sonorità e modi di suonare, e nessuno è più bravo di Luca in questo. Lui ha dedicato un intero album [Imagining From a Different Angle] all’uso dell’Engle! Per cui ero emozionato ma entusiasta di eseguire quel brano con lui dal vivo.» Trevor, ci vuoi parlare dei tuoi due brani del concerto, “The Meeting at the Window” e “Kalimbatar”? In particolare dell’uso degli effetti e delle tue tecniche esecutive veramente stupefacenti. «Sei molto gentile, grazie! Inizialmente io ero molto contrario all’uso degli effetti, perché pensavo che suonare la chitarra pulita fosse qualcosa di più ‘puro’: può essere molto facile infatti ricorrere agli effetti per coprire le lacune del proprio modo di suonare. Ma alla fine sono arrivato ad apprezzare gli effetti se visti come strumento per la composizione: il feeling che certi riverberi trasmettono può davvero migliorare il mio modo di suonare certe note e accordi. Gli effetti possono essere parte dell’insieme e non una forma di ‘soccorso’. Io sono innamorato del suono in ogni sua veste e, anche se suono principalmente la chitarra acustica, volevo trovare dei modi per incorporare nel mio spettacolo dal vivo alcune delle tonalità ‘oniriche’ che amo. Se c’è un modo per unire imponenti tessiture elettroniche al tocco umano di una chitarra acustica, io cerco sempre di trovare quel tipo di equilibrio. La Kalimbatar è stata un esperimento all’interno di questa ricerca di nuovi suoni e ne ho progettate molte versioni differenti. L’ultima è stata un progetto congiunto con il maestro liutaio canadese Sheldon Schwartz di Toronto (www.schwartzguitars.com). Unire tutti questi aspetti insieme è una sfida, ma anche una bella gratificazione quando tutto funziona!» Arrivato a questo punto dell’evoluzione della Kalimbatar, puoi fare un flashback e iniziare dall’idea originaria? «Inizialmente avevo acquistato una kalimba da suonare con un microfono nel corso dei live looping, ma ho scoperto che era più facile applicarla semplicemente alla mia chitarra, in modo che fosse più facile raggiungerla. Però, una volta saldata sul piano armonico, era l’intera chitarra a risuonare con i suoni della kalimba, così ho iniziato a progettare varie versioni per catturare al meglio la gamma di note e le tonalità che avevo in mente di ottenere. Adoro il suono dei carillon a vento, dei campanelli, del vibrafono, del piano Fender Rhodes, quel suono dolce e profondo, e ho cercato di catturarlo al meglio nella mia Kalimbatar più recente, realizzata da Schwartz nel 2014. Ma ci sono già molte idee per il futuro: sono molto contento del modello attuale, ma vedo immagino sicuramente nuovi modi per migliorare il design e il suono. C’è sempre molto lavoro da fare e nessuno meglio di Sheldon può risolvere questi problemi.» Trevor, ci puoi parlare del tuo rapporto con la didattica in tutte le sue forme – manuali, videolezioni, clinics – e della tua esperienza di insegnante? «Ho insegnato chitarra a intermittenza per molti anni e ho capito quanto il mio rapporto con la chitarra sia interconnesso con l’insegnamento. Ho avuto dei grandi maestri nella mia vita e ho imparato ad amare i momenti in cui improvvisamente un concetto molto importante acquista un senso. Compongo con questa idea nella mia mente, ma insegno anche con questo in mente. Insegno ancora su Skype e anche tramite una società con sede negli Stati Uniti, chiamata JamPlay. A volte do lezioni individuali, a volte tengo corsi settimanali di chitarra in live streaming e talvolta corsi full immersion che prevedono più angolazioni della telecamera per mostrare al meglio cosa e come sto suonando. Pensavo di insegnare più regolarmente solo quando non fossi stato in tour, ma poi mi sono reso conto di quanto l’insegnamento mi mancasse. Poi, con l’attuale pandemia e nessun tour possibile, ho riscoperto la didattica. C’è una citazione attribuita ad Einstein, non so se l’abbia effettivamente detta, ma penso che sia molto vera e recita più o meno così: «Se non lo saispiegare in modo semplice e chiaro, forse non l’hai capito neanche tu». L’insegnamento mi costringe a ri-studiare per capire quanto io abbia afferrato bene le cose, e questo fa sempre bene alla crescita!» Tornando a Empathy, che effetto ha prodotto in te un posto così mistico come la chiesetta sconsacrata in cui si è svolto il concerto? Pensi che abbia influito sulla tua performance? «Assolutamente sì! Amo la storia e l’enorme meraviglia che provo nella mente e nel cuore mentre cammino in una bellissima struttura antica come lo Spazio d’Arte. Traggo molta ispirazione da ciò che mi circonda, ovunque mi trovi. Ho avuto il privilegio di suonare in alcune bellissime cattedrali in giro per l’Europa negli ultimi anni, e sentire le note che ho composto turbinare attorno a quei muri e soffitti costruiti secoli fa mi dà sempre i brividi. Gran parte dei miei riverberi ed effetti di ritardo li uso proprio per provare a imitare alcuni di questi spazi enormi e antichi. Dal momento in cui sono entrato nello Spazio d’Arte, ho sentito qualcosa di speciale. Ci sono centinaia di anni di trame sonore sepolte in quelle pareti ed è stato un vero onore suonare in quello spazio per la registrazione di questo progetto. Non do mai per scontate esperienze del genere. Quell’edificio è pura magia!» Luca ci sembra un chitarrista acustico molto diverso da te, con il suo suono asciutto, la sua cifra compositiva lineare, la sua ricerca minimalista. Eppure la chimica fra voi due funziona. A cosa dovete questo, secondo te? «Luca ha un legame profondo con ogni nota che suona, e io cerco lo stesso rapporto con i suoni che compongo ed eseguo. Le nostre ‘canzoni’ possono avere approcci diversi, ma entrambi siamo innamorati di melodie memorabili, caldi accordi e composizioni con slancio ritmico ed emotivo. Queste canzoni esprimono un intenzione e non sono concentrate solo sulla tecnica. Penso che questi elementi ci rendano facile suonare insieme. Questo e quanto ho detto prima circa il modo di approcciare una canzone vale quando si suona da soli, in duo, in trio e in qualsiasi contesto. Cerco di riempire lo spazio con le note che vorremmo ascoltare, e non semplicemente con tutte le opzioni possibili nei nostri ‘magazzini’ di tecnica chitarristica.» Una domanda sulla spaventosa crisi che ha subìto il mondo dello spettacolo e della musica dal vivo a causa della pandemia da Coronavirus. Qual è stata e qual è oggi la situazione per quanto ti riguarda? «Sto facendo un po’ di live streaming e insegno, ma spero di tornare in tour quando tutto sarà tornato sicuro. Questo è stato un periodo terribile a tutti i livelli: le tragedie umane, l’azione o l’inazione governativa, la finanza, l’economia, tutto ciò che questo pianeta ha attraversato nel 2020 è catastrofico. Ho conosciuto molte persone che hanno contratto il virus: alcune si sono completamente riprese, altre sono morte. È difficile comprendere appieno il vero peso della situazione, perché stiamo tutti cercando di elaborare un nuovo stile di vita giorno per giorno. Ho un gran peso nel cuore per tutta l’umanità, ma in particolare per quelli di noi che sono impegnati nelle arti. È già un percorso difficile di per sé, ma un elemento di speranza sta nel fatto che tutti stanno attraversando questi tempi difficili nello stesso momento. Non sono sicuro di come sarà la musica dal vivo dopo l’era del COVID-19, se il live streaming potrà effettivamente diventare un’opportunità di guadagno per gli artisti, se i locali riusciranno a rimanere aperti, o se ci sarà mai un ritorno a come stavano le cose prima. Non lo sappiamo, ma tutto questo mi ha in qualche modo ricalibrato in primo luogo sul perché faccio quello che faccio. Cos’è che amo veramente della musica? Perché dedicargli una vita? Ne vale umanamente la pena, anche se dal punto di vista economico sembra quasi impossibile in questo momento? Queste sono domande su cui sento di aver acquisito molta più chiarezza e penso che abbiano approfondito il mio impegno nei confronti della musica.» Bene Trevor, abbiamo parlato di passato, di presente… Quali sono le tue aspettative artistiche e i tuoi progetti per il prossimo futuro? «Ho un progetto in duo con un artista londinese di nome 1403, che ci impegna nella realizzazione di una serie di album intitolata Infinite Jigsaw. Inoltre sto componendo musica per The Outlaw Ocean Music Project, un progetto curato da Ian Urbina, giornalista del New York Times e scrittore, volto a sensibilizzare intorno alle atrocità che si commettono nelle acque del mondo. E poi mi sto dedicando al mio disco acustico da solista: è da un po’ che non pubblico un mio progetto acustico ed è questo ora il mio obiettivo principale. Questo disco non prevede né la kalimba né le percussioni sulla chitarra: Il mio fine è stato la melodia e l’armonia, attraverso l’uso di sei chitarre diverse: c’è la mia chitarra principale, che è una Schwartz, quindi una chitarra soprano Haney, una baritona, una chitarra con corde di nylon, un’elettrica e un meraviglioso strumento a 10 corde proveniente dal Portogallo e chiamato viola amarantina. La mia speranza era di far uscire il disco quest’anno, ma a causa della pandemia sto modificando la mia tabella di marcia. Spero di farlo uscire presto, perché sono troppo eccitato per tenerlo nel cassetto. Non vedo l’ora di condividerlo!» Ti auguriamo di pubblicarlo quanto prima e ti ringraziamo per la tua affettuosa disponibilità! Gabriele Longo L'articolo L’intervista a Trevor Gordon Hall proviene da Fingerpicking.net.
Roberto Menabò The Mountain Sessions A-Z Blues «Mi hanno sempre affascinato le field recording che le case discografiche organizzavano negli stati del Sud alla ricerca di nuovi musicisti bianchi o neri, di blues o musica tradizionale, da inserire nel loro catalogo dei 78 giri. Quelle registrazioni, seppur approssimative ed artigianali in studi improvvisati nelle stanze di un albergo, hanno ancora oggi un calore unico dato dall’immediatezza dell’esecuzione.» Con queste parole che accompagnano le note di copertina del suo recente lavoro discografico intitolato The Mountain Sessions, il quarto a distanza di dieci anni da Il profumo del vinile, Roberto Menabò riprende il suo cammino di storytelling nel blues rurale, nel folk delle origini che nacque e si sviluppò nei primi decenni del ’900 nel Sud degli Stati Uniti. Nelle quattordici tracce ritroviamo quel suono robusto, quel fingerpicking essenziale, quella scanzonata, malinconica poetica degli autori neri o bianchi che fossero, rivissuta con originalità e un pizzico di ironico distacco, perché il nostro è pur sempre un piemontese che vive gli umori e i profumi dell’Appennino emiliano in cui è felicemente emigrato. Sette sono i brani riproposti, tra cui spiccano autori e interpreti come Cliff Carlisle (“Tom Cat Blues”), Frank Hutchison (“Worried Blues”), Ethel Waters (“Shake That Thing”, deliziosamente rallentata rispetto alla versione di Papa Charlie Jackson al banjo chitarra e impreziosita da un solo di ‘tromba’ imitata con la voce dallo stesso Menabò) o Mississippi John Hurt (“Stack O’Lee Blues”), ai quali sono affiancati altrettanti pezzi strumentali originali dai titoli evocativi, come “Il Settebello sulla direttissima”, “Il ponte romano sulla Dora”, “Il cagnolino di Clifford Gibson”, dove a sorpresa Menabò si allontana dalle sonorità della primitive guitar per esplorare un incedere più ricco e moderno, una piccola trasgressione dell’amore incondizionato per il folk e il blues delle origini. Tutto il disco è stato registrato in un giorno solo, in presa diretta, spesso ‘buona la prima’, comprese le piccole impurità e imprecisioni che nulla tolgono al tocco poderoso ma fluido di Menabò, che ha dalla sua anche una voce e una capacità interpretativa assolutamente appropriate al genere. Un vero maestro. A riprova – come lui stesso asserisce – che per suonare e cantare bene il blues non c’è etnia o geografia che tengano. L’importante è conoscerne le regole e farne proprio lo spirito. Gabriele Longo L'articolo Roberto Menabò – The Mountain Sessions proviene da Fingerpicking.net.
Le ninne nanne di un chitarrista errante Intervista a Val Bonetti di Gabriele Longo «Affrontare la musica con creatività, con la libertà che si acquisisce studiando bene i rudimenti.» Con queste parole Val Bonetti, raffinato chitarrista e ricercatore oltre che buon compositore, sintetizza il suo credo che, con pacata determinazione, trasmette ormai da vent’anni ai suoi studenti. Lo abbiamo incontrato e ascoltato all’ultima edizione del Festival Internazionale di Chitarra Acustica di Tricesimo vicino Udine, meglio conosciuto come Madame Guitar, manifestazione dedicata al mai troppo compianto Sergio Endrigo, friulano e autore dell’omonima canzone. Val ha suonato alcuni brani tratti dal suo recentissimo album A World of Lullabies, una raccolta di ninne nanne e filastrocche infantili tradizionali provenienti dai quattro angoli del mondo, e altri brani – questi in duo con Aronne Dell’Oro – con il quale ha rivisitato alcune musiche della tradizione mediterranea nostrana in chiave folk blues, la chiave interpretativa di partenza per entrambi i chitarristi. Abbiamo parlato con Val anche dell’altro suo progetto, questa volta editoriale, che affianca il disco di ninne nanne, il suo libro intitolato Ninne nanne tradizionali per chitarra fingerstyle, che porta come sottotitolo Appunti, accordature, tecniche e improvvisazioni del chitarrista errante. Il libro, edito da Fingerpicking.net, racconta di queste musiche affascinanti, melodie brevi, orecchiabili e spesso ipnotiche, che risuonano da secoli e da generazioni. Val ci ha spiegato come ha sviluppato gli arrangiamenti, che sono interamente trascritti in questo manuale e che sono presenti (tutti meno uno) nell’album A World of Lullabies. Cosa molto importante, l’autore ha trattato ogni brano come un pretesto per offrire degli spunti su cui lavorare. Infatti ciascun capitolo, oltre a contenere l’arrangiamento completo, presentato in notazione musicale e in intavolatura, mette in evidenza degli argomenti, propone degli esercizi e presenta dei rimandi ad altri brani, di modo che si possano sfogliare le pagine trasversalmente per tecniche o accordature o altro ancora. Gli esempi proposti sono come pezzi di un puzzle che potranno essere messi insieme con creatività. Ed ecco il nucleo centrale dell’operazione di Val Bonetti, concetto esplicitato con la frase che apre l’articolo: affrontare lo studio di pezzi con creatività, percorrere proprie strade iniziando da quelle suggerite dallo studio dei fondamentali. Un grande aiuto poi verrà dal fatto che a supporto di ciascun esercizio l’autore ha realizzato dei video – 68, oltre alle versioni complete dei brani – consultabili dal link che si trova all’interno del manuale. Insomma, veramente tanta roba! Un po’ di storia Val Bonetti, classe 1976, è un chitarrista-compositore di Milano che svolge attività concertistica e didattica da oltre vent’anni. Si è diplomato nel 2005 presso i Civici Corsi di Jazz all’interno della Civica Scuola di Musica ‘Claudio Abbado’ di Milano, specializzandosi successivamente nella chitarra acustica fingerstyle. Alcune sue composizioni hanno vinto prestigiosi premi nell’ambito della chitarra acustica: nel 2008 il primo premio New Sounds of Acoustic Guitar all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana e, nello stesso anno, il premio come miglior arrangiamento presso l’Acoustic Guitar Festival di San Benedetto Po. Le composizioni di Val non hanno una collocazione precisa di genere e di linguaggio: il sound della root music, le accordature aperte, le tecniche fingerstyle tradizionali e contemporanee, l’improvvisazione di matrice jazzistica e l’uso di armonie moderne e di strutture complesse, compresa la contaminazione con le musiche del mondo, tutto ciò convive in modo pacifico, in sintonia con la poliedrica personalità di questo musicista raffinato e aperto. Val ha fatto il musicista di strada, si è esibito nei club, in house concert, convention e cerimonie e nei principali festival italiani dedicati alla chitarra acustica, per approdare nel 2016 a un tour in Gran Bretagna e Irlanda. Nel corso della sua carriera ha avuto il piacere e l’onore di duettare dal vivo con alcuni fra i più importanti chitarristi del panorama internazionale, da Beppe Gambetta a Peter Finger, da Davide Mastrangelo a Woody Mann e Duck Baker. Collaborazioni che ha incrementato in tempi più recenti con il già citato Aronne Dell’Oro, con il progetto Ilzendelswing del cantautore Claudio Sanfilippo insieme a Massimo Gatti al mandolino e altri, e con un duo di blues, ragtime e swing insieme al noto armonicista Beppe Semeraro. Val ha pubblicato tre album a suo nome, Wait nel 2010, Tales nel 2015 e Hidden Star nel 2020, tutti ottimamente recensiti dalla stampa specializzata nazionale e internazionale. Nel 2017 è uscito il doppio CD Pareto Sketches per la Bar Code Records, un album di musiche scritte da Duck Baker e interpretate in solo e in duo da Baker e diversi chitarristi italiani come Michele Calgaro, Davide Mastrangelo e Luigi Maramotti, oltre a Val e Massimo Gatti. Infine il recentissimo album A World of Lullabies è stato realizzato grazie a unfundraising, i cui proventi sono stati devoluti in beneficenza all’Associazione Famiglie LGS Italia. Val Bonetti ha fondato a Milano la Good Thumb, che offre corsi e laboratori dedicati alla chitarra acustica. Collabora con il Centro Studi Fingerstyle di Davide Mastrangelo e con Duck Baker con il quale, dopo l’uscita di Pareto Sketches, ha tenuto seminari e concerti. L’intervista Abbiamo appena terminato di ascoltarti nel tuo spazio nell’ambito della tre giorni di Madame Guitar, qui a Tricesimo. Ci hai affascinato con alcune splendide rivisitazioni di ninne nanne tradizionali, cui hai dato una veste sonora affascinante, ipnotica. Ci vuoi parlare di questo tuo nuovo disco, A World of Lullabies? Sì, certo. In concerto ho suonato alcune ninne nanne che fanno parte di questo disco di quattordici brani, realizzato grazie a un fundraising i cui proventi – tolte le spese di realizzazione, spedizione ecc. – sono andati in beneficenza all’Associazione Famiglie LGS Italia: quest’associazione si occupa di dare sostegno alle famiglie di giovanissimi affetti da una rara forma incurabile di epilessia infantile, la sindrome di Lennox-Gastaut, che rallenta lo sviluppo cognitivo e produce disturbi della personalità. È notizia recentissima che il 6 novembre si terrà un evento a Napoli in occasione della giornata mondiale della LGS, intitolato Anomalie. Ci sarà una mostra fotografica realizzata da modelle professioniste insieme a ragazze affette da LGS. Comunque, per informazioni, è possibile consultare il sito www.associazionelgs.it. Tornando all’album, è stata una piccola cosa fatta con il cuore da parte di coloro che vi hanno partecipato, a cominciare dal produttore Lele Battista, che ha messo a disposizione lo studio e la sua professionalità ben oltre il pattuito, per continuare con i musicisti che vi hanno suonato. I musicisti sono diversi e mi fa piacere ricordarli tutti. C’è Aronne Dell’Oro che ha cantato “O ciucciarella”, una ninna nanna della Corsica, mentre la voce di Nadine Jeanne interviene nel brano armeno “Kessabi Oror”, dove si possono anche apprezzare gli interventi alla chitarra elettrica di Simone Massaron. Cheikh Fall suona la kora nelle due ninne nanne africane, Peppe Frana l’oud nel brano iraniano. Due chitarristi come Davide Mastrangelo e Giorgio Mastrocola, quest’ultimo all’ukulele per l’occasione, sono ospiti in “All the Pretty Little Horses” dagli Stati Uniti. C’è poi Alberto Pederneschi che suona la batteria in “Gonjeskh Lala”, il brano dell’Iran, e suona delle percussioni di sua invenzione nel brano “Duerme negrito” dai confini tra Venezuela e Colombia. Massimo Gatti suona la mandola per la ninna nanna turca “Dandini Dandini Dastana” e Marco Ricci, già mio compagno di viaggio in Hidden Star, mi accompagna al contrabbasso in “Se essa rua fosse minha”, del Brasile. Come hai proceduto nella tua ricerca nelle altre culture per rintracciare queste ninne nanne? Tutto è iniziato per caso: ho ascoltato una versione di “Dandini Dandini Dastana” e l’ho arrangiata sulla chitarra per suonarla ai miei bimbi, anzi al primo dei due, Dante, perché la seconda, Celeste, non era ancora nata. Da lì, grazie all’entusiasmo di mia moglie Dima, è scattata l’dea di arrangiarne altre, inizialmente a tempo perso. Poi questa cosa è diventata un progetto che ho voluto realizzare seriamente. Come le hai trovate queste ninne nanne? Ho amici che vengono da vari paesi, anche lontani, a cui ho chiesto di darmi dei titoli. La raccomandazione era di non farmi ascoltare brani strumentali, ma solo cantati, meglio ancora se versioni a cappella. Ho la fortuna di avere amici dall’Armenia, Iran, Finlandia, Corea, Senegal, Bulgaria, che mi hanno aiutato fornendomi informazioni utili se non addirittura il brano stesso. Poi naturalmente c’è Internet. Sapessi quante raccolte esistono che contengono ninne nanne tradizionali: digiti “lullabies” e ti si apre un universo! Il punto era sempre ascoltare più versioni possibili e scavare, cercando una fonte che non fosse troppo contaminata. Per questo ho ascoltato soprattutto versioni a cappella. Una volta individuati i brani, ho voluto raccogliere informazioni che riguardassero la musica dei loro paesi d’origine. E, a parte Internet, sono riuscito a reperire qualche volume interessante presso le biblioteche comunali di Milano. Tutta questa attività di ricerca è durata circa cinque-sei anni. Durante il lockdown la cosa ha conosciuto un’accelerazione: mi sono messo a capofitto nel progetto concludendo così il repertorio per il disco, fino poi a registrarlo nel 2020. Val, nell’album si sentono tante sonorità, principalmente quelle chitarristiche. Ci puoi dire quali chitarre hai suonato? Ho utilizzato un’acustica Cort Jumbo 12 corde Custom, una chitarra resofonica National M-2, una Martin acustica CEO-7 modello 00, una classica baritona Attilio Zontini, un’elettrica Gibson SG ’62 Reissue, una Ennegi acustica in carbonio e una chitarra Startone 3/4 per bambini. Come hai pensato gli arrangiamenti dei brani? Nel mio lavoro di arrangiamento delle ninne nanne, mi sono semplicemente seduto con la mia chitarra e ho iniziato a sognare, ho lasciato che ogni melodia mi guidasse attraverso le infinite possibilità che la musica può offrire e ho disegnato intorno a queste delle melodie, delle atmosfere, dei paesaggi sonori talvolta quasi in contrasto con i suoni del paese d’origine. In qualche modo le ho fatte mie, tanto che a volte ho la sensazione di suonare una mia composizione con qualcosa di speciale e prezioso al suo interno: le prime note che gran parte degli esseri umani sentono appena venuti al mondo, con questa naturalezza dal suono così familiare, accogliente come il grembo materno. Partito dalla pura melodia vocale, ho pensato a spazi da costruire intorno per improvvisare o per affrontare liberamente il canovaccio di cui disponevo. In questo senso, anche gli ospiti musicisti non hanno ricevuto da me particolari indicazioni su come e cosa suonare. Avrei voluto averli fisicamente tutti in studio a registrare con me, ma alcuni – a causa del lockdown o della distanza – hanno lavorato da casa. Con altri abbiamo potuto incidere insieme in presa diretta. Per fare degli esempi, questo è avvenuto su “Ayo Nène Ne” dal Senegal, “Se essa rua”, “Duerme negrito”. Adesso per Fingerpicking.net è uscito il libro Ninne nanne tradizionali per chitarra fingerstyle, che contiene nove brani, otto dei quali sono contenuti nel disco, mentre il nono, “Shortnin’ Bread”, brano tradizionale americano, c’è solo nel libro. Ci puoi parlare di questo importante progetto? Nel libro non ci sono soltanto le trascrizioni in pentagramma e in intavolatura delle ninne nanne, c’è di più. È un lavoro pensato per stimolare la creatività di chi ha voglia di mettere mano a questi brani: ci sono esercizi, ci sono semplificazioni, ci sono suggerimenti per improvvisare. Quello che immagino è che più che rifare ciò che ho suonato io, chi lo compra possa prendere i miei suggerimenti per trovare un proprio modo di suonare questo repertorio o anche altro. Ecco, questo è quello che mi farebbe più felice. Il libro è un po’ il frutto della mia esperienza come insegnante. A tutti i miei studenti cerco di trasmettere questa attitudine: affrontare la musica con creatività, con la libertà che si acquisisce studiando bene i rudimenti. I brani sono in ordine progressivo di difficoltà e in ogni capitolo vi sono spunti per sviluppare una tecnica, idee per improvvisare o suggerimenti per semplificare delle parti che possono essere molto complesse. Mi piace immaginare che una persona si possa divertire cimentandosi anche solo in alcune parti di ogni brano, oppure sfruttando le idee per improvvisare su altro materiale, o ancora seguendo il testo per argomenti. A tal proposito, a inizio di ciascun capitolo vi è un riquadro con gli argomenti trattati e, nei paragrafi, non mancano i rimandi ad altri brani che condividono il medesimo argomento. I brani sono arrangiati con diverse accordature e alcuni prevedono anche l’utilizzo del capotasto, che non è indispensabile. A parte l’accordatura standard e la Drop D, ho utilizzato la Open G minor (DGDGBbD) in “La siminzina” dalla Sicilia e “Ja Jang” dalla Corea, la Open D minor (DADFAD) in “Kessabi Oror”, “O ciucciarella” e “Nuku Nuku” dalla Finlandia, la Open D (DADF#AD) per “Ayo Nène Ne” e “Makun” dal Mali. I due progetti, il disco e il libro, sono paralleli. Il disco è stato realizzato l’anno scorso, le copie sono state tutte vendute ai sostenitori del fundraising con una copertina speciale realizzata da un famoso illustratore, che si chiama Quentin Gréban e che l’ha messa a disposizione gratuitamente. Per il pubblico uscirà in digitale a giorni e sarà distribuito su tutti gli store digitali. Vedremo poi se farne anche un CD fisico; vediamo, ci stiamo pensando. Il libro è cartaceo, di un centinaio di pagine. C’è un link nel libro perché, in aggiunta agli spartiti, agli esercizi e al testo che spiega come ho pensato all’arrangiamento dei brani, ho realizzato 68 video che corrispondono alle idee di improvvisazione e di esercizi, oltre ai video dove eseguo ogni pezzo per intero. I video sono stati realizzati presso il mio home studio in Full HD, perché c’era un nuovo lockdown e non sono riuscito a incontrarmi con Reno Brandoni, dal quale normalmente faccio i video. Una cosa molto importante, questa dei video collegati all’acquisto del libro per gli approfondimenti che metti a disposizione di lettori e studenti… Sì, certamente. Ecco, a questo proposito voglio dire una cosa a cui tengo molto: se tu presenti un disco di ninne nanne, sembra che stai facendo una cosa per bambini. E che la cosa sia di poco interesse per un ‘grandone’. Quello che vorrei comunicare, invece, è che la musica per bambini è una musica molto profonda, come lo è tutta la musica tradizionale. La musica tradizionale ha in sé tanta cultura, e quando vedo qualcuno un po’ prevenuto, penso: «Mi spiace per te!» Oltretutto, i bambini hanno una sensibilità per la musica, che avercene da adulti! Certo, se poi facciamo loro ascoltare soltanto le siglette dei cartoni animati o dei videogame, ecco spiegato cosa ascolteranno da grandi… Anche i testi, in alcuni casi, sono tutt’altro che infantili, possono parlare di temi seri, drammatici, persino di morte. Per esempio, la ninna nanna turca nel corso dei secoli è stata ‘ammorbidita’, perché all’inizio parlava di due fratelli briganti che facevano fuori tutti! E poi la cosa stimolante è che spesso questi pezzi sono fatti di quattro battute, di tre note, e ti lasciano molto spazio compositivo: sono un piccolo preziosissimo nucleo, al quale ispirarsi per costruire e cucire intorno ad essi altre cose. Insomma, non è per nulla filologico il lavoro che ho fatto, non è stato un lavoro di copisteria o di mero arrangiamento dei brani. Piuttosto ho cercato di scriverci intorno lasciandomi ispirare, attento però a non rovinarne il nucleo originario. Come avrai intuito, è un lavoro che mi ha molto soddisfatto! E come valuti allora quest’esperienza nell’ambito della tua carriera come chitarrista e compositore? Questo disco mi ha aperto una strada lungo la quale vorrò proseguire. Ho già delle cose in mente per il futuro su questa linea, ovviamente accanto alla composizione pura. Grazie della tua disponibilità Val e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri. Gabriele Longo L'articolo Le ninne nanne di un chitarrista errante: Intervista a Val Bonetti proviene da Fingerpicking.net.
Madame Guitar Una sintesi originale fra tradizioni mediterranee, anglosassoni e non solo Intervista ad Aronne Dell’Oro di Gabriele Longo / foto di Riccardo Bostiancich Nel corso della rassegna Madame Guitar a Tricesimo, che abbiamo raccontato in esteso nello scorso numero, ho avuto l’occasione di intervistare alcuni artisti poco noti ai più, ma che si sono rivelati una gradita sorpresa. È il caso per cominciare di Aronne Dell’Oro, che ho incontrato nella giornata di sabato 25 settembre, in una pausa tra la sua partecipazione al set mattutino di Val Bonetti in piazza e la propria esibizione serale al teatro Garzoni. Un po’ di storia La musica di Aronne Dell’Oro affonda le sue radici nelle campagne salentine, nelle millenarie tradizioni del Mediterraneo e si fonde con la magia del cantautorato folk di Nick Drake e Tim Buckley. Queste le coordinate principali per intercettare un artista a tutto tondo, che fa della ricerca, dello studio e del reinventare il suo credo. Cantante, chitarrista acustico e arrangiatore, Aronne Dell’Oro inizia nel 1995 un percorso di studio e di ricerca orientato a una sintesi originale tra le tradizioni musicali anglosassoni e quelle del Sud Italia e del Mediterraneo, a cui affiancare un’intensa attività concertistica. Fonda la band Folkenublo e nel 1997 partecipa al tributo a Tim e Jeff Buckley all’Iperspazio di Milano. Trasferitosi in Alto Adige, diventa una presenza costante nella programmazione del circolo culturale Ost West Club Est Ovest a Merano. Nel 2001, in seguito all’incontro con la band pugliese Radicanto, comincia un percorso di riscoperta e rivisitazione delle radici salentine di famiglia e della tradizione partenopea. Predilige performance in solo o per piccoli ensemble: gli stessi Radicanto, nel 2011, lo invitano a Bari per un concerto solista al festival Di Voce in Voce, in cartellone con Pino De Vittorio e Lucilla Galeazzi. Dal 2006 amplia il raggio delle sue collaborazioni e dei concerti per l’Europa: nel 2009 e 2010 è invitato al Festival d’Avignone dall’ensemble provenzale Azalaïs, con cui continua a condividere il palco negli anni a seguire. Nel 2015 presenta una performance di canti tradizionali, danza e live electronics alla Oslo Concert Hall con l’oboista norvegese Jan Wiese e la performer Johanna Zwaig. Nel 2019 è invitato a intervenire al convegno La chanson de langue d’oc contemporaine et l’Italie all’Università di Aix-Marseille. Vive in Liguria e collabora stabilmente con musicisti di diverse nazionalità europee e dei generi più disparati, dalla musica antica all’etnojazz, dal blues rurale alla musica classica indiana: tra questi, Peppe Frana, Christian Zagaria, Jan Wiese, Virginia Nicoli, Val Bonetti, Marco Pandolfi, Vincent Magrini. A questa già ricca serie di esperienze dal vivo, Aronne Dell’Oro ha affiancato un buon numero di CD: tutte autoproduzioni, una scelta che gli ha permesso di fare in tutta calma i suoi ‘esperimenti mediterranei’, senza dover rispondere a logiche di genere o di mercato. Sono del 2007 e 2008, rispettivamente Lu Nanniorcu e Amara terra mia, i primi due dischi di Aronne in cui comincia a lavorare sui documenti sonori registrati sul campo da Alan Lomax e Diego Carpitella in Salento, alla ricerca di un modo personale di rivisitarli e arrangiarli, che si intrecci con le sue esperienze precedenti legate soprattutto al folk personalissimo e ‘magico’ di Tim Buckley e Nick Drake sopra tutti. Su YouTube un esempio interessante del 2007 è il brano “Moroloja”. Nel 2010 autoproduce III, in cui inizia la collaborazione coi musicisti provenzali. Su YouTube “La fortuna”, “Rota/Alba”, “Filugnana antica”. Barcarola, del 2012, è il primo lavoro discografico in cui Dell’Oro si confronta con la canzone napoletana classica, soprattutto del XIX e inizio XX secolo, riarrangiata in chiave folk blues, sempre di più in fingerpicking. “Mierolo affurtunato”, un bell’esempio di questo repertorio, che però nel disco non è presente, è stato eseguito a Madame Guitar in duo con la slide di Val Bonetti. Del 2014 è V e del 2016 La vigna, due dischi in cui il chitarrista salentino torna maggiormente verso la Puglia e, in collaborazione con musicisti europei, crea a volte delle jam band estemporanee di ispirazione folk-psichedelica: ascoltare in particolare il finale di “Lu ricciu”, sempre su YouTube. Nel 2019 è la volta di Oxyacantha, ultimo disco in versione EP, più orientato verso la musica antica rivista alla maniera di Aronne e, in assoluto, quello più fedele al suono naturale, acustico della sua chitarra e della sua voce. In digitale online (su Spotify, Apple Music ecc.) si trovano il citato Oxyacantha e i Mediterranean Recordings, che sono una raccolta restaurata nel suono di brani selezionati dall’autore dagli album precedenti. Aronne Dell’Oro suona una chitarra che è stata costruita dal liutaio Renato Barone e che prima apparteneva all’ottimo roots bluesman Mauro Ferrarese, nei cui dischi ha cantato da ospite in un paio di occasioni. L’intervista Aronne… un nome che mi suscita qualcosa di arcaico, di antico, che un po’ si rifà alla tua passione di andare alle radici di un certo folklore. Ma lascio a te la parola per introdurci nel tuo mondo artistico e di chitarrista. Certo, grazie. Quello che hai sentito oggi in piazza e che sentirai stasera in teatro nasce dal tentativo di catturare lo ‘spirito’ – e di operare una sintesi tra ‘folk’ ed elementi antichi, arcaici – di tradizioni musicali che sono in parte imparentate con quelle del bacino del Mediterraneo, in particolare quella italiana, e in parte con quelle di oltreoceano. Lo spirito di come la musica africana è arrivata negli Stati Uniti, si è trasformata ed è tornata in Europa ispirando gli ascolti di tutta una generazione, che poi se n’è rimpossessata; e sto parlando di quella inglese negli anni ’60: una generazione di geni della chitarra acustica, che prendevano il country blues e lo facevano intrecciare con le arie, con le melodie più europee. Questo è simile a quello che cerco di fare io, anche insieme con Val Bonetti: prendere una chitarra che di base è folk blues e adattarla un po’ al nostro linguaggio, al nostro alfabeto mediterraneo, italiano. Molto interessante questo concetto di andate e ritorni, di filtrare attraverso la propria cultura d’origine quella che si va a visitare e conoscere, per poi fare il percorso all’inverso arricchendosi nel frattempo di tutti questi elementi. Assolutamente sì. Io per esempio mi sono avvicinato al lavoro di ricerca e alle registrazioni sul campo di Alan Lomax dedicate al blues degli Stati Uniti. Per poi scoprire che a quindici chilometri dal paese della mia famiglia d’origine in Salento – mia madre è della zona di Gallipoli – Lomax c’era stato, e aveva registrato delle voci, dei canti tradizionali insieme a Diego Carpitella. Quindi, abituarsi al lavoro di Lomax, a un certo tipo di registrazioni più ruvido, più originale, partendo dal Sud degli Stati Uniti, per poi scoprire che Lomax aveva bazzicato nelle terre delle mie origini e che queste registrazioni sono custodite negli archivi di musica folk degli Stati Uniti… Ecco, tutto questo era – ed è – un gioco di richiami molto affascinante per me. Questa è la tua cifra, con la quale ti piace muoverti. Cercando di addentrarci di più nell’argomento, come procedi nel tuo lavoro di ricerca ed elaborazione? Prendi in considerazione brani già compiuti, che hanno le caratteristiche cui hai accennato, e/o anche tue composizioni, poi li fondi tra di loro? Diciamo che la nostra tradizione del Sud – non sempre, ma in buona parte – può essere una tradizione di polifonia vocale non accompagnata da strumenti. Per cui io posso prendere una melodia tradizionalmente eseguita da voci che accompagnavano il lavoro o altri momenti della giornata, che non avevano nessun tipo di accompagnamento strumentale e suggerivano determinati accordi, determinate armonie. E posso allora inventare per questa melodia un mio accompagnamento chitarristico originale, facilitato dal fatto che mi posso muovere in un ambito che offre una grande libertà. Questa è un’arte contadina, arcaica. Poi c’è tutta una parte che in Italia è portentosa, ed è quella per esempio della canzone napoletana o – ancor prima – delle villanelle napoletane. E risalendo ancora si può prendere in esame anche la musica medievale… Ecco, io non riesco troppo a separare le cose, per cui con la mia chitarra e la mia voce cerco di catturare il più possibile delle cose che mi ‘parlano’. Dopodiché c’è anche un oceano di cose che non provo nemmeno a toccare: in definitiva, alcune mi riguardano a livello di sensazione e personalmente sono quelle che cerco di trasformare, mentre tante altre le ascolto, le adoro, ma non provo assolutamente a rimaneggiarle. Parliamo più specificamente dell’ambito che riguarda il nostro amato strumento. Sì, arriviamo alla chitarra. Ecco, la chitarra ‘folk’, la chitarra steel-string: quella che considero viene dalla tradizione afroamericana degli Stati Uniti, ma non solo, e molto anche dagli anni ’60 e ’70, da ciò che hanno sviluppato i musicisti inglesi e scozzesi sulla chitarra; quella che è diventata la chitarra celtica, anche se quei musicisti a loro volta sentivano i bluesmen degli anni ’60 che venivano in tour in Europa dall’America, come Big Bill Broonzy, Sonny Terry e Brownie McGhee… Gli inglesi hanno cercato di far proprio quest’uso dello strumento, un uso molto ritmico, anche se gentile, perché non molto aggressivo; ma comunque molto ritmico come concezione di fondo. Con quest’uso ostinato del pollice, del basso alternato o anche non alternato, ma che è un modo di far ‘camminare’ il pezzo. Alcuni dei miei favoriti partendo da lì sono Skip James, Blind Willie McTell e poi, arrivando in Inghilterra, Nick Drake, Bert Jansch, Martin Carthy, John Renbourn… E con questo, Aronne, mi sembra che abbiamo chiuso il cerchio rispetto al tuo ambito stilistico, quello più nelle tue corde. A me è piaciuta molto quella villanella napoletana, se ho capito bene, che hai eseguito insieme con Val Bonetti… No, è un brano più recente, è una canzone del 1931 che si chiama “Mierolo affurtunato” ed è stata scritta da Salvatore Di Giacomo ed E. A. Mario. Si adattava bene ad essere rivista come un blues: c’è un basso alternato in accordatura di Re aperto, su una melodia, un modo tipicamente napoletano, che comprende delle note arabeggianti. Una commistione che colpisce e cattura parecchio, Aronne, unita alla slide di Val Bonetti. Puoi dire qualcosa sulle accordature aperte cui hai fatto cenno? Sì, attualmente ne utilizzo due, entrambe in Re aperto, ma al posto del Sol posso avere un Fa diesis o un Fa naturale: semplicemente la corda di Sol, invece di essere una quarta, diventa o una terza aggiore o una terza minore. Quindi, partendo dalla sesta corda, abbiamo l’accordatura di Re maggiore: Re La Re Fa# La Re; o l’accordatura di Re minore: Re La Re Fa La Re. L’accordatura in Re minore era quella utilizzata prevalentemente da Skip James, era tipica del suo suono. Inoltre io ho iniziato a usarla anche in ‘tonalità’ di La: molto interessante, perché permette di modulare, di passare da La maggiore a La minore facilmente. Vorrei aggiungere qualcosa che è da prendere come consiglio per l’ascolto e riguarda la musica rebetika della Grecia: nel periodo tra le due guerre mondiali esisteva questa musica, che si può definire il blues greco. Apparteneva a una classe sociale di reietti, associabile come spirito e condizione sociale a molti bluesmen del Sud degli Stati Uniti. Noi siamo abituati alla musica greca come musica del bouzouki e altri strumenti a corde similari, ma c’erano dei chitarristi che facevano cose interessantissime. Oggi c’è un chitarrista bravissimo, nonché cantante, Dimitris Mystakidis, che riprende la musica greca di un secolo fa di George Katsaros [1888-1997], un musicista che suonava la musica rebetika con le sue ritmiche composte, i suoi modi cromatici, arabeggianti, trasferiti sulla chitarra. Katzaros aveva suonato i primi anni in Grecia, poi è emigrato in America per tanti anni, dove ha suonato per le comunità greche. Quindi esiste già un blues mediterraneo chitarristico e per me è bellissimo poter disporre di questi ascolti, perché mi aiutano a integrare quelle aree, quelle melodie del nostro Sud che sono già molto orientali e arabeggianti. Abbiamo già questi elementi nelle voci, ma non abbiamo un modo per accompagnarle sulla chitarra, almeno non sulla chitarra ‘folk’. Dimitris, che utilizza una chitarra con corde in metallo, e in una foto l’ho visto anche imbracciare una Martin, aiuta a immaginare una chitarra folk blues ma orientaleggiante, con questa direzione mediterranea che può sposarsi alle nostre cose. Grazie Aronne di questa segnalazione e di averci reso partecipi del tuo percorso di ricerca, aprendoci ad ambiti poco conosciuti per la chitarra acustica! Gabriele Longo L'articolo Una sintesi originale fra tradizioni mediterranee, anglosassoni e non solo – Intervista ad Aronne Dell’Oro proviene da Fingerpicking.net.
Madame Guitar Musica Muta Un duo strumentale che canta di Gabriele Longo / foto di Riccardo Bostiancich Siamo ancora a Tricesimo nella seconda giornata, sabato 25 settembre, del festival Madame Guitar, e ho appena finito di ascoltare il set di un duo chitarristico di grande impatto e musicalità: Musica Muta. È formato da due giovani chitarristi perugini, Rachele Fogu e Michele Rosati, che con le loro chitarre acustiche, due splendide Maton EBG808, sviluppano un sound pieno, ricco di dinamiche, picchi, cambi di tempo, inserti, contrappunti, il tutto giocato sull’alternanza di ruolo solista/accompagnatore, così da sviluppare una ricchezza armonica e melodica di assoluto pregio. Il pubblico ha avvertito fin dal primo approccio queste peculiarità, tanto da non aver sentito minimamente la mancanza della voce umana – e da qui la scelta del loro nome – anche in quei pezzi che propongono hit famose cantate e che, nella loro versione, suonano e ‘cantano’ alla grande. Possiamo partire subito da quella che appare come la caratteristica peculiare del vostro duo, un’organizzazione delle parti basata su un’alternanza di ruolo tra solista e accompagnatore. Michele Rosati: Sì, di solito i nostri ruoli prevedono l’accompagnamento da parte mia e le frasi melodiche o gli obbligati solistici da parte di Rachele. Io offro una base armonica e ritmica per poter poi creare delle tessiture melodiche. Noi nasciamo come duo acustico che suona cover rivisitate, per cui il nostro obiettivo all’inizio era quello di ‘togliere la voce’: non avevamo bisogno del cantante. I temi li facciamo noi con le due chitarre: Rachele ha il ruolo della voce e io quello… della band! Rachele Fogu: È proprio una questione di suoni: ci organizziamo con la corposità di suono della chitarra di Michele, mentre utilizziamo il mio – più medioso – per uscire meglio nelle parti solistiche. Poi pian piano, con i nostri ultimi brani originali, abbiamo iniziato a riconsiderare melodia e accompagnamento meno come elementi da tenere divisi, bensì tendendo a rimescolarli, a tenerli meno separati e netti rispetto ai nostri ruoli iniziali. M.R.: Certo, questa evoluzione è partita dalla composizione dei brani originali che fanno parte del nostro primo CD, Musica Muta. Crescendo il nostro affiatamento, sono cresciute anche le idee che ci sono venute e il modo di utilizzare le chitarre. Di conseguenza la barriera netta, accompagnamento da una parte e solista dall’altra, si è andata via via assottigliando, per cui è stato piacevole riuscire a integrarci ancora meglio. Spesso, anche se non sempre, contaminiamo anche con qualche pedale, con qualche sonorità, qualche loop creato al momento, qualche percussione di piccoli fraseggi. Oggi mi sembra che abbiate suonato tutto dal vivo. M.R.: Sì, sì, tutto dal vivo, giusto un po’ di riverbero. In effetti la vostra descrizione l’ho ritrovata puntualmente laddove, quando avete eseguito per esempio “Je so’ pazzo” di Pino Daniele o “Il rock di Capitan Uncino” di Edoardo Bennato, i due ruoli erano più distinti trattandosi di pezzi originariamente cantati; mentre i brani “Tra” e “Suda-merica” – due titoli originali del vostro CD – avevano già un arrangiamento espresso con più libertà, pensato nell’evoluzione da voi descritta prima. M.R.: Sì, certo. Spesso il suggerimento compositivo viene da Rachele, e da lì partiamo per mettere poi ciascuno il suo, cercando di capire cosa voleva l’altro e integrare con dei propri suggerimenti. Ecco, mi fate un esempio di come create un pezzo inedito? R.F.: Magari l’idea parte da uno di noi e poi ci lavoriamo insieme. Sulla base di un pezzo creato da uno di noi due, che comprende già accompagnamento e melodia, cerchiamo di incastrare un’armonizzazione suonata dall’altra chitarra. M.R.: Magari è successo che quando uno proponeva un’idea musicale, la si sviscerava insieme cercando subito di farla ‘suonare’, per farcela piacere al nostro orecchio, al nostro modo di sentire; per cui ognuno si spendeva nel dare consigli e suggerimenti, magari a volte accettando l’idea e altre volte rifiutandola. Ma sempre comunque in modo molto spontaneo e democratico… Siete severi con voi stessi e con l’altro? R.F. e M.R.: Sì, sì [ridendo entrambi], moltissimo! R.F.: Facciamo prove molto lunghe, e verso la fine si accendono un po’ gli animi, a volte l’energia nervosa si fa sentire! M.R.: Ma è normale. Non è un volersi male, assolutamente no, non è un condannare ciò che sta facendo l’altro. Significa cercare di dirsi: «Ma non mi capisci? Sembra ovvio, no?» È successo, invece, che l’altro abbia dato la scintilla per sbloccare l’impasse in cui vi siete trovati? M.R.: Sì, assolutamente. In “Tra”, che è il nostro primo brano composto e il secondo nella tracklist del CD, ricordo che quando armonizzavamo le due linee abbiamo superato un momento di blocco, e in quel momento abbiamo provato un grande entusiasmo per la piega positiva che stava prendendo il brano. Michele e Rachele, ci parlate del vostro background accademico, se c’è? M.R.: Sì, c’è. Io sono il più grande d’età. Ho fatto un percorso di studi classici al conservatorio di Perugia in clarinetto, mentre la chitarra la portavo avanti per passione. Per cui, corsi a Fiesole, corsi a Roma… Ma chitarra è sempre stato uno strumento che sentivo mio. Per una differenza sostanziale: il clarinetto è uno strumento monofonico, mentre la chitarra è uno strumento polifonico, e a me piace l’armonia. Questo quindi il mio percorso. Da lì anche il mio amore per l’insegnamento, tenendo stretto però il mio essere musicista e chitarrista. Non abbandoniamo la nave! R.F.: Michele ed io ci siamo conosciuti a lezione, perché io ero una sua allieva e lo sono stata per diversi anni. Poi ho frequentato il conservatorio di Perugia e quest’anno concluderò il biennio superiore, dopo essermi laureata in chitarra jazz. A proposito del mio solismo, devo dire che esprimerlo su di un tappeto armonico come quello di Michele mi rende molto tranquilla. M.R.: Rachele ha il ‘talento’, poche volte capita. Tante persone suonano e suonano benissimo. Però quando c’è quel qualcosa in più, che è una questione di sensibilità di come s’intende la musica e di che tipo di approccio uno ha, non ce ne sono tantissimi in giro. Bene, io ricordo la prima volta in cui ho visto Rachele con la chitarra e l’ho invitata a suonare qualcosa: nel giro di Sol o di Do che suonò, io capii subito che tipo di approccio lei aveva con la musica. E il seguito è stato tutto molto semplice per me. R.F.: Io allora suonavo soltanto la chitarra elettrica, e lui mi ha ‘traviata’ avvicinandomi all’acustica con Tommy Emmanuel! Cosa suonavi con l’elettrica? R.F.: Gli AC/DC [ride di cuore], i Led Zeppelin, sì, sì, erano i miei idoli! M.R.: È molto piacevole sentirla alla chitarra elettrica. Infatti a volte facciamo delle contaminazioni: spesso accade in teatro per accompagnare dei cantanti, per cui ci richiedono delle sonorità più ampie rispetto al puro suono acustico; e lì lei prende la chitarra elettrica. Da quanto tempo esistete come duo? M.R.: Da circa quattro anni. Be’, un tempo relativamente breve per l’alto livello che avete raggiunto. M.R.: Ci abbiamo lavorato molto, eh! Prima di riuscire a fare una serata ce n’è voluto… Andare a suonare per il discorso di dire ‘andiamo a suonare’, sì, vabbe’, ma ci appagava meno. Andiamo a suonare invece quando noi ci divertiamo e siamo sicuri di quello che suoniamo. Ed è per questo che le prove sono state molte e molto intense. R.F.: All’inizio, quando dicevamo di essere un duo strumentale spesso nicchiavano, facendo capire che avrebbero preferito una voce. Ma le volte, ed è capitato spesso, in cui ci hanno sentito nei locali o nei festival a cui abbiamo partecipato, molte persone ci hanno detto: «Oh, si sente la voce!» M.R.: «Si sente la voce!» Si sente ma non c’è: per noi è stato un grosso complimento quel riconoscimento del nostro lavoro, che era riuscito a trasmettere con la sola musica le vibrazioni che normalmente arrivano quando c’è il cantante o la cantante. Sai, molte volte il cantante, il cantautore arriva con la chitarra, s’accompagna bene, tutto bello. Ma sembra che questa chitarra serva solo a sostenere la voce, mentre la chitarra è uno strumento dalle sfumature ampissime: può sostenere, può diventare solista, può diventare percussione, può diventare tante cose. E a noi piaceva svelare pian piano tutti questi aspetti. Consapevoli di non scoprire nulla di nuovo, dopo che tantissimi prima di noi l’hanno già fatto, però questo era il nostro obiettivo. Infatti a volte, come diceva prima Rachele, ci chiedevano: «Ma chi canta di voi due?» Quando andiamo in un posto dove non ci hanno mai sentito pensano a lei, dato che generalmente in un duo misto si pensa alla donna cantante e all’uomo che accompagna con la chitarra. Sì, in effetti nel vostro duo la parte del ‘canto’ aleggia prepotentemente, pur non essendoci realmente. Ne avete fatto una perfetta esemplificazione eseguendo la vostra interpretazione di “Bocca di Rosa” di Fabrizio De André, dove la melodia ‘cantata’ dalla chitarra di Rachele s’interseca a meraviglia nel tessuto armonico e ritmico del brano. Parliamo adesso dell’attualità: dopo questo terribile periodo di pandemia, come state riprendendo la strada dei concerti dal vivo? M.R.: Ci diamo da fare man mano, tenuto conto del momento ancora difficile che stiamo vivendo. Noi abitiamo a Perugia e questo un po’ ci penalizza, non essendo la nostra zona in un punto favorito dai crocevia interessanti per il nostro lavoro. Sai, l’Umbria è bella, contemplativa, ma se stringiamo, di lavoro con la musica non ce n’è poi così tanto. Dove avete suonato di recente? R.F.: Questa estate in provincia di Roma, all’aperto a Carpineto Romano e a Tolfa. La prossima settimana andremo a Blera, vicino a Viterbo. M.R.: A questo proposito ci fa piacere indicare il nostro sito web, www.musicamuta.com, dove chi è interessato troverà un po’ tutto di noi, compreso il video del primo brano del nostro CD Musica Muta, che s’intitola “Il vuoto”. Bene, grazie a Rachele Fogu e Michele Rosati della piacevole chiacchierata, e in bocca al lupo per la vostra carriera artistica! Gabriele Longo L'articolo Musica Muta: Un duo strumentale che canta proviene da Fingerpicking.net.
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