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source: https://www.fingerpicking.net/lingegnere-acustico-2-intervista-a-marc-daniel-nelson/
L’ingegnere acustico – 2 Intervista a Marc Daniel Nelson
di Daniele Bazzani

Produttore originario di Chicago ma trasferitosi a Los Angeles per evidenti motivi, visto che oltre a missare dischi lavora anche nel cinema con le colonne sonore, Marc Daniel Nelson è giovane ma è già stato nominato ai Grammy ed ha all’attivo centinaia di lavori molto importanti: da Eric Burdon ai Fleetwood Mac e Jason Mraz, oltre a colonne sonore come il nuovo Blade Runner 2049 o la celebre serie televisiva The Expanse. Ha una profonda conoscenza sia del mondo analogico che di quello digitale e i suoi suggerimenti saranno preziosi per molti.
Ciao Marc, benvenuto.
«Ciao a tutti i lettori, grazie dell’invito!»
Vuoi dirci brevemente qualcosa di te?
«Certamente. Sono un produttore e ingegnere del suono con base a Los Angeles. Sono originario di Chicago, Illinois, e sono cresciuto nell’Indiana a sud di Chicago. Il mio amore per la musica nasce da bambino grazie ai Beatles. Ho iniziato come tecnico del suono e produttore, poi ho fatto scuola di cinema, quindi sono tornato alla musica, che è ciò che volevo fare: ho iniziato a missare dischi, trailer cinematografici e colonne sonore, ed eccomi qua!»
Mi sono imbattuto in alcuni tuoi tutorial sul Web e mi è piaciuta molto la maniera di spiegare che hai, semplice e chiara. Si capisce che hai una grande conoscenza di molte cose, credo che sarà interessante. Cosa rispondi se dico ‘chitarra acustica’?
«Be’ … dico grazie! Perché è molto più divertente registrare un’eccellente chitarra acustica di quanto lo sia farlo con una elettrica. Per quanto io ami il rock e le chitarre elettriche, queste sono piuttosto semplici da registrare e non devi fare moltissimo per farle rendere. Ma, da tecnico che registra, se mi trovo di fronte un’acustica o una nylon o un qualunque altro strumento a corda, posso avere una miriade di approcci diversi e molti ‘ambienti’ differenti per costruire un suono: è molto impegnativo. E quello che mi ha fatto partecipare a questo ‘grande gioco’ è la ricerca continua e infinita di arrivare a un suono che hai in testa, e al quale – per fortuna – non arrivi mai! Il mio mentore mi disse: “Non ci vuoi mai arrivare davvero, perché poi che fai?” E aveva ragione, è come la vita: pensi di avere una risposta e ti accorgi subito dopo che non è così. È una sfida continua e registrare una chitarra acustica, con le sue sfumature, può portare a migliaia di combinazioni differenti. Dipende dal tipo di musica e da molti alti fattori.»
C’è un suono di acustica che ti ha particolarmente colpito o che ricordi?
«Ce ne sono tantissimi: a me una Gibson J-160 che suona un MI maggiore riporta subito alla mente i Beatles; e le chitarre, di solito acustiche, suonate nei film hanno una delicatezza incredibile; penso ad alcune chitarre dei dischi di Sheryl Crow degli anni ‘90, ai Fleetwood Mac e a quei suoni fantastici.
Negli ultimi mesi, da quando ho iniziato i miei tutorial, ho ricevuto moltissime email su come ottenere un bel suono di acustica a casa. E da chitarrista sia elettrico che acustico, ti dico che chiunque può ottenere un buon suono di chitarra elettrica; se non ci riesce, vuol dire che ha fatto un casino. Ma con l’acustica è diverso. Chi registra a casa di solito deve suonare e registrare, quindi focalizza tutta la propria attenzione sulla parte suonata e nessuna sulla parte che deve registrare. Io stesso ho enormi difficoltà quando devo registrarmi: metto tutta l’attenzione su come muovo le dita, sto attento a ogni piccolo rumore, e ne risulta che ciò che suono è terribile! Ci sono tutti questi elementi, l’ambiente, il posizionamento, le cuffie, un microfono praticamente attaccato alla chitarra in uno spazio ridotto, che tu credi possa dare un buon suono; ma di solito non è così, e quindi non funziona. Io non ci riesco. Qualcuno lo fa, ma devi trovare un modo, una soluzione per evitare tutte le decisioni sbagliate che potresti prendere, perché in realtà in quel momento stai facendo due lavori in uno.»
Okay, hai appena detto dei molti modi per arrivare a un obiettivo. Ti chiedo: mono, stereo o…?
«Dipende molto dal contesto. Se è un assolo direi mono; se è una bella parte in evidenza, tenderei a lasciarla mono per mantenere focus e definizione; se parliamo di un chitarrista fingerstyle, allora tenderei a dire stereo. Nel caso del pop, se abbiamo la stessa parte registrata due volte, registrerei le due riprese in mono e le metterei una tutta a sinistra e l’altra tutta a destra. Con lo stereo si rischiamo problemi di fase e, se il risultato suona male, chi ascolta non ha interesse a sapere se fosse stereo o mono. Se suona male, abbiamo rovinato tutto e basta. Poi ci sono dei casi in cui lo stereo vince sempre. Se c’è un musicista in una musica da film, anche solo una chitarra, la stereofonia aiuta a riempire il panorama. Ma bisogna assolutamente stare attenti alla fase dei microfoni, perché si cancellano molte frequenze e si rovina il suono con grande facilità. D’altra parte, se per esempio ascolto i miei cantautori preferiti e devo lavorare in quella dimensione, solo chitarra e voce, tenderei a mettere la voce al centro e la chitarra giusto leggermente da una parte. Ricordo che, per un periodo, c’era la moda di mettere la voce in mezzo e la chitarra solo da una parte, ma così suona davvero strano. Comunque, dipende da cosa devi fare. Mettere alcune cose in centro in mono ti aiuta, se devi metterne altre ai lati. E se entriamo nello specifico su alcuni generi musicali, posso essere anche più preciso.»

Se utilizzi un solo microfono, tendi a metterlo molto vicino alla chitarra con la tecnica del close miking?
«Non metto mai i microfoni a più di 30 o 40 centimetri: rischi di prendere troppo suono della stanza, e se registri a casa non va bene. Se vuoi, puoi anche mettere un microfono piuttosto lontano dalla chitarra, proprio con l’intenzione di prendere il suono della stanza; ma in genere a me non piace. Come per la batteria: il suono della stanza già lo senti dai microfoni vicini. C’è un trucco che usa Bill Schnee: usando un microfono a condensatore in posizione ‘omni’, che cattura il suono a 360°, lui lo posiziona praticamente attaccato alla tastiera, il più vicino possibile; e siccome è un omni, non risente dell’effetto di prossimità che genera un rimbombo sulle basse frequenze, ma produce un suono molto caldo e ricco. Non bisogna puntarlo direttamente sulla buca, ma cercare di metterlo il più vicino possibile. E sentirai che il suono è molto interessante. Si deve anche fare attenzione all’ambiente: un suggerimento è quello di camminare per la stanza, parlando o suonando, e cercare un punto che ci piace come suona. Non mi piacciono le stanze troppo ‘morte’ dal punto di vista sonoro. Si potrebbe addirittura provare a sentire come suona il bagno, anche se questo forse è un po’ esagerato; magari l’angolo di una camera.»
Come nella famosa immagine di Robert Johnson: dicevano che registrava girato verso l’angolo perché era timido, ma invece cercava magari uno spazio dove far suonare meglio la chitarra.
«Certo. Voglio dire, non ci sono regole: a molti piace usare i microfoni a nastro, io amo i vecchi microfoni a valvole. Su un’acustica userei un dinamico Shure SM57, piuttosto che un microfono a condensatore da 200 dollari. Questo perché un condensatore economico potrebbe risultare un po’ troppo aggressivo o brillante, mentre l’SM57 – se riesci ad avere abbastanza guadagno in entrata – ha un suono splendido. Quindi, se si ha la possibilità di ottenere il giusto gain, un SM57 – o anche un SM7 – suoneranno benissimo. La gente non ci pensa, ma è dimostrato migliaia di volte che microfoni dinamici economici suonano benissimo in certe occasioni: non devono costare una fortuna o somigliare a quelli a condensatore.»

Se hai due microfoni, c’è una tipologia di ripresa che preferisci?
«Dipende sempre dalla canzone, e vale per tutti gli strumenti: non esiste una cosa che sia migliore di un’altra, in realtà. Dipende dal chitarrista, dalla chitarra o da qualcosa che hai in mente. Io ho provato di tutto. Ci sono molti tipi di ripresa, ma se devo dirla tutta, alla fine torno sempre alla ripresa stereo tradizionale: due microfoni possibilmente uguali, a una distanza precisa evitando problemi di fase. Se hai un buon musicista e una bella chitarra, è la migliore e più sicura delle riprese: due microfoni a 30-40 cm l’uno dall’altro. Quand’ero più giovane, circa quindici anni fa, ho provato ogni ripresa possibile, invertendo la fase, facendo di tutto, ma non ho mai trovato nulla di meglio rispetto alla ripresa più semplice. Per altri continuare a provare funziona, per me no. Trovo che sia una perdita di tempo: mi piace la semplicità e potermi concentrare su altro.
Il motivo per cui sto facendo questi tutorial è che ho perso tanto di quel tempo sperimentando cose inutili: magari avessi avuto qualcuno che mi dicesse ogni volta la cosa migliore da fare! Ci sono persone incredibilmente di talento, che sono state davvero molto gentili e mi hanno mostrato il modo di fare alcune cose. E non hanno problemi che io le dica ad altri. C’è talmente tanta cattiva informazione in giro, che mi piacerebbe poter dare un piccolo contributo. È iniziato tutto con il COVID-19 e i lockdown: la gente aveva bisogno di qualcuno che gli parlasse, dicesse e spiegasse cose, anche solo per sentire una voce amica, per sapere che tutti stavano bene. Questa cosa mi è piaciuta e continuo a farla. Ricevo molte email e cerco di rispondere a tutti: so come ci si sente quando hai una passione, magari registrare la tua acustica, e stai cercando una soluzione. È bello che ti spieghino anche una piccola cosa, e quando la capisci, ti sembra che tutto abbia più senso. Io sono qui per aiutare, se posso. A volte è come innamorarsi, arrivi a una cosa nuova e dici: “Perché nessuno me lo ha detto prima?” Io non so tutto, ma ho molta esperienza, e se posso dare una risposta la do volentieri. Fa parte del darsi premura e avere passione per le cose.»
Spesso mi chiedono, pensando che io abbia molte risposte, cosa comprare o come usare le cose. La mia risposta è sempre: «Compra prima un solo microfono, non due. Prova a registrarti e vedi come va: non è facile all’inizio, meglio restare sulle cose semplici.»
«Ecco un piccolo trucco: registra qualcosa, quindi alzati e fai un giro prima di riascoltare. Poi senti cosa hai fatto e prova a reagire alla prima impressione – tipo ‘ci sono troppi bassi’ – modificando il suono. Quindi allontanati, torna dopo un po’ e riascolta: la tua impressione potrebbe essere diversa dalla precedente, ma se ogni volta hai l’impressione – per restare nell’esempio – che ci siano troppi bassi, allora forse hai registrato in un modo che può essere migliorato e cambi la posizione del microfono. Poi magari senti troppo la mano sulle corde, o il suono è troppo brillante, allora ti chiedi se ci possa essere qualcosa di intermedio. È tutto legato alla sperimentazione.»

È tanta sperimentazione.
«Esatto. E non importa quanti microfoni tu abbia, quanti preamplificatori e quanto bravo sia il tecnico del suono: se il musicista non è all’altezza, nulla potrà migliorare la performance. E questo è spesso il problema con chi comincia o sta studiando: credere che il problema sia altrove. Ricordo che all’inizio, quando facevo l’assistente di studio, lavoravo con gruppi di musicisti bravissimi ed era tutto fantastico. Ma quando ho iniziato a lavorare da solo è cambiato tutto: dovevo registrare dischi di musicisti piuttosto scarsi, perché ero giovane e mi pagavano poco, e credevo di essere io il problema. Ma poi capisci, studi, migliori e inizi a lavorare con musicisti sempre più bravi. Il problema è capire che si migliora tutti, sia il musicista che il tecnico del suono. Quindi, se devi registrarti da solo, devi capire come funzionano le cose. Molti problemi sono legati al rumore delle dita sulle corde, oppure all’eccessivo rimbombo dei bassi, cose così. E devi capire cosa stai facendo, prima di tutto.»
Grazie, sono suggerimenti eccellenti. Quindi, diresti di muovere prima il microfono, invece di toccare l’equalizzazione?
«All’inizio non preoccuparti troppo di dove metti il microfono: registra e prova ad equalizzare. Cerca di capire dove sbagli e come suonano le cose, prova anche ad esagerare con le frequenze in modo da renderti conto: “Oh, ecco cosa succede se faccio questo: il suono diventa troppo brillante!” Molti non lo fanno e non imparano mai. È come toccare una padella bollente: se lo fai, impari a non farlo. Un ragazzino lo farebbe, io… ancora lo faccio! Scherzi a parte, se impari ti si fissa nella memoria. Devi forzarti a provare di tutto, così impari cosa non fare, come non perdere tempo. Non ci sono regole, ma ognuno si costruisce il proprio ambiente, le proprie regole, la propria tecnica e stile. Suggerirei di imparare più cose possibili per usare poi solo quelle che ci servono davvero.»
Parlando di chitarra acustica, c’è qualcosa in termini di frequenze che ti viene in mente prima di altro?
«Nel digitale c’è un problema di eccessiva brillantezza fra i 3k e i 5k, fino ai 9k. Alcuni usano i microfoni a nastro per ovviare al problema, ma si perde molto della ‘botta’ del segnale. In casa spesso ci si trova ad avere microfoni economici e schede audio con convertitori che lo sono altrettanto: tutto ciò risulta in una eccessiva asprezza del timbro in quella banda di frequenze. La chitarra acustica può essere complicata da trattare lì in alto: comprimere il suono può servire, la compressione multibanda può essere fantastica, ma complicata da utilizzare. Una cosa a cui non pensa quasi nessuno è usare un de-esser, che di solito si usa sulla voce per ridurre le ‘s’. Molti non ci pensano, ma un de-esser non fa altro che de-enfatizzare delle frequenze: si può usare su ogni strumento, per esempio sui microfoni overhead della batteria. In definitiva riduce una banda che abbiamo scelto, e sulla chitarra può essere estremamente efficace. La compressione aiuta, ma se comprimi tutto rischi di compromettere il suono e rendere tutto troppo piatto e noioso. Se devi suonare tu, puoi imparare a curare certe cose. Ma se devi registrare altri, il de-esser può essere molto utile. Anche la saturazione del nastro simulata può aiutare, ma di solito cercare la banda specifica è più efficace.»

In tanti parlano di chitarre molto costose come di strumenti problematici da registrare. Sei d’accordo?
«Le chitarre molto costose spesso hanno uno spettro molto ampio di frequenze, che può creare problemi in un mix con altri strumenti; mentre chitarre economiche hanno un suono più povero, con meno frequenze, che risulta più semplice da posizionare all’interno della canzone.»
Ti sei mai trovato a dire a un musicista: “Quella chitarra è troppo bella!”
«Moltissime volte. Quando registri – che so – una jumbo o una dreadnought, devi tagliare moltissimo sulla parte bassa, perché va in uno spazio dove ci sono strumenti più importanti; e quindi tutto quel suono è inutile. La mia opinione è che sotto ai 140 Hz sia praticamente tutto inutile. Ma io spesso automatizzo il filtro high-pass, così – se in un punto la chitarra resta da sola – posso restituirle un po’ di quella parte bassa che nel mix si è persa. Dipende da come bilanci le basse frequenze: il basso, la cassa, i synth, le medio-basse dell’organo e tutte quelle cose che vanno a riempire uno spazio molto stretto, di cui la chitarra non ha bisogno; se non è da sola, ovviamente. Da sola è diverso: cerchi di tenere quello che puoi, ti concentri su momenti particolari dove ci sono problemi legati a delle risonanze, puoi fare molte cose. Ma nel mix è diverso: se metti ‘in solo’ gli strumenti, spesso suonano ridicoli, molto fini e senza corpo, ma non equalizzati per essere ascoltati da soli; vale anche per la chitarra.»
Una domanda che avrei voluto lasciar fuori, perché odio il pickup registrato, ma so che può essere necessario: come ti comporti al riguardo?
«Mi piace miscelare le due fonti: chiedo sempre la traccia diretta presa da una D.I. Box, oltre al microfono. Vedo che molti hanno ancora difficoltà a registrare bene un’acustica: il pickup spesso suona ‘di gomma’, sembra un contrabbasso, ma è comunque diventato ‘un suono’. Di recente ho fatto un disco per il chitarrista Bryan Lubeck, e su un brano ho dovuto usare più D.I. che microfono, c’erano molti rumori delle dita sulle corde, a lui non piacevano, ma non sapevo come aggirarli. Di solito alzi il microfono e poi inizi ad aggiungere il pickup, fino a che ti sembra troppo e allora magari scendi per cercare il balance giusto. Ti ripeto, a me non piace, sembra il suono di corde di gomma, ma ci sono volte in cui non puoi farne a meno. Però aggiunge molto corpo al timbro, aiuta a farsi sentire in un mix molto denso, e soprattutto aiuta il sustain, la durata della nota, che su una chitarra non è molto lunga e con altri strumenti scompare subito.»
Ho registrato il mio ultimo album solista in due giorni: ho suonato tutto il disco due volte, poi ho tenuto il secondo giorno perché ho suonato meglio. Però ho tenuto anche piccoli errori e cose simili, perché mi piaceva che sembrasse ‘vero’. In questo momento storico invece c’è un’enorme attenzione a questi errori di dettaglio: sembra che tutto debba essere perfetto. Qual è il tuo pensiero, non credi che tolga qualcosa alla performance?
«Si è vero. Specialmente con la voce, si tende ad aggiustare tutto, la gente ci si è abituata. Se ascolti i Beatles con i mezzi di oggi, andresti a correggere tutto. John Lennon poteva cantare tutto calante, ma lo amavi comunque, giusto? Oggi, se senti un cantante stonato, è solo stonato e devi aggiustarlo. Ci siamo abituati così.»
Lo sai che oggi dovresti intonare John Lennon?
«Oddìo! no… E ci sono altre cose che disturbano: se ad esempio sto missando l’orchestra per un film e c’è una piccola parte del fagotto che non è perfettamente intonata, mi chiedono di accordarla! A volte si rimissano dischi leggendari, cose davvero troppo conosciute, ed è difficilissimo perché… ti verrebbe da correggere tutto. Ma non si può fare, non si deve! Detto ciò, la chitarra è come la voce: oggi, se senti uno squeak delle dita sulle corde lo correggi e basta, perché non siamo abituati a sentirlo. In orchestra oggi vogliono togliere i rumori dei pistoni degli strumenti a fiato: si può fare tutto, e si fa. Ci dobbiamo rendere conto che la definizione odierna, il modo in cui si ascolta la musica, è talmente diverso! Pensa solo al fatto che siamo letteralmente dall’altra parte del mondo, ci stiamo parlando in diretta e io ti vedo perfettamente… A me non piace, ma devo farlo: al chitarrista di cui parlavo prima ho mandato anche la versione senza i rumori delle dita sulle corde; lui non voleva, ma alla fine mi ha ringraziato.»
Molti fra quelli che ci leggono non hanno forse la possibilità di acquistare macchine da studio molto costose: ma com’è, secondo te, la questione hardware vs plugin?
«Oggi ci sono marchi come Universal Audio o Antelope Audio, che hanno addirittura la possibilità di simulare un preamplificatore o un compressore in ingresso, in tempo reale, come se ne avessi uno vero. E il livello è davvero alto: ci sono volte in cui non capisci se sia l’uno o l’altro. Mi è capitato di chiedere: “Che compressore hai usato?” E la risposta è stata che era finto.
L’hardware suona in maniera fantastica, non c’è niente da fare. Ma io non so se sia meglio e non voglio entrare nel merito ora. Uso entrambi e non voglio più sentir dire che oggi non si può fare un disco usando un’interfaccia digitale e missando tutto solo con il computer: è una stupidaggine enorme.
Può aiutare usare macchine vere? Assolutamente. Può servire usare solo il computer? Assolutamente. Devi solo decidere cosa è pratico per te e cosa ti puoi permettere. Non c’è niente di sbagliato nei plugin: io misso con entrambi in un setup ibrido. Ma potrei missare solo con i plugin per fare un vero disco? Sì, e infatti lo faccio. Dipende dal suono e dalla ‘botta’ che vuoi, però a volte l’hardware è più veloce: già solo inserire una macchina vera cambia il suono; lo stesso risultato con i plugin può richiedere più tempo, ma non vuol dire che non si possa fare.
Tornando al nostro argomento che è registrare, vorrei dare un altro consiglio: avere un compressore e sapere come usarlo ti aiuta molto. Se puoi fallo, io lo faccio sempre e aiuta a risparmiare un sacco di tempo. Anche un compressore economico, quanto meno si deve provare.»
Interessante! C’è una combinazione microfono-preamplificatore che usi, che ti piace o che suggeriresti?
«La cosa diventa molto costosa, molto velocemente!»
Sì, lo immagino, ma è anche per capire e conoscere.
«L’AKG C12 è un microfono incredibile. Anche la replica realizzata dalla Flea è pazzesca: costa un terzo e suona praticamente identico [parliamo sempre di molte migliaia di euro – ndr]. E se devo scegliere, prendo un preamplificatore valvolare, sono un grande fan delle valvole: Mastering Lab, Manley, ma ce ne sono molti; il Neve 1073 è molto usato. Ho missato da poco un progetto che era ripreso con un microfono Peluso e una scheda Apollo, e aveva un suono incredibile: non riuscivo a credere quanto fosse bello il suono! Mi piacciono i compressori valvolari sulle chitarre, perché oltre ad aggiungere qualcosa a livello di armoniche, riducono un pochino quell’eccessiva brillantezza sulle alte frequenze. Ho fatto esperimenti mandando dei file a un registratore a nastro e reimportandoli, controllando in maniera molto accurata cosa accadesse al suono in alto e in basso: succedono cose davvero interessanti. Ma se lo fai con un’acustica, rischi di distruggere il suono e le sue caratteristiche, quindi dipende da cosa fai.»
Ho visto che in un video suggerivi un riverbero della Seventh Heaven e l’ho preso, davvero molto bello. Cosa ci dici dei riverberi, sia per la chitarra da sola che insieme magari alla voce?
«Mentre spiegavo alcune cose nel video, mi sono reso conto di quanto il riverbero sia importante sulla chitarra, anche se non lo senti veramente, e anche se è piuttosto lungo, due secondi, due secondi e mezzo. Non mi piace il riverbero corto sulla chitarra, a meno che non ci sia un motivo legato alla canzone: che so, il suono simile a quello di un club dal vivo. Ma se hai solo la chitarra con un bel plate o qualcosa tipo il chamber della Seventh Heaven, puoi provare ad alzarlo lentamente: all’inizio non lo sentirai, ma se lo spegni e accendi mentre lo alzi, è sorprendente quanta profondità aggiunga anche senza quasi sentirlo davvero; crea uno spazio e lega tutto, i picchi molto acuti iniziano a ridursi un po’.»
Quando penso al riverbero mi viene in mente una frase detta da Chet Atkins, che ho sentito raccontare da un suo amico a Nashville: quando era in studio diceva sempre al fonico «Can you give me some talent?» per farsi aggiungere il riverbero in ascolto, intendendo che in realtà ti fa sembrare più bravo!
«John Lennon diceva “Fammi suonare come Elvis”, perché odiava la sua voce e pensava che quel tipo di delay avrebbe aiutato a migliorarla. Resto dell’idea che le cose semplici aiutino sempre.»
Tornando a chitarra e voce insieme, hai qualche suggerimento? Molti, a casa, hanno un solo microfono e magari usano quello per la voce e la linea per la chitarra. Tu cosa consigli?
«Se devo scegliere, direi due microfoni per la chitarra e uno per la voce, comunque separati. Ho fatto un disco con un cantautore insieme alla band, e ho costruito una specie di ‘muro’ orizzontale sotto al suo mento per separare il microfono della voce. Solo che era una posizione scomodissima, ma lui ci si è trovato bene e ha suonato e cantato tutto così. Se avessi dovuto fare degli interventi per separare la voce, ci sarei riuscito; ma non è facile. Direi che la cosa migliore è sempre sperimentare. Considera che con i microfoni a condensatore avrai sempre un rientro, quindi – nel caso se ne possieda uno solo – puoi dedicarlo alla voce e registrare la chitarra in diretta, per poi alzarla lentamente e vedere se ‘completa’ il suono che già hai ottenuto. Un ottimo trucco da studio è quello di ‘panpottare’ leggermente da una parte la chitarra registrata in diretta, per creare così un po’ di effetto stereo, visto che la sentirai comunque dal microfono della voce.»
Metteresti la voce leggermente da una parte, se fosse solo chitarra e voce?
«No, mi suonerebbe troppo strano. La voce va al centro, come il basso, il rullante, non vedo il motivo di spostarla.»
Te lo chiedo perché facciamo spesso video in duo chitarra e voce, e siamo seduti accanto. A volte metto i nostri due suoni leggermente da una parte, per dare quell’impressione che siamo seduti ognuno al proprio posto.
«Sì, ha un senso… anche se ascoltando mi preoccuperei subito che non ci sia qualcosa di rotto nelle mie casse!»
Ed eccoci all’angolo dell’home recording! Considerando che molti a casa non possono spendere grosse cifre, quasi tutti oggi hanno una scheda audio esterna e magari un microfono. C’è qualcosa che ti senti di consigliare?
«La Solid State Logic mi ha mandato questa SSL 2+ ed è fantastica: non ha molti ingressi e credo sia abbastanza abbordabile, circa duecento dollari; è USB e ha due ingressi. Focusrite fa prodotti entry leveleccellenti. Universal Audio produce schede incredibili ormai, considerando quanto costava questa roba pochi anni fa. In particolare la Focusrite Sapphire è ottima. Qualche anno fa feci un disco con un gruppo punk, gli Shotgun Elvis, e dissi: “Okay, lo faremo tutto solo con la Focusrite”. E venne incredibile, suona benissimo! Voglio dire, se sai missare e capire i problemi e sistemarli, si fa. Io sono entrato in questo mondo quando il digitale suonava da schifo, anche se le cose stavano cambiando. E fino a dieci anni fa, non dico che il digitale era orribile, ma non era certo come oggi: Focusrite, SSL, Apollo, Antelope, la nuova Avid, e anche la vecchia 002 suonava bene.»
Qualche consiglio sui microfoni? Diaframma stretto o largo?
«La Shure produce un condensatore a diaframma piccolo, l’SM81, che ha un suono fantastico e costa poco, circa 200 dollari: se dovessi… lo userei al posto di qualunque AKG C12 [microfono da 10.000 dollari – ndr] ed è bellissimo sulla chitarra acustica. Poi Shure SM57 se hai abbastanza gain, AKG 451, uno qualunque di questi pencil condenser. Conosco diversi produttori ‘stellari’ che ancora usano lo Shure SM81. E c’è questo Neumann BCM dinamico [indica quello con cui parla], che suona totalmente differente dall’SM7 e non costa troppo di più; poi mi piace che suoni differente.»
Se uno volesse spendere un po’ di più? Parliamo sia di voce che di chitarra.
«C’è questo marchio europeo Flea che fa repliche di Telefunken U-47, AKG C12, Neumann M249, AKG 251, Neumann U67, tutti microfoni incredibili: costano qualche migliaio di dollari ma sono incredibili, quasi identici agli originali che costano comunque molto di più. Audio Technica fa microfoni di fascia media davvero eccellenti: mi piace la serie 40, il 4040, il 4044, il 4045; sono a diaframma largo, davvero belli.»
Quindi, se è un solo microfono, scegli il diaframma largo?
«Sulla voce sempre, e puoi usarlo sulla chitarra. Lo Shure SM81 sulla voce è strano, almeno per quel che ricordo da quando sperimentavo molto, vent’anni fa.»
Che dire, una bellissima conversazione! Grazie per averci dedicato del tempo in un giorno libero [abbiamo registrato di domenica].
«Grazie a te per avermi coinvolto!»
Daniele Bazzani
Link a The Acoustic Guitar Show https://www.youtube.com/playlist?list=PLdY4e9o63mEz9Z1J3bhAE1Wtd-nEGk61_
Link all’intervista a Marc Daniel Nelson https://youtu.be/5EKh4ZQ6Md4
L'articolo L’ingegnere acustico 2 – Intervista a Marc Daniel Nelson proviene da Fingerpicking.net.
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